Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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domenica 10 novembre 2013

Storia di Robiel, morto annegato, scappato dall’Eritrea con un sacchetto di plastica pieno di sogni

Storia di Robiel, morto annegato, scappato dall’Eritrea con un sacchetto di plastica pieno di sogni
November 9, 2013, di Cornelia I. Toelgyes


8 novembre 2013 - Buongiorno a tutti. Mi chiamo Robiel, anzi, mi chiamavo così. Ora sono morto, annegato, vicino a Calais, in Francia. Vi voglio raccontare la mia storia. Sono nato 25 anni fa in Eritrea. Ho un fratello ed una sorella, io sono il maggiore dei tre.  Mia sorella ha 21 anni; ora vive in Israele. Era stata rapita, l’avevano portata nel Sinai, torturata e tutto il resto. Mamma ha pagato, l’hanno liberata. Ora lei sta bene.  Il mio fratellino, invece, rischia di diventare cieco ad un occhio per via di uno stupido incidente.  E’ anche per questo che ero scappato dall’Eritrea. Volevo aiutarlo, volevo guadagnare un po’ di soldi per poterlo fare operare, oltre che per quel terribile servizio militare.

Insomma me ne sono andato, scappato. Ho messo tutti i miei ricordi in un sacchetto di plastica e sono arrivato in Libia. Lì mi hanno messo in prigione per un po’. Una cosa terribile, ci picchiavano, poco o niente cibo, umiliazioni di tutti generi. Poi, non mi è sembrato vero, mi hanno liberato. Sono corso al primo porto, ho trovato uno scafista. Mi ha detto :”Tieniti pronto, fra qualche giorno si parte”. Ero felice come non mai. Ho iniziato a sognare. Durante la traversata ho conosciuto una ragazza etiope. Ci siamo innamorati. Sì, vi rendete conto, mi sono anche innamorato. Insieme abbiamo fatto tanti progetti mentre ci tenevamo per mano durante quel lungo viaggio in mare.

Un po’ di paura  c’era, ma si divide anche la paura, non solo i sogni.  Poi i centri di accoglienza, che di accoglienza hanno solo il nome. Pazienza.  Il tempo lì non passava mai. Finalmente erano pronti i documenti. Ho chiamato mia cugina che vive al nord. Mi ha accolto insieme alla sua famiglia. La mia ragazza, invece, è andata a Roma, in un altro centro. Ci siamo visti una sola volta nei 5 mesi trascorsi da mia cugina. Ci sentivamo sempre al telefono e insieme si continuava a sognare.corpi dei morti

Un giorno ho deciso di andare in Francia, a trovare degli amici. Mi avevano parlato bene di quel paese. Dopo qualche giorno mi sono spostato a Calais. Di lì potevo andare in Inghilterra, da mio zio, fratello di mamma. Lavora lì da qualche anno. Sì, anche lui era scappato. Il paradiso Eritrea è diventato un inferno. Tutti se ne vanno. Ci sono rimasti solo i vecchi, quelli che avevano combattuto per la libertà. Ora loro e quei pochi giovani rimasti, sono prigionieri nel nostro stesso paese. Vi rendete conto ?

A Calais mi sono tuffato in mare. Era il 9 ottobre scorso, esattamente un mese fa, una brutta sera. Freddo e mare mosso. Mi hanno gettato una corda. Ricordo la disperazione e poi il nulla. Salutate mia mamma. Roberta e Cornelia vi racconteranno il resto della mia storia. So che scopriranno ciò che mi è successo.  Io ho una famiglia, Roberta ed i suoi amici che mi hanno cercato. Molti giovani annegano qui, restano senza nome, la loro tomba è il fondale del mare.  Io sono uno dei tanti, la mia è una storia nella storia, con la differenza che la mia sarà resa pubblica e finalmente il mondo saprà ciò che succede qui.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes
(1 – continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Africa Express

sabato 9 novembre 2013

11 novembre, Roma: L'Eritrea si racconta


L'ERITREA CHE SI RACCONTA

Il coordinamento Eritrea democratica invita a una serata  di riflessione a partire dai fatti di Lampedusa. Interventi di Ribka Sibhatu e Amer Adem, responsabili cultura e informazione del coordinamento.

Interverranno -  in collegamento skype

Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa

Alganesh Feseha, presidente ong Gandhi

Rappresentanti del I municipio e della Rete Donne per la Pace, della Casa Internazionale delle donne

Musica e lettura di poesie


Teatro Valle, via del Teatro Valle
Lunedi 11 novembre dalle ore 19

Segreteria Casa Internazionale delle Donne
Via della Lungara, 19 - 00165 Roma
Tel. 0668401720 Fax 0668401726
www.casainternazionaledelledonne.org

lunedì 21 ottobre 2013

Vite infrante sulle muraglie della Fortezza Europa. Governo tombarolo di Pina Piccolo


Pubblicato su 21 ottobre 2013 da REDAZIONE ALMA.BLOG

Cercavo un appellativo o una metafora che potesse calzare l’iniquo operato del governo delle larghe intese in tutto l’iter degli annegamenti al largo di Lampedusa dal 3 ottobre fino alla celebrazione farsa dei funerali di Stato in absentia dei corpi degli oltre 300 annegati da respingimento (ossia giovani per lo più provenienti dal Corno d’Africa annegati a causa di leggi inique approvate da entrambe le compagini governative e che sono state oggetto di oltre 100 richiami per violazioni dei diritti umani da parte dei massimi organismi internazionali per i diritti umani). Mi sono venute in mente locuzioni bibliche del tipo “sepolcri imbiancati” per denunciarne l’ipocrisia ma alla fine ho dovuto coniare la neo-locuzione “governo tombarolo”. Per tombarolo, nel significato classico del termine, si intende un violatore di tombe, ladruncolo alla ricerca di tesori o di modesti averi che al malcapitato defunto i familiari avevano fatto indossare o messi al loro fianco per accompagnarli nel viaggio dell’aldilà. L’attività di addobbare la salma si può considerare un’attività consolatoria per chi restava nel senso che nel rito si riaffermava una certa “normalità” dello status del defunto, continuava a condividere interessi anche estetici con chi continuava invece a vivere. L’attività del tombarolo invece consisteva nella cinica, egoista raccolta dei frutti del rito.

Oggi ad Agrigento, dopo vari tentennamenti, il governo italiano, in tutte le sue compagini e colori di pelle, si presterà a un’ulteriore operazione di spogliazione dei morti, cioè cercheranno di spogliare nuovamente il corpo in absentia di oltre 300 giovani eritrei, somali e altri provenienti dal bacino mediterraneo di qualsiasi gioiello potessero ancora avere addosso. Nelle varie piazze di Italia nelle scorse settimane, si sono sentiti spesso i rappresentanti istituzionali locali rammaricarsi per il “tragico naufragio”, versare lacrime, forse anche sentite, per le vite spezzate. Ma come dice una canzone del cantautore lampedusano Giacomo Sferlazzo “Unnavi curpi u mari” (cioè il mare non ha colpe) se la barca in pericolo non è stata soccorsa da ben tre pescherecci per paura di ritorsioni da parte del sistema penale italiano. Non sono le forze della natura a respingere bensì precise forze politiche che hanno codificato sistemi iniqui per impedire la libera circolazione anche di persone in pericolo di vita, mentre si sforzano in ogni modo di fare leggi che consentano la libera circolazione di merci e capitali (questi ultimi senza controllo alcuno).

Nei media a grande diffusione si sono spese migliaia di parole e di righe di scrittura per fare ipotesi su scafisti, navi madre e non si è quasi mai sentito pronunciare il nome “Isaias Afewerki” il dittatore che in Eritrea impone il servizio militare a vita, che ha il maggior numero di giornalisti al mondo ospiti delle sue prigioni e i cui arsenali sono rimpinguati dalle armi provenienti dall’industria bellica del fiorente nord –est italiano. Il paese è stato definito dalle più importanti associazioni per i diritti umani una prigione a cielo aperto eppure a quasi a nessun giornalista viene la tentazione di fare un collegamento tra le condizioni politico-sociali economiche di quel paese e l’arrivo di tanti giovani in fuga. Non si è trovata traccia nella stampa italiana di un giornalismo d’indagine che si prenda la briga di investigare le committenze del governo eritreo per quanto riguarda industrie tessili e molti altri prodotti di imprenditori italiani. Né si è fatta alcuna illazione sul perché sia stato consentito a rappresentanti ed ufficiali eritrei di ispezionare e riconoscere le salme, proprio quelle di giovani provenienti da un paese per cui l’italia finisce per riconoscere lo status di rifugiato politico. Non si palesa nessuna contraddizione nel fatto che ai rappresentanti delle istituzioni eritree sia lecito curiosare tra i corpi dei morti e non ai parenti venuti con gran sacrificio da lontano per avere almeno la consolazione di dare l’ultimo saluto al proprio congiunto. Infatti nella fretta e furia del governo italiano di far sparire i corpi un gran numero di essi non sa neppure dove sia ubicata la tomba del proprio congiunto. E tutto questo per non parlare della sorte toccata ai sopravvissuti a cui sono state prese le impronte e che sono stati prontamente accusati del reato di clandestinità. Quindi paradossalmente per i morti si è prospettata la possibilità di garantire la cittadinanza mentre per i vivi si è proceduto a dare ben altra ospitalità nei famigerati centri di identificazione di espulsione.

Si possono in un certo senso anche scusare i sindaci, gli assessori, rappresentanti dell’italiano medio al cui “ruolo” (per usare una parola di cui ci si riempie molto la bocca in Italia) non compete la conoscenza approfondita di politica estera, ma ai massimi rappresentanti del governo italiano questo compete e come. Eppure, in questo strano rito funebre domani, dove saranno assenti i corpi degli annegati da respingimento, domani accanto alle massime rappresentanze del governo italiano siederanno non i genitori e gli amati delle persone annegate ma i rappresentanti del governo eritreo, cioè gli aguzzini dalle due sponde. In un discorso classico delle migrazioni queste “istituzioni” rappresenterebbero le forze di “push” e “pull” (cioè le forze che “spingono” a lasciare un paese e le forze che “attraggono” verso un altro paese) solo che nel caso, dell’Italia e della sua ex colonia Eritrea perfino queste incombenze sono svolte con una grande doppiezza per cui il paese che teoricamente dovrebbe “attirare” è quello che in realtà respinge (e adesso si munisce perfino di droni per farlo con maggiore efficienza) e il paese che spinge è quello che attraverso tutta una serie di sotterfugi ci guadagna dall’esodo di massa dei suoi giovani “attirando” dentro le sue casse parte dei loro magri guadagni(le ambasciate eritree dotate in tutto il mondo di una fittissima rete di informatori esigono una tassa mensile del 2 per cento sugli introiti dai loro connazionali anche se sono fuggiti all’estero come rifugiati politici).

Quindi oggi i tombaroli nostrani e quelli del regime di Afewerki pure in assenza delle salme, dopo aver creato le condizioni che hanno portato alla morte di oltre 300 persone che cercavano la vita, procederanno con le belle parole a spogliare la parte più fulgida della loro impresa. Cioè, le “istituzioni” ben lontano dal prodigarsi in un atto di cambiamento, cercheranno con una narrazione pietistica di trafugare la narrazione di fiducia nel futuro, di progetto di realizzare le proprie aspirazioni che era insita nella fuga delle persone annegate. Il loro corpo in fuga da e in arrivo a rappresentava la possibilità di una diversa narrazione, troncata appunto non dalla natura ma dalle leggi inique degli esseri umani. La maggior parte di loro, attraverso sacrifici di intere famiglie, era alla ricerca di un posto in cui la vita non fosse compressa dai voleri e dagli interessi di un regime (un desiderio di cambiamento di condiviso da milioni di giovani in tutto il Nord Africa e Medio Oriente , appunto quelli che in altre nazioni si trovano protagonisti di rivolte e rivoluzioni). Domani credo che il miglior tributo che possiamo dare alle loro speranze nel futuro è di spegnere il canale sulla dissacrazioni dei tombaroli governativi, di unirci ai fratelli e alle sorelle eritrei che venerdì prossimo organizzeranno una manifestazione a Montecitorio per far rivivere la narrazione alternativa. Ed impegnarci perché questa storia non venga dimenticata appena spente le luci dei riflettori, non solo perché quella storia merita di vivere ma anche perché non è poi una storia tanto diversa dalla nostra, è la ricerca di una diversa narrazione di quelle che possono essere le nostre vite, il nostro presente e il nostro futuro.

di Pina Piccolo

venerdì 31 dicembre 2010

Nuove forme di sterminio

30 dicembre 2010


ANSA: Ormai da un mese 300 cittadini americani che si trovavano in vacanza in Egitto sono stati rapiti da un gruppo di banditi che li tiene imprigionati nel deserto del Sinai. La somma richiesta per liberare ogni ostaggio è di 9.870 dollari. Secondo alcune fonti, i prigionieri sono stati rinchiusi in container sotteranei e legati con le catene. Tra di loro vi sono anche numerosi bambini. Le donne sono state separate dagli uomini e vengono stuprate davanti ai loro figli. Chi non ha la somma a portata di mano viene appeso a testa in giù e torturato con scariche elettriche e ferri ardenti e a chi non riuscirà a pagare verranno espiantati i reni.

Come reagireste a questa notizia? Sicuramente rimmareste inorriditi alla sola immagine di un bambino che deve assistere alle grida della propria madre violentata davanti ai suoi occhi.

La notizia è vera, ma i media non ne stanno parlando. Forse perchè i prigionieri nel deserto non sono 300 cittadini americani, francesi o italiani, ma per la maggior parte profughi eritrei ed etiopi, e quindi esseri umani di seconda classe.

Un orrendo episodio di totale disinteresse da parte non solo dei mezzi di informazione, ma anche dei politici e dei personaggi del Jet Set che fino a poco tempo fa avevano giustamente smosso il mondo per salvare la vita di una donna condannata a morte in Iran e che ora tacciono davanti all'odissea di 300 persone. Non è la prima volta che accade. Nel deserto egiziano è in atto ormai da tempo un vero e proprio massacro dei profughi che rincorrono il loro sogno di libertà, ma se ne sa poco.

Tra meno di un mese, il 27 Gennaio, festeggeremo il Giorno della Memoria, ma mi chiedo quanto possa servire se non siamo in grado di riconoscere e intervenire nelle nuove forme di sterminio.
 
 
 

lunedì 15 novembre 2010

16 novembre, Palermo: Aid Al-Kabir. La Grande Festa

Martedì 16 novembre 2010

ore 20.30

al Laboratorio Zeta, via Boito 7

A settanta giorni dalla fine del Ramadan

siete invitati alla

Aid Al-Kabir
(LA GRANDE FESTA)

con le comunità
sudanese, etiope, eritrea

contributo per la cena 7 euro


domenica 18 luglio 2010

Liberati i 205 eritrei detenuti da 16 giorni nel carcere di Braq nel sud della Libia

Ieri sera [15 luglio 2010, ndr] i 205 ragazzi eritrei detenuti da 16 giorni nel carcere di Braq, nel sud della Libia, sono stati rilasciati. Nelle stesse ore sono stati liberati tutti i cittadini eritrei chiusi nei vari centri di detenzione in giro per la Libia, circa 400 persone in totale secondo stime delle autorità di Tripoli confermate dalla comunità eritrea.

Il rilascio collettivo - annunciato nei giorni scorsi dalle autorità della Jamahiriya e dal direttore dell'ufficio di tripoli dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) Laurence Hart - è il risultato anche delle pressioni di organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e Amnesty International, di alcuni organi di stampa nazionali e della campagna messa in atto da vari gruppi della società civile.

Poco prima di essere liberati, i reclusi di Braq sono stati ascoltati dai membri della commissione d'inchiesta voluta dal leader libico Muammar Gheddafi. A loro hanno ripetuto che non vogliono restare nel paese arabo e che non sono immigrati irregolari ma richiedenti asilo, e che come tali vogliono ottenere lo status di rifugiati in un paese terzo che abbia firmato la Convenzione di Ginevra.

L'Italia - che ha respinto in mare 103 dei 205 reclusi di Braq, oltre a centinaia di altri potenziali richiedenti asilo - ha espresso la disponibilità ad accettare il resettlement di alcuni di loro. Vedremo nelle prossime settimane se questa disponibilità sarà seguita da fatti concreti, vista anche la responsabilità diretta del governo italiano nella situazione di stallo in cui si trovano oggi centinaia di eritrei in Libia.

Fonte: comeunuomosullaterra.blogspot.com

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mercoledì 7 luglio 2010

8 luglio, Napoli/Italia: Sit-in per il diritto di asilo dei rifugiati eritrei respinti dall'Italia e segregati nella prigione di Brak, Libia

L'UMANITA' NON E' UNA MERCE

Giovedi 8 luglio 2010 dalle ore 19.00
Piazza Bellini - Napoli

SIT-IN in contemporanea
con altre analoghe iniziative promosse in tutta Italia
per il diritto d'asilo dei rifugiati eritrei respinti dall'Italia
e segregati nella prigione di Brak (Libia)

Da giorni gli appelli dei 250 eritrei rinchiusi nella prigione di Brak, in Libia, ed esposti ad ogni tipo di violenza e al rischio di morte stanno raggiungendo l'Italia e cercando di risvegliare le nostre coscienze.

Le torture e le violazioni subite in Libia da queste persone legittimamente in fuga da guerra e persecuzione non sono certo un caso isolato!

Così come i corpi dei profughi e dei migranti abbandonati a morire nel deserto sono una realtà che solo per convenienza e calcolo i governi europei fingono spesso di dimenticare. Quelle torture, quelle violenze, ci raccontano però soprattutto della disumanità e dei crimini contro la vita umana di cui i governi italiani degli ultimi anni si sono macchiati delegando alla politica di Gheddafi la gestione di migliaia di profughi, ovvero il potere e l'arbitrio assoluto su migliaia di esseri umani inermi e titolari di diritti fondamentali come quello di chiedere e ottenere asilo politico. Prima con l'embargo e la minaccia di esclusione da Euromed, poi con accordi e finanziamenti, si è spinto la Libia a fare il lavoro sporco della “Fortezza Europa”. A operare quei soprusi che è meglio tenere il più lontano possibile da telecamere e informazione...

I "respingimenti collettivi" violano ogni minimo principio di protezione internazionale, ma sono definiti con crudeltà e ipocrisia da Maroni come "una grande vittoria contro l'immigrazione clandestina"! Sono in realtà solo l'ultimo atto di una storia di complicità e ridefinizione di equilibri politici ed economici che ha usato e continua ad usare il corpo vivo dei migranti come moneta di scambio, la vita delle persone come una merce qualunque. Con i respingimenti verso la Libia la classe politica al potere in Italia sta dichiarando a gran voce che la vita umana non vale nulla, specie se si tratta di quella di persone considerate ormai sotto-uomini da sfruttare e dominare.

I richiedenti asilo come tutti gli altri migranti sono stati stigmatizzati e criminalizzati da leggi come quella sul reato di immigrazione clandestina e da decenni di razzismo istituzionale che ha imbarbarito questo paese.

Restare in silenzio mentre le donne, gli uomini e i bambini respinti dall'Italia rischiano la morte in Libia o la deportazione verso l'Eritrea, dove subirebbero altre persecuzioni, significa rendersi complici di questa vergogna! Salvare queste persone significa lottare per i diritti e le libertà di tutti, per il diritto di ognuno di noi di vivere in un paese civile. Mobilitarci è una nostra responsabilità comune!

Libertà e diritto d'asilo per 250 profughi eritrei deportati nel deserto Libico.
Fermiamo le violenze contro i migranti e i rifugiati.
Rivediamo gli accordi Italia/Libia e fermiamo la politica dei respingimenti.

Intervengono di persona o in diretta streaming:

RIFUGIATI IN CAMPANIA che hanno conosciuto le violenze e il carcere libico
AGENZIA ERITREA ABESHA
DAGMAWI YIMER (regista di 'Come un uomo sulla terra')
FULVIO VASSALLO PALEOLOGO (Docente università di Palermo e membro dell'ASGI)
Video-Proiezioni: estratti da 'Come un uomo sulla Terra', 'L'amico Isaias', 'Morire nel deserto', 'Welcome'. Pannelli e materiali informativi
FORUM ANTIRAZZISTA DI NAPOLI

HANNO ADERITO:
CISS - Cooperazione Internazionale Sud Sud, LESS, Centro territoriale Mammut, Chi rom e chi no, Assopace, ASGI, Associazione rifugiati Napoli, CGIL, Comitato Immigrati di Napoli, Rdb, Cobas, Laboratorio occupato Insurgencia, Orientale 2.0, RadioazionI.

PER ADESIONE inviare email a dirittodasilo@gmail.com

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SOSTENIAMO L'APPELLO DELL'UNITA'
Serve un’ampia mobilitazione per rompere il silenzio di morte che pesa sui lager libici. Per questo motivo possiamo inviare una e-mail al Ministro dell’Interno Maroni, DipartimentoAffariInternieTerritoriali@interno.it
perché la legga e la inoltri al resto del governo.

Questo il testo: «Io, (nome e cognome) sono convinto che un Paese civile non possa essere complice di un crimine contro l’umanità. Fermate il massacro dei prigionieri eritrei in Libia»

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Per un approfondimento della notizia leggi i seguenti articoli sul sito web del CISS:
Emergenza in LIBIA. Fermiamo le deportazioni - 5 luglio 2010
L'Italia ripensi al colonialismo. La lettera di Dagmawi Yimer per gli eritrei

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lunedì 5 aprile 2010

21 aprile, Palermo: Presentazione di Il Mare di Mezzo, nuovo libro di G. Del Grande al Laboratorio Zeta

21 aprile, PALERMO, Laboratorio Zeta, via A. Boito 7, alle 20.30

Il nuovo libro di Gabriele Del Grande, il fondatore di Fortress Europe.

Tre anni di inchieste in un unico avvincente racconto.
Un viaggio tra memoria e attualità attraverso le storie che fanno la storia.
La nostra storia.

"A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il mare di mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l'Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l'Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso".

Pubblicato da Infinito edizioni

Con il patrocinio di Amnesty International, Asgi e Cric.

Da aprile 2010 in tutte le librerie, al prezzo di 15 euro, per 224 pagine.

Il giro d'Italia... le date delle presentazioni del libro.

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