Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, ideato da Daniela Finocchi, prende spunto dall’iniziativa sviluppata da Regione Piemonte e Salone Internazionale del Libro di Torino da cui trae il nome, e si avvale del Patrocinio del Ministro per l’Integrazione, della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea e di Pubblicità Progresso-Fondazione per la Comunicazione Sociale.
Il Concorso è diretto a tutte le donne straniere, anche di seconda o terza generazione, residenti in Italia che, utilizzando la nuova lingua d’arrivo (cioè l’italiano), vogliano approfondire il rapporto tra identità, radici e il mondo “altro”. Il Concorso vuole essere un esempio significativo delle interazioni che stanno ridisegnando la mappa culturale del nuovo millennio e testimoniare la ricchezza, la tensione conoscitiva ed espressiva delle donne provenienti da “altri” Paesi. Una sezione speciale è dedicata alle donne italiane che vogliano farsi tramite di queste culture diverse, raccontando storie di donne straniere che hanno conosciuto, amato, incontrato e che hanno saputo trasmettere loro “altre” identità.
Le opere selezionate saranno pubblicate in un libro che verrà presentato nell’edizione 2014 del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti, di e con Pietro Floridia
Domenica 3 giugno 2012 alle 18.45, all’interno del Festival IT.A.Cà, a Palazzo D’Accursio, Bologna
Penso a Said,
all’attimo in cui
ci siamo incrociati.
Io diretto verso sud.
Lui verso nord.
Penso al suo viaggiare.
Un viaggiare che nasce
dentro la necessità.
Un atto di necessità.
Dovere partire. Senza
averne nessuna voglia.
Penso al mio viaggiare, che è invece fuga dalla necessità.
Atto di libertà. Volere partire. Cercare di sottrarsi a un dovere essere.
Al configurarsi sempre in relazione ad uno scopo.
[...]
Il primo viaggio somiglia al viaggio degli antichi.
Il secondo è figlio della modernità.
Il primo cerca un poter controllare la propria vita.
Il secondo cerca di sfuggire ad un eccessivo controllo.
Il primo è un viaggio dal passato al futuro.
Il secondo dal futuro al passato.
Si incrociano per un attimo in una casa di Casablanca.
Si mescolano. Antico e moderno, ma pure passato e futuro
non sono successivi, ma s’infiltrano l’uno nell’altro,
la sorgente alla ricerca della foce, la foce alla ricerca della sorgente.
La scrittura di Pietro Floridia, regista, drammaturgo a attore, uno dei fondatori del Teatro dell’Argine, è quella di un passeur de culture,
non è solo quella di un semplice viaggiatore esperto nell’arte di
incontrare, attraverso il teatro e le sue pratiche, attraverso l’ascolto
delle storie di vita nei villaggi, nelle città più o meno a oriente o a
sud di questo centro traballante che è l’Europa occidentale. Sfogliando
le pagine di questa diario di bordo prendono vita i corpi, le voci, le
storie minime e quelle gravide di Storia, come quella della Palestina,
di attori marocchini, bambini che dormono per strada, padri che giocano
con i loro figli e ci insegnano a giocare con e come i bambini, povertà e
coraggio parte di una tragedia passaggio di paradiso in vita,
sicuramente a repentaglio, in costante ricreazione e reinvenzione degli
strumenti per conservare e prodigare la cultura e le pratiche di vita,
di resistenza, di sopravvivenza in molti casi, e del fare teatro, che
non sono rappresentazioni ma salgono dai fondi della terra per farsi
molte volte canto. E sguardo. Perché lungo la via di queste narrazioni
scritte, quasi nella loro totalità, in forma di versi, lo sguardo e la
potenzialità di questo guardare che da spettatore diventa nomade e
attivo, diviene strumento per ri-guardarsi, per riflettere e ripensarci
come esseri sociali, esseri politici all’interno di un mondo che fa
appello quotidianamente alla necessità di riformulare una sintassi
dell’incontro, alla ricerca di significati duraturi. Qual’è la posizione
che assumiamo quando guardiamo l’altro, quando ascoltiamo parole dure,
storie amare e talvolta inconcepibili se non sentite di persona, se non
percepite sulla pelle e accolte con tutti i sensi?. Dalle parole
raccolte e trasmesse nei racconti di questo viaggio di due mesi fra il
Marocco, il Senegal, la Palestina (non manca il racconto arrivato dal
Nicaragua), emerge chiaramente una parola: dignità, come senso profondo,
la dignità della vita nuda, l’esperienza dei singoli acquista un valore
universale e allo stesso tempo ci parla della possibilità di liberarsi
dagli orpelli in cui a volte sembra impigliata la vita vissuta come una
corsa sulla superficie, una rincorsa sbiadita e turbata da falsi idoli e
ossessivi sensi di vuoto, confusionari e identitari.
Questa
è anche la storia di un teatro che tenta di spostare i parametri
divisori fra lo spettatore e l’azione della scena, fra lo spettatore e
il campo d’azione in cui ci potrebbe impegnare, che prova a cambiare
prospettive e cornici dove la visione non sia separata dall’esperienza
come momento dell’esperire che trasferisce e trasforma, come momento di
scelta, anche etica, nel fare artistico, nella creazione di nuovi mondi
guardando negli occhi, e con immediatezza, il mondo complesso e ardito
che già ci è intorno.
Storie
di migrazione vissute e raccontate a partire dall’altra sponda, molte
volte meta di ritorno: madri che guardano in dvd i loro figli lontani
mentre combattono kick boxing in Europa, presi dalla vita senza
documenti in continente, oasi per sogni work in progress, altri deserti da attraversare, storie di passeur,
questa volta non di cultura, ma strozzini in cambio di traguardi pagati
a caro prezzo, cerimonie e riti di passaggio che narrano di uomini e
donne appesi ad un filo oppure alla ferrea convinzione che altri
orizzonti esistono.
I ragazzi del caffè Hafa vengono qui per fare il pieno di Spagna.
Ci si riempiono gli occhi. Mentre fumano hashish.
Mentre bevono tè alla menta.
Mentre ascoltano alla radiolina una chitarra che canta in spagnolo.
Se mi chiedessero cos’è il caffè Hafa, forse direi
è l’attesa fattasi luogo.
Se l’attesa è sospensione, questo è il luogo dell’attesa.
Uno
sguardo fragile, permeabile, capace di commuoversi e anche di
ironizzare sui propri passi, incrociando la propria biografia con quella
del mondo là fuori, in grado di farsi rapire dagli incantatori di
serpenti e di raccogliere e riconsegnare lo sguardo del testimone.
E
poi anche se mi riguardasse è così difficile prendere posizione, così
difficile orientarsi in questo mondo. In Palestina no, in Palestina è
più facile schierarsi. In Palestina hanno l’occupazione. Recitano,
discutono, ma quando escono dal teatro lo sanno (o almeno lo sapevano
durante i miei primi viaggi, ora non so) a chi tirare le pietre. Ma qui
non si capisce niente. [...]
La
Palestina è un luogo pericoloso. Le persone rischiano ovunque. In
questo senso non c’è un dentro e un fuori. Si è sempre dentro. Non c’è
un luogo al sicuro in cui guardare da fuori il pericolo. In cui essere
soltanto spettatori. In cui instaurare un regime di separazione con
quello che si vede.
La
presentazione teatrale tratta dal libro che vedrà in scena l’autore,
avrà luogo Domenica 03 giugno alle 18.45 a Bologna, al cortile del Pozzo
presso Palazzo D’Accursio in occasione di IT.A.Cà, Festival del turismo
responsabile
Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti. Pietro Floridia. Casa Editrice Nuova S1, Bologna, 2011
Scritto da Cristina Coppi
Venerdì 13 Gennaio 2012 16:38
“Incontrarsi: Racconti di donne migranti e native”. Questo il titolo del concorso organizzato dalla Casa Internazionale delle Donne. Il concorso - che si svolge con il patrocinio della Provincia di Roma,
Assessorato alle politiche culturali - vuole incoraggiare l'incontro
tra migranti e native, residenti a Roma e provincia, e dare voce alle
seconde generazioni delle migrazioni, ai loro problemi di integrazione e
al contempo di rapporto con la terra e la cultura di provenienza.
Il concorso è aperto a tutte le donne e e le ragazze - migranti e native
- di Roma e provincia, per partecipare è sufficiente inviare un racconto della lunghezza massima di 10 cartelle (trenta righe per sessanta battute). La scadenza per l’invio degli elaborati è il 31 marzo 2012. Le opere inviate dovranno naturalmente essere inedite e redatte in italiano.
Le opere vincitrici verranno pubblicate in un volume edito dalla casa editrice Ediesse.
Dopo
il concorso sarà possibile organizzare incontri con le autrici, in
particolare nelle scuole. Questi incontri potranno essere un’occasione
per stimolare studenti e studentesse a effettuare una riflessione e una
discussione sui loro rapporti con “l’altro” (come ad esempio il compagno
o compagna di classe di un altro colore e di un’altra cultura), inoltre
si potrà sentire la voce delle studentesse e degli studenti
appartenenti a famiglie immigrate, i loro rapporti con “l’altro”, i loro
problemi ed esperienze.
La giuria del concorso - composta da
Maria Rosa Cutrufelli (presidente), Cristina Ali Farah, Isabella
Peretti, Igiaba Scego, Stefania Vulterini - selezionerà i racconti inviati e sceglierà dieci vincitrici;
il premio consisterà appunto nella pubblicazione in volume dei racconti
delle autrici prescelte.Il regolamento integrale del concorso è
disponibile sul sito della Casa Internazionale delle Donne a questo link.
Gli scrittori immigrati, anche se scrivono in italiano o sono nati
qui, non vengono considerati parte della letteratura italiana e a
nessuno di loro è mai stato consegnato un premio letterario di alto
livello. Ma la letteratura oggi è meticcia, come dimostrano casi
stranieri come quello di Ben Jelloun e Kureishi.
Lo scrittore Tahar Ben Jelloun, vincitore in Francia del Premio Goncourt
Benché tra una cinquantina d’anni, a detta dell’Istat, un quarto della
popolazione residente in Italia sarà composta da immigrati, gli scaffali
delle librerie continuano a essere divisi in autori italiani e stranieri: nel settore degli italiani alloggia, in ordine alfabetico, la vasta famiglia che va da Arpino a Vittorini, passando per la Brianza di Gadda e le Langhe di Fenoglio,
mentre gli scrittori dai nomi esotici – non importa se di lingua
italiana o addirittura nati in Italia – sono abitualmente collocati in
ordine di appartenenza geografica sugli scaffali della letteratura
straniera.
Ma cos’è, oggi, la letteratura italiana? Da quali materiali narrativi è composta? Che posto hanno, nel nostro immaginario, Younis Tawfik, giornalista e scrittore iracheno in esilio in Italia dal 1979, Anilda Ibrahimi, scrittrice albanese a Roma dal 1977, Igiaba Scego, giornalista e scrittrice nata in Italia da una famiglia di origine somala, Amara Lakhous, scrittore algerino a Roma dal 1995? L’elenco dei nostri “stranieri” è lungo; comprende il rumeno Mihai Mircea Butcovan, il persiano Hamid Ziarati, l’argentino AdrianBravi, l’albanese Ornela Vorpsi – che continua a scrivere in italiano benché si sia trasferita in Francia – l’egiziana-congolese Ingy Mubiayi, e potrebbe andare avanti ancora.
Bijan Zarmandili, scrittore nato a Teheran ed esule in
Italia da cinquant’anni – capace di usare la lingua italiana con tale
libertà e raffinatezza da piegarla tanto alla sontuosità della poesia
persiana che alla povertà mistica dei dervisci e dei sufi – fin dal suo
esordio narrativo ha combattuto per essere considerato un autore
italiano. « Tutti gli scrittori in esilio », spiega, « sentono voci
provenienti dai luoghi della loro infanzia; voci dei
tempi in cui erano in sintonia con altri volti, con gli affetti, gli
odori, i colori, i rumori, persino i silenzi della propria origine. La
trascrizione di tutto questo non può che dar luogo a una scrittura ibrida,
bastarda nella forma e nel contenuto, perché, se pure nello scrittore
che viene da un altro paese resta il tormento della provenienza, il
paesaggio in cui si colloca è radicalmente mutato. È importante
riflettere sull’ibridismo dell’autore esiliato, perché la letteratura
d’immigrazione o, come preferisco dire, la letteratura dell’esilio,
nasce da un immenso e straordinario movimento di massa: milioni di
uomini e di donne che si spostano da un continente all’altro, dando
luogo a una cultura fatta di elementi che impongono una metamorfosi a
tutte le culture coinvolte nel processo. Questa umanità bastarda
contiene, inevitabilmente, molteplici talenti poetici e intellettuali,
ed è in grado di trasferire le proprie esperienze in opere letterarie
che assumono sonorità e stratificazioni proprio nell’incontrarsi e nel
confliggere delle lingue di provenienza e di quelle adottive; l’esito di
un simile processo dialettico, tuttavia, non sta solo in una
straordinaria e vitale produzione poetica, ma in una continua
risignificazione dell’esistente. È per questo che, quando vengo
presentato come uno “scrittore iraniano”, avverto un profondo disagio:
ridurre l’identità di uno scrittore alla sua origine implica negargli il senso di questo movimento ».
L’attribuzione di una piena cittadinanza linguistica agli scrittori di origine straniera – una sorta di ius soli
per chi abbia avuto nascita alla scrittura nella nostra lingua – sembra
l’ultimo tabù della nostra globalizzazione; la loro opera non ha ancora
una nominazione condivisa, e le definizioni più usate (“letteratura
migrante in lingua italiana”, “letteratura transnazionale”, “letteratura
italofona”, “letteratura postcoloniale”) si tengono in un’ambiguità
tra riconoscimento di valore letterario, giudizio politico e sguardo
antropologico. « Quando la musica delle sillabe e la coerenza dei ritmi
vengono utilizzate non dai poeti che hanno avuto maternità in una certa
lingua, ma dai suoi figli illegittimi, confrontarsi con l’ibridismo di
chi lavora con le parole diventa una vicenda complessa », dice ancora Zarmandili.
« In Italia c’è sempre il rischio che questa scrittura venga
ghettizzata, etichettata, risospinta verso la sua origine, ma è proprio
la novità epocale costituita dall’immigrazione a dare nuova linfa
all’Italia di oggi; a darci conto del caos di questo mondo che,
meraviglioso e vivificante, si riflette su di noi, chiedendoci un
pensiero estetico e politico ».
Quindici anni dopo aver lasciato il Marocco per trasferirsi a Parigi, Tahar Ben Jelloun si vide assegnare il prestigiosissimo premio Goncourt, che ne fece uno scrittore di lingua francese a tutto tondo, e Hanif Kureishi,
nato a Londra da padre pakistano e madre inglese, è considerato un
autore inglese, non un pakistano anglofono. Un passo avanti potrebbe
essere l’attribuzione di uno Strega, un Campiello a uno dei nostri autori ibridi, a sottolineare la loro piena appartenenza alla cultura, alla letteratura italiana.
Igiaba Scego, giornalista e scrittrice nata in Italia da una famiglia
di origini somale, risponde all'articolo di Daniela Padoan sugli
scrittori che scrivono in italiano e non vincono premi letterari.
L'esperienza della Scego è diversa, e l'articolo diventa spunto per
attribuire le responsabilità anche ai media e alle case editrici.
La giornalista e scrittrice Igiaba Scego (dal blog eneryvibes.wordpress.com)
Nel 2011 ho vinto un premio letterario: il premio Mondello.
Non me l’aspettavo. Naturalmente sono stata felice del premio. Onorata. Tra i premiati c’era anche il grande Javier Cercas, uno scrittore che stimo ed amo molto. Specifico che ho vinto il premio per la letteratura italiana.
Ci tengo a sottolinearlo perché era la prima volta che una figlia di
migranti vinceva il premio in questa categoria del Mondello. Dopo il
premio (forse ingenuamente confesso) mi aspettavo una discussione sulle pagine culturali dei
giornali. Speravo davvero che questa mia vittoria potesse essere usata
come pretesto per parlare dei colleghi migranti e figli di migranti che
non solo scrivono in italiano, ma danno lustro alla letteratura
nazionale innervandola di nuovi temi e nuovi linguaggi. Invece c’è stato
il solito silenzio assordante.
Purtroppo ho notato che di noi nei paginoni culturali dei giornali (ma
lo stesso vale per i programmi TV) non si parla proprio. Chi ne parla lo
fa spesso solo in termini folcloristici (anche se ci
sono state eccezioni eccellenti a questa cattiva pratica). Perché, mi
chiedo, interessiamo così poco a chi fa informazione culturale? Non
siamo forse anche noi parte di questo paese? A quando la cittadinanza
letteraria?
Qualcuno potrebbe obbiettare che ancora tra di noi non c’è una Zadie Smith o un Hanif Kureishi.
Ma siamo proprio sicuri di questo? Forse probabilmente la Zadie
italiana ci è passata sotto il naso e non ce ne siamo accorti. Io credo
che sia andata proprio così. Lo penso ogni volta che mi capita tra le
mani il libro di Cristina Ali FarahMadre Piccola.
Un signor libro davvero! Poetico, complesso, coinvolgente. Un libro
molto amato dagli addetti ai lavori, molto studiato nelle università
estere (da Melbourne a New York) e dai gender studies. Ma
sostanzialmente ignorato dalla stampa che conta qui in Italia. Poche
recensioni per un libro che meritava ben altro trattamento.
Certo la stampa ha le sue colpe, ma non è la sola. Io aggiungerei tra i colpevoli anche le case editrici.
Dopo un iniziale entusiasmo per le scrittrici e gli scrittori di
origine migrante siamo passati ad una momento di totale recessione. Le
vie sembrano sbarrate. Si pubblica poco e manca totalmente lo scouting.
Anche in questo campo ci si affida a nomi considerati sicuri, ma si
punta poco sulle giovani leve. Inoltre accade spesso che il libro anche
se riesce a trovare una buona pubblicazione non venga appoggiato
adeguatamente dall’editore. Non si punta su questo prodotto
considerandolo erroneamente troppo di frontiera. Sono ancora le piccole e medie case editrici
a fare la fortuna di una scrittrice o uno scrittore di origine
migrante. Sono soprattutto loro a credere in un autore e a spingerlo.
Basti pensare al rapporto che si è creato tra la E/O e Amara Lakhous,
una relazione vincente in tutti i sensi.
In questo fosco panorama va segnalata però una nota positiva: le lettrici ed i lettori. Il pubblico di chi fruisce dei vari Kuruvilla, Farah, Wadja, Butcovan, Brahimi
sta crescendo. Un pubblico multietnico e curioso. Un pubblico che
interagisce direttamente con gli scrittori attraverso i social network e
naviga sui siti specializzati.
Per una scrittrice, per uno scrittore, sono proprio loro il premio più bello.
Carissim* abbiamo il piacere di invitarvi ad una serata di racconti: poesie, prosa, appunti, ricordi, brani dei
libri, collage, suoni... con il titolo "Amori stranieri".
Mercoledi 11/01/2012 alle 21 presso NZocchè Circolo Arci
Via Ettore Ximenes 95, Palermo
Amore straniero, strano, straniante.
E’ una relazione che ti ha portato a pensarti stranier* al mondo e al modo in cui avevi immaginato la tua vita. E’ la storia di una differenza che ti ha restituito la fantasia, anche se non ti riconosci più, oppure sono gli altri
a non riconoscerti. Capita e non lo sai capire, ha bisogno di una traduzione.
Viene da lontano, lancia fuori dall’orbita del familiare, toglie il terreno da sotto i piedi. Genera esperienze, conoscenze e aperture che non avresti riconosciuto se non avesse incrociato la tua strada.
Attraversa una e tante frontiere, vivifica il conflitto. Non è solo una questione di nazionalità, di culture, di paesi ma di geografia. I corpi sono il territorio di questi attraversamenti: ruoli, frontiere, desideri, lingue e
intuizioni.
Che cos’è per voi l’amore straniero? Collezioniamo e condividiamo le storie di percorsi indimenticabili, felici o sfortunati. Non occorre essere scrittori, basta avere voglia di leggere ad alta voce o lasciare che altri leggano un testo che hai scelto o scritto. Poesie, prosa, appunti, ricordi, brani dei libri che vi hanno ispirato. Non ci sono limiti né format preimpostati.
Faremo rivivere le nostre storie a Palermo e a Verona, e dovunque ci porterà questo percorso.
Le letture saranno accompagnate da immagini, fotografie, musiche che interpretano l’amore straniero in altri linguaggi. Tutti i testi saranno proiettati perchè la lettura sia accessibile alle persone sorde.
«Un
angelo non c’è sempre. Se no non è un angelo. La sua prerogativa è che
qualche volta arriva e qualche volta ti abbandona. Non sapere mai se
arriverà, ecco l’essenza, ecco la traccia dell’angelo». 24 dicembre
1955, nella casa dei nonni, odorosa di bosco tra candele e torroni,
Morfeo festeggia il natale.
Ha otto anni e aspetta solo di scartare i regali. Poi
improvviso l’incidente, una persiana lo colpisce alla testa, l’ospedale,
il risveglio, la cura. e l’inizio di una vita nuova.
Popolato di personaggi indimenticabili, di angeli e di camici
bianchi - il dottor Ossicino, il professor Poiana, lo psichiatra Orio -
in costante equilibrio tra reale e surreale, La traccia dell’angelo è anche un romanzo contro lo strapotere della medicina in cui il lettore ritrova il sorriso graffiante, ironico e visionario di Benni. Libreria Kursaal Kalhesa Kursaal S.r.l. Foro Umberto I, 21 90133 - Palermo tel. +39 091 6167630 fax +39 091 6161282 www.kursaalsrl.it www.kursaalkalhesa.it
Abbiamo il piacere di segnalarVi il ciclo di incontri ed eventi che si terrà a Palermo nei giorni 28, 29 e 30 settembre
28/30 settembre 2010 scrittori, alfabeti, mappe e storie avventurose a proposito di editoria, critica e precariato intellettuale incontri, proiezioni, discussioni
Navigando a vista, tra polemiche, appiattimento e proposte, cerchiamo di tracciare un modello nuovo per l’editoria italiana, che sappia riconoscere il valore della bibliodiversità, del consumo critico (e intransigente) delle lettere, del lavoro degli indipendenti (editori e librai).
PROGRAMMA
martedì 28/09/2010 h. 20,30
N’Zocché, associazione culturale via Ettore Ximenes 95
Italia al bivio Presentazione della rivista «alfabeta2» discussione tra Andrea Cortellessa, Gianfranco Marrone e Matteo Di Gesù modera/introduce Titti De Simone dibattito aperto con gli editori, librai, associazioni e precariato della conoscenza
Senza scrittori proiezione del film documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi (Rai Cinema, 2010) Andrea Cortellessa discute con Beatrice Agnello, Giancarlo Alfano, Davide Dalmas, Domenico Scarpa e Matteo Di Gesù
Scritture e luoghi della critica letteraria due presentazioni incrociate Giancarlo Alfano, Paesaggi, mappe, tracciati, Liguori Domenico Scarpa, Storie avventurose di libri necessari, Gaffi Ed. con Giancarlo Alfano e Domenico Scarpa
modera/introduce Fabrizio Piazza
Organizzatori: N’Zocché, associazione culturale Gli Amici di Oblomov, associazione culturale Libreria Modusvivendi :duepunti edizioni
Questo numero monografico della rivista, interamente dedicato al tema della letteratura migrante in Italia, ha due obiettivi prioritari.
Il primo è quello di contribuire a chiarire le nostre e le vostre idee su un universo tanto vasto quanto, ai più, sconosciuto, raccogliendo materiali e diffondendo tra i nostri lettori conoscenze relative al mondo dell’immigrazione. Più precisamente, questa volta il nostro interesse si è concentrato sui risvolti diciamo così più ‘culturali’ di questo straordinario incontro di popoli che si è realizzato nel nostro paese negli ultimi due decenni, e che diventerà sempre più, a dispetto di qualunque governo e di qualunque provvedimento legislativo, la realtà italiana: una realtà multietnica, quindi multiculturale. Di questo incontro – che, ahimé, talvolta diventa scontro aperto, intollerante, xenofobo – noi non abbiamo paura. E non abbiamo paura perché proviamo a conoscere e capire le ragioni di chi, per i motivi più diversi ma certo sempre dolorosi, ha deciso di stabilirsi nel nostro paese, temporaneamente o stabilmente, e prova a vivere e lavorare dignitosamente, arrivando perfino a cimentarsi con la scrittura in lingua italiana, e in lingua italiana racconta storie, sogni, emozioni. Noi abbiamo letto queste storie, i nostri giovani corsisti del Master le hanno analizzate, ne hanno tratto notizie e informazioni preziose, ma non solo. I testi degli scrittori migranti, sia che si vendano in libreria sia che ci vengano offerti agli angoli delle strade, hanno rivelato altre facce, altri aspetti del popolo migrante, che ce lo hanno fatto sentire più vicino, perché, guarda caso, impastato della stessa ‘materia’ nostra, degli stessi nostri ‘umori’. Questo numero della rivista vuole dunque dire, prima di tutto, che a questa umanità noi riconosciamo la stessa dignità che riconosciamo a ciascun essere umano, e che con questa umanità noi abbiamo voglia di continuare a dialogare.
Il secondo obiettivo può apparire più modesto rispetto al primo, ma solo apparentemente. Ho già detto che gli autori (ma in realtà si tratta di autrici) dei diversi pezzi sono giovani corsisti del Master, che hanno deciso di svolgere la loro tesi di fine corso su questo tema, guidati e sorretti dalla docente di Comunicazione Interculturale, prof.ssa Paola Ellero. Come si vedrà, gli interventi affrontano il tema da angolature diverse, senza mai dimenticare però che il percorso di studio seguito mira a costruire un profilo professionale preciso: che non è quello dell’operatore interculturale, ma quello dell’insegnante di lingua italiana, seconda o straniera, operante in Italia o all’estero, e questo obiettivo finale non è mai stato dimenticato. Anche in questo caso opera una forte convinzione: che non c’è incontro di culture senza incontro di lingue. E come si potrebbe dialogare senza una lingua in comune? I gesti, le posture, le tonalità – che pure hanno tanta parte nei nostri scambi quotidiani – hanno comunque una portata semantica elementare, e sono per lo più insufficienti a veicolare i contenuti più ‘fini’. Da qui l’attenzione costante per il risvolto didattico del tema, e il tentativo di trasformare questi materiali in occasioni motivanti di insegnamento/apprendimento dell’italiano, in unità didattiche, attività, esercizi. Noi vogliamo, infatti, che i nostri giovani escano dal Master non solo con le idee chiare in fatto di intercultura, ma anche con un bagaglio tecnico preciso – fatto di conoscenze disciplinari e competenze operative – adeguato alle nuove sfide. Questo secondo obiettivo è dunque, come si vede, non meno ambizioso del primo.
Infine: questo numero della rivista, ideato e curato da una corsista del Master, la dott.ssa Alessandra Bruno, vuole essere anche un esperimento didattico. È, infatti, la sua tesi di fine corso, il lavoro conclusivo che ogni corsista deve compilare sotto la supervisione di un docente, nel caso specifico la prof.ssa Paola Ellero, e che poi deve discutere con una commissione di docenti. A me pare un esperimento riuscito. Con l’aggiunta che in questo caso particolare a giudicare saranno non solo i docenti chiamati a far parte della commissione, ma anche gli sconosciuti lettori che avranno voglia di leggere e condividere con noi questa esperienza.
Indice
Saggi
PAOLA ELLERO, Letteratura migrante in Italia
ALESSANDRA BRUNO, Banca Dati Basili. Un archivio della letteratura migrante
ALESSANDRA BRUNO, Intervista al professor Armando Gnisci ideatore della Banca Dati Basili
ALESSANDRA BRUNO, Letteratura migrante: concorsi per scrittori emergenti
Percorsi nella letteratura migrante
PAOLA ELLERO, Introduzione
LAURA BRUNET, Laboratorio interculturale di scrittura autobiografica attraverso la letteratura migrante
BARBARA ANDREOTTI, Nuovi italiani: il contributo delle seconde generazioni
CHIARA GOBBER, Mondo ex e tempo del dopo: un progetto interculturale sui Balcani
CECILIA MAGNANI, Perdersi e ritrovarsi in Italiano L2
MARTA DANIELE, Contaminazioni artistiche dai Balcani. Per conoscere volti e figure della migrazione attraverso interviste radiofoniche
DANIELA GOLFETTO, Scrittura migrante, scrittura creativa. La voce femminile della letteratura migrante in Italia
IRENE MORETTO, I nuovi orizzonti della letteratura della migrazione: scrittori italiani in Germania e scrittori stranieri in Italia
Attività didattiche
ALESSANDRA BRUNO, Proposte didattiche attraverso la letteratura migrante
SARA CRIPPA, Facilitare l’integrazione
BARBARA ANDREOTTI, La letteratura della migrazione e le seconde generazioni
ALESSANDRA BRUNO, Note migranti. Uno sguardo all’ambito musicale e una proposta di attività didattica
CECILIA MAGNANI, Perdersi e ritrovarsi in italiano L2: una riflessione metalinguistica
IRENE MORETTO, Utilizzo di racconti di autori immigrati durante un laboratorio di italiano L2: proposte di attività
DANIELA GOLFETTO, Didattizzazione di un brano di letteratura migrante
Recensioni
PAOLA ELLERO, rec. a: M. TRAVERSO, M. OGNISANTI (a cura di), Letterature migranti e identità urbane. I centri interculturali e la promozione di spazi pubblici di espressione, narrazione e ricomposizione identitaria, Milano, Franco Angeli, 2008
ALESSANDRA BRUNO, rec. a: G. CALICETI, Italiani per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati, Milano, Feltrinelli, 2009
Iconografia
GIOVANNI LA SCALA, Un viaggiatore “umanitario”
ALESSANDRA BRUNO, Immagini e odori
La rivista è consultabile on-line e può essere scaricata qui
Teatrofestival di scrittura siciliana contemporanea al femminile
inaugura la sua seconda edizione
A dare voce al progetto promosso dall'Associazione Luminaria, nell'ambito degli eventi della settimana Gattopardiana,tre scrittrici che, ognuna nel suo specifico letterario ed espressivo, ricreano una Sicilia reale e immaginaria, alimentata dall'appartenenza ad una geografia umana oltre che di luoghi, spazi e tempi.
La Triscele come simbolo della Sicilia, la testa di una donna, forse di una dea, in alcuni casi raffigurata con le ali per indicare l'eterno trascorrere del tempo, contornata da serpenti per indicare la saggezza, ci pare si presti a rappresentare il progetto che vuole mettere in relazione mondi narrativi diversi pur legati da una identità comune che affonda le sue radici in un “luogo”, allo stesso tempo geografico e culturale.
Quella che si vuole mostrare è una Sicilia “portata dentro” che ci appartiene e che diviene riconoscibile al di là degli stereotipi e delle consuete raffigurazioni. Una Sicilia fatta di vicende vissute e di ricostruzioni dolorose, di artifici sfolgoranti e di storia. Da qui la scelta delle scrittrici di quest'anno:
Giovanna Fiume
con Mariti e pidocchi. Storia di un processo e di un aceto miracoloso (XLedizioni, 2008)
Emma La Spina con
Mille volte niente (Piemme 2010)
Leda Melluso
con La ragazza dal volto d’ambra (Piemme 2010)
Ogni scrittrice presenterà l'altra in un giro di conoscenza e valorizzazione reciproca della scrittura a cui seguiranno e daranno ulteriore risalto le teatralizzazioni di brani interpretati dalle attrici Patrizia D’Antona, Maria Teresa De Sanctis, Elda Nobile,Letizia Porcaro,Rina Rossitto, rappresentati nella scenografica e suggestiva cornice dello scalone del palazzo del Gattopardo con la regia di Margò Cacioppo.
Il Settore Educazione di Palazzo Riso, Museo d'arte contemporanea è lieto di invitarVi al
laboratorio per bambini Scritture Illegibili
Scritture lontane, ideogrammi e geroglifici, segni affascinanti persino per i più piccoli. E dagli alfabeti orientali prenderà spunto il nuovo laboratorio gratuito per bambini proposto sabato 29 maggio alle h 17 da Riso, Museo d’arte contemporanea della Sicilia (corso Vittorio Emanuele 365).
Partendo dall'osservazione di scritture lontane (cinese e cirillico, ma anche arabo) i bambini, guidati dalle operatrici del Settore Educazione, inventeranno alfabeti sconosciuti, lettere e segni che riporteranno con colori diversi su fogli di carta da pacco: creeranno così veri e propri manoscritti di popoli immaginari, assemblando insieme i fogli e formando un libro virtuale.
Il laboratorio, per bambini tra i 5 e i 12 anni, è gratuito; è previsto un contributo di 5 euro per la merenda e i gadget.
E’ un’ulteriore tappa – in attesa dell’inaugurazione, il 9 luglio, di Others la prossima mostra di RISO, dedicata ai giovani artisti della Biennale di Marrakech – dei laboratori finalizzati all’avvicinamento del bambino all’arte e all'apprendimento delle tecniche creative.
Aula Seminari della Facoltà di Lettere e Filosofia
Università degli Studi di Palermo
Presentazione del libro
Esilio/asilo. Donne migranti e richiedenti asilo in Sicilia. Studi e storie
Interverranno:
Vincenzo Guarrasi. Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia - Università di Palermo
Giuseppe Burgio, Pedagogia generale e sociale - Università di Palermo
Marco A. Pirrone, Sociologia - Università di Palermo
insieme alla curatrice del libro, Clelia Bartoli, Diritti umani - Università di Palermo
L'incontro, che prende le mosse dai temi trattati nel libro, si focalizzerà sulla condizione delle donne migranti in Sicilia.
ESILIO/ASILO. DONNE MIGRANTI E RICHIEDENTI ASILO IN SICILIA. STUDI E STORIE a cura di Clelia Bartoli con testi di Giuseppe Burgio, Jeffrey E. Cole, Maurizio Molina Marco Pirrone, Laura Saladino, Fulvio Vassallo Paleologo
Collana Cronografie (2.); pagine 184; prezzo € 12,00 ISBN 978-88-89987-39-1
« Il racconto di uomini e donne che vivono il loro esilio nella nostra terra ». Il fenomeno migratorio è al centro di molte polemiche e strumentalizzazioni, ma anche di studi di natura statistica e antropologica che spesso non riescono a mettere a fuoco una delle componenti culturali ed economiche di maggior peso per l’interpretazione della complessa realtà italiana: la disomogeneità tra Nord e Sud. A fronte di una corposa letteratura sull’argomento sono pochissimi i testi che approfondiscono l’immigrazione nel Meridione, e che hanno saputo restituire una fotografia dello stato dell’etnicizzazione delle problematiche reali. Il presente volume colma almeno in parte questo vuoto, proponendo saggi e storie di vita di emigranti in Sicilia. Vengono analizzati casi emblematici e attualissimi (dalla prostituzione nigeriana, alla vendita dell’intimità delle badanti dell’Est), accostando all’approccio scientifico il ricorso allo sguardo di osservatori locali che dall’incontro con l’altro, con lo straniero, rilevano sia i meccanismi di “difesa” sia l’esigenza di aprirsi ad un confronto più maturo. Due sono le figure chiave di quest’indagine sul Meridione degli immigrati: la donna che oltre alla condizione di esule spesso racconta anche storie di emarginazione culturale e i “richiedenti asilo” internazionale, che rimandano a irrisolte questioni di diritto internazionale e diritti umani negati.
21 aprile, PALERMO, Laboratorio Zeta, via A. Boito 7, alle 20.30
Il nuovo libro di Gabriele Del Grande, il fondatore di Fortress Europe.
Tre anni di inchieste in un unico avvincente racconto. Un viaggio tra memoria e attualità attraverso le storie che fanno la storia. La nostra storia.
"A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il mare di mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l'Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l'Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso".
Laboratorio di SCRITTURA CREATIVA a Palermo Parole in gioco per aspiranti autori Attraverso giochi ed esercizi di scrittura creativa i partecipanti al laboratorio avranno modo di sperimentarsi in diversi campi letterari: Narrazione autobiografica, Costruzione di un personaggio, Fiaba, Poesia Haiku, Racconto. Gli scritti prodotti durante il laboratorio verranno pubblicati in un volume che sarà infine presentato.
Il programma dettagliato lo trovate nella locandina. Periodo: primi febbraio 2010 Durata: il laboratorio prevede 5 incontri più la presentazione del volume, gli incontri avranno cadenza settimanale e dureranno due ore ciascuno. Costo: 120 €.
Il costo include anche una copia del testo con gli scritti dei partecipanti. Luogo: c/o Babelschool, via Duca della Verdura 33, PA http://www.babelschool.org/ - info@babelschool.org0915601108 / 3293962534
La forma blog tende a creare un fenomeno massa più leader, tende a dare potere a chi gestisce la vicenda e a condizionare i contenuti e il modo in cui questi vengono ricevuti. Se la tv è un narcotico, il blog può essere un ipnotico potentissimo, siamo rinchiusi nelle nostre casette e non facciamo nulla. Conviene spegnere e uscire e incidere nel reale. È molto meglio.
Daniele Luttazzi
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NOTA INTRODUTTIVA
In questo blog vengono raccolte notizie di varia natura in un'ottica interdisciplinare sui temi della pace e dell'intercultura.
Una delle linee guida attraverso cui si svolge la raccolta di esperienze e testimonianze è la città di Palermo e la regione di cui essa è capoluogo, la Sicilia.
Vi si possono tuttavia trovare riferimenti ad esperienze localizzate in altre regioni d'Italia e del mondo: l'intercultura e la pace, almeno idealmente, non hanno confini e nazionalità.
T i n d a r a I g n a z z i t t o é insegnante di italiano agli stranieri, operatrice interculturale, esperta in didattica dell'italiano come lingua seconda e straniera, comunicazione, scienze dello spettacolo