Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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sabato 12 aprile 2014

Cittadinanza: Una storia al giorno

Corriere delle migrazioni

8 aprile 2014

La proposta per una nuova legge di cittadinanza “giace” in Parlamento e sembra esserci poco interesse a riprenderla in mano. Per contrastare questo colpevole oblio, un gruppo trasversale di parlamentari (ne resta fuori solo la Lega), con il supporto di enti impegnati nella tutela dei diritti dei minori e della società civile (Unicef, Garante per l’infanzia, campagna l’Italia sono anch’io, Rete G2 e molti altri), su proposta dell’ex ministro Cécile Kyenge, ha deciso di avviare una singolare iniziativa. «Ogni giorno, finché in questa stessa aula non sarà discussa la nuova legge, racconteremo la storia di un ragazzo o di una ragazza ancora senza cittadinanza», spiega Kyenge. «Sono storie di speranze, dolori, peripezie burocratiche, disillusioni, storie di tutti i giorni, fatte anche di successi in salita ma successi, ancora più veri e specchio della loro voglia di essere italiani». Come quella di Samira, che è stata letta dalla deputata Fucsia Nissoli Fitzgerald. eletta nella circoscrizione America Settentrionale e Centrale – Gruppo Per L’ Italia.

Questa è la storia di Samira , attivista della Rete G2, nata a Roma nel 1980 da madre filippina e padre egiziano, al compimento dei 18 anni non fece richiesta della cittadinanza italiana. Non fece domanda, perché si sentiva italiana dalla nascita. Così Samira denunciava la sua situazione nel 2007: «Ho una laurea come assistente sociale e lavoro per uno sportello informativo sull’handicap del Comune di Roma. Dopo un contratto a tempo determinato me ne hanno fatto uno a progetto mentre tutte le mie colleghe hanno avuto un contratto a tempo determinato, più lungo e che da più tutele rispetto a me. E questo non per mie incapacità professionali ma perché non ho ottenuto il passaporto italiano e le leggi sono poco chiare. A 18 anni non avevo fatto domanda per diventare cittadina italiana. Nessuno me lo aveva detto. Così ora, nonostante la mia laurea, il Comune non mi assume perché sono una cittadina filippina. Io sono nata qui e sono sempre vissuta qui. Mi considero italiana eppure devo accontentarmi di meno soldi e garanzie e fare causa al Comune per discriminazione».

Samira è morta il 20 febbraio del 2010 sempre a Roma a soli 29 anni, prima che il giudice decidesse sul suo caso. Il problema di Samira Mangoud, come di molte seconde generazioni, è quello di non sapere di dover richiedere la cittadinanza italiana tra i 18 e i 19 anni , come previsto dalla legge per l’acquisizione della cittadinanza italiana per i figli di immigrati extracomunitari. Di conseguenza, Samira è rimasta cittadina straniera in un paese a lei non affatto estraneo, visto che era l’unico dove avesse mai vissuto.

lunedì 6 dicembre 2010

6 dicembre, Palermo: Convegno e Festa sulle Seconde Generazioni a Palermo


Convegno e Festa insieme Seconde Generazioni Anolf Palermo

lunedì 6 dicembre - 10.00 - 23.30

SALA DELLE LAPIDI - PALAZZO DELLE AQUILE - PALERMO

Una sola terra, un popolo dai diversi colori. Per politiche migratorie innovative. Il diritto alla cittadinanza, il dovere della cittadinanza attiva.

venerdì 22 ottobre 2010

Fino al 28 febbraio, Italia: Concorso letterario "Seconda Generazione"

“Seconda generazione”: Fazi Editore lancia il concorso letterario in collaborazione con il Salone del Libro di Torino.

Fino al 28 febbraio 2011 sarà possibile inviare romanzi, memorie o raccolte di racconti inediti. L’annuncio dell’opera vincitrice sarà dato nel corso del Salone del Libro di Torino del 2011.

Il concorso letterario indetto da Fazi Editore è dedicato ai migranti di seconda generazione. Alle persone, cioè, originarie di altri Paesi o nate in Italia da genitori emigrati, che vivono ormai da numerosi anni o hanno compiuto il percorso scolastico nel nostro Paese. Possono partecipare tutti, senza limiti di età, presentando alla Fazi Editore i propri romanzi, memorie o raccolte di racconti inediti, non per forza opere prime, scritti in italiano. Il concorso è arrivato alla sua seconda edizione ed è patrocinato dal Salone del Libro di Torino.

C’è tempo fino al 28 febbraio 2011 per inviare i propri lavori insieme ad una lettera di accompagnamento contenente una breve nota biografica e i recapiti dell’autore. Il tutto dovrà essere spedito per posta, e indicando sulla busta “Concorso seconda generazione” a:

Fazi Editore, via Isonzo, 42 c
00198 Roma

Una giuria composta da critici letterari e figure di spicco del mondo della cultura sceglierà entro il 30 aprile il vincitore.
L’annuncio dell’opera vincitrice sarà dato nel corso del Salone del Libro di Torino del 2011. Il premio sarà la pubblicazione dell’opera e un anticipo di 3 mila euro sul contratto di edizione.

Bando e regolamento sono consultabili sul sito http://www.fazieditore.it/

e-mail: secondagenerazione@fazieditore.it

mercoledì 14 aprile 2010

23 aprile, Palermo: Convegno "Italiani. Giovani di origine straniera in Italia. Cittadinanza, diritti, identità


---ITALIENI---
Giovani di origine straniera in Italia
Cittadinanza, diritti e identità
Venerdì, 23 aprile 2010
ore 9.30/18.30
Facoltà di Giurisprudenza, Palermo


Il convegno, che si terrà alla facoltà di Giurisprudenza, il 23 aprile, affronta il tema assai attuale e discusso di un eventuale ripensamento della cittadinanza a fronte di un'immigrazione sempre più stabile e soprattutto della crescente presenza di giovani di origine straniera nel nostro territorio.
Scorrendo i nomi dei relatori ci si potrà accorgere di una peculiarità di questo convegno, oltre agli interventi di Clelia Bartoli, docente di diritti umani, di Giuseppe Verde, preside della facoltà, e di Angela Maria Di Vita, docente di psicologia dinamica, gli oratori sono tutte persone di origine straniera cresciute in Italia.

In preparazione di questa iniziativa è stato infatti costituito un gruppo di lavoro in cui i diretti interessati, non già quali oggetti di studio, ma come soggetti attivi nella ricerca riflettessero a approfondissero la questione.

La partecipazione è aperta a tutti e prevede l'assegnazione di 2 CFU agli studenti di Giurisprudenza.

Per maggiori informazioni contattare:
Clelia Bartoli
cleliabartoli@libero.it - 3293962534

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domenica 21 marzo 2010

TALEA: dal 3 al 13 giugno 2010 fioriscono nuovi talenti

TALEA - G2 LEADERSHIP SUMMER SCHOOL è un percorso formativo di alto livello, che si svolgerà presso

Eremo dei Camaldoli (AR), dal 3 al 13 giugno 2010.
Dieci giorni di full-immersion, riservati alla seconda generazione e a immigrati che vogliono affinare la propria preparazione.
I corsi sono riservati a Dottorandi con il massimo dei voti, giovani talenti in cammino su percorsi di eccellenza e giovani imprenditori iscritti agli albi.
È possibile iscriversi fino al 15 aprile, tramite il form disponibile sul sito http://talea.cisiamo.eu/  o via fax al 02/97382867.
La domanda dovrà essere accompagnata da un curriculum vitae firmato. È previsto un numero massimo di 25 partecipanti (tutti borsisti).

TALEA nasce come iniziativa della FONDAZIONE ETHNOLAND e il suo ideatore, nonché Presidente della Fondazione, il dottor Otto Bitjoka, ha inteso promuovere una sfida che è già un oltre rispetto al solito concetto di integrazione: dare vita ad un progetto formativo in grado di far germogliare i talenti e le peculiarità dei nuovi italiani. << Sono convinto che la dimensione multiculturale non possa che diventare un moltiplicatore di energie, una leva competitiva potentissima, in grado di dare nuova linfa al Sistema Paese. Chi viene da lontano è ricco di originalità, esperienze, cultura e abitudini sociali diverse, che costituiscono un patrimonio incredibi le, in attesa soltanto di essere espresso e tradursi in consapevolezza di sè e competenze. A Camaldoli, luogo simbolo di cultura e di speranza di cambiamento, getteremo le basi della leadership del futuro: per creare oggi, la classe dirigente di domani. Insomma, un capitale che ha il volto dell’umano>>.

Dunque, un percorso virtuoso che sta ad indicare il senso di un esserci consapevole principio fondativo di quel processo ormai irreversibile di inclusione. Vale a dire, una normalità work in progress. Ecco allora che la frase di San Francesco, patrono d’Italia, sintetizza magnificamente questo procedere che desidera incidere nella storia dentro le vicende della quotidianità:

<<Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile.>>

Per maggiori informazioni:
talea@cisiamo.eu
tel. 02 97 38 28 66
fax 02 97 38 28 67
Uffici: Via Settembrini 60 20124 Milano
Orari: lun-ven ore 9.30-13.30 / 14.30-18.30
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martedì 23 febbraio 2010

27 febbraio, Palermo: Liberi tutti - Migranti, tra diritti e occupazione



            LIBERI TUTTI - MIGRANTI, TRA DIRITTI E OCCUPAZIONE
           Palermo, Circolo ARCI Blow Up - 27 febbraio 2010, h 18,30


Quando si parla di stranieri residenti in Italia, quasi sempre l’accento viene posto sul tema della sicurezza, creando così un legame diretto tra immigrazione e problemi di ordine pubblico. Eppure, stando alle statistiche, questo legame ha pochissime ragioni d’esistere. Piuttosto, sarebbe opportuno cominciare a parlare degli scarsi investimenti fatti dallo Stato e dagli enti locali sul fronte dell’integrazione e dell’inclusione sociale. Così procedendo, si potrebbe anche affrontare la questione dell’implementazione dei diritti di quella larghissima fascia di lavoratori stranieri che, in quanto a garanzie di welfare, scontano un forte deficit rispetto ai loro colleghi italiani. E se proprio si volesse seguire il buon senso, bisognerebbe anche cominciare ad abbattere la distinzione (linguistica e giuridica) tra “italiani” e “stranieri nati in Italia”. Il punto da cui partire, infatti, non può essere più quello della mera accoglienza: si tratta, semmai, di affrontare con decisione l’inclusione di una fascia di popolazione “italiana” che ha toccato quota 500 mila (tanti sono i figli di stranieri nati nel Belpaese).

Solo all’Università di Palermo, oggi ci sono quasi 300 studenti della cosiddetta “seconda generazione” di stranieri. E sono proprio loro i protagonisti di “Liberi tutti”, di questo periodico d’informazione nato nell’ambito del progetto “Instrada” e finanziato dall’ateneo del capoluogo siciliano. Si tratta di una rivista che racconta storie di vita, disagi e problematiche delle comunità straniere e che è stata scritta interamente dai figli di queste comunità. A loro, abbiamo demandato il compito di raccontare la città, la “loro” città.

Lo abbiamo fatto per due ragioni. La prima riguarda il mondo dell’informazione, dove troppo spesso gli afflati umanitari e gli impeti nazionalistici e simil razzisti si scontrano, generando confusione e travisando la realtà. La seconda ragione riguarda il messaggio che vogliamo lanciare: il fatto di aver dato voce agli “stranieri di seconda generazione” non ha alcuna pretesa politica. Piuttosto, è una provocazione che abbiamo voluto lanciare per mettere in risalto il paradosso di un Paese che considera ancora “straniera” una larghissima fetta di popolazione “italiana”.

Per questo, la nostra speranza è che, una volta superato il paradosso, la redazione di “Liberi tutti” venga definita per quella che è: una redazione di giovani studenti palermitani che parla di Palermo e dei suoi deficit di cittadinanza.

ORE 18,30 - Presentazione Rivista e Dibattito

Intervengono:

Rita Borsellino
(Eurodeputato e Presidente Un'altra Storia)

Roberto Mazzarella
(Centro Studi e Documentazione sulle Migrazioni del comune di Palermo)

Aurelio Angelini
(Docente dell'Università degli Studi di Palermo)

Fulvio Vassallo Paleologo
(Docente dell'Università degli Studi di Palermo)

Tindara Ignazzitto
(Comitato Sciopero 1 Marzo)

Anna Bucca
(Presidente ARCI Sicilia)

Mohammed Abdul Fatha
(Responsabile ambulatorio Emergency)

Zaher Darwish
(Responsabile Immigrazione CGIL)

Mimmo Di Matteo
(Responsabile ufficio Stranieri CISL Palermo)

ORE 20,00 - Aperitivo

ORE 22,00 - Gli "Hank" in concerto e a seguire DJ BASH

Vi aspettiamo numerosi!

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domenica 8 marzo 2009

Comunicare con gli immigrati di seconda generazione

Un saggio di Giampietro Vecchiato, Vice Presidente FERPI, sull’integrazione dei migranti e dei loro figli (la seconda generazione) che affronta il tema del rapporto generazionale e dei valori e tradizioni degli stili di vita.

“Quando perdiamo mi sento un fallito, quando vinciamo mi sento in colpa!”
Charlie Brown, citato da Paolo Branca, Il Sole 24 Ore

Doppio livello, doppio standard: questo sembra essere il nostro approccio all’integrazione sia dei migranti che dei loro figli (la seconda generazione).
Una doppia lettura che sembra condurci in un vicolo cieco, non solo psicologico.
Facciamo di tutto (anche se spesso solo a parole) per la loro integrazione ma, nel caso in cui questa avesse successo, finiremo con il pentircene. Un pentimento derivante da un profondo senso di tradimento della nostra identità, della nostra storia, della nostra cultura. Ma anche se andiamo a leggere le “seconde generazioni” non abbiamo risposte meno ambigue e complesse.
Randa Ghazy, in Yalla Italia, afferma di non vergognarsi della sua diversità, ma neppure di non riuscire ad accettarla pienamente. Hassan Brueno afferma invece che “il rapporto tra generazioni diverse crea un confronto tra tradizione e modernità, tra visioni della vita e del mondo che possono essere anche molto diverse tra loro”.
Diffidenza. Conflitto. Esclusione. Indifferenza. Ricerca della propria identità. Queste sembrano essere le parole-chiave che caratterizzano il rapporto generazionale a tutte le latitudini.
La domanda è: è possibile conciliare valori e tradizioni diverse con la modernità e gli stili di vita che si vanno diffondendo? Certamente non è semplice, ma personalmente ho sempre apprezzato la cultura del dialogo e del confronto. Può bastare?

1. La diversità: una ricchezza collettiva
“Non turbare mai l’identità degli altri”. Con queste parole il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi aveva affidato l’incarico di Responsabile dell’Informazione e della Comunicazione del Quirinale a Paolo Peluffo, all’inizio del suo mandato. Una particolare richiesta di attenzione che rispecchia una volontà umana e politica di rispettare e di accettare gli altri, così come sono. Ma è sempre così? Sappiamo che la diversità è difficile da accettare e anche se la globalizzazione ne ha sviluppato la consapevolezza, non ha inciso né sulle nostre idee (che restano piene di pregiudizi e di preconcetti), né tanto meno sui nostri comportamenti.
Le diversità sono ancora più difficili da accettare quando toccano i valori nei quali crediamo e che costituiscono gli elementi di base della nostra identità collettiva: la religione, il sesso, le tradizioni, il colore della pelle, ecc. In questi casi si scatenano “conflitti di valore” irrisolvibili e che difficilmente possono trovare mediazione o negoziazione. Eppure la diversità è diventata una caratteristica della nostra società e l’accettazione dell’altro dovrebbe essere vissuta come un’opportunità e non come un vincolo. Ma per trasformare la diversità in opportunità è necessario che tutti si impegnino (indigeni e migranti), per il superamento di vecchi e radicati stereotipi; è necessario mettersi in ascolto dell’altro, capire le sue necessità, i suoi desideri, i suoi sogni. Senza sensi di colpa, né falsi buonismi, parlando di diritti ma anche di doveri, cercando ciò che ci unisce ma anche ciò che ci distingue e caratterizza.
Lavorare con la diversità pone una nuova sfida anche al mondo delle relazioni pubbliche e richiede un nuovo approccio alla comunicazione fatto di responsabilità individuale e sociale, di trasparenza, di creatività, di rispetto, di cultura del dialogo, dove i diversi target non sono solo “bersagli” da colpire, non sono solo “consumatori” da persuadere, ma “persone” ricche di valori, inserite in diversi e variegati sistemi di relazione.
Questa la sfida che vedrà impegnati nei prossimi anni i professionisti della comunicazione: costruire relazioni con tutti i pubblici, con tutte le diversità. Dovremo quindi cercare sempre più e meglio come sia possibile dialogare e comunicare per la diversità (come valore in sé), con le diversità (in tutte le loro dimensioni), nella diversità (adottando, cioè, canali e strumenti utili e coerenti). Partendo dall’affermazione di A. Jacquard secondo il quale “la nostra ricchezza collettiva sta nella diversità. L’altro, sia esso individuo o società, ci è prezioso nella misura in cui ci è dissimile”.

2. Crescere nella diversità
Come accennato, l’accettazione del confronto con la diversità assegna una grande responsabilità ai comunicatori, che devono saper affrontare e decifrare correttamente la diversità.
Se vogliamo costruire un mondo di comprensione e collaborazione dobbiamo imparare non soltanto a convivere con la diversità, ma ad abbracciarla. La comunicazione è infatti il cuore di una società costruita sul rispetto e sulla comprensione degli altri. È quindi importante che siano proprio i comunicatori a comprendere bene la diversità.
In un sistema di relazioni in cui dall’omologazione si è passati a marcare consapevolmente i propri tratti distintivi e la propria identità dalla massa, la comunicazione nella e con la diversità assume un ruolo decisivo e l’obiettivo diventa quindi quello di promuovere il valore della diversità. La consapevolezza del valore e dell’efficacia della comunicazione e delle relazioni pubbliche per affermare questo principio si sta sempre più diffondendo nella nostra società. E anche le imprese, tradizionalmente “lente” nel cogliere i segnali provenienti dalla comunità, si stanno attrezzando per affrontarla non fosse altro per la necessità di far convivere collaboratori provenienti da diversi Paesi, con lingua, cultura, religione e tradizioni completamente differenti.
Recenti studi sull’argomento hanno evidenziato come una politica orientata verso la diversità in azienda aiuti non soltanto le persone ad esprimere meglio le proprie potenzialità, ma anche l’impresa stessa a migliorare le proprie performance.
La Commissione Europea ha preparato una relazione sui vantaggi della “diversità” sul posto di lavoro. Lo studio evidenzia come le imprese orientate alla diversità siano in grado di impiegare al meglio i propri collaboratori, di aprirsi a nuovi mercati, di ridurre i costi e di migliorare i propri risultati. Un dato particolarmente interessante sta nel fatto che due terzi delle imprese esaminate hanno dichiarato che il tema della diversità le ha aiutate a migliorare la propria reputazione e più della metà che la sensibilità verso questo tema è servito ad attrarre e a mantenere personale di talento.
La diversità è quindi una ricchezza, un valore aggiunto per le organizzazioni e valorizzare la diversità significa anche aiutare le persone ad assumere uno spirito imprenditoriale, esprimendo la propria capacità di iniziativa e la propria creatività. Allo stesso tempo significa saper esprimere le proprie conoscenze e saper mettere in comune i diversi saperi e le esperienze acquisite. Distinguersi attraverso il proprio patrimonio intellettuale crea per l’azienda un valore aggiunto unico ed inimitabile. La diversità non è quindi un problema, ma un’opportunità e le organizzazioni che vogliono avere successo devono prenderne coscienza e saperla gestire.

3. Ripartire dal dialogo
“Avete compreso e messo in pratica l’idea che siamo tutti parte di un insieme? Vi siete convinti che se una cellula di un organismo non si relaziona con le altre finisce con il distruggere se stessa insieme con l’organismo intero?” Italo Calvino ci introduce in una lettura sistemica dell’ambiente e della comunità. Un quesito provocatorio su cui riflettere e una visione congiunta di individuo e società, di uno e dei molti che costituiscono l’insieme.
Soggetti diversi, nell’essenza e nella natura, con esigenze e caratteristiche proprie non sempre facilmente conciliabili. Ma irrimediabilmente abitanti dello stesso contesto, dello stesso ambiente, accomunati da tempi e luoghi e dalla continua scarsità delle risorse. La lotta per la soddisfazione dei propri bisogni, allontanandosi dalla visione primitiva, è stata oggetto degli studi sociali che hanno portato alla nascita stessa dell’economia, identificata oggi come la scienza della soddisfazione del fabbisogno attraverso lo scambio.
L’economia è nata con l’uomo in quanto essere capace di scelte consapevoli di scambio a seguito del ragionamento. E il ragionamento porta ogni uomo a sentirsi uguale e diverso dagli altri allo stesso tempo. Nel dualismo distinzione-omologazione risiede il conflitto primario. Essere migliori, speciali, superiori e invincibili, con l’orgoglio della diversità in termini positivi ed elevativi. Ma al tempo stesso essere parte di un insieme, di un gruppo omogeneo e ovviamente vincente, per non essere additato ed escluso perché elemento disarmonico.
Forse per una volta si potrebbe essere furbi nel vero senso della parola e capire che nella diversità ci sono molti vantaggi. Ciò che non si omologa può fornire stimoli nuovi e opportunità interessanti, impreviste e magari arricchenti. Ma per coglierle è necessario mettersi in ascolto di ciò che è esterno a noi, capirne necessità, desideri, paure e caratteristiche, in un continuo gioco di analogie e differenze. In questo terreno può crescere allora un’economia interculturale, uno spazio in cui per definizione le diverse identità sono riconosciute con rispetto e valorizzate per creare innovazione sociale, economica, scientifica e artistica.
Fare intercultura significa allora in primo luogo mettersi in comunicazione con gli altri nel senso più completo del termine, nel duplice percorso di ascolto e di condivisione. Il dialogo è una responsabilità soprattutto individuale ed è sicuramente una sfida in termini di trasparenza e di creatività, di rispetto e di innovazione. Cultura sociale, economica ma soprattutto personale, per conoscere l’altro e parlare con l’altro.

4. Il ruolo della comunicazioni e delle relazioni
Di fronte a questo scenario è fuor di dubbio che anche nel mercato si esprima una significativa esigenza di trasformazione nella rappresentazione, nella valorizzazione e nel coinvolgimento della comunità migrante, soprattutto se di seconda generazione. Di fatto, il mercato è posto a confronto sia con una nuova “responsabilità interculturale” (che richiede una sperimentazione coraggiosa di nuovi strumenti di marketing, di gestione delle risorse umane e di governo delle relazioni), sia con una nuova “opportunità interculturale” (che offre la possibilità di estendere un modello relazionale, anche di scambio commerciale e di creare innovazione anche per i consumatori del nostro Paese).
Si tratta di una nuova responsabilità/opportunità che si può basare solo sul riconoscimento delle comunità migranti quali stakeholder con cui è importante avviare relazioni fiduciarie e di lungo periodo.
Ma affinché tali relazioni siano efficaci è necessario:
a) che le relazioni stesse si basino sulla reciprocità (“Non c’è crescita personale senza responsabilità – afferma Martin Buber – senza che l’Io non riconosca il Tu in vista del Noi”), sul reciproco rispetto e riconoscimento. Senza la presunzione, né nel soggetto emittente (il cittadino residente) né nel soggetto ricevente (il cittadino migrante) di essere portatori di valori unici, esclusivi, universali, superiori;
b) che le relazioni siano simmetriche, bi-direzionali e basate sull’ascolto e non sulla semplice trasmissione di messaggi (in questo caso parleremo di “informazione asimmetrica e unidirezionale” e non di comunicazione o di relazione) che esclude ogni forma di relazione;
c) che per gestire il confronto, ed eventualmente il conflitto, sia utilizzata una adeguata capacità relazionale e, soprattutto, sia sempre mantenuto aperto il dialogo, anche quando ogni speranza di negoziazione sembra vana.
Questi elementi, uniti al principio dell’inclusione di tutti gli stakeholder nella mappa dei pubblici da una grande responsabilità etica alla comunicazione e, di conseguenza, anche al comunicatore/relatore pubblico. Una comunicazione chiara e trasparente, senza ambiguità o aspetti manipolativi, è una comunicazione responsabile perché l’unica che può favorire il dialogo (e non il monologo) e la comprensione fra le persone.
Una comunicazione che includa tutti gli stakeholder – nessuno escluso – nel processo comunicativo e decisionale è invece una comunicazione etica perchè non esclude aprioristicamente nessun pubblico sulla base di pregiudizi o preconcetti e, soprattutto, prima di prendere ogni decisione “ascolta” tutti gli attori coinvolti.

5. Cominciare da se stessi
All’inizio vi è quindi la relazione. Una relazione “dove l’uomo diventa Io solo a contatto con il Tu” (Buber) e dove ciascuno è tenuto a sviluppare e a dare corpo alla propria unicità e irripitibilità. Quando l’uomo non esprime tutti i suoi talenti (o impedisce agli altri di poterlo fare) priva se stesso di una significativa occasione di crescita e di autorealizzazione, ma priva anche la comunità del suo contributo creativo.
Come abbiamo già visto è infatti la diversità, la differenziazione delle qualità e delle tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano! Solo nella relazione Io-Tu ci può essere empatia; solo nella relazione Io-Tu la relazione diventa essa stessa un fine e non un mezzo. L’empatia apre la porta alla relazione, le nostre emozioni non rimangono più in superficie e ci “sentiamo sentiti” e ascoltati dagli altri.
Indubbiamente, per sua natura, l’uomo cerca di eludere ogni relazione sincera e autentica anche perché, in caso contrario, dovrebbe prendere coscienza del fatto che molte delle situazioni conflittuali che lo oppongono agli altri, sono conseguenze di conflitti già presenti nella sua mente e nel suo cuore.Per trasformare in positivo le sue relazioni l’uomo deve quindi sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore e pensare che a partire da se stessi è possibile dare vita ad una profonda trasformazione del mondo.
Cominciare da se stessi: questa è l’unica cosa che conta.Per liberarci dal pregiudizio abbiamo solo una strada: prendere consapevolezza che tutto dipende da noi e volere, con tutte le nostre forze, rimetterci in gioco in una nuova visione del mondo e delle relazioni tra gli uomini. Qui e ora, non solo nelle relazioni con i migranti.

6. Un nuovo pensiero
In un’epoca caratterizzata dalla complessità e dalla multiculturalità e nella quale si tenta di valorizzare la differenza come elemento positivo per la costruzione della propria identità, alcuni ricercatori ci hanno proposto nuovi ed interessanti approcci che possono aiutarci nel comprendere il nostro modo di rappresentare la realtà e di percepire l’altro. Approcci che possono arricchire il dialogo tra le persone e, di conseguenza, sia il singolo che la comunità.

6.1 Il pensiero divergente
Il primo studioso a cambiare paradigma è J. I. Guilford che ha introdotto il concetto di “pensiero divergente” in contrapposizione al “pensiero convergente” considerato convenzionale, schematico e standardizzato. Secondo Guilford il pensiero divergente è “caratterizzato da fluidità concettuale e capacità di riorganizzare in maniera originale gli elementi a disposizione del soggetto che appare così capace di produrre diverse risposte allo stesso quesito”.
Il soggetto “divergente” è inoltre un individuo (Marco Dallari) che riesce a far condividere al gruppo sociale di cui è parte la sua originalità e la sua tendenza a opporsi agli stereotipi, ai pregiudizi, alle soluzioni già collaudate e scontate. Il pensiero laterale (vedi anche successivi studi di Edward De Bono) migliora sicuramente la nostra efficienza e la nostra efficacia, ma tende anche a renderci meno “conformisti”, più discontinui, più attenti alle differenze.
Perché non provare ad adottare progetti educativi più creativi, meno convenzionali ed in grado di far apprezzare a tutti gli studenti la complessità e la polivalenza della realtà? Chi è pronto a passare da un pensiero lineare e prevedibile a un pensiero laterale, è “diverso” dagli altri perché relativizza ogni verità, ogni valore assoluto, ogni primato della razionalità e della pragmatica.

6.2 Le intelligenze multiple
E’ interessante notare come lo studioso americano inauguri la tendenza a ricercare e classificare differenti forme di intelligenza. Concezione che trova oggi un suo più marcato compimento nell’idea di “intelligenza multipla” di Howard Gardner.
Già dagli anni ’80, Gardner ha basato i suoi studi sulla convinzione che la teoria classica dell’intelligenza, basata sul presupposto che esistesse un fattore unitario misurabile tramite il Quoziente d’intelligenza (QI), fosse errata. Gardner è giunto alla conclusione che gli esseri umani non sono dotati di un solo grado di intelligenza, più o meno sviluppato, ma che le intelligenze (da lui definite “intelligenze multiple”) sono diverse e relativamente indipendenti tra loro.
Gardner arriva a identificarne almeno sette differenti tipologie: la logico-matematica, la linguistica, la spaziale, la musicale, la cinestetica, l’intrapersonale (l’abilità di comprendere le proprie emozioni e di incanalarle in forme socialmente accettabili) e l’interpersonale (abilità di interpretare le emozioni, le motivazioni, gli stati d’animo degli altri). La conoscenza di se stessi (intelligenza intrapersonale) e la conoscenza delle dinamiche relazionali (intelligenza interpersonale) diventano quindi due fattori fondamentali per determinare il benessere delle persone e quindi anche i loro comportamenti nelle organizzazioni.
Daniel Goleman ha ben sintetizzato queste abilità intra e interpersonali con il termine “intelligenza sociale” che sta ad indicare il passaggio da una prospettiva individuale ad una relazionale, dalle doti intrinseche al singolo individuo a ciò che emerge quando una persona è coinvolta in una relazione. Questo ampliamento ci permette di guardare oltre il singolo individuo e capire cosa si manifesta concretamente nell’interazione fra due o più persone e ci permette inoltre di superare l’autoreferenzialità e l’egoistico interesse personale per cogliere le esigenze, le necessità e le aspettative degli altri.
Il superamento di una lettura esclusivamente “matematica” del quoziente di intelligenza a favore di una visione più globale e solistica dell’uomo, ne valorizza abilità fino ad oggi poco considerate e scarsamente valorizzate. L’intelligenza vista da questa nuova prospettiva ci permette di ri-dare nuovo valore alla diversità e di evidenziarne la discontinuità, la rottura e la differenza con la visione stereotipata e accademica del passato.
Le intelligenze multiple di Gardner, se esaminate con interesse anziché con diffidenza, ci permettono di guardare agli altri con occhi nuovi, con meno certezze, con meno verità, ma con simpatia ed accoglienza. In questo modo – afferma Marco Dallari – la differenza viene rivendicata come un valore, come una condizione positiva dell’esistere, del conoscere, del pensare.

6.3 Il pensiero post-formale di Kramer
Anche l’applicazione di questa forma di pensiero – sia pure con tutti gli aggiustamenti del caso – ci può fornire alcune utili indicazioni per accogliere, elaborare e comprendere la diversità.Lo studioso americano D. A. Kramer ha individuato tre caratteristiche essenziali del pensiero postformale:
il relativismo, l’accettazione delle contraddizioni, l’integrazione.
Con il termine relativismo Kramer intende affermare che la nostra visione non è sempre quella “giusta e vera”, ma una delle tante possibili. Questa visione comporta l’accettazione delle contraddizioni che non vengono più considerate errori ma ingredienti strutturali alla realtà. Secondo Dallari ciò permette di elaborare il concetto di ambivalenza e di accettare che emozioni e sentimenti apparentemente inconciliabili (come amore e odio, attrazione e repulsione, desidero e paura) possano coesistere.
A loro volta, i soggetti dotati di questo tipo di pensiero acquistano la capacità di integrazione di idee e opinioni contrastanti in un quadro inclusivo e coerente, cercando di conciliare e rendere praticabili contraddizioni e ambivalenze. Anche se questa capacità è considerata scarsamente rappresentativa del pensiero adulto (gli studiosi la considerano tipica del pensiero infantile) ritengo che possa essere utilizzata con successo nell’inserimento delle seconde generazioni di migranti perché li può aiutare a dialogare con soggetti portatori di valori e visioni differenti, incongruenti o addirittura conflittuali.
Credo sia necessario elaborare una strategia educativa che favorisca lo sviluppo nelle persone di questo approccio, forse l’unico che può valorizzare la complessità dei linguaggi, dell’espressione e della realizzazione personale. Una modalità di pensiero che può aiutare le persone che si vivono e che si considerano “cittadini del mondo” o che si “vergognano della loro diversità” a “mettersi nei panni dell’altro” per rappresentare e ricomporre interiormente punti di vista diversi e spesso lontani.


Giampietro Vecchiato
Vice Presidente FERPI; Direttore clienti P. R. Consulting srl di Padova; Docente a contratto di Teoria e tecnica delle Relazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Padova e Udine

Fonte: Notizie FERPI del 26/02/2009