Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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venerdì 15 novembre 2013

19 novembre, Palermo: Palermo non TRATTA: combattere insieme nuove schiavitù e nuove mafie


L’Amministrazione Comunale della Città di Palermo
in collaborazione con
Ufficio Scolastico Regionale Sicilia
Coordinamento Antitratta “Favour e Loveth” 
organizzano 

PALERMO NON TRATTA
Combattere insieme nuove schiavitù e nuove mafie
Azioni di sensibilizzazione e informazione per la città

Martedì 19 Novembre 2013 – ore 9.30
Aula Consiliare Comune di Palermo
Palazzo delle Aquile

Evento su Facebook

La giornata antitratta, inserita nella campagna di sensibilizzazione per la costruzione di una società interculturale, promuove una cultura della legalità in contrapposizione alle nuove forme di schiavitù gestite dalle mafie internazionali.

Si rivolge alle scuole, per attivare, nei giovani, un percorso di informazione e di formazione alla lotta alla tratta, ai giornalisti perché si facciano essi stessi promotori, nei confronti dell’opinione pubblica, e a tutte le realtà che lavorano, in vari modi e forme, con i cittadini stranieri contro l'esclusione, la marginalizzazione sociale, il razzismo e la discriminazione e contro tutte le nuove forme di schiavitù.

PROGRAMMA

Coordina e modera l’incontro:
Tindara Ignazzitto
Coordinamento Antitratta “Favour e Loveth” di Palermo

Le Istituzioni contro le nuove mafie emergenti a Palermo
Saluti e introduzione dei lavori di
Leoluca Orlando
Sindaco della Città di Palermo

Presentazione della campagna di sensibilizzazione
del Comune di Palermo
Giusto Catania
Assessore Partecipazione, Decentramento, Migrazione
Agnese Ciulla
Assessore Cittadinanza Sociale, Pari opportunità
Adam Darawsha
Presidente della “Consulta delle Culture”

I volti dalle strade di Palermo
Reverendo Vivian Wiwoloku
Presidente dell’associazione “Il Pellegrino della Terra”
Portavoce del Coordinamento Antitratta “Favour e Loveth” di Palermo

Le testimonianze degli operatori delle unità di strada di Palermo
Unità di Strada BETANIA
Unità di strada del Centro Salesiano Santa Chiara / CARITAS di Palermo

La scuola NON tratta... Perchè?
Barbara Evola
Assessore alle Politiche educative
Maria Luisa Altomonte
Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale

Presentazione della sezione “Il valore della differenza di genere"
del sito web USR Sicilia
Bernardo Moschella
Ufficio Scolastico Regionale

Presentazione del DVD e del progetto didattico-formativo
Trattando di tratta... La scuola NON tratta
Stella Bertuglia
Coordinamento Antitratta “Favour e Loveth”
Roberto Tripodi e Margherita Santangelo
Dirigenti scolastici dell’I.I.S.S. “A. Volta” di Palermo

Interventi di giornalisti siciliani
Riccardo Arena
Presidente del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia
Silvana Polizzi
Giornalista del Tg3 Rai - Sicilia
Serena Termini
Giornalista dell’Agenzia Redattore Sociale
Elvira Terranova
Responsabile della redazione siciliana dell'Agenzia Adnkronos

Qui è possibile scaricare il PROGRAMMA in formato pdf


mercoledì 11 gennaio 2012

Human Rights Youth Organization: Born to talk. Creiamo un fumetto per spiegare la mafia

Human Rights Youth Organization
Born to talk
Creiamo un fumetto per spiegare la mafia

La H.R.Y.O. Human Rights Youth Organization, associazione impegnata sul fronte dei diritti umani, con sede a Monreale (Salita Croci n° 5) realizzerà un progetto a livello locale dal titolo “Born To Talk”.
 
Il progetto è finanziato dalla Commissione Europea nell'ambito del programma Gioventù In Azione ed è indirizzato a tutti i ragazzi e le ragazze dai 18 ai 30 anni.
 
Il progetto si svilupperà nell'arco di 8 mesi, con data di inizio nella terza settimana di Gennaio, e porterà alla creazione di un fumetto, creato dagli stessi partecipanti, sul tema della mafia.
 
La comunicazione ai nostri giorni riveste un ruolo centrale ed importante nella vita di tutte le persone. Il linguaggio è una caratteristica preminente dell'essere umano e ciò che ci ha permesso di svilupparci e differenziarci da altri esseri viventi. Spesso, però, il linguaggio sia verbale che non verbale veicola messaggi non corretti e talvolta deleteri. Ma ciò può essere chiarito e risolto ricorrendo sempre all'uso del linguaggio con il dialogo.
 
Oggi la comunicazione e i mezzi di comunicazione rivestono un ruolo primario nella diffusione delle informazioni. La multimedialità e l'abbattimento delle barriere spaziali ha permesso e agevolato una maggiore conoscenza dell'alterità, in campo culturale, linguistico, storicogeografico, economico, politico...
 
Questi sviluppi, se da un lato hanno accresciuto le opportunità di conoscenze e di confronto, dall'altro hanno anche, talvolta, accentuato una visione distorta di quella che può essere nella realtà l'alterità. Spesso, infatti, un'errata comunicazione ha accentuato i pregiudizi e gli stereotipi già preesistenti, conducendo, in alcuni casi, alla nascita di visioni erronee della realtà.
 
Uno dei più comuni pregiudizi e stereotipi sul popolo italiano riguarda l'erronea concezione del fenomeno mafioso. Tale fenomeno è principalmente veicolato da mezzi di comunicazione quali il cinema che per ovvi motivi narrativi tende ad accentuare talune caratteristiche.
 
È innegabile che il fenomeno mafioso esiste ed è presente nel nostro territorio. Ma è altresì vero che la conoscenza di tale fenomeno al di fuori dell'Italia, ma non solo, è alterato dai mezzi che hanno sino ad ora veicolato tale conoscenze.
 
Attraverso la creazione del fumetto i giovani potranno, quindi, raccontare la loro visione della Sicilia e del fenomeno mafioso e condividere questa loro visione anche in campo Europeo. Al termine del progetto, infatti, il lavoro realizzato verrà presentato a livello locale e le copie del fumetto verranno altresì tradotte in lingua inglese e inviate ai partner dell'associazione H.R.Y.O. a livello europeo.
 
La partecipazione al progetto prevede anche il rilascio ai partecipanti dello Youthpass, un certificato nel quale viene descritto ciò che i partecipanti hanno imparato durante le attività progettuali.
 
E' possibile partecipare al progetto inviando una mail a:
info@hryo.eu oppure telefonando al 3385421643.
 
H.R.Y.O. Human Rights Youth Organization
Sede Legale via M11, 13/7 Monreale 90046
Codice Fiscale 97234960827
Tel/Fax: +39 0918052856
Legale rappresentante: Marco Farina
La H.R.Y.O. è un’associazione no-profit
volta alla salvaguardia dei Diritti Umani


venerdì 13 maggio 2011

14 maggio, Palermo: Spettacolo teatrale gratuito "Il Paese della Vergogna"

Libera Palermo
Associazioni nomi e numeri contro le mafie

presenta

"Il paese della vergogna. Storie di mafia"

Spettacolo per il Decennale della
Cooperativa Placido Rizzotto Libera Terra


Il 2011 è l’anno del Decennale per la Cooperativa Placido Rizzotto Libera Terra. In dieci anni di lavoro le terre del Consorzio di Comuni Sviluppo e Legalità dell’Alto Belice corleonese, restituite alla collettività, sono tornate produttive e divenute volano di un circuito economico sano e virtuoso, anche grazie alla partecipazione degli agricoltori biologici che condividono il progetto. Crescono così le cooperative sociali del progetto Libera terra, dedicando ogni sforzo a tutti coloro che ci hanno creduto quando era incredibile, alla Memoria e al loro Impegno.

Tra le iniziative del Decennale, Libera e Cogip organizzano per il 14 maggio a Palermo una data de IL PAESE DELLA VERGOGNA di Daniele Biacchessi, uno spettacolo di teatro civile che narra le storie di Peppino Impastato, Giorgio Ambrosoli, Libero Grassi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’appuntamento è per il 14 maggio
alle 21.00 allo Studio 427
(via Messina Marine 427, Palermo)
Ingresso libero

"Il paese della vergogna" è un testo di Daniele Biacchessi pubblicato da Chiarelettere nel 2007.

Si è trasformato in uno spettacolo di teatro civile, portato con successo sui palchi italiani con il gruppo rock marchigiano The Gang. Daniele Biacchessi narra le storie di Peppino Impastato, direttore di Radio Aut, assassinato da Don Tano Badalamenti; Giorgio Ambrosoli, liquidatore della banca privata di Michele Sindona colpito a Milano, sotto la sua abitazione; Libero Grassi, imprenditore di Palermo che si rifiuta di pagare il pizzo: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino uccisi dalla mafia politica; la strage di via dei Georgofili a Firenze. Un collage narrativo di fatti e storie, carichi di emozioni.

Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, è vicecaporedattore di Radio24-Il Sole24ore.



lunedì 27 dicembre 2010

30 dicembre e 3 gennaio, San Cipirrello e Portella della Ginestra: Una giornata per conoscere Libera e il progetto Libera Terra

In viaggio con Libera!



Una giornata per conoscere Libera e il progetto Libera Terra

Libera il gi(u)sto di viaggiare vi invita a una visita dei terreni e delle strutture confiscate alla mafia dell’Alto Belice Corleonese, gestiti dalle Cooperative di ‘Libera Terra’. Una giornata per visitare la cantina Centopassi e ascoltare i soci delle cooperative raccontare il loro lavoro. Il percorso si conclude a Portella della Ginestra, dove il 1° maggio 1947 avvenne la prima strage del dopoguerra per mano mafiosa. Un incontro sui luoghi della Memoria con dei testimoni privilegiati.

Data: 30 dicembre 2010 e 3 gennaio 2011

Destinazione: Valle dello Jato – Alto Belice Corleonese

Durata: mezza giornata

Tappe: San Cipirello, Portella della Ginestra

Quota di partecipazione: 10 euro per persona


Per informazioni e prenotazioni:

Libera il g(i)usto di viaggiare

Tel. 091.8577655 fax 091.8579541

Enza Sorci 3405663359 - Laura Speziale 3405667849

Sito web: www.ilgiustodiviaggiare.it


Scarica il programma

Libera Palermo, Associazioni nomi e numeri contro le mafie - I Sapori ed i Saperi della Legalità - P.zza Castelnuovo 13, 90141 Palermo - 091322023 - info@liberapalermo.org

lunedì 29 novembre 2010

1 dicembre, Palermo: Presentazione del libro "La Mafia spiegata ai Ragazzi"

Il Comitato Addio Pizzo e il comitato Addiopizzo junior il giorno 1 dicembre, alle ore 17:00 presso il Kursal Kalesa in Via Foro Umberto n. 21 Palermo, vi invitano alla presentazione dei libri:

“La mafia spiegata ai ragazzi”
di Antonio Nicaso, giornalista e scrittore

e

”La Malapianta” di Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria e di Antonio Nicaso

SARANNO PRESENTI GLI AUTORI

sabato 20 novembre 2010

Lettera di Giovanni Impastato sulla questione Einaudi e Saviano

La vostra lotta è la nostra lotta, attaccare voi è attaccare la storia dell'Antimafia civile.

Saviano scrive che, prima del film "I Cento Passi", la memoria di Peppino Impastato era custodita solo da pochi, mettendo in relazione il film con i processi per l'assassinio di Peppino. Umberto Santino e, successivamente, Giovanni Impastato chiedono che venga riconosciuto la loro più che trentennale battaglia perché Peppino abbia giustizia: il processo era iniziato prima del film, grazie a questa battaglia. L'Einaudi, la casa editrice per la quale Saviano ha scritto il testo incriminato, per tutta risposta minaccia querele.

Quanto sta accadendo in queste settimane è l'emblema dell'Italia di oggi, l'Italia dei salotti e che non si indigna più, un Paese che riconosce una sola narrazione, quella della televisione e del pensiero unico che narcotizza e omologa. Una storia come quella del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato e di tutti i compagni di Peppino, del loro coraggio e della loro determinazione nel portare avanti la lotta perché venisse fatta giustizia a Peppino non può esistere. E' molto più comodo far credere che tutto sia avvenuto per un film, che questo film abbia risollevato dall'oblio la storia di Peppino e magicamente tutto è tornato in moto, anche i Tribunali. Perché questa è l'ideologia televisiva, un quarto d'ora di celebrità e tutti hanno diritto ad esistere. Ma prima di quel quarto d'ora, fuori dal recinto dorato non si esiste. Addolora e amareggia che, in questo caso, sia coinvolto Roberto Saviano. Perché tutto è nato da un suo scritto. Saviano, almeno ufficialmente, non ha ancora preso posizione. Possiamo ancora sperare che voglia esprimere forte contrarietà per quanto sta facendo la casa editrice Einaudi e voglia difendere Umberto, Giovanni e il Centro. Umberto, in più riprese, gli ha chiesto un confronto pubblico, un incontro chiarificatore. Lo ha auspicato anche Riccardo Orioles. Sarebbe molto triste se non fosse così. Per Saviano e per tutti noi.

La querela dell'Einaudi, una volta gloriosa casa editrice, riporta alla mente i fatti del 2004, allorquando l'avvocato di Tano Badalamenti querelò Giovanni Impastato per aver dichiarato al Maurizio Costanzo Show che chi sosteneva che Peppino fosse un terrorista-suicida era un imbecille. In quell'occasione Giovanni fu condannato. Oggi l'indignazione non può che essere la stessa. Viviamo tempi in cui due luminose figure dell'impegno civile e dell'antimafia vengono irrise, sminuite, attaccate mentre l'Italia sempre più precipita nell'illegalità, nell'affarismo, nella speculazione, nella penetrazione mafiosa nelle Istituzioni e in economia, nell'avanspettacolo. Il loro impegno, il loro coraggio, la loro trentennale battaglia per la giustizia e per denunciare (e documentare, che al giorno d'oggi è merce rara) i potentati mafiosi dev'essere il nostro. E' un patrimonio dell'Italia migliore, che non si arrende e alza la testa, un patrimonio da difendere e custodire quotidianamente. Persone come Giovanni e Umberto andrebbero sostenute, difese, prese da esempio. E invece, c'è il silenzio (anche di tanti presunti antimafiosi, ma da salotto). Questo silenzio, quest'omertà va spezzata. E' doveroso chiedere a Saviano di esprimersi e chiedere scusa. Tutti possiamo sbagliare, a tutti può capitare di essere fraintesi. Probabilmente, vogliamo crederlo, Saviano non è riuscito ad esprimere compiutamente e correttamente il suo pensiero. Basterebbe un suo gesto, una sua presa di posizione pubblica per fermare l'attacco dell'Einaudi e ripristinare la verità. Sarebbe un atto di giustizia, verso il Centro e verso la memoria di Peppino. Una memoria che non possiamo permettere, e ancor più non può Saviano accettare di esserne strumento, sminuita e offesa. E' la memoria di un sacrificio, assassinato dalla mafia e accusato da morto di essere un terrorista. E' la memoria di un cammino trentennale, una lotta per chiedere giustizia iniziata poche ore dopo l'assassinio e giunta ad oggi ancora in piedi, luminoso esempio di un cammino da seguire per tutti coloro che credono ancora che la mafia, parafrasando Borsellino, è umana ed è destinata a finire. Il l 9 maggio 1978 Peppino Impastato fu ucciso dalla mafia. Il boss Tano Badalamenti decise che Peppino era diventato scomodo. Quel giorno era convinto di aver messo a tacere un uomo che voleva e cercava la giustizia. Invece si sbagliò profondamente. Perché dal sacrificio di Peppino, dall'amore per la giustizia che lui aveva sempre mostrato, tante voci si levarono. Il giorno dei funerali di Peppino, centinaia di persone (in gran parte da fuori Cinisi) accompagnarono la bara. "All'improvviso, come a rispondere agli slogans dei compagni ("Peppino è vivo e lotta insieme a noi"), si levò, alto, deciso, il pugno chiuso di Giovanni. Era una prima risposta. Un filo cominciava a intrecciarsi. Dentro la famiglia Impastato qualcuno dichiarava pubblicamente di prendere il testimone, si schierava apertamente con Peppino e con i suoi compagni. Ai muri del paese in un piccolo manifesto si leggeva: Peppino Impastato è stato assassinato. L'omicidio ha un nome chiaro: Mafia" ricordano Anna e Umberto Santino.

Come fiori in primavera gli amici di Peppino decisero di proseguire il suo impegno, la sua lotta contro l'oppressione e la violenza mafiosa. Questo gruppo di irriducibili cercatori di giustizia hanno da subito trovato un motore inesauribile nella famiglia di Peppino. L'anziana mamma Felicita e il fratello Giovanni decisero di non lasciar morire la sua voce. Anche grazie a loro, oggi digitanto su un qualsiasi motore di ricerca "Peppino Impastato" si trova subito tantissime testimonianze di una Sicilia che non si arrende alla mafia. Il primo impegno fu quello di rendere giustizia proprio a lui. I mandanti del suo assassinio, insieme ai loro appoggi istituzionali accusarono Peppino di essere un terrorista e di essere morto mentre stava preparando una bomba. Si voleva infangarne la memoria, cancellare il suo impegno antimafia. Ma i suoi amici non si arresero e condussero una battaglia legale durissima. Nonostante i boicottaggi e i depistaggi alla fine la giustizia prevalse. Alle ore 17,15 dell'11 aprile 2002 la Corte d'Assise di Palermo condanna Gaetano Badalamenti all'ergastolo in quanto mandante dell'omicidio Impastato. 24 anni dopo finalmente era giustizia. Quelle poche parole di Saviano, e il comportamento dell'Einaudi, nascondono e non riconoscono tutto questo.

In questo ultratrentennale cammino, tantissimi sono i momenti che andrebbero ricordati, momenti straordinari che testimoniamo la limpidezza e l'umanità di chi lo sta conducendo. Tra i tanti pubblici, a me piacerebbe ricordarne uno quasi privato: l'incontro tra Haidi Giuliani e Felicetta, la mamma di Peppino. Le parole con le quali Umberto testimoniò l'incontro tra le due madri, l'abbraccio tra la resistenza contro la mafia e la resistenza contro la globalizzazione, due imperi economici e politici che si incontrano e fanno affari insieme da sempre. Dalla loro umanità possiamo, e dobbiamo, ripartire. Con coraggio, ovvero col cuore.

Chiediamo giustizia per Peppino, ieri, oggi e sempre. Al fianco di Umberto e Giovanni, al fianco del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato e dei compagni di Peppino. Perché esiste un'Italia migliore, un'Italia che non accetta di piegarsi e il compromesso interessato, che non si arrende e s'indigna. Quest'Italia va ringraziata, va difesa e va seguita.

I dettagli della vicenda

E' possibile sostenere, anche economicamente, il Centro (che si autofinanzia)

Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato"
via Villa Sperlinga 15
90144 Palermo
conto corrente postale
n. 1069090
 
 

martedì 27 luglio 2010

Rita Atria, 18 anni fa la sua morte. Milazzo ricorda la "picciridda" di Borsellino

A 11 anni aveva perso il padre Vito, ucciso dalla cosca a cui era legato; a 16 le avevano assassinato il fratello Nicola che voleva vendicare il padre. A 17 anni, rimasta sola dopo la morte di Paolo Borsellino, a cui aveva legato le sue speranze, Rita Atria decideva di uccidersi, lanciandosi a Roma da un balcone di viale Amelia, nome assonante con via D'Amelio, dove Borsellino e gli uomini della sua scorta sono saltati in aria. Rita Atria moriva esattamente 18 anni fa, il 26 luglio '92, una settimana dopo la strage di Palermo.

Abbandonata dalla famiglia, che non condivideva la sua scelta di collaborare con la giustizia, e sostenuta dalla cognata Piera Aiello, che aveva aperto uno squarcio e consentito a Borsellino - al tempo procuratore a Marsala - di scavare dentro i segreti dell'organizzazione criminale, Rita Atria era convinta che "la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci". Ma sapeva che dopo l'assassinio di Borsellino non ci sarebbe stato più nessuno a proteggerla. Rita Atria sarà ricordata oggi a Milazzo (Me), la città che per prima, nel '94, le dedico' l'Associazione antimafie. L'incontro di oggi [26 luglio 2010, ndr.], che si terrà all'associazione Giglio di Capo Milazzo e prevede stasera la partecipazione di don Luigi Ciotti - chiude le iniziative cominciate due giorni fa a Partanna (Tp) - paese che ha dato i natali a Rita - e a Roma.

© Riproduzione riservata

Fonte: SiciliaInformazioni del 26 luglio 2010

mercoledì 14 luglio 2010

19 luglio 2010 - 18 ANNI DOPO, PALERMO NON DIMENTICA


18 anni fa, Palermo ha assistito a stragi che hanno segnato in maniera indelebile la storia della Repubblica italiana. La nostra storia.



18 anni fa, le cittadine e i cittadini onesti di Palermo sono scesi in piazza per esprimere con forza lo sdegno contro la barbarie mafiosa.


18 anni fa alcuni di noi non erano nati, ma crescendo hanno saputo udire quel coro di gente onesta. E a questo coro si sono uniti. Per non dimenticare. Per non rendere vano il sacrificio di chi è morto per liberarci dalla mafia. Per chiedere Verità e Giustizia.


Perché 18 anni fa, allo Stato e ai suoi cittadini onesti è stata dichiarata guerra. E come in tutte le guerre, ci sono stati tradimenti e nemici mascherati da amici.


18 anni dopo siamo ancora in piedi, ma vogliamo sapere chi ha vinto.


18 anni dopo, Palermo sarà in via D’Amelio per ricordare la strage, per commemorare Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta e per tornare a chiedere Verità e Giustizia.


18 anni dopo, Palermo non dimentica.


18 anni dopo. Non è finito tutto.






PROGRAMMA

17 luglio 2010
h 19:00 - Villa Filippina, Palermo
“Non è finito tutto”
con Martin Schulz, Rita Borsellino, Antonio Ingroia, Vittorio Teresi e Sandro Ruotolo - a cura di Itaca

18 luglio 2010
h 22:00 - Via D'Amelio, Palermo
Veglia “Le morti dimenticate. Fedeltà all’impegno.”
a cura dei Gruppi AGESCI Piana degli Albanesi e Capaci 1

19 luglio 2010
h 09:00 - Via D'Amelio
Animazione per Bambini

h 16:00 - Via D'Amelio
Letture per non dimenticare

h 16:58 - Via D'Amelio
Silenzio

h 17:30 - Via D'Amelio
Concentramento Corteo verso l'Albero Falcone

h 21:00 - Biblioteca Comunale, Palermo
Legami di Memoria a cura di ARCI SICILIA

Aderiscono

Addiopizzo
AGESCI Capaci 1 e Piana degli Albanesi
ARCI
Arci Barcollo
Arci Blow Up
Arci Caracol
Arcigay
Centro Pio La Torre
Cepes
Comitato 19 Luglio
Il Quartiere
Itaca
Left
Libera
Movimento degli Universitari
Muovi Palermo
Piera Cutino
Ragazzi di Paolo
Rete degli Studenti
Ubuntu
Un'altra Storia
Zen Insieme

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sabato 6 febbraio 2010

La “chiesa di Bosco Minniti”, Siracusa, da oltre 10 anni assiste, sostiene e accoglie tutti i migranti in cammino, anche quelli fuggiti da Rosarno verso il Sud

Padre Carlo, guida della chiesa di Siracusa che da oltre 10 anni sta accanto ad immigrati e poveri, critica l’operato di Maroni e del governo sul caso Rosarno, mentre i migranti suoi ospiti si augurano che l’Italia diventi più umana
IL “GOVERNO GENDARME” CHE PUNISCE I MIGRANTI
Da Rosarno a Siracusa, un tragitto per molti iniziato con le auto di MSF (che li hanno accompagnati a Villa San Giovanni) e poi proseguito in treno verso l’estremo Sud siciliano. Destinazione: la parrocchia Maria Madre della Chiesa, meglio conosciuta come la “chiesa di Bosco Minniti”, quella che da oltre 10 anni assiste, sostiene e accoglie volontariamente tutti i migranti in cammino verso il loro futuro e tutti quei poveri, quegli uomini che la nostra società ha dimenticato, costretto in un angolo buio chiamato emarginazione. Sono circa trenta i migranti provenienti da Rosarno, alcuni conoscevano già molto bene la parrocchia, guidata da quel prete che si definisce “normale”, rifiutando l’etichetta di “coraggioso” o di “frontiera”, perché sostiene che un sacerdote, un uomo che segue il messaggio di Cristo non può fare altro che stare con chi, oggi, ne è l’incarnazione, e accoglierlo, offrirgli gratuitamente riparo. Per questo motivo, padre Carlo D’Antoni rifiuta il concetto di anormalità, di specialità della sua azione, reputando anzi anormali quei sacerdoti, quegli uomini di chiesa, quei cattolici che si comportano diversamente. I locali della parrocchia, all’arrivo di chi è fuggito dal linciaggio di Rosarno, si trasformano subito: in fondo alla navata centrale, laddove una volta c’era l’altare e, fino a qualche settimana fa, il presepe in cui Cristo veniva fatto nascere in una discarica, spuntano subito i tavoli e le sedie per il pranzo, preparato dai volontari immigrati che vivono in parrocchia e collaborano con gli altri volontari alla gestione della casa e del dormitorio.

T
utti insieme mangiano e poi sparecchiano e puliscono: in mezz’ora è tutto sistemato e ordinato. Questo è lo spirito, uno spirito di collaborazione e di amicizia, fratellanza, solidarietà. È l’occasione per parlare un po’, per farsi raccontare il dramma vissuto a Rosarno, ma anche per comprendere la situazione politica, discutere della reazione del governo e delle parole di Maroni. Adam, ad esempio, parla dei rosarnesi, ma è chiaro che il suo discorso riguarda tutti gli italiani: “Non capiscono che noi africani siamo qui in Italia per lavorare e per cambiare la nostra vita, che abbiamo lasciato l’Africa perché lì le cose non vanno bene. Molti di noi sono dovuti andare via per ragioni politiche. Io, ad esempio, avevo problemi politici in patria. Quando poi arrivi qui e trovi questa violenza nei nostri confronti è difficile vivere”. Un ragazzo del Gambia invece commenta le parole di Maroni sulla “troppa tolleranza” e respinge l’idea del ministro leghista secondo cui le colpe sono dei ‘clandestini’: “Il governo dà la colpa a noi, perché siamo venuti qui, però se guardi bene la colpa non è dei migranti. Siamo sfruttati e umiliati, trattati come schiavi, come esseri inferiori. Credo, invece, che noi esseri umani siamo tutti uguali e nessuno può arrogarsi il diritto di fermarci per strada e aggredirci o spararci. Non è giusto. Non è umano. La colpa non è degli stranieri”.
Ibrahim invece parla dell’Italia, racconta che in Italia ha “incontrato tanta gente buona e tanta gente cattiva” e si augura per il nostro Paese “che la gente cattiva diventi meno di quella buona”. E la paura? Si discute anche di quella, del fatto cioè che gli africani non hanno avuto paura di scendere in piazza in una terra controllata dalla ‘ndrangheta e del fatto che forse questa assenza di paura potrà essere d’esempio agli italiani nella lotta per sconfiggere la mafia: “Abbiamo già attraversato i posti più pericolosi, adesso siamo arrivati qui e non possiamo più avere paura. Possiamo avere rispetto per chi ci rispetta, ma non paura. È possibile battere la mafia, ma sarà una lotta dura e difficile”. Quando chiedo a padre Carlo la sua impressione sui fatti di Rosarno, egli mi risponde di non essere meravigliato da quanto accaduto, perché si tratta di una situazione che cova da tempo e che prima o poi doveva esplodere. Situazione che riguarda molte aree del Paese e che, secondo il sacerdote, dipende da due fattori: “Innanzitutto esiste un problema di sistema, in cui è certo che la politica deve tornare a svolgere la sua funzione. Visto che viviamo nell’era della globalizzazione, dovremmo adottare strategie e politiche di dimensione sovranazionale. Siamo in un sistema davvero capitalistico che schiaccia le persone e l’ambiente, la natura, per sottometterli ai propri meccanismi. E dunque la politica dovrebbe intervenire in modo globale. C’è una ideologia del capitalismo che avanza, irrefrenabile, e considera uomini e ambiente in termini funzionali. Tutto ciò che non è funzionale va estirpato, eliminato. Il secondo fattore è la patologia di una realtà meridionale a cui non si vuole mettere mano. La questione meridionale si amplifica sempre di più e abbiamo una società meridionale che è totalmente dominata dalle cosche mafiose e che non riesce a riprendersi. Anche perché nessuno interviene mai concretamente su questo aspetto. Non si fa nulla per andare al fondo della questione”.

Padre Carlo è irritato dalla reazione di Maroni e del governo, totalmente insensibili al dramma dei migranti: “Il ministro Maroni ha commentato i fatti di Rosarno dicendo che sono la conseguenza della troppa tolleranza nei confronti dei ‘clandestini’ e che adesso ci penserà lui a rimettere le cose a posto. Parole normali per un politico amorale imbarcato sulla nave di un governo che tiene ben distinte le esigenze del potere da quelle dell’etica. Non dimentichiamoci che anche la Gelmini fa la sua parte stabilendo la quota del 30% di studenti stranieri per ogni classe. E purtroppo se questa nave naviga è perché il mare che solca è un mare piatto, inquinato, in catalessi. Sì, perché la maggioranza degli italiani è con Maroni. La maggioranza degli italiani si sente turbata di fronte a questi schiavi che osano protestare e parlare di diritti. Il presidente della Regione Calabria, Loiero, si è detto comprensivo per la situazione dei migranti, però ha condannato il loro modo di protestare, esprimendo solidarietà alla ‘povera gente innocente di Rosarno’. Brava gente i rosarnesi, capaci di sacrificio e di soffrire in silenzio le angherie della ndrangheta! Ed è normale che sia così: c’è infatti chi nasce per comandare e ammazzare e chi nasce cornuto e ‘mazziato’. Lascia esterrefatti la reazione che il governo ha avuto davanti a questi fatti. L’esecutivo, nella persona del ministro Maroni, si pone come un gendarme. Questa è l’abdicazione della politica”.


Una politica che, secondo il prete siracusano, inquadra fenomeni come quello dell’immigrazione in termini di “ordine sociale e in termini di sicurezza”, senza andare in profondità, senza intervenire sul piano culturale, economico, sociale, umano: “L’atteggiamento duro di Maroni va assolutamente combattuto. Se il ministro dell’Interno mi parla di legalità e di ripristino della legalità davanti all’attuale calma a Rosarno, allora vuol dire che fa, consapevolmente o inconsapevolmente, il gioco della ‘ndrangheta, poiché l’attuale calma a Rosarno significa che quella città sia tornata esattamente come prima, sotto il dominio, il controllo, l’amministrazione della ‘ndrangheta. Il fatto che si usi la forza contro i migranti, con le promesse espulsioni e il gesto simbolico della demolizione dei luoghi dello sfruttamento e della miseria, cancellando ciò che gli immigrati hanno patito, mostra che a Rosarno siano rimasti solo le ‘ndrine e i topi contro cui nessuno fa nulla. Ed è inaccettabile il fatto che si parli di legalità in questi termini. La criminalità ha trovato un’ottima sponda nel governo gendarme. E noi dobbiamo assistere a questi matrimoni incestuosi tra criminalità organizzata e governo, a tutti i livelli”.

Proprio sulla legalità, padre Carlo concentra il suo ragionamento: “Io sto con i dimostranti di Rosarno. Io sto con i ‘clandestini’. Mi fanno schifo e pena quelli che esigono legalità solo quando essa diventa una pala meccanica per seppellire chi ha osato mostrarsi un uomo e riportare così tutto all’illegalità trionfante di prima, con buona pace del popolo bue che può tornare a farsi sottomettere da chi è nato per essere padrone di uomini e cose. In Calabria, in Campania, in Sicilia. Ovunque”.
E la realtà meridionale, il tipo di società che la caratterizza ha un ruolo centrale, fondamentale, che influenza la cultura, il progresso economico e civile: “Non si vuole vedere - afferma padre D’Antoni - che il Meridione è una società basata sulla pax mafiosa, in cui c’è la normalità del lavoro nero, in cui non ci sono regole e si accetta tutto. Non può funzionare un palazzo alle cui fondamenta c’è questo schifo di società. Qui al Sud ci sono persone vere, gli immigrati sono persone vere e quindi è normale che quando si subisce e si viene sfruttati poi si reagisce, esplode la protesta, una protesta di fronte a cui l’unica risposta, al di là della vergognosa caccia all’uomo, è lo stupore ipocrita di chi non se lo aspettava”.

Ma c’è qualcosa che, oltre al servilismo dei mass media “di regime, nella misura in cui non riescono a far emergere un punto di vista differente da quello di chi comanda”, ha particolarmente irritato e indignato padre Carlo: “È deprimente che nessuno si opponga a questo sistema marcio, né i sindacati, né le parrocchie, né le associazioni. Ma la cosa peggiore è stata l’organizzazione postuma di manifestazioni con rosarnesi e migranti mano nella mano, in modo da veicolare l’immagine di “brava gente”, come a dire che quei fatti di violenza contro i neri sono stati un caso, un episodio, una scintilla, ma che normalmente non è così, normalmente siamo tutti buoni”.

Infine una speranza, affidata proprio ai migranti: “Spero tanto che gli immigrati, questa gente non ancora italiana (ma lo diventerà perché la Storia non la si può fermare), ci trasfondano un po’ di lineamenti umani, un po’ di gioia di vivere, un po’ di speranza. E mai gliene saremo grati abbastanza”.




Fonte: Massimiliano Perna - ilmegafono.org

 
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