Dossier Caritas-Migrantes. Otto Bitjoka, camerunese, imprenditore a Milano dove vive da oltre 30 anni: ''Alla politica conviene vendere la paura perché produce consensi''
ROMA - E´ toccato quest´anno ad Otto Bitjoka, camerunese, imprenditore a Milano dove vive da oltre trenta anni, raccontare la propria esperienza migratoria alla presentazione nazionale del 17° Dossier Immigrazione Caritas Migrantes che si è svolta questa mattina a Roma . "Quello sulla condivisione delle regole - ha esordito Bitjoka dal palco del Teatro Orione - è un falso dibattito: i cittadini stranieri che vivono stabilmente in Italia hanno da tempo accettato i principi contenuti nella Carta fondamentale dei valori della cittadinanza". "Al corpo politico conviene vendere la paura perché come incasso questa produce consensi: se da destra si tende a demonizzare la nostra presenza nella società italiana, la sinistra ci strumentalizza", denuncia Bitjoka, definendo gli immigrati politicamente "orfani", "schiacciati" tra queste due opposte modalità di interpretare e governare i fenomeni connessi all´immigrazione da parte della classe politica italiana.Tra i principali promotori degli Stati Generali dell´Immigrazione dello scorso anno, Bitjoka è tra l´altro autore di Ci siamo. Il futuro dell´immigrazione in Italia, un libro intervista condotto dalla giornalista Marina Gersony in cui l´imprenditore si racconta avanzando anche concrete proposte di politica sociale ed economica volte a favorire l´integrazione delle componenti straniere nella società italiana (edizioni Sperling & Kupfer). E soffermandosi proprio sul contributo offerto dalla popolazione straniera alla produzione della ricchezza del paese (pari a poco meno del 7 per cento del Pil, secondo lo stesso Dossier) Bitjoka si chiede "come è possibile che i detentori di una fetta tanto cospicua delle azioni del Paese non partecipino in nessun modo alla sua gestione". Di qui il richiamo al "coinvolgimento ed alla partecipazione" degli immigrati per la costruzione di un "comune progetto" di crescita e di sviluppo per l´Italia. Esaltando poi la vivacità e il dinamismo dimostrato dall´imprenditoria straniera (cresciuta nell´ultimo anno dell´8 per cento) l´imprenditore "afro-padano" – come si è ironicamente definito - ha descritto questa categoria emergente di lavoratori come uno dei "vettori per l´internazionalizzazione dell´economia italiana, ambasciatori di un made in Italy che, per quanto conosciuto, rimane tutt´oggi assente in molti mercati internazionali"."Dobbiamo esserci ed assumerci le nostre responsabilità – ha concluso Bitjoka rivolgendosi a tutte le comunità di immigrati – acquisire autonomia e protagonismo per promuovere la nostra accettazione sociale". Bitjoka ha chiesto infine alla Caritas di impegnarsi affinché nel Dossier del prossimo anno si possano inserire anche richieste specifiche di sostegno all'imprenditorialità immigrata. "Su questo – ha concluso Bitjoka – non esiste ancora una legge”. (Ilaria Costantini)
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martedì 30 ottobre 2007
Gli immigrati italiani sono ''politicamante orfani''
IMMIGRAZIONE: non siamo invasi!
''Non siamo invasi. 3 milioni di persone non sono una minaccia''
Dossier Caritas-Migrantes. Mons Vincenzo Paglia sul valore del dialogo: "L´unica possibilità che abbiamo per salvare la nostra identità’’
ROMA - "I numeri ci aiutano a capire che l’immigrazione è prima di tutto una grande opportunità per l’Italia" Commenta così monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Commissione episcopale per l’Ecumenismo ed il Dialogo della Cei, il contributo offerto dal dossier statistico Caritas Migrantes per la conoscenza dei fenomeni connessi ai flussi e alla presenza di immigrati nel nostro paese. "Non siamo stati invasi: tre milioni di persone, tra cui 700.000 bambini, non sono certo una minaccia, così come non lo è l´allargamento della comunità europea ad altri stati nazionali", ha detto monsignor Paglia presentando questa mattina a Roma il XVII Rapporto, significativamente intitolato all’"Anno europeo del dialogo interculturale" che sarà celebrato in tutta l´Europa nel 2008.
"L´ignoranza è foriera di conflitti", ha infatti specificato l´esponente della Conferenza episcopale italiana, definendo "l´apertura al confronto" e alla "reciproca conoscenza" come veri e propri "doveri".
"Il dialogo non è una scelta facile né scontata: ma è l´unica possibilità che abbiamo per salvare la nostra diversità, a meno che non pensiamo ad un futuro, assai poco auspicabile, di omologazione. Praticare il dialogo è segno di forza e di maturità culturale: chi ne ha paura, chi teme di perdere così la propria identità, in realtà l´ha già perduta".
Puntare dunque non sull’annullamento ma sulla valorizzazione delle differenze, a partire proprio dalla differenza religiosa. "Il dialogo con altri cristiani è un obbligo della cristianità" ha puntualizzato Paglia, dichiarando pubblicamente di aver accolto con piacere la proposta avanzata dal patriarca della Romania di costituire una diocesi ortodossa a Roma, dove i rumeni costituiscono la comunità straniera più numerosa. "Più problematico il rapporto con l´Islam, inquinato dai virus del fondamentalismo e del terrorismo" ammette Paglia, cogliendo tuttavia alcuni segnali incoraggianti di apertura. La lettera inviata da 138 esponenti islamici a Benedetto XVI e a tutti i leader delle diverse Chiese e confessioni cristiane, "dove per la prima volta la figura di Gesù viene presentata a partire dalla tradizione dei Vangeli e non dal testo sacro di Maometto". Ma anche il successo riscosso dal recente incontro interreligioso organizzato a Napoli dalla comunità di Sant´Egidio: "Ricordo le difficoltà che avevamo nel ´97 a far sedere allo stesso tavolo ebrei e musulmani. A distanza di dieci anni c´è stata invece una gara per essere ripresi nell´atto di stringersi la mano. Queste immagini ci dicono che l´incontro e la convivenza sono possibili". (Ilaria Costantini)
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Dossier Caritas-Migrantes. Mons Vincenzo Paglia sul valore del dialogo: "L´unica possibilità che abbiamo per salvare la nostra identità’’
ROMA - "I numeri ci aiutano a capire che l’immigrazione è prima di tutto una grande opportunità per l’Italia" Commenta così monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Commissione episcopale per l’Ecumenismo ed il Dialogo della Cei, il contributo offerto dal dossier statistico Caritas Migrantes per la conoscenza dei fenomeni connessi ai flussi e alla presenza di immigrati nel nostro paese. "Non siamo stati invasi: tre milioni di persone, tra cui 700.000 bambini, non sono certo una minaccia, così come non lo è l´allargamento della comunità europea ad altri stati nazionali", ha detto monsignor Paglia presentando questa mattina a Roma il XVII Rapporto, significativamente intitolato all’"Anno europeo del dialogo interculturale" che sarà celebrato in tutta l´Europa nel 2008.
"L´ignoranza è foriera di conflitti", ha infatti specificato l´esponente della Conferenza episcopale italiana, definendo "l´apertura al confronto" e alla "reciproca conoscenza" come veri e propri "doveri".
"Il dialogo non è una scelta facile né scontata: ma è l´unica possibilità che abbiamo per salvare la nostra diversità, a meno che non pensiamo ad un futuro, assai poco auspicabile, di omologazione. Praticare il dialogo è segno di forza e di maturità culturale: chi ne ha paura, chi teme di perdere così la propria identità, in realtà l´ha già perduta".
Puntare dunque non sull’annullamento ma sulla valorizzazione delle differenze, a partire proprio dalla differenza religiosa. "Il dialogo con altri cristiani è un obbligo della cristianità" ha puntualizzato Paglia, dichiarando pubblicamente di aver accolto con piacere la proposta avanzata dal patriarca della Romania di costituire una diocesi ortodossa a Roma, dove i rumeni costituiscono la comunità straniera più numerosa. "Più problematico il rapporto con l´Islam, inquinato dai virus del fondamentalismo e del terrorismo" ammette Paglia, cogliendo tuttavia alcuni segnali incoraggianti di apertura. La lettera inviata da 138 esponenti islamici a Benedetto XVI e a tutti i leader delle diverse Chiese e confessioni cristiane, "dove per la prima volta la figura di Gesù viene presentata a partire dalla tradizione dei Vangeli e non dal testo sacro di Maometto". Ma anche il successo riscosso dal recente incontro interreligioso organizzato a Napoli dalla comunità di Sant´Egidio: "Ricordo le difficoltà che avevamo nel ´97 a far sedere allo stesso tavolo ebrei e musulmani. A distanza di dieci anni c´è stata invece una gara per essere ripresi nell´atto di stringersi la mano. Queste immagini ci dicono che l´incontro e la convivenza sono possibili". (Ilaria Costantini)
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domenica 1 luglio 2007
Palermo, città europea (?)

Questo è il testo di una lettera che ho inviato a Repubblica e che è stata pubblicata mercoledì 27 giugno 2007... Il titolo era in realtà PALERMO, CITTA' EUROPEA, ma evidentemente o non era chiaro, oppure hanno ritenuto piu' OPPORTUNO attribuire un titolo piu' COMMOVENTE... Non so. Sinceramente ormai non mi stupisco piu' di niente. In ogni caso, il tono della mia lettera era abbastanza GRAFFIANTE - per non dire INCAZZATO... Dire che: il mio sogno è quello di restare a Palermo... mi pare un po' eccessivo... Infatti, mi domandavo proprio come si possa anche solo sperare - altro che sognare! - di poter restare a Palermo e vivere una vita dignitosa... Non so: forse sono io un po' troppo INCAZZATA... Forse la frustrazione mi rende cieca e troppo dura... Forse sono davvero troppo fuori dagli schemi comunemente acccettati... Forse sono nata nel posto, nella nazione sbagliata... nel pianeta sbagliato ;-) Forse sono davvero un' extraterrestre!!!!
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Tindara Ignazzitto
giovedì 21 giugno 2007
Oltre Gardner: su José Antonio Marina e il fallimento dell’intelligenza. Teoria e pratica della stupidità
Fonte: http://venus.unive.it/italslab/modules.php?op=modload&name=ezcms&file=index&menu=79&page_id=337
di Paolo Torresan
AUTORE: José Antonio Marina
TITOLO: Il fallimento dell’intelligenza. Teoria e pratica della stupidità
CITTÀ: Milano
EDITORE: Longanesi
ANNO: 2006
di Paolo Torresan
AUTORE: José Antonio Marina
TITOLO: Il fallimento dell’intelligenza. Teoria e pratica della stupidità
CITTÀ: Milano
EDITORE: Longanesi
ANNO: 2006
PAGINE: 201
Come il libro di Polito, anche il saggio di José Marina comincia là dove il lavoro di Gardner finisce. E cioè se Gardner ci introduce al regno delle intelligenze, José Marina ci illustra le molte forme che assume la cattiva gestione dell’intelligenza: la stupidità.Come può essere che una persona intelligente, che vanti per esempio una brillante carriera professionale, si comporti in modo stupido? Si tratta di una domanda a cui Gardner non è sordo, ma che trova risposte poco chiare nei suoi libri. Marina invece la pone al centro delle sue riflessioni: “la discrepanza fra «essere» intelligente e «comportarsi» in maniera intelligente” dice lo studioso spagnolo “rivela la presenza di uno iato fra i due livelli nel quale entrano in gioco forze poco note” (17). A cosa corrispondono i due livelli? E di quali fattori di disturbo sta parlando? Il primo livello coincide con la struttura cognitiva umana, una struttura modulare, proprio come nel pensiero di Gardner: “l’intelligenza computazionale” agisce attraverso sistemi altamente specializzati (le intelligenze), i quali processano le informazioni per lo più in maniera inconscia. Il secondo livello coincide con l’intelligenza pratica di Sternberg, e, grossomodo, con le intelligenze personali di Gardner, tradottasi poi con il concetto di intelligenza emotiva coniato da Mayer e Salovey, e quindi divulgato da Goleman.Veniamo ai fattori di disturbo. Per il professore della Complutense, l’intelligenza può fallire per via di una distorsione epistemologica, affettiva o operativa. Il che vuol dire che il lavoro dell’intelligenza può essere ostacolato da credenze che agiscono come coercizioni (è l’impotenza appresa di molti studenti), da pregiudizi, da abitudini, da prese di posizione dogmatiche, da errori di valutazione del contesto, dal fatto che, per meccanismi che sfuggono al controllo della volontà, un modulo agisce sopra e contro gli altri (per esempio l’ansia o la vergogna che collidono con la voglia di imparare o di dimostrare la propria competenza), dalla conversazione sommersa (che nasconde, anziché rivelare, le reali intenzioni), dalla volubilità del desiderio (considerata di segno negativo, quale corrispettivo del deficit di attenzione), dall’indecisione, dalla routine, dalla difficoltà di gestire le compulsioni, dal mancato coordinamento degli obiettivi individuali con quelli perseguiti dalle persone con cui ci si trova a cooperare. È un sguardo ampio, geometrico, per quanto la foga della penna lasci a volte gli occhi smarriti e il ragionamento, non di rado, sia lasciato fastidiosamente in sospeso, affidando all’immaginazione o alla conoscenza di chi legge, l’ingrato compito di proseguire sentieri interrotti. Due appunti al saggio di Marina.Il primo. È evidente che all’evasività di Gardner nel definire l’educazione delle intelligenze personali, si contrappone, in Marina, uno sforzo positivo. Lo studioso spagnolo indaga, più di quanto non faccia Gardner, il valore sociale dell’intelligenza. Il relativismo culturale di Gardner, legato presumibilmente alla volontà di evitare pregiudizi di tipo culturale, impone a questi di evitare un qualsiasi giudizio di valore sull’etica di un popolo. Marina, al contrario, sostiene l’esistenza di valori universali. Le sue parole contro il relativismo sono infuocate:
“Il relativismo estremo tende una trappola sociale: è ormai diffusa l’idea che sia sinonimo di progressismo politico, e che l’equivalenza delle opinioni sia il fondamento della democrazia, una convinzione assolutamente imbecille e contraddittoria. Se tutte le opinioni hanno uguale valore, il credo degli antidemocratici pesa quanto quello dei democratici, e infatti tutti i neofascisti d’Europa sono saliti sul carro del postmoderno” (181).
E ancora:
“Un egualitarismo travisato ci impedisce di apprezzare gli altri. «Nessuno è migliore di nessuno» è un’affermazione stupida da quanto è degradante: un uomo che aiuta gli altri e uno che li tortura non sono affatto uguali: Hitler non è lo stesso che Mandela” (176).
C’è, per Marina, un carattere reazionario nella visione fintamente progressiva del relativismo. In questo senso la distanza da Gardner è notevole. A suo dire, esistono società stupide tanto quanto esistono società intelligenti:
“la società spagnola settecentesca che inneggiava alle catene, quella francese che plaudì la furia bellicosa e avida di Napoleone, quella tedesca che osannò Hitler lasciandosi contagiare dai suoi vaneggiamenti; la società industriale avanzata, fautrice di un sistema economico che sfrutta in modo indiscriminato la natura, di uno stile di vita in cui il lavoro e la famiglia sono incompatibili o di una globalizzazione che aumenta il divario fra Paesi ricchi e poveri, sono esempi di fallimento dell’intelligenza condivisa” [157-8].
E spiega:
“Che cosa intendo per intelligenza sociale, comunitaria, condivisa o come preferite chiamarla? Non è un’intelligenza che si occupa delle relazioni sociali, ma che da essa sorge. Potremmo definirla un’intelligenza conversazionale. Quando due persone parlano, infatti, ognuna apporta il suo sapere, le sue capacità, la propria arguzia, ma la conversazione non è la loro somma, poiché l’interazione può spronarle o limitarle. È sicuramente capitato a tutti che certe relazioni ci stimolano, suscitano in noi nuove idee, risvegliano una perspicacia che nemmeno sospettavamo di avere. Altre, all’opposto, ci lasciano depressi, istupiditi: la conversazione è a poco a poco scivolata nella mediocrità, nel pettegolezzo e nella banalità, impoverendo entrambi. Io sono sempre lo stesso, ma una di quelle circostanze ha attivato la parte migliore di me, e l’altra la peggiore” (158).
Che se ne fa l’insegnante, chiediamoci, di queste riflessioni? Dobbiamo ricordare che nelle indicazioni programmatiche del Quadro Comune al docente è assegnato un ruolo positivo nel contribuire alla formazione del “saper essere” dello studente. Si tratta di un contributo che si costruisce proprio sui tanti interrogativi presenti nel testi di Marina, come per esempio: Quale convinzioni nutre lo studente sulla sua persona e sul suo ruolo di apprendente? Se si tratta di convinzioni limitanti, è possibile decostruirle? Quali pregiudizi può manifestare nei confronti dei compagni che non hanno il suo stile di apprendimento? Come è possibile fare della classe una microsocietà intelligente? Come poter creare una mente flessibile, autonoma, critica, ben fatta? Quali sono le strategie attraverso le quali lo studente impara a autoregolarsi? E così via. Rispondere ad esse richiede pazienza, sperimentazione, costanza, tanto quanto, dice Marina, lo richiede uno studio di una lingua straniera. Diventare persone che sanno usare intelligentemente la propria intelligenza, consci del contesto in cui operano, ha effettivamente a che fare con la capacità di trovare un nuovo modo di leggere il mondo, di capire se stessi, di definire di volta in volta, il difficile equilibrio tra il benessere personale e quello dei propri simili.
Come il libro di Polito, anche il saggio di José Marina comincia là dove il lavoro di Gardner finisce. E cioè se Gardner ci introduce al regno delle intelligenze, José Marina ci illustra le molte forme che assume la cattiva gestione dell’intelligenza: la stupidità.Come può essere che una persona intelligente, che vanti per esempio una brillante carriera professionale, si comporti in modo stupido? Si tratta di una domanda a cui Gardner non è sordo, ma che trova risposte poco chiare nei suoi libri. Marina invece la pone al centro delle sue riflessioni: “la discrepanza fra «essere» intelligente e «comportarsi» in maniera intelligente” dice lo studioso spagnolo “rivela la presenza di uno iato fra i due livelli nel quale entrano in gioco forze poco note” (17). A cosa corrispondono i due livelli? E di quali fattori di disturbo sta parlando? Il primo livello coincide con la struttura cognitiva umana, una struttura modulare, proprio come nel pensiero di Gardner: “l’intelligenza computazionale” agisce attraverso sistemi altamente specializzati (le intelligenze), i quali processano le informazioni per lo più in maniera inconscia. Il secondo livello coincide con l’intelligenza pratica di Sternberg, e, grossomodo, con le intelligenze personali di Gardner, tradottasi poi con il concetto di intelligenza emotiva coniato da Mayer e Salovey, e quindi divulgato da Goleman.Veniamo ai fattori di disturbo. Per il professore della Complutense, l’intelligenza può fallire per via di una distorsione epistemologica, affettiva o operativa. Il che vuol dire che il lavoro dell’intelligenza può essere ostacolato da credenze che agiscono come coercizioni (è l’impotenza appresa di molti studenti), da pregiudizi, da abitudini, da prese di posizione dogmatiche, da errori di valutazione del contesto, dal fatto che, per meccanismi che sfuggono al controllo della volontà, un modulo agisce sopra e contro gli altri (per esempio l’ansia o la vergogna che collidono con la voglia di imparare o di dimostrare la propria competenza), dalla conversazione sommersa (che nasconde, anziché rivelare, le reali intenzioni), dalla volubilità del desiderio (considerata di segno negativo, quale corrispettivo del deficit di attenzione), dall’indecisione, dalla routine, dalla difficoltà di gestire le compulsioni, dal mancato coordinamento degli obiettivi individuali con quelli perseguiti dalle persone con cui ci si trova a cooperare. È un sguardo ampio, geometrico, per quanto la foga della penna lasci a volte gli occhi smarriti e il ragionamento, non di rado, sia lasciato fastidiosamente in sospeso, affidando all’immaginazione o alla conoscenza di chi legge, l’ingrato compito di proseguire sentieri interrotti. Due appunti al saggio di Marina.Il primo. È evidente che all’evasività di Gardner nel definire l’educazione delle intelligenze personali, si contrappone, in Marina, uno sforzo positivo. Lo studioso spagnolo indaga, più di quanto non faccia Gardner, il valore sociale dell’intelligenza. Il relativismo culturale di Gardner, legato presumibilmente alla volontà di evitare pregiudizi di tipo culturale, impone a questi di evitare un qualsiasi giudizio di valore sull’etica di un popolo. Marina, al contrario, sostiene l’esistenza di valori universali. Le sue parole contro il relativismo sono infuocate:
“Il relativismo estremo tende una trappola sociale: è ormai diffusa l’idea che sia sinonimo di progressismo politico, e che l’equivalenza delle opinioni sia il fondamento della democrazia, una convinzione assolutamente imbecille e contraddittoria. Se tutte le opinioni hanno uguale valore, il credo degli antidemocratici pesa quanto quello dei democratici, e infatti tutti i neofascisti d’Europa sono saliti sul carro del postmoderno” (181).
E ancora:
“Un egualitarismo travisato ci impedisce di apprezzare gli altri. «Nessuno è migliore di nessuno» è un’affermazione stupida da quanto è degradante: un uomo che aiuta gli altri e uno che li tortura non sono affatto uguali: Hitler non è lo stesso che Mandela” (176).
C’è, per Marina, un carattere reazionario nella visione fintamente progressiva del relativismo. In questo senso la distanza da Gardner è notevole. A suo dire, esistono società stupide tanto quanto esistono società intelligenti:
“la società spagnola settecentesca che inneggiava alle catene, quella francese che plaudì la furia bellicosa e avida di Napoleone, quella tedesca che osannò Hitler lasciandosi contagiare dai suoi vaneggiamenti; la società industriale avanzata, fautrice di un sistema economico che sfrutta in modo indiscriminato la natura, di uno stile di vita in cui il lavoro e la famiglia sono incompatibili o di una globalizzazione che aumenta il divario fra Paesi ricchi e poveri, sono esempi di fallimento dell’intelligenza condivisa” [157-8].
E spiega:
“Che cosa intendo per intelligenza sociale, comunitaria, condivisa o come preferite chiamarla? Non è un’intelligenza che si occupa delle relazioni sociali, ma che da essa sorge. Potremmo definirla un’intelligenza conversazionale. Quando due persone parlano, infatti, ognuna apporta il suo sapere, le sue capacità, la propria arguzia, ma la conversazione non è la loro somma, poiché l’interazione può spronarle o limitarle. È sicuramente capitato a tutti che certe relazioni ci stimolano, suscitano in noi nuove idee, risvegliano una perspicacia che nemmeno sospettavamo di avere. Altre, all’opposto, ci lasciano depressi, istupiditi: la conversazione è a poco a poco scivolata nella mediocrità, nel pettegolezzo e nella banalità, impoverendo entrambi. Io sono sempre lo stesso, ma una di quelle circostanze ha attivato la parte migliore di me, e l’altra la peggiore” (158).
Che se ne fa l’insegnante, chiediamoci, di queste riflessioni? Dobbiamo ricordare che nelle indicazioni programmatiche del Quadro Comune al docente è assegnato un ruolo positivo nel contribuire alla formazione del “saper essere” dello studente. Si tratta di un contributo che si costruisce proprio sui tanti interrogativi presenti nel testi di Marina, come per esempio: Quale convinzioni nutre lo studente sulla sua persona e sul suo ruolo di apprendente? Se si tratta di convinzioni limitanti, è possibile decostruirle? Quali pregiudizi può manifestare nei confronti dei compagni che non hanno il suo stile di apprendimento? Come è possibile fare della classe una microsocietà intelligente? Come poter creare una mente flessibile, autonoma, critica, ben fatta? Quali sono le strategie attraverso le quali lo studente impara a autoregolarsi? E così via. Rispondere ad esse richiede pazienza, sperimentazione, costanza, tanto quanto, dice Marina, lo richiede uno studio di una lingua straniera. Diventare persone che sanno usare intelligentemente la propria intelligenza, consci del contesto in cui operano, ha effettivamente a che fare con la capacità di trovare un nuovo modo di leggere il mondo, di capire se stessi, di definire di volta in volta, il difficile equilibrio tra il benessere personale e quello dei propri simili.
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Tindara Ignazzitto
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giovedì 14 giugno 2007
Le "cinque menti del futuro" di Howard Gardner
Fonte: www.ildueblog.it/?p=117#more-117

Per un approfondimento dell'applicazione della teoria sulle intelligenze multiple di Gardner nell'ambito della didattica delle lingue e dell'italiano come LS e 2, consultare il bollettino del Laboratorio Itals dell' Università di Venezia qui.
E’ uscito a gennaio... E’ il nuovo libro di Howard Gardner “Five minds for the future” in cui il professore di Harvard suggerisce i cinque approcci mentali decisivi per il nuovo millennio. Sono disciplina, sintesi, creatitività, rispetto ed etica.
Prosegue l’articolo pubblicato su Repubblica 1l 5 aprile 2007:
Nel libro - che da settimane occupa pagine e pagine sulla stampa internazionale e che le più importanti riviste di settore raccomandano ai manager come una delle letture must del 2007 - Gardner sostiene che il 21simo secolo appartiene alle persone che sono in grado di pensare in un certo modo e che chi non è in grado di sviluppare queste capacità è destinato a soccombere - professionalmente e socialmente - in un mondo sovrabbondante di informazioni, dove per fare la scelta giusta occorre farsi guidare da capacità di sintesi o da intuito ben allenato.
Per “sopravvivere”, secondo la teoria di Gardner, occorre essere rigorosi e creativi allo stesso tempo: il primo dei cinque approcci mentali presi in esame dal professore americano è quello della mente disciplinata, la più classica se vogliamo, quella che accoglie i vari input che riceve nel tempo e poi li indirizza e mette in pratica in un campo particolare, che sarà quello dove eccelle. Segue la mente sintetica, essenziale nell’epoca di Internet e dei canali all news: chi ha questo tipo di impostazione raccoglie le informazioni, le seleziona e le sintetizza in maniera originale. La mente creativa è invece quella che coltiva nuove idee e si pone domande insolite, arrivando a risposte inattese.
Prosegue l’articolo pubblicato su Repubblica 1l 5 aprile 2007:
Nel libro - che da settimane occupa pagine e pagine sulla stampa internazionale e che le più importanti riviste di settore raccomandano ai manager come una delle letture must del 2007 - Gardner sostiene che il 21simo secolo appartiene alle persone che sono in grado di pensare in un certo modo e che chi non è in grado di sviluppare queste capacità è destinato a soccombere - professionalmente e socialmente - in un mondo sovrabbondante di informazioni, dove per fare la scelta giusta occorre farsi guidare da capacità di sintesi o da intuito ben allenato.
Per “sopravvivere”, secondo la teoria di Gardner, occorre essere rigorosi e creativi allo stesso tempo: il primo dei cinque approcci mentali presi in esame dal professore americano è quello della mente disciplinata, la più classica se vogliamo, quella che accoglie i vari input che riceve nel tempo e poi li indirizza e mette in pratica in un campo particolare, che sarà quello dove eccelle. Segue la mente sintetica, essenziale nell’epoca di Internet e dei canali all news: chi ha questo tipo di impostazione raccoglie le informazioni, le seleziona e le sintetizza in maniera originale. La mente creativa è invece quella che coltiva nuove idee e si pone domande insolite, arrivando a risposte inattese.
Seguono poi due approcci che Gardner definisce “non opzioni ma necessità” oggi: la mente rispettosa - il modo di pensare di chi accetta le differenze, si sforza di capire gli altri e di collaborare - e quella etica, quella che valuta i bisogni e i desideri della società globale, cercando di spingersi oltre gli interessi personali. “Sono certo che ci sono altri approcci che è interessante studiare - spiega da Harvard lo studioso - ma questi sono quelli su cui mi pare occorra mettere più enfasi oggi”.
Il motivo, Gardner lo scrive nelle pagine del suo libro: “Il mondo del futuro - con i suoi motori di ricerca, robot e altre potenzialità informatiche - ci chiederà di avere capacità che finora sono state solo opzionali: per rispondere a queste richieste occorre che cominciamo a coltivare sin da ora queste capacità“. Messaggio rivolto in particolare a insegnanti e genitori.
Il motivo, Gardner lo scrive nelle pagine del suo libro: “Il mondo del futuro - con i suoi motori di ricerca, robot e altre potenzialità informatiche - ci chiederà di avere capacità che finora sono state solo opzionali: per rispondere a queste richieste occorre che cominciamo a coltivare sin da ora queste capacità“. Messaggio rivolto in particolare a insegnanti e genitori.
Per approfondimenti (in inglese): qui un articolo di Mike Baker, educational corrispondent della BBC. Qui l’audio di una lecture di Howard Gardner, qui il testo della lecture, qui le slides della presentazione.
Per un approfondimento dell'applicazione della teoria sulle intelligenze multiple di Gardner nell'ambito della didattica delle lingue e dell'italiano come LS e 2, consultare il bollettino del Laboratorio Itals dell' Università di Venezia qui.
Per leggere il comunicato stampa su Reggio Emilia, secondo Gardner, esempio di "comunità etica" in Italia, cliccare qui.
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Tindara Ignazzitto
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