Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

martedì 21 giugno 2011

21-28 giugno, Palermo: Workshop "Promuovere la partecipazione giovanile e la cittadinanza democratica attraverso le TIC"





COMUNICATO STAMPA

“Promuovere la partecipazione giovanile e la cittadinanza democratica attraverso le TIC” è un workshop organizzato dal CEIPES (www.ceipes.org) e rivolto a 25 giovani provenienti da tutta Europa e finalizzato a incoraggiare la cittadinanza attiva e la partecipazione civica e politica tramite i blog.


La nuova era digitale e le recenti rivoluzioni nel mondo arabo fanno si che questo sia un tema più che attuale e rilevante per la vita dei giovani e delle società Europee. Spesso l’Europa viene vista come una specie di paradiso, un luogo dove la democrazia e i diritti umani vengono messi in pratica e rispettati dai governi. La verità è invece un’altra, i problemi in Europa ci sono e non possiamo ignorali, così come non dobbiamo lasciarci addormentare all’ombra dei diritti conseguiti, vivendo con indifferenza verso le problematiche sociali e politiche, sia all’interno dei nostri paesi che all’esterno, incluso fuori l’Europa.

Questo workshop vuole così essere un momento di incontro fra giovani da diversi luoghi e contesti, dando loro strumenti rilevanti per la cittadinanza attiva e il cambiamento sociale. Attraverso lo scambio di informazioni e conoscenze rispetto alle problematiche vissute e l’apprendimento di nuove competenze nell’ambito del blogging e dell’advocacy (pressione) il workshop vuole contribuire a creare una comunità giovanile più attiva, capace e interessata al mondo e alle problematiche Europee e globali.

Il gruppo dei 25 partecipanti sarà ospitato presso il Convento del Carmine Maggiore (Via Giovanni Grasso 1, Palermo) tra il 21 e il 28 Giugno. Il programma di lavoro comprende attività giornaliere dalle 9.30 alle 18.30. La serata del 22 Giugno, ore 21.30, è aperta alla partecipazione delle e degli interessati e versa sullo scambio culturale.

Il workshop è organizzato dal CEIPES (www.ceipes.org) e realizzato con il supporto finanziario dell’European Youth Foundation del Consiglio d’Europa.

Il Consiglio d’Europa (http://www.coe.int/), con sede a Strasburgo (Francia), raggruppa oggi, con i suoi 47 Stati membri, quasi tutti i paesi del continente europeo. Istituito il 5 maggio 1949 da 10 Stati fondatori, il Consiglio d’Europa ha come obiettivo quello di favorire la creazione di uno spazio democratico e giuridico comune in Europa, nel rispetto della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e di altri testi di riferimento relativi alla tutela dell’individuo.


lunedì 20 giugno 2011

20 giugno, Mineo: Nella giornata mondiale del rifugiato i richiedenti asilo di Mineo stanno manifestando di fronte al Villaggio degli Aranci e nella statale Catania-Gela

A Mineo peggiora la situazione dei richiedenti asilo

Si sono concluse ieri sera le iniziative delle associazioni antirazziste catanesi per la giornata mondiale del rifugiato. Nel pomeriggio, a differenza degli altri 4 incontri interetnici, al nostro arrivo i migranti erano pochi mentre massiccia era la presenza di carabinieri di fronte all’ingresso del villaggio della “solidarietà”. In seguito alla diffusione del volantino tradotto in varie lingue (diffuso anche nei giorni scorsi) i richiedenti asilo si sono progressivamente avvicinati formando all’inizio alcuni capannelli, dopo ci si è divisi in 2 assemblee fra francofoni ed anglofoni e per quasi 2 ore si è discusso della situazione del megaCara di Mineo;

Ciò che è emerso:

- Nonostante la manifestazione con blocco della statale del 6 giugno, la promessa di aumentare l’esame delle domande (da 2 a 6 al giorno!) è stata disattesa; la commissione lavora al rallentatore con interpreti che ancora arrivano da Roma (nonostante la disponibilità d’interpreti di madrelingua locali) e con criteri confusi (si rispetta l’ordine cronologico di chi è arrivato prima in Italia e quindi si dà priorità a chi proviene dagli altri Cara?); addirittura si impedisce l’accesso agli avvocati per difendere i propri assistiti nel ricorso contro il rigetto.

- Si continua ad impedire ai migranti di cucinare ciò che preferiscono nelle singole case (si parla di pericoli d’incendio), a parte il fatto che le singole villette sono dotate di barbecue pensiamo che si preferisca dilapidare risorse pubbliche per imporre una mensa collettiva ed un regime da caserma con interminabili file, tutti/e si lamentano della pessima qualità del cibo (non pochi hanno disturbi) e se avessero un minimo di contributo economico, con la metà di quando si spende per la mensa, potrebbero cucinare i loro cibi tradizionali;

- all’interno del Cara, con il pretesto che esso svolge anche funzioni di CDA (Centro d’accoglienza), si agisce disattendendo entrambe le normative, ai richiedenti viene concessa l’opportunità di comunicare con i propri cari telefonando addirittura 3 minuti al mese;

- Alcune decine di migranti provenienti da Lampedusa, da oltre un mese a Mineo, ancora non hanno fatto domanda d’asilo; vi sono oltre 40 minori non accompagnati, reclusi a Mineo poiché manca la possibilità d’accoglienza a Catania per esaurimento di posti ( non si potrebbe favorire l’accoglienza nei paesi del calatino con costi ben inferiori e meno segregazionisti del Vvillaggio degli Aranci?)

- I collegamenti con Mineo ed i paesi del calatino sono inesistenti, non ci vuole molto a far aggiungere una fermata ai bus di linea e/o organizzare alcuni bus navetta che colleghino il villaggio con Mineo.

E’ evidente che chi gestisce il megaCara considera i migranti come oggetti da controllare negando loro la soggettività di persone che sono sopravvissute a guerre, violenze ed hanno urgenza di costruirsi un futuro e di ricongiungersi con i propri cari. Noi invece continueremo a batterci per la chiusura di questa scellerata e disumana esperienza e per la moltiplicazione dei progetti SPRAR e per nuove politiche di reale accoglienza.

Ct 20/6/2011 Rete Antirazzista Catanese

ULTIM'ORA > Nella giornata mondiale del rifugiato i richiedenti asilo di Mineo stanno manifestando di fronte al Villaggio degli Aranci e nella statale Catania-Gela, facciamo appello ai mezzi di comunicazione ad accendere i riflettori sulle quotidiane ingiustizie e violenze che subiscono i migranti.


Carta Mondiale dei Migranti: Appuntamenti per la sua promozione in Italia

CARTA MONDIALE DEI MIGRANTI

Ha richiesto cinque anni di lavoro e il contributo di oltre 5000 persone appartenenti a continenti diversi. Alla fine però la Carta Internazionale dei Diritti dei Migranti ha visto la luce. E in una cornice speciale e fortemente simbolica, la piccola isola di Gorée, da cui nei secoli passati hanno transitato migliaia di schiavi africani destinati alle piantagioni del Nuovo Mondo, il testo definitivo è stato approvato lo scorso 4 febbraio ed è subito dopo stato presentato al Social Forum di Dakar. La rete Primo Marzo ha contribuito attivamente alla redazione della Carta e alla sua approvazione, e oggi è molto attiva nella sua promozione in Italia e all'estero.
 
ECCO ALCUNI APPUNTAMENTI:
  • Il 23 Giugno ore 17.00: Casa Internazionale delle Donne - Roma
  • Il 27 Giugno ore 21.00: Spazio Tadini - Milano, all'interno dell'evento I muri dopo Berlino si chiamano frontiere (mostra collettiva,spettacoli, dibattiti dal 16 giugno al 29 luglio)
  • L'8 Luglio ore 18.00: Bosco albergati - Castelfranco Emilia all'interno della manifestazione " Mondiali antirazzisti"
  • Il 9 Luglio alle ore 21.00: Festa nazionale dell'immigrazione - Cesena

A seguire, un'intervista a Cécile Kashetu Kyenge sul senso della Carta e sulla sua portata.
 
«Questo documento ha una particolarità che, prima ancora che dal suo contenuto dipende dal modo in cui è stata costruita: partendo dal basso, dall’esperienza e dalla sensibilità di persone singole che hanno avuto un’esperienza concreta di emigrazione e che dunque sanno, per averlo provato sulla propria pelle, di che cosa si sta parlando», spiega Cécile Kashetu Kyenge. «Questo processo, muovere dai singoli per arrivare alle associazioni e alle ong e, quindi, alle istituzioni rappresenta il valore aggiunto: perché mette realmente la persona al centro del percorso».
 
Come si concretizza nel testo questo valore aggiunto?
«Nell'affermazione di principi che difficilmente potrebbero trovare spazio in un testo elaborato in una cornice istituzionale. Ciò è visibile in vari punti. Uno dei più significativi è già nel prologo, precisamente nei due primi capoversi, dove si dice: “Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie, basate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica, religiosa o di genere. Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di mantenere i propri privilegi sfruttano la forza di lavoro, fisica e intellettuale dei migranti. A questo scopo, tali sistemi, utilizzano le esorbitanti prerogative consentite dal potere arbitrario dello Stato-Nazione e dal sistema mondiale di dominazione, ereditato dalla colonizzazione e dalla deportazione. Questo sistema è, nel medesimo tempo, caduco, obsoleto e causa di crimini contro l’umanità. Per questa ragione deve essere abolito.” Si tratta di un’affermazione esplicita e coraggiosa, che mette in discussione tanto il concetto di Stato-Nazione quanto quello di frontiera».
 
Questo passaggio è stato voluto, in particolare, dai rappresentanti latinoamericani. Come mai?
«In molti stati latinoamericani le specificità e i diritti delle minoranze indigene sono ignorati e violati con grande disinvoltura ed è comprensibile quindi che in questi contesti l'insofferenza verso le esorbitanti prerogative degli Stati-Nazione sia particolarmente sentita. Ma il problema non è solo latinoamericano, basti pensare ai boscimani o ai beduini in Africa e alle tante minoranze del continente asiatico».
 
Perché il Primo Marzo ha scelto di impegnarsi nella costruzione della Carta e qual è stato il principale contributo?
«Il Primo Marzo è un laboratorio di partecipazione che si muove dal basso e coinvolge in primo luogo la società civile. Il suo obiettivo è combattere il razzismo, difendere i diritti umani e far comprendere che l'immigrazione, oggi come ieri, non rappresenta solo forza lavoro ma è una risorsa da vari punti di vista. La storia umana, non dimentichiamolo, è sempre stata storia di immigrazioni e la costruzione delle civiltà e delle culture è un processo dinamico all’interno del quale gli spostamenti degli esseri umani rappresentano il fattore principale. Tra il nostro movimento e il progetto della Carta c’era dunque un’analogia di metodo e intenti che ha reso ovvia la collaborazione. Abbiamo contribuito in vari modi ma forse l’apporto più significativo riguarda l’introduzione di un principio all’interno del testo: il passaggio in cui viene sottolineato che, oggi più che mai, siamo tutti migranti, in atto o in potenza. Oggi davvero può capitare a tutti, per ragioni che vanno dalla ricerca di un lavoro alla necessità di sfuggire a un disastro ambientale di dovere lasciare il proprio Paese. Pensiamo alla fuga dei cervelli dall’Italia ma anche a quello che sta accadendo in Giappone».
 
La Carta è stata presentata al Social Forum di Dakar e ha riscosso un grande interesse. Cosa ci riserva il futuro? Quali saranno i prossimi passi?
«Ci siamo lasciati con la promessa di tornare a incontrarci, ancora a Gorée, dopo giugno. Il documento, subito dopo l’approvazione, è stato sottoposto ad associazioni e ong e da parte di questi soggetti stanno arrivando molte proposte per il suo utilizzo. Per esempio, quella di elaborare un passaporto dei migranti, rilasciato dalle organizzazioni che riconoscono il documento e che avrà un valore simbolico forte. Adesso stiamo lavorando per diffondere la Carta il più possibile e anche per trovare forme di finanziamento che garantiscano l’autonomia del progetto. Fino ad oggi siamo stati economicamente supportati da fondazioni che non hanno interferito con il nostro spirito. Ma non è detto che sarà sempre così ed è importante attrezzarsi».
 
Un’ultima cosa: la Carta non è stata firmata. Perché?
«Abbiamo scelto di non firmarla per consentire anche a chi non fosse stato presente a Gorée di aderire con la stessa autorevolezza che avrebbero avuto i presenti. A breve, attraverso il sito, sarà possibile dare le adesioni ufficiali: come singoli, come associazioni e, perché no, come istituzioni. Certo, è improbabile che un’istituzione accetti di firmare una carta che mette in dubbio il concetto di frontiera ma potrebbe anche accadere...».

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PRIMO MARZO
"Una giornata senza di noi. Sciopero degli stranieri"
Stranieri non dal punto di vista anagrafico, ma perché estranei al clima di razzismo che avvelena l'Italia del presente. Autoctoni e immigrati, uniti nella stessa battaglia di civiltà.

19 giugno, Milano: Immigrati incatenati presso la sede della Lega a Milano

Gli immigrati si sono incatenati alla sede della Lega in Piazza 24 maggio a
MILANO.


ECCO IL LORO MESSAGGIO

"Chiediamo che si rispetti la decisione del Consiglio di Stato e si rilascino i permessi di soggiorno. Chiediamo di incontrare il procuratore per aprire indagini sulle truffe. Venite a sostenerci. Rimaniamo tutta la notte fino a domani."

Fonte: Mailing list della Rete Primo Marzo Italia

domenica 19 giugno 2011

22 giugno, Roma: Conferenza Stampa di presentazione di L'Italia sono anche io Campagna per i Diritti alla Cittadinanza e il Diritto di voto per i cittadini di origine straniera

Ora
mercoledì 22 giugno · 11.30 - 14.30

Luogo
Presso l'Associazione della Stampa Romana a Piazza della Torretta 36, a Roma.

PerPrimo Marzo 2011 sciopero degli Stranieri - Gruppo di Roma

Maggiori informazioni
Invito alla conferenza stampa di presentazione di L'ITALIA SONO ANCHE IO, Campagna per i Diritti alla Cittadinanza e il diritto di voto per i cittadini di origine straniera, che si terrà il prossimo Mercoledì 22 giugno alle ore 11.30 presso l'Associazione della Stampa Romana a Piazza della Torretta 36, a Roma.

Associazioni e organizzazioni della società civile si sono unite per dare corpo ad una campagna di sensibilizzazione e per una raccolta di firme finalizzata alla proposta di due leggi di iniziativa popolare che saranno promosse per il prossimo autunno.

Vi aspettiamo e vi preghiamo di dare diffusione dell'evento.

Gabriella Guido
PRIMO MARZO
Comitato di Roma
 
Fonte: Facebook 

Angherie e botte agli ambulanti sotto inchiesta dieci vigili urbani. Nel mirino la "squadretta" che terrorizzava Noureddine.

Angherie e botte agli ambulanti
sotto inchiesta dieci vigili urbani

Nel mirino la "squadretta" che terrorizzava Noureddine. I racconti degli extracomunitari convocati in Procura hanno aperto uno scenario inquietante, fatto di controlli esasperanti. E alcuni sequestri sarebbero stati abusivi, con tanto di verbali contraffatti

di SALVO PALAZZOLO
 
Gli ambulanti extracomunitari li chiamano "i vigili della squadretta": erano già finiti nel ciclone delle polemiche dopo la morte di Noureddine Adnane, il marocchino che a febbraio si è dato fuoco, esasperato dai continui controlli, nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno e tutte le licenze in regola. Adesso, è la Procura di Palermo a mettere sotto accusa i vigili della squadra amministrativa, dopo aver raccolto le testimonianze di una decina di ambulanti che lavorano nel centro città.

Venerdì, dieci fra agenti e ispettori della polizia municipale hanno ricevuto un avviso di garanzia, che è stato notificato dai carabinieri del nucleo Investigativo. Sono pesanti le accuse contestate dai pm Maurizio Agnello e Amelia Luise, nonché dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci: calunnia, lesioni, abuso d'ufficio, falso ideologico e materiale.

I racconti degli ambulanti convocati in Procura hanno aperto uno scenario inquietante, fatto di controlli esasperanti da parte dei vigili. E alcuni sequestri sarebbero stati abusivi, con tanto di verbali contraffatti. A denunciare non sono stati soltanto i connazionali marocchini di Noureddine, ma anche ambulanti che provengono da altre nazioni: Tunisia, Cina, Bangladesh. Nei mesi scorsi erano finiti loro sotto accusa, dopo alcuni blitz della Municipale. Qualcuno è anche imputato in tribunale, per aver venduto merce contraffatta.

Ma adesso la Procura sospetta che alcune accuse nei confronti degli immigrati sarebbero state costruite ad arte. È il caso denunciato da un marocchino: "Non ho mai venduto orologi, lo sanno tutti in via Ruggero Settimo - ha raccontato ai carabinieri - vendo solo ombrelli, ma nel verbale di sequestro sono stati segnati anche orologi. Mi dissero che se non mi sbrigavo a firmare il verbale, avrebbero chiamato il magistrato e mi avrebbero fatto arrestare. Fra quei vigili c'erano anche quelli che hanno controllato Noureddine".

Ma quale motivazione avrebbe spinto gli agenti accusati di essere infedeli? Di certo, anche solo un orologio patacca può trasformare il verbale da sanzione amministrativa ad imputazione di carattere penale. E in quest'ultimo caso, il cittadino straniero potrebbe pure rischiare l'espulsione. Forse, qualcuno mirava ad aumentare le statistiche della squadra, sperando di ottenere un premio dai superiori? O forse - ed è l'ipotesi più drammatica - qualcuno del gruppo sarebbe stato animato da motivazioni razziste?

I pm hanno già acquisito numerosi verbali. Agli ambulanti sono state mostrate anche delle fotografie di vigili, e i racconti si sono arricchiti di nuovi particolari. Da qui la decisione di emettere gli avvisi di garanzia, che potrebbero preludere a interrogatori o ad altri provvedimenti.

Al momento, l'inchiesta sulla morte di Noureddine resta in un altro fascicolo, "contro ignoti", ed è coordinata dal sostituto procuratore Gianluca De Leo e dall'aggiunto Maurizio Scalia, che procedono per l'ipotesi di istigazione al suicidio. Ma i punti di contatto fra i due filoni d'indagine sarebbero già diversi nel racconto di chi ha denunciato. Ecco perché la Procura sta facendo nuovi accertamenti.

Nei giorni della tragedia di Noureddine era arrivato anche il monito del presidente del Senato: "Sono sconvolto - aveva detto Renato Schifani - il sindaco apra al più presto un'indagine amministrativa". Ma nessuna indagine amministrativa è stata mai aperta dal Comune per verificare il comportamento della "squadretta".


(19 giugno 2011)






27 giugno, Milano: La Carta dei diritti dei Migranti debutta a Milano


 

martedì 14 giugno 2011

Ha richiesto cinque anni di lavoro e il contributo di oltre 5000 persone appartenenti a continenti diversi. Alla fine però la Carta Internazionale dei Diritti dei Migranti ha visto la luce. E in una cornice speciale e fortemente simbolica, la piccola isola di Gorée, da cui nei secoli passati hanno transitato migliaia di schiavi africani destinati alle piantagioni del Nuovo Mondo, il testo definitivo è stato approvato lo scorso 4 febbraio ed è subito dopo stato presentato al Social Forum di Dakar (cliccando qui si possono vedere le immagini). La rete Primo Marzo ha contribuito attivamente alla redazione della Carta e alla sua approvazione, e oggi è molto attiva nella sua promozione in Italia e all'estero.

Il 27 giugno questo documento sarà presentato per la prima volta a Milano, a Spazio Tadini - all'interno dell'evento I muri dopo Berlino si chiamano frontiere (mostra collettiva,spettacoli, dibattiti dal 16 giugno al 29 luglio) - nel corso di una serata a cui parteciperanno: Cècile Kashetu Kyenge (portavoce rete Primo Marzo), Paolo Buffoni (Arci), Giuseppe Cassibba (artista, autore del logo del Primo Marzo), Stefania Ragusa e Cristina Sebastiani (fondatrici della rete Primo Marzo). Appuntamento alle ore 21 in via Jommelli 24.

A seguire, un'intervista a Cécile Kashetu Kyenge sul senso della Carta e sulla sua portata.
«Questo documento ha una particolarità che, prima ancora che dal suo contenuto dipende dal modo in cui è stata costruita: partendo dal basso, dall’esperienza e dalla sensibilità di persone singole che hanno avuto un’esperienza concreta di emigrazione e che dunque sanno, per averlo provato sulla propria pelle, di che cosa si sta parlando», spiega Cécile Kashetu Kyenge. «Questo processo, muovere dai singoli per arrivare alle associazioni e alle ong e, quindi, alle istituzioni rappresenta il valore aggiunto: perché mette realmente la persona al centro del percorso».
 
Come si concretizza nel testo questo valore aggiunto?
«Nell'affermazione di principi che difficilmente potrebbero trovare spazio in un testo elaborato in una cornice istituzionale. Ciò è visibile in vari punti. Uno dei più significativi è già nel prologo, precisamente nei due primi capoversi, dove si dice: “Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie, basate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica, religiosa o di genere. Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di mantenere i propri privilegi sfruttano la forza di lavoro, fisica e intellettuale dei migranti. A questo scopo, tali sistemi, utilizzano le esorbitanti prerogative consentite dal potere arbitrario dello Stato-Nazione e dal sistema mondiale di dominazione, ereditato dalla colonizzazione e dalla deportazione. Questo sistema è, nel medesimo tempo, caduco, obsoleto e causa di crimini contro l’umanità. Per questa ragione deve essere abolito.” Si tratta di un’affermazione esplicita e coraggiosa, che mette in discussione tanto il concetto di Stato-Nazione quanto quello di frontiera».
 
Questo passaggio è stato voluto, in particolare, dai rappresentanti latinoamericani. Come mai?
«In molti stati latinoamericani le specificità e i diritti delle minoranze indigene sono ignorati e violati con grande disinvoltura ed è comprensibile quindi che in questi contesti l'insofferenza verso le esorbitanti prerogative degli Stati-Nazione sia particolarmente sentita. Ma il problema non è solo latinoamericano, basti pensare ai boscimani o ai beduini in Africa e alle tante minoranze del continente asiatico».
 
Perché il Primo Marzo ha scelto di impegnarsi nella costruzione della Carta e qual è stato il principale contributo?
«Il Primo Marzo è un laboratorio di partecipazione che si muove dal basso e coinvolge in primo luogo la società civile. Il suo obiettivo è combattere il razzismo, difendere i diritti umani e far comprendere che l'immigrazione, oggi come ieri, non rappresenta solo forza lavoro ma è una risorsa da vari punti di vista. La storia umana, non dimentichiamolo, è sempre stata storia di immigrazioni e la costruzione delle civiltà e delle culture è un processo dinamico all’interno del quale gli spostamenti degli esseri umani rappresentano il fattore principale. Tra il nostro movimento e il progetto della Carta c’era dunque un’analogia di metodo e intenti che ha reso ovvia la collaborazione. Abbiamo contribuito in vari modi ma forse l’apporto più significativo riguarda l’introduzione di un principio all’interno del testo: il passaggio in cui viene sottolineato che, oggi più che mai, siamo tutti migranti, in atto o in potenza. Oggi davvero può capitare a tutti, per ragioni che vanno dalla ricerca di un lavoro alla necessità di sfuggire a un disastro ambientale di dovere lasciare il proprio Paese. Pensiamo alla fuga dei cervelli dall’Italia ma anche a quello che sta accadendo in Giappone».
 
La Carta è stata presentata al Social Forum di Dakar e ha riscosso un grande interesse. Cosa ci riserva il futuro? Quali saranno i prossimi passi?
«Ci siamo lasciati con la promessa di tornare a incontrarci, ancora a Gorée, dopo giugno. Il documento, subito dopo l’approvazione, è stato sottoposto ad associazioni e ong e da parte di questi soggetti stanno arrivando molte proposte per il suo utilizzo. Per esempio, quella di elaborare un passaporto dei migranti, rilasciato dalle organizzazioni che riconoscono il documento e che avrà un valore simbolico forte. Adesso stiamo lavorando per diffondere la Carta il più possibile e anche per trovare forme di finanziamento che garantiscano l’autonomia del progetto. Fino ad oggi siamo stati economicamente supportati da fondazioni che non hanno interferito con il nostro spirito. Ma non è detto che sarà sempre così ed è importante attrezzarsi».
 
Un’ultima cosa: la Carta non è stata firmata. Perché?
«Abbiamo scelto di non firmarla per consentire anche a chi non fosse stato presente a Gorée di aderire con la stessa autorevolezza che avrebbero avuto i presenti. A breve, attraverso il sito, sarà possibile dare le adesioni ufficiali: come singoli, come associazioni e, perché no, come istituzioni. Certo, è improbabile che un’istituzione accetti di firmare una carta che mette in dubbio il concetto di frontiera ma potrebbe anche accadere...».

Fonte: http://primomarzo2010.blogspot.com

 

14 giugno, Italia: Lettera a Maroni della Federazione Nazionale della Stampa Italiana sull'accesso ai CIE Centri di Identificazione ed Espulsione degli Immigrati

Federazione Nazionale della Stampa Italiana
 
Roma, 14 giugno 2011
 
Prot. n. 107
 
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:
 
Vi inoltriamo il testo della lettera che Il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, e il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, hanno inviato al Ministro dell'Interno, on. Roberto Maroni, in merito al divieto di accesso per i giornalisti nei Centri di Identificazione ed Espulsione degli immigrati “Con la presente Le chiediamo un urgente incontro, per segnalare alcune difficoltà insorte, tali da limitare il nostro dovere di informare liberamente i cittadini, in ottemperanza all’articolo 21 della Costituzione. In particolare, i problemi che intendiamo segnalarLe riguardano la possibilità per gli operatori dell’informazione di avere accesso – nel rispetto della privacy di tutti i soggetti interessati – ai luoghi di accoglienza e di trattenimento di migranti e profughi, in questa fase provenienti soprattutto dall’Africa settentrionale. Tale accesso, a seguito della Sua circolare prot. n. 1305 del 01.04.2011, è oggi e “sino a nuova disposizione” consentito solo ad alcuni organismi umanitari internazionali. Questo si traduce nel fatto che risulta impossibile, per chi intende esercitare il diritto di cronaca, poter verificare con i propri occhi e con i propri strumenti cosa accade in tali luoghi. A tale proposito, recentemente alcuni giornalisti hanno lanciato un appello - che l’Ordine e il Sindacato dei giornalisti hanno ritenuto di accogliere - in cui si chiede espressamente che detta circolare debba considerarsi non più applicabile.
Pur comprendendo le problematiche derivanti talvolta dalla gestione quotidiana e materiale dell’accoglienza, crediamo che non sia giusto considerare l’informazione un intralcio al funzionamento di queste strutture; anzi siamo convinti che la credibilità e la trasparenza delle stesse debbano essere considerate fondamentali per rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Purtroppo, per quanto riguarda soprattutto i Cie (un tempo Cpt), tali limitazioni non nascono con la suddetta circolare ma sono intrinseche all’esistenza stessa delle strutture. Tutte le direttive finora emanate riguardo alle figure sociali a cui è garantito l’accesso non menzionano gli operatori dell’informazione. Accade anche se queste non sono giuridicamente definite come luoghi di detenzione, e quindi soggette alle limitazioni previste, che comportano preventive richieste di autorizzazione all’ingresso. Siamo convinti che un momento di discussione in merito risulti estremamente importante, oggi più che mai, non essendo a nostro avviso ammissibile l’esistenza di luoghi di concentramento non volontario di persone che siano inaccessibili alla libera informazione.
Si tratta di una vera e propria anomalia democratica, che peraltro non può essere rimessa - come finora è stato - né alla discrezionalità delle singole autorità prefettizie, né tantomeno alla disponibilità di parlamentari della Repubblica che si fanno garanti per i giornalisti.

Siamo certi che sia possibile addivenire ad una intesa atta a regolamentare il dovere dell’informazione anche in questi luoghi: in maniera tale da non precludere il normale funzionamento delle procedure che in essi vengono svolte e da garantire, come già affermato, l’imprescindibile diritto alla privacy per gli “ospiti”, per gli operatori degli enti gestori, per le forze di polizia predisposte alla vigilanza e alla sorveglianza.

In attesa di una Sua pronta e positiva risposta.”
________________________________________________
CORSO VITTORIO EMANUELE 349 - 00186 ROMA - TEL. 06/68008.1 - FAX 06/6871444
sito: www.fnsi.it - e-mail: segreteria.fnsi@fnsi.it


19 giugno, Palermo: Spettacolo teatrale di beneficenza "Loro"

Domenica 19 giugno · 21.30 - 23.00

Serata di Beneficenza

A sostegno dei centri per l'infanzia Ubuntu e Giardino di Madre Teresa

Spettacolo Teatrale "LORO" 
di Giorgio Sangati con Giulia Valenti


Cinema Edison - piazza Napoleone Colajanni, Palermo (Quartiere Ballarò)



Cinque piccole storie di oggi, di gente qualsiasi, di mostri, cinque monologhi in cui gli altri rimangono sempre e
comunque "loro". Storie grottesche, da ridere, con un filo di inquietudine, come si ride allo specchio. Un ex-lavavetri, una  ricercatrice e il suo topo da laboratorio, una leghista anticonformista, una psicologa sull’orlo di una crisi di nervi e una badante alla disperata ricerca di un'identità.
Un affresco di "loro" che ci parlano inevitabilmente di noi, delle nostre paure, della nostra rabbia, del vuoto che ci si è fatto intorno e dentro.
In scena, necessariamente da sola, una giovane attrice camaleontica, la sua mimica, la sua voce, il suo canto, la sua capacità di evocare nel nudo della scena i diversi mondi dei personaggi: il nostro mondo.
 
IL COSTO DEL BIGLIETTO PER LO SPETTACOLO E' DI 5 EURO
che saranno interamente devoluti a Kala Onlus (Il Giardino di Madre Teresa) e Ubuntu.


per info chiamare
Alessia Rotolo 320 9716758
Claudio Arestivo 3479776306

i biglietti sono inoltre acquistabili presso:
Link Officine Mediterranee - Via Roma 443
Ubuntu - Via Fratelli Cianciolo 14 ( pressi Tavola Tonda)
Giardino di Madre Teresa - Piazzetta dell'Origlione
 
 

Il Mediterraneo mistificato del Tao FilmFestival 2011

Doveva essere un CineFilmFestival all’insegna del dialogo interculturale nel Mediterraneo ma a Taormina, purtroppo, di dialogo mediterraneo si è visto assai poco. Modernamente “liquidi” gli enti locali titolari di quella che è stata per decenni una delle principali rassegne cinematografiche nazionali (la provincia di Messina e i comuni di Messina e Taormina), autorelegatisi a bancomat di distribuzione delle ingenti risorse finanziarie che tengono in vita la comatosa kermesse, ci ha pensato il main sponsor privato a imporre logo, ordini del giorno e contenuti alla 57^ edizione del festival in corso nella città siciliana.
 
La Fondazione Roma Mediterraneo del potente cavaliere-avvocato-professor Emmanuele Emanuele, sorta nel 2008 come costola della più nota Fondazione Roma (ex Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, importante azionista Unicredit), dopo le sedi di rappresentanza a Palermo e Rabat e le nuove di Valencia e Istanbul, sembra essere intenzionata a mettere radici a Taormina. La fondazione ha istituito quest’anno il Premio Award allo sviluppo del dialogo interculturale ed all’affermazione di una specifica identità mediterranea che sarà consegnato a un cineasta nella serata finale del festival di Taormina. In ringraziamento, con un ignoto atto amministrativo, le è stata intitolata la principale sala conferenze del palazzaccio dei Congressi, cuore operativo della rassegna cinematografica. Palcoscenico e riflettori invece per il banchiere-finanziere Emanuele, ospite d’onore dell’incontro “L’arte e la cultura in una società senza valori” all’interno del Campus formativo del festival destinato a centinaia di studenti liceali e universitari siciliani e non, grazie al contributo del Ministero della Gioventù. Un incontro in cui si è discusso assai poco d’arte e di cultura e nulla di Mediterraneo ma invece tanto e male di mafia e antimafia, causa la contestuale partecipazione del critico-polemista e sindaco di Salemi (Trapani), Vittorio Sgarbi.
Un’amicizia quella tra Emanuele e Sgarbi coronata dalla collaborazione della Fondazione Roma ad alcuni “progetti culturali” avviati a Salemi dall’attuale sindaco e che oggi si alimenta della mutua collaborazione alla 54^ Biennale d’Arte di Venezia, dove l’avvocato-professore è presidente del Comitato degli intellettuali del Padiglione Italia su nomina del ministro per i beni culturali, mentre il critico Sgarbi è curatore della sezione espositiva italiana. Il lungo sproloquio di Vittorio Sgarbi ha lasciato attonita una parte del pubblico. Adirato dall’ispezione avviata dalla Prefettura di Trapani per verificare l’esistenza di possibili infiltrazioni mafiose nella vita amministrativa della città di Salemi, Sgarbi è andato pesante contro prefetti, questori, giudici e professionisti anti-mafia. “Sono loro i veri mafiosi perché la mafia in Sicilia non esiste ormai quasi più, è lo Stato la vera mafia e l’antimafia, che è assai peggio della mafia, continua ad alimentare la sua leggenda bloccando l’economia dell’isola…”. Il cronista registra, spera inutilmente in uno stop di Emanuele o della direttrice della rassegna e moderatrice dell’incontro, Deborah Young, poi sbotta con un “vergogna, basta parlare così agli studenti” e viene impietosamente tacciato da Sgarbi di “mafioso, mafioso, mafioso, gente come te è la vera mafia in Sicilia” ma finalmente il dibattito-sceneggiata viene dato per chiuso.
Non era certamente andata meglio prima la tavola rotonda sulle “rivoluzioni in nord Africa”. Per imprecisati “motivi tecnici”, gli organizzatori avevano modificato in extremis il programma, dividendo l’incontro in due diversi momenti. Il primo riservato ai giovani e brillanti cineasti Ibrahim El Batout, Habib Attia, Mourad Ben Cheikh, Leila Kilani e Soufia Issami, testimoni diretti del fermento sociale e culturale e dello spirito rivoluzionario che anima le nuove generazioni in Algeria, Tunisia, Marocco ed Egitto. Si è pensato bene però di concentrare l’attesissimo dialogo con il pubblico in poco meno di un’ora, per giunta dopo aver relegato la proiezione dei loro splendidi film (solo “tre e mezzo” le produzioni arabe in programma come amaramente sottolineato dal decano dei critici cinematografici siciliani, Citto Sajia) negli insostenibili orari del dopo pranzo. Il secondo appuntamento, invece, è stato di quasi due ore, una master class del finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, socio di Silvio Berlusconi ed ex delegato ai rapporti istituzionali della Presidenza del consiglio con i capi di stato nordafricani (i “dittatori” Ben Ali e Moumar Gheddafi, tra gli altri). Al festival, tra l’altro, Ben Ammar è stato consegnato per la sua attività di produttore – caso più unico che raro nella storia delle rassegne internazionali - uno dei tre Taormina Arte Award.  Il suo intervento autocelebrativo ha ammaliato il pubblico in sala. Parole commoventi per i giovani nordafricani che sfidano il Mediterraneo per “esercitare il diritto alla libertà e consocere la cultura europea ma ingiustamente respinti dalle politiche migratorie dell’Unione”, lui che il 24 marzo 2011 aveva accompagnato i ministri Maroni e Frattini per stringere una nuova alleanza politico-militare con la Tunisia per ridare il via ai respingimenti in Africa dei migranti. Un’ovazione ha suscitato poi l’annuncio che presto prenderanno il via le riprese di un film interamente dedicato alla storia del venditore ambulante Mohamed Bouazizi che si è ucciso lo scorso dicembre dandosi fuoco e denunciare con il suo sacrificio le violenti repressioni della polizia e dell’esercito di Ben Ali. “Abbiamo il dovere che i nostri figli non dimentichino quanto è accaduto in questi mesi in Tunisia e nel mondo arabo e dello storico processo di affermazione dei valori di libertà e democrazia”, ha dichiarato Ben Ammar.
Un’ora prima i giovani registi nordafricani si erano detti però un po’ meno ottimisti sulla linearità dei processi rivoluzionari in atto.  “Il padrone è andato via ma i cani del padrone sono rimasti, abbaiano forte e cercano ancora di mordere”, ha spiegato il tunisino Mourad Ben Cheikh, autore del documentario Plus jamais peur  (Mai più paura) su quanto accaduto in Tunisia nelle tragiche giornate del gennaio 2011. Modi antitetici di intendere la storia, la libertà, la democrazia e il cinema, che hanno costretto il FilmFestival ad evitare che si sedessero allo stesso tavolo registi e produttori indipendenti arabi e il magnate franco-tunisino. “Sì, è vero, ho lavorato per decenni in Tunisa sotto il governo di Ben Alì, ma è stata una scelta di realpolitik tesa a salvaguardare i miei affari e i salari delle maestranze, gli oltre 750.000 tunisini che in tutti questi anni ho impiegato per le produzioni dei miei kolossal”, si è giustificato Ben Ammar. “La location n nord Africa delle produzioni europee e nordamericane consente di ridurre le spese e ridistribuire ricchezza”, spiega il finanziere, omettendo che proprio le delocalizzazioni e le politiche neoliberiste imposte dalla finanza transnazionale hanno spinto centinaia di migliaia di giovani arabi a lottare per le “rivoluzioni democratiche”, come magistralmente documentato dallo splendido film Sul la planche della regista marocchina Leila Kilani presentato a Taormina, con al centro la decomposizione del tessuto economico e sociale generata dalla grande zona franza di Tangeri  (una coproduzione Marocco-Francia-Germania).
Tarak Ben Ammar, a differenza del socio e amico Silvio Berlusconi, respinge l’idea di buttarsi nell’agone politico, scegliendo di governare il paese in odo sommerso, attarverso il controllo dei canali finanziari, dell’economia e soprattutto dei nuovi media “indipendenti”. “Sono un uomo di cultura, non amo la politica e escludo categoricamente di coinvolgere la mia persona e la mia vita nelle competizioni elettorali”, ha dichiarato Ben Ammar, “onorato” di poter lanciare proprio da Taormina il suo nuovo kolossal Black Gold (Oro Nero), incentrato sulla “scoperta” del petrolio nel regno di Arabia ma interamente girato in Tunisia dal regista Jean-Jacques Annaud e dall’attore Antonio Banderas. “Il cinema deve produrre denaro”, spiega Ben Ammar. “La Tv è la banca del cinema e sono le banche che finanziano le Tv e ciò spiega perché ho scelto di fare ingresso nel sistema bancario internazionale e divenire membo del consiglio di amministrazione di Mediobanca”. Se poi c’è spazio, ma senza disturbare i manovratori, può subentrare anche la “cultura”…
Si annuncia ancora più cinico e lacerante l’epilogo del FilmFestival del Mediterraneo negato, dimezzato e più volte mistificato da organizzatori e certi ospiti “di peso” della kermesse taorminese. Stasera, nello splendido scenario del teatro greco, la Fondazione Roma Mediterraneo di Emmanuele Emanuele consegnerà il suo Award al dialogo interculturale al regista palestinese Elia Suleiman, autore di importanti film di denuncia sulla condizione di un popolo oppresso da ormai 64 anni di occupazione israeliana. Riconoscimento meritato, peccato che tra i membri “d’onore” del comitato scientifico della fondazione per “la cooperazione culturale ed economica nel bacino mediterraneo” compaia l’ex ambasciatore d’Israele in Italia, Avi Pazner, portavoce per decenni dei più guerrafondai governi della storia nazionale e strenuo oppositore delle risoluzioni ONU che invocano il ritiro militare dai territori della Cisgiordania pre-1967. Le organizzazioni non governative che compongono il coordinamento italiano per il boicottaggio d’Israele hanno chiesto da Elia Suleiman di disertare il “tappeto rosso” di Taormina esprimendo ancora una volta il proprio sostegno alla lotta palestinese. Dall’area dello Stretto, con una lettera aperta, la Rete No Ponte ha chiesto al regista di rifiutare un “premio maledetto”. Un mese fa uno striscione in memoria del pacifista Vittorio Vik Arrigoni apriva a Messina il corteo nazionale contro il progetto di realizzazione del ponte sullo Stretto. “Restiamo umani”, si leggeva, come il titolo del suo blog che per lungo tempo ha testimoniato i crimini israeliani a Gaza. Come la recente operazione “Piombo fuso” o il sanguinoso assalto alla Gaza Flottilla che l’ex ambasciatore Avi Pazner ha rivendicato e giustificato di fronte alla stampa e alla diplomazia mondiale. Elia Suleiman non ha ancora risposto. A Taormina è atteso tra un paio di ore. Ma c’è ancora chi spera in un doveroso atto di obiezione, in nome dei diritti e della dignità umana e della pace giusta in Medio oriente.

Le parole creano mondi > Respingimenti

respingimenti : la resistibile ascesa di una parola di regime

pina piccolo

Impugnata a mo’ di randello dal ministro degli interni Maroni, dal 6 maggio 2009, la poco elegante parola respingimenti si è imposta con prepotenza nel lessico italiano. In molti si augurano che non prenda piede radicandosi nel vocabolario e nella Weltaschaaung italiana, come purtroppo è invece avvenuto per altri termini relativi al fenomeno migrazione, come l’apparentemente spiritoso ma denso di eurocentrismo “vúcumprà”, l’asettico-sociologico flussi migratori, o il grondante di “eau de questura” permesso di soggiorno.

Respingimenti: in origine parola dalla forte connotazione burocratica, evoca file di impiegati operosi alle prese con pile di pratiche su cui appongono dei timbri. Tra aloni d’inchiostro a stento si decifra su alcune la parola “ammesso” e su altre “respinto”, mentre in alto, sopra uno scaffale, un faldone polveroso reca la dicitura “Respingimenti” - termine astratto che vorrebbe r/accogliere l’intera categoria oscurando le ben più concrete singole vite dei respinti. Respinti, parola che a sua volta ha un non so ché di scolastico, fa pensare ad una bocciatura, a una lunga fila di compagni di classe poco studiosi che abbiamo perso di vista l’anno successivo alla loro condanna, e che oggi con dicitura forse ancor meno elegante e decisamente più pragmatica, presa di peso dall’americano “loser”, verrebbero definiti “perdenti”. Un passaggio semantico in linea con una visione del mondo da periferia dell’impero agli albori del XXI secolo ormai secoli lontana dal “ciclo dei vinti” di verghiana memoria, da agognati riscatti del proletariato o da reminiscenze evangeliche sugli ultimi che saranno i primi.

In epoca pre-maroniana, la parola “respingimenti” poteva riportare alla mente una qualche poesia neo-classica/romanticheggiante, forse un epigono di Monti o di Foscolo che verseggiava sui “respingimenti” sofferti da uno spasimante poco fortunato il cui ardore fosse stato rifiutato/respinto da una caparbia amata circondata da crinoline. Certo non poteva fare venire in mente barconi di africani disperati rimandati da gendarmi europei a soffrire le pene dell'inferno in paesi poco ossevanti dei diritti umani come la Libia.

Ma invece no, dal 6 maggio, il vocabolo è irrotto con prepotenza nel territorio semantico di quella “push/pull” teoria della migrazione del geografo inglese Ernest Ravenstein che utilizzò dati demografici dell’Inghilterra e del Galles per elaborare la sua teoria esposta nel libro “Laws of Migration” (1889). Inizialmente la teoria si riferiva alle migrazioni interne, ed è stata rielaborata in epoca più recente da Everett S. Lee (1966) in contesto di migrazioni internazionali. La teoria ipotizzava che la migrazione fosse governata da un meccanismo di “push-pull” cioè dei fattori che “spingevano” (push) il migrante via dalla terra d’origine e altri che lo “attraevano” (pull) verso un’altra destinazione. Una teoria che, nonostante i limiti, potrebbe fornire degli elementi per capire quei fattori che spingono via dai più diversi paesi del Sud del mondo -- miseria, dittature, guerre, torture – e quelli che invece attraggono verso i centri ricchi del mondo – migliori prospettive economiche, relativa protezione da regimi autoritari, assenza di guerre. Grazie al contributo berlusconiano siamo adesso pionieri nella pratica del push-pull-push back, un’innovazione che è in chiara violazione della Convenzione di Ginevra sul diritto all’asilo e della quale c’è poco da andare fieri.

È interessante notare la difficoltà linguistica suscitata da questa parola nella traduzione in articoli della stampa internazionale. Il termine “respingimento” viene tradotto in francesce “refoule” che richiama di più “represso” (cioè quello che, secondo il trattato di Ginevra, non bisognerebbe fare a potenziali rifugiati), mentre invece nei giornali di lingua inglese utilizzano la parola “deportation”, anche se gli Stati Uniti non sono esenti da simili politiche con riguardo agli haitiani i cui barconi sono ormai da decenni tranquillamente “returned” o “pushed back” da dove sono venuti (anche in epoca clintoniana o obamiana).

Sono ormai alcuni anni che la logica del push-pull non fa presa sull’ethos sviluppatesi nel periodo craxiano per una grande fetta della popolazione italiana che in quello specchio deformante si riconosce. In preda ad amnesia storica, milioni di italiani adulti hanno dimenticato che milioni di loro connazionali, non delinquenti, a cavallo tra ottocento e novecento hanno lasciato l’Italia per le Americhe (spinti o da necessità economica o dallo stato autoritario, basta ricordare le migliaia di anarchici che sono andati in esilio o in America o in altre parti del mondo), che durante il periodo fascista un gran numero di fuoriusciti (un chiaro richiamo al fattore “push”) si era rifugiato in paesi più ospitali d’Europa o d’America, e che dagli anni 50 molti hanno cercato fortuna in altri paesi d’Europa, chi per motivi economici, chi per poter studiare o fare passi avanti nella carriera non condizionati dai clientelismi che contraddistinguono la situazione italiana (seppur non riconosciuta come tale, la fuga di cervelli è anch’essa una forma di migrazione che segue meccanismi di push-pull). Lo specchio deformante, che ha radici nel periodo craxiano ma che si è insediato con il massimo della volgarità in epoca berlusconiana, rimanda l’immagine di un’Italia come paese in cui si sta bene (a parte qualche sacca di degrado principalmente nel sud) che attirerebbe orde di malintenzionati attratti dal pugno poco fermo dei politici italiani e dal buocuore e disponibilità degli Italiani “buona gente”. Da qui a quello che è successo il 6 maggio il passo è breve. In quella data, infatti, la parola si sposta da polverosi scaffali e crinoline ottocentesche a barconi nel mediterraneo, gli stessi che solo qualche settimana prima brulicanti di umanità varia erano stati oggetto di scaricabarilato tra Malta e Italia, mentre disidradati centinaia di africani dalle varie tonalità di pelle aspettavano in balia del fato e delle onde. Nel trasbordo da una nave all’altra una di loro, la diciottenne Esceth Ekos, era scivolata tra i flutti e annegata. Il corpo recuperato era stato sistemato in un telo a poppa, una specie di Nike inversa simbolo della depredazione e sconfitta di un’intero continente e denuncia delle responsabilità dell’occidente. Vista da questa prospettiva, la parola sembra essere entrata in un territorio a cui non appartiene.

La nuova accezione della parola “respingimenti” è approdata nel lessico italiano dunque solo qualche settimana dopo l’episodio di cui sopra, quando con mossa fulminea, il tiranno che spadroneggia su un’altra isola del mediterraneo, dove con cadenza settimanale dall’aria fa sbarcare a spese dei contribuenti giullari e odalische, forte dell’entrata in vigore del Trattato Italia-Libia, ha decretato la fine dei tentennamenti riguardo gli sbarchi di africani sulle coste italiane. Ai mesi di martellamenti ideologici ad opera della stampa e delle tv a lui asservite e alla discussione dei decreti e disegni di legge come il pacchetto di sicurezza o le ronde, è seguita una escalation di episodi di crudeltà da parte dell’italica gente che va dagli incendi appiccati ai campi Rom, all’indifferenza dei bagnanti per le ragazzine Rom annegate, all’uccisione di Abba, alla strage di africani a Castelvolturno, all’aggressione da parte della polizia di Immanuel Bonsu a Parma, al rogo del migrante indiano nella stazione di Terni e innumerevoli altri episodi ad ogni latitudine del paese. Una volta appurato il “consenso” di larga parte della popolazione, il governo si è sentito libero di fare quest’ulteriore passo avanti, nonostante le critiche dell’ONU, degli organismi per i diritti umani e a livello internazionale. E da qui a “respingimenti” di altri elementi scomodi, che magari non arrivano in barconi ma sono già residenti sull’italico suolo il passo potrebbe essere breve. Invece che respingimenti verso la Libia, si potrebbe ritornare a respingimenti verso il confino o alle isole di mussoliniana memoria.

In inglese l’assonanza tra le parole “words” e “worlds” rende ancora più evocativo il concetto “words create worlds” (le parole creano mondi), un’idea che trova universale risonanza nell’importanza attribuita alle parole e ai proverbi nella cultura africana, nella bibbia (“La morte e la Vita stanno nel potere della lingua”, è scritto nel Libro dei Proverbi), e, in un contesto “moderno” nel concetto lacaniano di linguaggio non come mero strumento per la rappresentazione della realtà ma come elemento di fondo della sua strutturazione. Da questo punto di vista adottare e accogliere un termine come respingimenti significa quindi partire dal linguaggio per preparare il terreno (mondo) in cui sia normale “re-spingere” altre persone verso destini poco felici assolvendoci da ogni responsabilità per quello che li attende sull’altra sponda.

Il rischio è che se non si pone freno e non si fa emergere un largo dissenso verso il dilagare di questo spirito di violenta chiusura, un termine come “respingimenti’ si sedimenterà nel lessico e nella coscienza italiana, rendendolo normale come un altro termine a cui ormai ci siamo assuefatti: i cosidetti “danni collaterali”. O storicamente a un altro termine che l’italiano ha regalato al lessico modiale: la parola ghetto. Il fatto che le vittime civili abbiano ormai cambiato nome per essere avvolte in in sudario di malevolo tecnicismo, potrebbe suggerire che accettando la parola “respingimenti” oltre a decretare ulteriori malanni e torture a migliaia di persone già provate e represse, ci abitueremo a mascherare con tali neologismi la vocazione a infierire sui più deboli, rassegnandoci all’inaugurazione di un’altra stagione di tolleranza verso la repressione.


1Da un’esauriente esposizione pubblicata in Melting Pot Europa del 13 maggio 2009, http://www.meltingpot.org/articolo14502.html: Il “”principio del non respingimento (non refoulement) è uno dei principi cardine del diritto internazionale del rifugiato e può essere sintetizzato come il divieto che il richiedente asilo o il rifugiato sia respinto verso luoghi ove la sua libertà e la sua vita sarebbero minacciati. Molteplici sono gli strumenti di diritto internazionale che codificano tale principio, in primis la Convenzione di Ginevra relativa allo Status dei Rifugiati del 1951 che all’art. 33 proibisce che un il richiedente asilo o il rifugiato sia espulso o respinto in alcun modo “ […] verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.” (4) Lo stesso principio è riaffermato sia direttamente che indirettamente da numerose Convenzioni Internazionali in difesa dei diritti umani, sia a livello universale(5) che a livello regionale.”



sabato 18 giugno 2011

24 giugno, Roma: Come l'arte di costruire ponti

Cari amici, con grande piacere vi invitiamo all'evento
promosso da Asinitas Onlus, Cemea del Mezzogiorno,
Centro territoriale Mammut, in collaborazione con gli Asini:
come l’arte di costruire ponti
venerdì 24 giugno ore 18:30 - Scuola Asinitas, via Ostiense 152/b
 
presentazione del libro
Come partorire un Mammut (e non rimanere schiacciati sotto)
antologia di pratiche, modi, strumenti, visioni e intuizioni dell'intervento pedagogico
a cura di Giovanni Zoppoli - centro territoriale Mammut Napoli

Il centro territoriale Mammut, è nato nel 2007 a Scampia,
con l'obiettivo di realizzare percorsi educativi rivolti a bambini, ragazzi e adulti
caratterizzati dalla eterogeneità di provenienza sociale e politica.

Il lavoro metoldologico svolto in questi quattro anni trova racconto nel libro.
 a seguire, presentazione del libro
Sotto della luna
un anno di scuola ad Asinitas