Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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sabato 12 aprile 2014

Cittadinanza: Una storia al giorno

Corriere delle migrazioni

8 aprile 2014

La proposta per una nuova legge di cittadinanza “giace” in Parlamento e sembra esserci poco interesse a riprenderla in mano. Per contrastare questo colpevole oblio, un gruppo trasversale di parlamentari (ne resta fuori solo la Lega), con il supporto di enti impegnati nella tutela dei diritti dei minori e della società civile (Unicef, Garante per l’infanzia, campagna l’Italia sono anch’io, Rete G2 e molti altri), su proposta dell’ex ministro Cécile Kyenge, ha deciso di avviare una singolare iniziativa. «Ogni giorno, finché in questa stessa aula non sarà discussa la nuova legge, racconteremo la storia di un ragazzo o di una ragazza ancora senza cittadinanza», spiega Kyenge. «Sono storie di speranze, dolori, peripezie burocratiche, disillusioni, storie di tutti i giorni, fatte anche di successi in salita ma successi, ancora più veri e specchio della loro voglia di essere italiani». Come quella di Samira, che è stata letta dalla deputata Fucsia Nissoli Fitzgerald. eletta nella circoscrizione America Settentrionale e Centrale – Gruppo Per L’ Italia.

Questa è la storia di Samira , attivista della Rete G2, nata a Roma nel 1980 da madre filippina e padre egiziano, al compimento dei 18 anni non fece richiesta della cittadinanza italiana. Non fece domanda, perché si sentiva italiana dalla nascita. Così Samira denunciava la sua situazione nel 2007: «Ho una laurea come assistente sociale e lavoro per uno sportello informativo sull’handicap del Comune di Roma. Dopo un contratto a tempo determinato me ne hanno fatto uno a progetto mentre tutte le mie colleghe hanno avuto un contratto a tempo determinato, più lungo e che da più tutele rispetto a me. E questo non per mie incapacità professionali ma perché non ho ottenuto il passaporto italiano e le leggi sono poco chiare. A 18 anni non avevo fatto domanda per diventare cittadina italiana. Nessuno me lo aveva detto. Così ora, nonostante la mia laurea, il Comune non mi assume perché sono una cittadina filippina. Io sono nata qui e sono sempre vissuta qui. Mi considero italiana eppure devo accontentarmi di meno soldi e garanzie e fare causa al Comune per discriminazione».

Samira è morta il 20 febbraio del 2010 sempre a Roma a soli 29 anni, prima che il giudice decidesse sul suo caso. Il problema di Samira Mangoud, come di molte seconde generazioni, è quello di non sapere di dover richiedere la cittadinanza italiana tra i 18 e i 19 anni , come previsto dalla legge per l’acquisizione della cittadinanza italiana per i figli di immigrati extracomunitari. Di conseguenza, Samira è rimasta cittadina straniera in un paese a lei non affatto estraneo, visto che era l’unico dove avesse mai vissuto.

domenica 30 marzo 2014

3 aprile, Palermo: Presentazione del libro "Una nazione di carta" di M. Di Gesù

Nell'ambito delle iniziative del Dottorato in "Studi letterari, filologici e linguistici"  verrà presentato presso la Biblioteca del Dipartimento di Scienze Umanistiche, il 3 aprile alle ore 16 il volume di Matteo Di Gesù

 "Una nazione di carta - Tradizione letteraria e identità italiana"




giovedì 9 gennaio 2014

“Riammessi”: la nuova video-inchiesta di ZaLab

RIAMMESSI

Paolo Martino 
Italy, 2013 9'
SINOSSI
Saddam, Hamza e Omar si lasciano alle spalle migliaia di chilometri. Le rotte che hanno percorso partono dalle macerie della guerra afghana, dal Corno d’Africa, dal  Medio Oriente. Arrivati in Grecia, ormai a un passo dall’Europa che sognano, trascorrono mesi nelle retrovie del porto di Patrasso nel tentativo di imbarcarsi nelle grandi navi che solcano l’Adriatico. Il coraggio che mostrano nell’affrontare la traversata però non trova riscontro da parte dall’autorità portuale italiana: scoperti durante le operazioni di sbarco, i ragazzi vengono riconsegnati alla stessa nave cui avevano affidato il loro destino, "respinti" (tecnicamente si chiamano riammissioni) immediatamente in Grecia, violati nei loro diritti di richiedenti asilo e rifugiati.
SCHEDA TECNICA
Italia 2013 - 9' - di Paolo Martino 
Fotografia: Kami Fares 
Montaggio: Matteo Cusato, Sara Zavarise 
Musiche: Stefano Piro 
Interviste: Rahell Ali Mohammad 
Con il sostegno di: Open Society Foundations

martedì 24 aprile 2012

Aprile 2012, Italia: Campagna di mobilitazione nazionale "LasciateCIEntrare"

La rete Primo Marzo promuove insieme ad oltre 30 organizzazioni nazionali  la campagna " Lasciatecientrare".

"LasciateCIEntrare"
APPELLO e MOBILITAZIONE
Aprile 2012

Centri di identificazione ed espulsione per stranieri: ancora difficile l'accesso ai giornalisti nonostante le rassicurazioni del ministero dell'Interno, denunciano i promotori della campagna "LasciateCIEntrare". Al via un appello e una campagna di MOBILITAZIONE in Italia e in Europa contro le detenzioni amministrative.

La campagna "LasciateCIEntrare" è nata a seguito del divieto di informazione nei CIE (Centri di identificazione e di espulsione) e nei C.A.R.A. (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) espresso nella circolare n.1305 del primo aprile 2011 firmata dall'allora Ministro dell'Interno Roberto Maroni che bloccava l'accesso della stampa nei centri. Il 25 luglio giornalisti, avvocati, sindacalisti, moltissime associazioni della società civile hanno accompagnato "dal di fuori" parlamentari di diverse forze politiche in visita nei centri per migranti. Una mobilitazione civile e politica per affermare il diritto di poter sapere, conoscere e informare sulle condizioni di migliaia di migranti, uomini donne e minori presenti nei centri.

Da allora siamo andati avanti e a dicembre la decisione del nuovo Ministro Anna Maria Cancellieri di sospendere il divieto è stata accolta con soddisfazione perchè raccontare ciò che avviene in queste strutture è un diritto-dovere di chi fa informazione.

Eppure, ancora oggi la sospensione del divieto non rappresenta de facto la garanzia della libertà di informazione. Capire e raccontare cosa accade in questi luoghi è estremamente difficile a causa della discrezionalità con la quale le richieste di accesso vengono gestite e trattate.

Grazie all'attenzione di molti giornalisti, avvocati e attivisti sono venute fuori storie di persone rinchiuse ingiustamente, di errori giuridico amministrativi, di rivolte, di mancata assistenza, di trattamenti al limite del rispetto dei diritti umani e civili.

Abbiamo visto giovani nati e cresciuti in Italia che sono stati chiusi in un CIE, poi liberati con una sentenza, perchè i loro genitori "stranieri" avevano perso insieme al lavoro anche il permesso di soggiorno. Abbiamo incontrato potenziali richiedenti asilo, donne vittime di abusi sessuali o dell'ignobile tratta delle schiave, lavoratrici e lavoratori residenti in Italia da anni la cui unica colpa è stata quella di aver perso il proprio posto di lavoro e di non averne trovato un altro in tempo utile. Abbiamo visto e sentito l'assurdità delle condizioni in cui lavora anche chi si occupa della loro vigilanza e assistenza.

Ci chiediamo quanto questo sistema rappresenti un inutile costo per la pubblica amministrazione.

Crediamo, al di là delle nostre differenti estrazioni e delle nostre posizioni politiche, che trattenere fino a 18 mesi rappresenti un'ulteriore aberrazione di questo sistema e di queste procedure.

Crediamo che un uomo o una donna non possano essere privati di un diritto fondamentale ed inalienabile come quello della libertà personale, per una detenzione amministrativa.

Siamo coscienti che non si tratta di una questione unicamente italiana ma che riguarda l'intera Europa, diviene perciò sempre più urgente aprire un dibattito che porti a rivedere le condizioni di movimento dei cittadini migranti.
E' tempo di trovare una soluzione alternativa alla detenzione amministrativa e crediamo convintamene che questo vada fatto ora.

E questo chiediamo inoltre alla politica, che si apra subito un confronto a livello nazionale e internazionale per rivedere nei termini e nella sostanza l'attuale normativa.

Anche per questo la campagna LasciateCIEntrare aderisce a quella europea OPEN ACCESS NOW, rilanciando la mobilitazione nel mese di aprile, con organizzazioni di tutta Europa, parlamentari e operatori dell'informazione, che visiteranno i centri per riportare la pubblica attenzione su questo tema. Senza un'informazione libera di poter informare, alla società civile e a un paese intero vengono sottratti i fondamentali strumenti di democrazia.

La firma di tutti noi a questo appello è per ricordare e ribadire insieme la volontà che la nostra democrazia non arretri di fronte a nessun muro.

Nè quello dei diritti umani, nè tantomeno quello del silenzio e della censura.


COMITATO PROMOTORE: FNSI, Art.21, EUROPEAN ALTERNATIVES, CGIL, rete PRIMO MARZO, GIU' LE FRONTIERE, ASGI, TERRE DES HOMMES, ARCI, MEDU, OPEN SOCIETY FOUNDATIONS, STUDIO LANA, ASSOCIAIONE ANTIGONE, REDATTORE SOCIALE, Raffaella Cosentino, Stefano Galieni, Fulvio Vassallo Paleologo, Alessandra Ballerini, Gabriella Guido, TANA DE ZULUETA, Francesca Koch, CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE, LIBERTA' E GIUSTIZIA, ARCHIVIO MEMORIE MIGRANTI, ALTRO DIRITTO Onlus, ISTITUTO ITALIANO FERNANDO SANTI, Associazione SOS Donne di Bologna, Associazione intercultrale DAWA, Associazione Donne Nel Mondo, Assoc. Donne Migranti per la Pace, Rete della Diaspora Africana Nera in Italia, Studio Legale Associato Luigi Paccione & Rossella Malcangio, Associazione Class Action Procedimentale, Borderline-Sicilia, Borderline-Europe, Flore Murard-Yovanovitch,

On. Rosa Villecco Calipari, Sen. Vincenzo Vita, On. Francesco Pardi, On. Sandra Zampa, On. Jean leonard Touadi, Sen. Roberto Di Giovanpaolo, On. Livia Turco, On. Ghizzoni, On. Silvia Costa, On. Paola Concia, On. Rita Bernardini, On. Marco Perduca, On. Andrea Sarubbi, On. Sandro Brandolini, Monica Cerutti Consigliera Regionale Torino SEL, Nicola Fratoianni Assessore alle Politiche Giovanili, Cittadinanza Sociale e Attuazione del Programma della Regione Puglia, Stefano Bonaccini Segretario regionale e consigliere regionale PD dell'Emilia-Romagna, Luciano Vecchi Consigliere regionale PD, NICHI VENDOLA, Marco Pacciotti, Khalid Chaouki FORUM IMMIGRAZIONE PD, RIFONDAZIONE COMUNISTA, PAOLO FERRERO, Roberto Antonaz, Consigliere Regionale Friuli Venezia Giulia, Antonio Mumolo Consigliere Regionale PD Emilia Romagna, Thomas Casadei Consigliere Regionale PD Emilia-Romagna, Daniela Vannini vicecapogruppo PD Provincia di Bologna, Responsabile Diritti e Migranti PD Bologna, Palma Costi Consigliere Regionale Assemblea Legislativa Emilia Romagna – Gruppo consiliare Partito Democratico, Fausto Cigni Presidente della Consulta Immigrazione Provincia di Modena, Grazia Baracchi Consigliere Provincia Modena, Anna Pariani Consigliera Regionale e Coordinatrice Segreteria Regionale Partito Democratico Emilia-Romagna, Luciano Luciani, Massimo Mezzetti - assessore regionale Emilia Romagna SEL, Eliana Borsari, Elena Gazzotti

Hanno inoltre aderito:

Andrea Camilleri, Erri De Luca, Ettore Scola, Enzo Iacopino (presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti), Stefano Disegni, Igiaba Scego, Dagmawi Yimer, Fabrizio Gatti, Andrea Segre, Tiziana Ferrario, Nando Dalla Chiesa, Vladimiro Polchi, Pino Ligabue, Amarò Ternipè, Fadil Drini, Antonella Miriello, Laura Galesi, Antonello Mangano, ANSI, Paolo Butturini Segretario Associazione Stampa Romana, FCEI Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Diletta Berardinelli, Coordinatrice FORUM "POLITICHE DI INTEGRAZIONE E NUOVI CITTADINI", Letizia Gonzales Presidente Ordine dei Giornalisti della Lombardia, Associazione Progetto Diritti onlus, Avv. Arturo Salerni, Avv. Mario Angelelli, Vladimiro Polchi, Volontari per lo Sviluppo, Radio Zero, Associazione A BUON DIRITTO, Luigi Manconi, Valentina Brinis


Campagna “LasciateCIEntrare”
Mobilitazione italiana ed europea con OPEN ACCESS NOW
in ITALIA dal 23 al 28 APRILE con il seguente programma
 

BOLOGNA - 23 aprile
Referente:
Annarosa Rossi ; Stefano Brugnara; Claudio Borgatti ; Cécile Kyenge
Per maggiori informazioni sulla campagna locale:
ufficio stampa Silvia Bonacini tel: 3427265787 primo.marzo.ufficio.stampa@gmail.com
 

TRAPANI – Serraino Vulpitta – 23 aprile
Referente: Fulvio Vassallo Paleologo – 392.1246325 - fulvassa@tin.it
 

MODENA - 24 aprile
Referente:
Eliana Borsari ; Ciro Spagnulo; Silvia Bonacini; Cécile Kyenge
Per maggiori informazioni sulla campagna locale:
ufficio stampa Silvia Bonacini tel: 3427265787 primo.marzo.ufficio.stampa@gmail.com
 

MILANO - Via Corelli - 25 aprile
Referente: Ilaria Scovazzi – 328.5473099
 

ROMA – Ponte Galeria - 27 aprile
Referente: Gabriella Guido . 329.8113338 – ggabrielle65@yahoo.it
 

CALTANISETTA – CIE/CDA/CARA di Pian Del Lago - 27 aprile
Referente: Fulvio Vassallo Paleologo – 392.1246325 - fulvassa@tin.it
 

TORINO - 27 aprile
Referente: Lamine Sow – 335.7629613 - sow@cgiltorino.it
 

CROTONE – in attesa di definizione programma
Referente: Carmen Messinetti – 393.9012511 - carmenmessinetti@cgilcrotone.it
 

GRADISCA – in attesa di definizione programma
Referente: Corinna Opara - oparacorinna@yahoo.it
Per maggiori informazioni sulla campagna:

GABRIELLA GUIDO – ggabrielle65@yahoo.it - 329.8113338
RAFFAELLA COSENTINO – raffaella.cosentino@gmail.com - 333.7401795
BARBARA PERVERSI – barbara.perversi@gmail.com - 347.9464485
 

Su FACEBOOK: LasciateCIEntrare
 

Sito web: http://www.openaccessnow.eu/it/


venerdì 17 febbraio 2012

1 marzo 2012, Italia: Un giorno senza di noi, senza operai, braccianti, infermieri, muratori, imprenditori, colf e badanti. È lo sciopero degli immigrati.

La Repubblica, 15-02-2012 

VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Un giorno senza di noi, senza operai, braccianti, infermieri, muratori, imprenditori, colf e badanti. È lo sciopero degli immigrati. Riparte il passaparola su internet: il terzo appuntamento è fissato per il prossimo primo marzo. "Nel 2010 e 2011 - si legge nell'appello del comitato promotore 1  - in decine di città italiane lavoratori migranti e italiani hanno scioperato assieme contro la legge Bossi-Fini. La data del primo marzo è diventata così un punto di riferimento importante e anche quest'anno vogliamo che sia un giorno di mobilitazione".

Gli "scioperi" del 2010 e 2011. Più che di sciopero si dovrebbe parlare di "mobilitazione". Le esperienze dei due anni passati ne sono la riprova: salvo parziali astensioni dal lavoro in alcune fabbriche del Centro-Nord (soprattutto in Emilia-Romagna), lo sciopero, in senso tecnico, degli immigrati non ha funzionato. Perché? Tanti i motivi: primo, i sindacati non hanno voluto, né potuto, indire uno sciopero su base etnica; secondo, i lavoratori stranieri sono facilmente ricattabili dai datori di lavoro (difficile pensare allo sciopero di un bracciante) e lavorano in molti casi in nero; terzo, gli immigrati sono spesso divisi e non un corpo omogeneo capace di muoversi compatto. Ma l'iniziativa (soprattutto nel 2010) non è stata un flop: decine di manifestazioni locali e buona visibilità mediatica della protesta.

E ora il tam tam sulla rete riparte.

Dopo i fatti di Firenze. "La mobilitazione - scrivono i promotori del Primo marzo - questo anno è ancora più importante dopo l'uccisione a Firenze di Samb Modou e Diop Mor. È ora di fare chiarezza e dire che il razzismo non è solo un fenomeno culturale, ma si appoggia su leggi e provvedimenti amministrativi che considerano i migranti come braccia da sfruttare o nemici da combattere.  È così nel contratto di soggiorno per lavoro e nella presenza dei Cie. È stato così nella sanatoria truffa del 2009 e nella logica dei flussi. È così per i figli dei migranti che, compiuti 18 anni, devono sottostare alle impossibili regole di un permesso di soggiorno per studio, o diventare subito braccia da sfruttare con un permesso per lavoro".

Le richieste. Diverse le richieste con le quali il primo marzo si scenderà in piazza: "Per l'abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i Cie in Italia e in Europa; per la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia; per dire no al permesso a punti e a nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno; per una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno".


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1 marzo 2012: Appello per una mobilitazione nazionale contro il razzismo istituzionale e la precarietà
 
Il primo marzo del 2010 e 2011 in decine di città italiane lavoratori migranti e italiani hanno scioperato assieme contro il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini, mentre in decine di piazze si sono avuti presidi, cortei e iniziative. Lo hanno fatto autonomamente, trovando il supporto di tanti lavoratori e lavoratrici e di tante RSU. 

Migliaia di persone hanno manifestato con i migranti, mostrando che anche nella crisi si può lottare insieme per i diritti di tutti. La data del primo marzo è diventata così un punto di riferimento importante: anche quest’anno vogliamo che sia un giorno di mobilitazione e sperimentazione di nuove forme di lotta.
 


Questo è ancora più importante dopo i pogrom di Rom come quello di Torino e l’uccisione a Firenze di Samb Modou e Diop Mor. Un omicidio razzista che ha visto una grande reazione il 17 dicembre, guidata da migliaia di migranti scesi in strada a Firenze. E’ ora di fare chiarezza e dire che il razzismo non è solo un fenomeno culturale, ma si appoggia su leggi e provvedimenti amministrativi che considerano i migranti come braccia da sfruttare o nemici da combattere.
 

È così nel contratto di soggiorno per lavoro e nella presenza dei CIE (ex-CPT).
E’ stato così nella sanatoria truffa del 2009 e nella logica dei flussi.
E’ stato così nella creazione dell’emergenza profughi dopo le rivoluzioni in Nord Africa e nel mancato riconoscimento di fatto del diritto d’asilo.
È così per i figli dei migranti che, compiuti 18 anni, devono sottostare alle impossibili regole di un permesso di soggiorno per studio, o diventare subito braccia da sfruttare con un permesso per lavoro.
E’ così nel principio di un permesso di soggiorno “a punti” e nella tassa sul permesso di soggiorno, che vorrebbe scaricare sul salario dei migranti il costo di queste politiche. I migranti pagano le tasse e i costi della crisi come tutti gli altri lavoratori e lavoratrici e la nuova tassa andrà a sommarsi a tutto questo, a quanto già oggi costa rinnovare il permesso e ai 30 euro che si devono inspiegabilmente pagare alle Poste.
 


Se non si punta a cambiare radicalmente questo stato di cose che produce gerarchie e clandestinità, denunciare il razzismo diventa un gesto ipocrita.
La condizione migrante non è separata da quella di tutti gli altri, ma con la sua specificità mostra tendenze e dinamiche che ci coinvolgono tutti, in particolare sul terreno del lavoro. D’altro canto la condizione dei migranti è diversa da quella di tutti gli altri, perché solo per i migranti la precarietà e la crisi economica possono portare alla detenzione amministrativa e mette a rischio il permesso di soggiorno. Fuori da ogni retorica della solidarietà, quindi, riconosciamo che la clandestinità politica dei migranti e il razzismo istituzionale hanno reso tutti più insicuri. Per questo vogliamo scendere nuovamente in piazza assieme e allargare la mobilitazione contro una precarietà sempre
più diffusa.
 

Le lotte portate avanti dai migranti in questi anni hanno insegnato che non ci possono essere miglioramenti reali senza il protagonismo diretto. Lo sciopero del primo marzo ha fatto vedere in più che è possibile scioperare al di fuori delle logiche tradizionali, che la lotta sui posti di lavoro può unire là dove le leggi e la precarietà dividono.
 

Nella crisi economica e di fronte a leggi che producono razzismo e divisioni, vogliamo rilanciare un movimento che porti a cambiare questo stato di cose. Per questo lanciamo una mobilitazione diffusa su tutto il territorio, con iniziative articolate in base alle diverse possibilità e capacità, che non si esaurisca nella data del primo marzo, nello spirito della Carta dei Migranti approvata a Gorée (Senegal) e sulla base di alcuni principi condivisi:
 

· Per l’abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i CIE in Italia e in Europa;
· Per la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia;
· No al permesso a punti e a nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno;
· Per una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno, senza truffe e senza produrre altre gerarchie, per il riconoscimento di fatto del diritto d’asilo senza ritardi, lungaggini e discrezionalità;
· Contro la precarietà, e per un welfare non basato sullo sfruttamento e l’esclusione di alcuni;
· Per costruire insieme uno sciopero di tipo nuovo ancora più grande, capace di unire e cambiare questo stato di cose.
 

Per adesioni: primomarzo2010comitati@gmail.com


domenica 12 febbraio 2012

Primo Marzo 2012, Italia: Razzismo istituzionale, come e dove in Italia ed in Europa. Migranti e precari, insieme per la stessa causa


RAZZISMO ISTITUZIONALE: COME E DOVE IN ITALIA ED IN EUROPA
Migranti e precari, insieme per la stessa causa

Il razzismo istituzionale è stato definito come quel complesso di leggi, costumi e pratiche vigenti che sistematicamente riflettono e producono le disuguaglianze nella società. Se conseguenze razziste sono imputabili a leggi, costumi e pratiche istituzionali, l’istituzione è razzista sia se gli individui che mantengono queste pratiche hanno intenzioni razziste, sia se non le hanno”.
 
MacPherson Report

È semplicistico additare come «razzista» l’uomo che offende ed aggredisce un altro uomo solo perché lo sente «diverso», più difficile è cogliere leggi, procedure burocratiche e prassi amministrative che costruiscono e consacrano la disuguaglianza. Dare un nome alle cose serve a riconoscerle e a cambiarle.
Per questo, nell’ambito della movimentazione del terzo anno di sciopero degli stranieri, la rete I marzo intende riflettere sul tema lanciando il primo di una serie di appuntamenti in programma a Palermo, Napoli, Oristano e Milano. 

Ricordiamo inoltre che il movimento Primo Marzo è stato uno dei convinti sostenitori della giornata mondiale contro il razzismo , il 18 dicembre, che ha mobilitato numerose persone in tutto il mondo adottando la carta mondiale dei migranti. 

L’Italia è permeata di casi di razzismo istituzionale: un’insieme di leggi, procedure burocratiche e prassi amministrative che costruiscono e consacrano la disuguaglianza: tracciano una linea divisoria nella popolazione tra chi ha diritti e chi dispone solo di concessioni temporanee, tra chi ha piena cittadinanza e chi ne è escluso. Migranti, donne, precari, omosessuali, anziani, malati, emarginati: sono tutti vittime di una disparità sistemica. 

L’idea del primo convegno sul razzismo istituzionale è quella di condividere la denuncia di tali prassi per avviare un progetto culturale ampio capace di coinvolgere sia coloro che sentono lesi i propri diritti a causa della discriminazione istituzionale, sia le stesse istituzioni, per costruire assieme una riflessione comune che porti a mutare questo stato di cose.


sabato 21 gennaio 2012

Appello di ZaLab al Presidente del Consiglio Monti per rivedere gli accordi sull'immigrazione con la Libia. Le testimonianze dei migranti respinti in un nuovo documentario

ENGLISH VERSION BELOW

Il Presidente Monti in Libia: appello di ZaLab per rivedere gli accordi sull'immigrazione.
Per la prima volta le testimonianze dei migranti respinti nel 2009-2010 in   un nuovo documentario in uscita a marzo 2012: MARE CHIUSO di S.Liberti e A.Segre.
 
In vista dell’imminente incontro tra il Governo italiano e quello libico, ci rivolgiamo al presidente del consiglio, Prof. Mario Monti, con l’auspicio che già in occasione di tale incontro venga dato un chiaro e inequivocabile segnale di discontinuità rispetto alle politiche finora adottate dall’Italia in materia di immigrazione.
 
Come è noto, gli accordi firmati con la Libia, a partire da quello sui pattugliamenti congiunti fino al “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione”, hanno dato avvio alla pratica dei “respingimenti in mare”. A partire dal maggio 2009, tutti i barconi intercettati nel Canale di Sicilia sono stati ricondotti in Libia. Questa pratica è stata condannata dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dal Consiglio d’Europa ed è attualmente oggetto di un processo intentato alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo contro il governo italiano da 24 cittadini somali ed eritrei, riportati in Libia il 7 maggio 2009.
 
Molti dei migranti respinti (circa 2000 nelle varie operazioni condotte) erano richiedenti asilo che, sebbene bisognosi di protezione, sono stati invece riconsegnati alle autorità libiche, chiusi in carcere e condannati a subire varie forme di torture e abusi. Durante le operazioni di respingimento, i migranti sono stati  ingannati dai militari italiani: è stato loro detto che stavano per essere portati in Italia e, al momento dello sbarco, sono stati consegnati manu militari ai libici. In ripetute occasioni, i militari italiani sono ricorsi all’uso della forza. 
 
Le testimonianze dirette di alcuni di questi respinti sono raccolte nel documentario Mare chiuso di Stefano Liberti e Andrea Segre, prodotto da ZaLab con il supporto di Open Society Foundations, in uscita il prossimo marzo e di cui da oggi rendiamo pubblico il trailer. (Il documentario sarà in distribuzione da fine marzo 2012. Per info: distribuzione@zalab.org)
 
Qualunque sia l'imminente decisione della corte di Strasburgo, in occasione del suo viaggio a Tripoli chiediamo al professor Monti di annunciare chiaramente e solennemente che l’Italia cesserà ogni pratica di respingimento in mare
 
Auspichiamo pertanto che questo primo incontro con le autorità libiche sia un primo e decisivo passo per chiudere con un passato vergognoso e avviare un nuovo modo di affrontare le migrazioni nel pieno rispetto degli obblighi internazionali e dei diritti umani.
 
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Leggete anche la lettera di Amnesty International al Presidente Monti
cliccando qui
 
 
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Prime Minister Monti in Libya: Zalab urges the Italian government to review immigration deals.
For the first time accounts of migrants “pushed back” to Libya in 2009-2010 by the Italian navy in a new documentary film, available from March 2012: MARE CHIUSO by S.Liberti and A.Segre
 
 
As an official Italian governmental delegation, headed by Prime Minister prof. Mario Monti, is going to Libya, we urge M. Monti to mark a clear turning point on the bilateral policy regarding immigration control. 
 
The different deals signed with Libya in the past few years, from the one on the joint patrols to the “Treaty of friendship, partenership and cooperation”, have paved the way for the so-called “push back operations” in high seas. From May 2009, all the boats intercepted in the Mediterranean Sea between Libya and Sicily have been stopped and brought back to Libya. This policy has been condamned by the United Nations High Commissioner for Refugees (Unhcr) and the Council of Europe. Moreover, the Italian government has been brought to justice at the European Court of Human Rights by 24 Somali and Eritrean nationals, who were “pushed back” to Libya on the 7th of May 2009.
 
Many of the “pushed back” migrants (a total of about 2000 people) were asylum seekers. While they were looking for international protection, they were instead taken back to Libya, put in jail and exposed to different forms of tortures and abuses. During the “push back operations”, the migrants were cheated by the Italian soldiers, who told them they were heading to Italy. As they arrived in Libya, they were forcibly handed over to the Libya policemen, often in a violent manner. 
 
First-hand accounts from some of these “pushed back” migrants are part of the documentary film Mare chiuso (Closed sea), by Stefano Liberti and Andrea Segre, produced by ZaLab with the support of the Open Society Foundations. The movie will be released in March 2012.  Today we show a trailer, available at this link. (The documentary will be available for screening at the end of March 2012.
To organize a screening please contact us at distribuzione@zalab.org).
 
Regardless to the forthcoming final verdict of the European Court of Human Rights, we urge prof. Mario Monti to announce solemny and clearly during his official visit in Libya that Italy is not going to make “push back operations” in high seas any more.
 
We hope this first meeting with the new Libyan Authorities will be a first step to turn over a shameful past and to start a new way to cope with migration in full compliance with international obligations and human rights.
 
 
 
 

Lettera di Amnesty International al Presidente del Consiglio Monti sugli accordi di cooperazione con la Libia

Amnesty International scrive al presidente del Consiglio Monti in occasione della visita in Libia: "La cooperazione con Tripoli sia basata sui diritti umani"

CS006: 19/01/2012

In vista della prossima visita in Libia del 21 gennaio, Amnesty International ha scritto oggi al presidente del Consiglio Mario Monti, chiedendo al governo italiano di prendere in considerazione una serie di raccomandazioni relative alla situazione dei diritti umani in Libia e alla tutela dei diritti umani dei migranti e dei richiedenti asilo.

Per favorire le profonde riforme indispensabili per dare vita a un sistema di garanzie che rappresenti una rottura con l'eredità della totale impunità per le violazioni dei diritti umani lasciata dal precedente governo libico, Amnesty International sollecita il governo italiano ad assicurarsi che il rispetto dei diritti umani e la responsabilità per le violazioni dei diritti umani permeino tutte le discussioni con le autorità libiche, nonché a offrire assistenza nello sviluppo e nell'attuazione di un programma globale di riforme nel campo dei diritti umani nel paese.

A questo proposito, il governo italiano dovrebbe incoraggiare le autorità libiche, tra l'altro, a:
  • adottare le misure necessarie per abolire la pena di morte;
  • riformare i settori della sicurezza e delle forze di polizia, così come il sistema giudiziario penale;
  • porre fine agli arresti arbitrari e garantire che i detenuti abbiano accesso a un avvocato;
  • sradicare la tortura e gli altri trattamenti, disumani e degradanti;
  • porre fine a qualsiasi tipo di discriminazione e adottare misure concrete per proteggere da violenza, minacce, intimidazioni e abusi coloro che sono sospettati di essere migranti irregolari;
  • ratificare la Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati e il suo Protocollo del 1967 e cooperare pienamente con l'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Riguardo alla cooperazione in materia d'immigrazione tra Italia e Libia, Amnesty International chiede al governo italiano di:
  • desistere dal condurre qualsiasi operazione di "respingimento" (rinvio forzato) in mare verso la Libia o di cooperazione con la Libia nell'intercettare migranti e respingerli;
  • mettere da parte il Memorandum d'intesa sul "controllo delle migrazioni", firmato con il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) il 17 giugno 2011, fino a una revisione approfondita dell'incidenza sui diritti umani degli accordi firmati dai due paesi in questo settore, e finché non siano state introdotte le necessarie modifiche, al fine di garantire che il "controllo dell'immigrazione" non abbia mai luogo a spese dei diritti umani;
  • assicurarsi che ogni forma di cooperazione con le autorità libiche, futura e in corso, in materia di immigrazione sia assolutamente trasparente e subordinata all'impegno e alla capacità delle due parti di rispettare appieno i diritti umani di richiedenti asilo, rifugiati e migranti, e che sia coerente con il diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale dei rifugiati.
La lettera di Amnesty International ricorda come i precedenti accordi in materia di "controllo dell'immigrazione" abbiano comportato gravi violazioni dei diritti umani, tra cui le operazioni di "respingimento" (rinvio forzato) in mare verso la Libia, risultanti in arresti arbitrari, tortura e detenzione a tempo indeterminato in condizioni disumane. Vengono citati, tra gli altri, il Protocollo tra la Repubblica italiana e la Gran Giamahiria araba libica popolare socialista, firmato dal ministro dell'Interno italiano e dal suo omologo libico il 29 dicembre 2007 (modificato nel 2009), il Protocollo aggiuntivo tecnico-operativo, firmato dal Capo italiano di polizia e dal suo omologo libico (lo stesso giorno) e le disposizioni pertinenti del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato nell'agosto 2008 dall'ex primo ministro Berlusconi e dall'allora leader libico Muammar al-Gheddafi.

Ha destato motivi di preoccupazione anche il Memorandum d'intesa firmato il 17 giugno 2011 tra le autorità italiane e il Cnt, con cui le due parti hanno confermato il loro impegno a una gestione comune dei flussi migratori attraverso l'applicazione degli accordi già esistenti di cooperazione sull'"immigrazione irregolare", nonché all'aiuto reciproco e alla cooperazione nella "lotta contro l'immigrazione irregolare", anche attraverso il "rimpatrio di immigrati irregolari".

Amnesty International ha già avuto modo di esprimere la sua seria preoccupazione in merito a questo sviluppo. Durante il conflitto in Libia, gli africani subsahariani sono stati particolarmente soggetti ad arresti arbitrari da parte delle forze che si opponevano al colonnello Gheddafi, basati sul colore della loro pelle e sulla convinzione che le forze di Gheddafi utilizzassero mercenari centroafricani. Un rapporto del Segretario generale dell'Onu al Consiglio di sicurezza, presentato il 28 novembre 2011, ha evidenziato che circa 7000 persone erano detenute nelle carceri e nei centri di detenzione improvvisati della Libia, molti dei quali sotto il controllo di brigate rivoluzionarie.

Dal momento della nomina del nuovo governo libico, nel mese di novembre, Amnesty International ha continuato a ricevere segnalazioni da parte di africani subsahariani che denunciano di essere perseguitati, minacciati e maltrattati. I rappresentanti di Amnesty International che hanno visitato il centro di detenzione di Ain Zara, sono venuti anche a conoscenza di circa 400 africani subsahariani, arrestati nel dicembre 2011 durante la loro fuga in barca verso l'Europa. Molti di loro hanno riferito di continuare a essere detenuti senza alcuna accusa formale in un centro di detenzione a Tripoli.
 
FINE DEL COMUNICATO                                                                          Roma, 19 gennaio 2012

Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it
 
 
 

mercoledì 18 gennaio 2012

31 marzo: Scadenza per la partecipazione al Concorso "Incontrarsi. Racconti di donne migranti e native. Iniziativa della Casa internazionale delle donne

ROMA - Media e formazione

Incontrarsi: racconti di donne migranti e native. Iniziativa della Casa Internazionale delle Donne


e3704541bdfbc35002575e7858894729_L“Incontrarsi: Racconti di donne migranti e native”. Questo il titolo del concorso organizzato dalla Casa Internazionale delle Donne. Il concorso  - che si svolge con il patrocinio della Provincia di Roma, Assessorato alle politiche culturali -  vuole incoraggiare l'incontro tra migranti e native, residenti a Roma e provincia, e dare voce alle seconde generazioni delle migrazioni, ai loro problemi di integrazione e al contempo di rapporto con la terra e la cultura di provenienza.
 
Il concorso è aperto a tutte le donne e e le ragazze - migranti e native - di Roma e provincia, per partecipare è sufficiente inviare un racconto della lunghezza massima di 10 cartelle (trenta righe per sessanta battute).  La scadenza per l’invio degli elaborati è il 31 marzo 2012. Le opere inviate dovranno naturalmente essere inedite e redatte in italiano.
 
Le opere vincitrici verranno pubblicate in un volume edito dalla casa editrice Ediesse.

Dopo il concorso sarà possibile organizzare incontri con le autrici, in particolare nelle scuole. Questi incontri potranno essere un’occasione per stimolare studenti e studentesse a effettuare una riflessione e una discussione sui loro rapporti con “l’altro” (come ad esempio il compagno o compagna di classe di un altro colore e di un’altra cultura), inoltre si potrà sentire la voce delle studentesse e degli studenti appartenenti a famiglie immigrate, i loro rapporti con “l’altro”, i loro problemi ed esperienze.

La giuria del concorso - composta da Maria Rosa Cutrufelli (presidente), Cristina Ali Farah, Isabella Peretti, Igiaba Scego, Stefania Vulterini - selezionerà i racconti inviati e sceglierà dieci vincitrici; il premio consisterà appunto nella pubblicazione in volume dei racconti delle autrici prescelte.Il regolamento integrale del concorso è disponibile sul sito della Casa Internazionale delle Donne a questo link.
 
 

Razzismo letterario e cittadinanza letteraria


Gli scrittori immigrati, anche se scrivono in italiano o sono nati qui, non vengono considerati parte della letteratura italiana e a nessuno di loro è mai stato consegnato un premio letterario di alto livello. Ma la letteratura oggi è meticcia, come dimostrano casi stranieri come quello di Ben Jelloun e Kureishi.

Lo scrittore Tahar Ben Jelloun, vincitore in Francia del Premio Goncourt
Benché tra una cinquantina d’anni, a detta dell’Istat, un quarto della popolazione residente in Italia sarà composta da immigrati, gli scaffali delle librerie continuano a essere divisi in autori italiani e stranieri: nel settore degli italiani alloggia, in ordine alfabetico, la vasta famiglia che va da Arpino a Vittorini, passando per la Brianza di Gadda e le Langhe di Fenoglio, mentre gli scrittori dai nomi esotici – non importa se di lingua italiana o addirittura nati in Italia – sono abitualmente collocati in ordine di appartenenza geografica sugli scaffali della letteratura straniera.

Ma cos’è, oggi, la letteratura italiana? Da quali materiali narrativi è composta? Che posto hanno, nel nostro immaginario, Younis Tawfik, giornalista e scrittore iracheno in esilio in Italia dal 1979, Anilda Ibrahimi, scrittrice albanese a Roma dal 1977, Igiaba Scego, giornalista e scrittrice nata in Italia da una famiglia di origine somala, Amara Lakhous, scrittore algerino a Roma dal 1995? L’elenco dei nostri “stranieri” è lungo; comprende il rumeno Mihai Mircea Butcovan, il persiano Hamid Ziarati, l’argentino Adrian Bravi, l’albanese Ornela Vorpsi – che continua a scrivere in italiano benché si sia trasferita in Francia – l’egiziana-congolese Ingy Mubiayi, e potrebbe andare avanti ancora.

Bijan Zarmandili, scrittore nato a Teheran ed esule in Italia da cinquant’anni – capace di usare la lingua italiana con tale libertà e raffinatezza da piegarla tanto alla sontuosità della poesia persiana che alla povertà mistica dei dervisci e dei sufi – fin dal suo esordio narrativo ha combattuto per essere considerato un autore italiano. « Tutti gli scrittori in esilio », spiega, « sentono voci provenienti dai luoghi della loro infanzia; voci dei tempi in cui erano in sintonia con altri volti, con gli affetti, gli odori, i colori, i rumori, persino i silenzi della propria origine. La trascrizione di tutto questo non può che dar luogo a una scrittura ibrida, bastarda nella forma e nel contenuto, perché, se pure nello scrittore che viene da un altro paese resta il tormento della provenienza, il paesaggio in cui si colloca è radicalmente mutato. È importante riflettere sull’ibridismo dell’autore esiliato, perché la letteratura d’immigrazione o, come preferisco dire, la letteratura dell’esilio, nasce da un immenso e straordinario movimento di massa: milioni di uomini e di donne che si spostano da un continente all’altro, dando luogo a una cultura fatta di elementi che impongono una metamorfosi a tutte le culture coinvolte nel processo. Questa umanità bastarda contiene, inevitabilmente, molteplici talenti poetici e intellettuali, ed è in grado di trasferire le proprie esperienze in opere letterarie che assumono sonorità e stratificazioni proprio nell’incontrarsi e nel confliggere delle lingue di provenienza e di quelle adottive; l’esito di un simile processo dialettico, tuttavia, non sta solo in una straordinaria e vitale produzione poetica, ma in una continua risignificazione dell’esistente. È per questo che, quando vengo presentato come uno “scrittore iraniano”, avverto un profondo disagio: ridurre l’identità di uno scrittore alla sua origine implica negargli il senso di questo movimento ».

L’attribuzione di una piena cittadinanza linguistica agli scrittori di origine straniera – una sorta di ius soli per chi abbia avuto nascita alla scrittura nella nostra lingua – sembra l’ultimo tabù della nostra globalizzazione; la loro opera non ha ancora una nominazione condivisa, e le definizioni più usate (“letteratura migrante in lingua italiana”, “letteratura transnazionale”, “letteratura italofona”, “letteratura postcoloniale”) si tengono in un’ambiguità tra riconoscimento di valore letterario, giudizio politico e sguardo antropologico. « Quando la musica delle sillabe e la coerenza dei ritmi vengono utilizzate non dai poeti che hanno avuto maternità in una certa lingua, ma dai suoi figli illegittimi, confrontarsi con l’ibridismo di chi lavora con le parole diventa una vicenda complessa », dice ancora Zarmandili. « In Italia c’è sempre il rischio che questa scrittura venga ghettizzata, etichettata, risospinta verso la sua origine, ma è proprio la novità epocale costituita dall’immigrazione a dare nuova linfa all’Italia di oggi; a darci conto del caos di questo mondo che, meraviglioso e vivificante, si riflette su di noi, chiedendoci un pensiero estetico e politico ».

Quindici anni dopo aver lasciato il Marocco per trasferirsi a Parigi, Tahar Ben Jelloun si vide assegnare il prestigiosissimo premio Goncourt, che ne fece uno scrittore di lingua francese a tutto tondo, e Hanif Kureishi, nato a Londra da padre pakistano e madre inglese, è considerato un autore inglese, non un pakistano anglofono. Un passo avanti potrebbe essere l’attribuzione di uno Strega, un Campiello a uno dei nostri autori ibridi, a sottolineare la loro piena appartenenza alla cultura, alla letteratura italiana.

Saturno, 13 gennaio 2012
 
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di Igiaba Scego

Igiaba Scego, giornalista e scrittrice nata in Italia da una famiglia di origini somale, risponde all'articolo di Daniela Padoan sugli scrittori che scrivono in italiano e non vincono premi letterari. L'esperienza della Scego è diversa, e l'articolo diventa spunto per attribuire le responsabilità anche ai media e alle case editrici.

La giornalista e scrittrice Igiaba Scego (dal blog eneryvibes.wordpress.com)
 
di Igiaba Scego, intervento nel dibattito sul “razzismo letterario”

Nel 2011 ho vinto un premio letterario: il premio Mondello.
 
Non me l’aspettavo. Naturalmente sono stata felice del premio. Onorata. Tra i premiati c’era anche il grande Javier Cercas, uno scrittore che stimo ed amo molto. Specifico che ho vinto il premio per la letteratura italiana. Ci tengo a sottolinearlo perché era la prima volta che una figlia di migranti vinceva il premio in questa categoria del Mondello. Dopo il premio (forse ingenuamente confesso) mi aspettavo una discussione sulle pagine culturali dei giornali. Speravo davvero che questa mia vittoria potesse essere usata come pretesto per parlare dei colleghi migranti e figli di migranti che non solo scrivono in italiano, ma danno lustro alla letteratura nazionale innervandola di nuovi temi e nuovi linguaggi. Invece c’è stato il solito silenzio assordante.

Purtroppo ho notato che di noi nei paginoni culturali dei giornali (ma lo stesso vale per i programmi TV) non si parla proprio. Chi ne parla lo fa spesso solo in termini folcloristici (anche se ci sono state eccezioni eccellenti a questa cattiva pratica). Perché, mi chiedo, interessiamo così poco a chi fa informazione culturale? Non siamo forse anche noi parte di questo paese? A quando la cittadinanza letteraria?

Qualcuno potrebbe obbiettare che ancora tra di noi non c’è una Zadie Smith o un Hanif Kureishi. Ma siamo proprio sicuri di questo? Forse probabilmente la Zadie italiana ci è passata sotto il naso e non ce ne siamo accorti. Io credo che sia andata proprio così. Lo penso ogni volta che mi capita tra le mani il libro di Cristina Ali Farah Madre Piccola. Un signor libro davvero! Poetico, complesso, coinvolgente. Un libro molto amato dagli addetti ai lavori, molto studiato nelle università estere (da Melbourne a New York) e dai gender studies. Ma sostanzialmente ignorato dalla stampa che conta qui in Italia. Poche recensioni per un libro che meritava ben altro trattamento.

Certo la stampa ha le sue colpe, ma non è la sola. Io aggiungerei tra i colpevoli anche le case editrici. Dopo un iniziale entusiasmo per le scrittrici e gli scrittori di origine migrante siamo passati ad una momento di totale recessione. Le vie sembrano sbarrate. Si pubblica poco e manca totalmente lo scouting. Anche in questo campo ci si affida a nomi considerati sicuri, ma si punta poco sulle giovani leve. Inoltre accade spesso che il libro anche se riesce a trovare una buona pubblicazione non venga appoggiato adeguatamente dall’editore. Non si punta su questo prodotto considerandolo erroneamente troppo di frontiera. Sono ancora le piccole e medie case editrici a fare la fortuna di una scrittrice o uno scrittore di origine migrante. Sono soprattutto loro a credere in un autore e a spingerlo. Basti pensare al rapporto che si è creato tra la E/O e Amara Lakhous, una relazione vincente in tutti i sensi.

In questo fosco panorama va segnalata però una nota positiva: le lettrici ed i lettori. Il pubblico di chi fruisce dei vari Kuruvilla, Farah, Wadja, Butcovan, Brahimi sta crescendo. Un pubblico multietnico e curioso. Un pubblico che interagisce direttamente con gli scrittori attraverso i social network e naviga sui siti specializzati.

Per una scrittrice, per uno scrittore, sono proprio loro il premio più bello.
 
 

martedì 10 gennaio 2012

Stranieri: Visto per volontariato

di Lara Aisha Bisconzo

E’ passata un po’ sotto tono la notizia della nuova possibilità offerta dallo Stato italiano di cui potranno da ora in avanti beneficiare i cittadini extracomunitari.
Stiamo parlando del “Visto per volontariato”, che permetterebbe a chi è intenzionato a svolgere attività benefiche sul territorio di entrare in Italia per un periodo non superiore ad un anno.
Un’opportunità però forse non perfettamente regolata, in quanto, come sottolinea il sito csvtv.it che si occupa appunto del No-Profit, non tiene conto di alcuni fattori importanti.
Nello specifico, potranno usufruire di questa possibilità giovani stranieri di età compresa dai 20 ai 30 anni, che non presentino caratteristiche che potrebbero far pensare un futuro rischio di clandestinità e che previamente hanno stipulato un accordo con
  • associazioni di promozione sociale iscritte nel registro nazionale
  • ong legalmente riconosciute
  • enti ecclesiastici legalmente riconosciuti.
La carenza più significativa sottolineata dal sito sopracitato è proprio quella che non possono al momento usufruire di eventuali collaborazioni proprio gli enti che probabilmente ne avrebbero maggiormente bisogno, ovvero le associazioni di volontariato stesse.
Gli altri organi sopracitati oltre a stipulare una convenzione apposita ove dovranno essere citati con precisione mansioni, orari, inquadramento, risorse stanziate previste per il sostentamento dei volontari durante il periodo  previsto, saranno inoltre responsabili del pagamento di una polizza assicurativa per coprire eventuali spese sanitarie o danni nei confronti di terzi che potrebbero essere causati durante l’attività prevista.
Il visto, che dovrà essere richiesto tramite apposita domanda allo Sportello Unico per l’Immigrazione, verrà a sua volta rilasciato telematicamente dallo stesso.
Purtroppo al momento il legale del sito stranieriinitalia.it sottolinea il fatto che, nonostante il decreto sia stato approvato e reso operativo dal 01/12/2011 (data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale), non vi siano ancora informazioni sulle quote d’entrata stabilite dal Ministero e nemmeno i moduli da compilare on line.
Un’ottima opportunità da sfruttare quindi, ma ancora puramente virtuale.
Leggi il decreto integrale
Per ulteriori informazioni:
Ministero degli Affari Esteri
Piazzale della Farnesina, 1 – 00135 Roma
centralino: 06.36911
www.esteri.it

lunedì 2 gennaio 2012

Da 80 a 200 euro, arriva la tassa sui permessi di soggiorno


Stranieri in Italia 2.1.2012
Elvio Pasca

Stangata per gli immigrati: bisognerà pagarla ogni volta che si chiede il rilascio o il rinnovo del documento. In vigore dal 30 gennaio, servirà a finanziare le espulsioni e l’attività degli sportelli unici per l’immigrazione

Roma – 2 gennaio 2012- Per le tasche degli stranieri in Italia il 2012 si apre malissimo. Oltre che con la stangata che li colpirà, causa crisi, insieme agli italiani, gli immigrati dovranno fare i conti con una nuova tassa da versare ogni volta che chiedono o rinnovano il permesso di soggiorno.

Già prevista dalle legge sulla sicurezza del 2009, era finora rimasta sulla carta, forse in considerazione di un servizio tutt’altro che efficiente. Ora però diventa realtà, grazie a un decreto firmato a ottobre dagli allora ministri dell’Interno e dell’Economia Roberto Maroni e Giulio Tremonti e arrivato il 31 dicembre in Gazzetta Ufficiale.

L’importo del “contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno” varia in base alla durata del permesso: ottanta euro se è compresa tra tre mesi e un anno, cento euro se è superiore a un anno e inferiore o pari a due anni, duecento euro per il “permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo”, la cosiddetta “carta di soggiorno”. L’esborso si aggiunge al contributo di 27,50 euro per il rilascio del permesso di soggiorno elettronico e ai trenta euro che si prende Poste italiane per il servizio.

La nuova tassa non riguarda i permessi dei minori, compresi quelli arrivati con un ricongiungimento familiare. Non pagano nemmeno gli stranieri che entrano in Italia per sottoporsi a cure mediche e i loro accompagnatori, così come chi chiede un permesso per asilo, richiesta d’asilo, protezione sussidiaria o motivi umanitari. Il contributo non tocca, infine, a chi chiede solo di aggiornare o convertire un permesso di soggiorno valido.

Che ci farà lo Stato con questi soldi? Metà dei nuovi introiti servirà a finanziare il “Fondo Rimpatri”, con il curioso risultato che gli immigrati regolari pagheranno le espulsioni dei clandestini, l’altra metà andrà al ministero dell’Interno per spese di ordine pubblico e sicurezza, per finanziare gli sportelli unici e l’attuazione dell’accordo di integrazione.

La novità scatterà dal 30 gennaio. Chi ha un permesso in scadenza, farebbe bene a chiedere il rinnovo prima di quella data per evitare il salasso.


lunedì 19 dicembre 2011

Lavoratori migranti a Rosarno nei giorni della rivolta


Siamo persone come voi, scrivono i lavoratori africani di Rosarno in una lettera aperta. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi. Siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana. Stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E’ una vita molto dura, ogni giorno.

Cari fratelli e sorelle rosarnesi, siamo lavoratori africani di tante nazionalità. Abbiamo voluto scrivere questa lettera per ringraziarvi della vostra ospitalità. Poiché negli ultimi giorni si è parlato molto di noi, abbiamo deciso di parlare in prima persona. Malgrado la triste situazione che si è verificata due anni fa, che ha fatto male a tutti, ci troviamo di nuovo insieme, nella vostra città e sulla vostra terra.

Quella situazione triste ce la portiamo nel nostro cuore, così come voi nel vostro. Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c`è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi.

Per questo vi diciamo che non dovete avere paura di noi. L`emigrazione è una risorsa, economica, culturale… un`occasione di cui approfittare, noi e voi. Chi in questi giorni ha parlato di noi diffondendo la paura è responsabile per le sue parole. Noi non ci riconosciamo in quello che si è detto su di noi. Se qualcuno tra noi sbaglia, fa soffrire noi più di voi. Ma non vuol dire che tutti sbagliamo. Come quando un italiano sbaglia, non tutti gli italiani hanno colpa. Approfittando di questa occasione, noi immigrati, in particolare noi africani, vogliamo farvi sapere che siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana.

Noi siamo fieri del nostro impegno e del nostro sudore. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Allora noi dobbiamo parlarci, capirci e insieme riuscire ad andare avanti. Purtroppo le nostre condizioni di vita non ci permettono di farlo. Dopo una giornata di lavoro nei campi, abbiamo solo il tempo per fare un po` di spesa e telefonare a casa e poi camminare a lungo fino ai luoghi in cui dormiamo. Noi stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E` una vita molto dura, ogni giorno.

Molti di noi non riescono a trovare una casa in affitto. Facciamo appello alla vostra sensibilità e intelligenza: siamo persone come voi, noi dobbiamo rispettare tutti e tutti devono rispettare noi. Tutti insieme dobbiamo trovare una soluzione perché ci possiamo integrare con tutti i cittadini – di Rosarno, di Roma, del mondo… Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo.

Lavoratori africani, cittadini del mondo, in Italia


domenica 18 dicembre 2011

Comunicato del Comitato della campagna LasciateCIEntrare: dar voce ai cittadini stranieri e migranti rinchiusi nei CIE di tutta Italia


COMUNICATO STAMPA

Comitato della campagna LasciateCIEntrare:
dar voce ai cittadini stranieri e migranti rinchiusi nei CIE di tutta Italia

In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e a pochi giorni dai tragici, inaccettabili fatti di Torino e Firenze, il comitato della campagna LasciateCIEntrare vuole dare voce anche a quei cittadini stranieri e migranti, rinchiusi nei CIE di tutta Italia.

E’ di pochi giorni fa l’abrogazione della circolare 1305, promulgata dall’ex Ministro dell’Interno Maroni, ed ora cancellata dal neo Ministro Cancellieri, che negava l’accesso alla stampa nei CIE, per “non dare intralcio” alle attività, in una situazione dichiarata emergenziale per gli sbarchi in Italia.

Ora i giornalisti potranno entrare, e raccontare le condizioni, spesso disumane, che gli immigrati stranieri vivono in attesa di conoscere il loro destino. In attesa di un atto burocratico che sancisca il loro respingimento, oppure la “concessione” di un permesso di soggiorno nel nostro paese. Destinati ad aspettare questo atto amministrativo, e privati totalmente della loro libertà, anche fino a 18 mesi.

Le storie sono tante, impossibile avere un dato definitivo dei cittadini immigrati presenti oggi negli 11 CIE aperti, strutture spesso danneggiate e fatiscenti, dove le condizioni di vita sono molte lontane dal definirsi “civili”, dove le tensioni psicologiche, spesso gli abusi fisici, insieme a quelli legali, degradano l’essere umano, quello rinchiuso, e colui che rinchiude, a qualcosa di umanamente inaccettabile.

Uomini, donne, bambini che hanno cercato riparo nel nostro paese. E che il nostro paese ha il diritto e dovere di accogliere e proteggere.

Per questo continueremo a fare pressione ed informazione sull’opinione pubblica, attraverso la stampa, attraverso agli avvocati, ai sindacati e a tante di quelle organizzazioni, e ai cittadini e cittadine italiani che si sono mobilitati e che continueranno a sostenere la campagna LasciateCIEntare.

Queste le parole di Mohamed Amine Chouchane, tunisino rinchiuso nel CIE di Ponte Galeria dal novembre scorso, ed in attesa di “giudizio”: “Sto aspettando che la mia situazione si risolva, insieme a centinaia di immigrati di diversi paesi. Molti di loro sono stati truffati dai datori di lavoro, ed ora si ritrovano privati della loro libertà e minacciati di espulsione da un momento e l’altro. Ma la cosa veramente ridicola è che veniamo chiamati ospiti, sappiamo che sei ospite quando visiti qualcuno per scelta, e quella persona ti tratta nei migliori dei modi. Ma gli “ospiti” in questa prigione sono stati portati con la forza, e in quanto “ospiti” sono stati umiliati nei “migliori dei modi”, in un paese che di dice di proteggere le libertà ed i diritti dell’uomo.”


venerdì 16 dicembre 2011

Allo storico mercato di Sandaga (Dakar) una commemorazione per i due senegalesi uccisi a Firenze. Organizzata da un'immigrata italia in Senegal

Dakar-clandò
la rubrica di Chiara Barison

Allo storico mercato di Sandaga (Dakar) una commemorazione per i due senegalesi uccisi a Firenze. 

Organizzata da un'immigrata italia in Senegal


DAKAR. “Se solo potessi sapere cosa vuol dire essere un migrante. Se solo potessi conoscere il dolore degli sguardi, che a volte, o troppo spesso, feriscono come pugnali. Se solo sapessi quanto è pesante l'assenza dell'affetto familiare o anche solo quella dello sguardo della persona amata, di un figlio che cresce, solo, aspettando un padre, un fratello partiti troppo lontano.
Se solo sapessi che dietro ogni migrante c'è una persona in tutta la sua umanità, con tutte le sue speranze e i suoi sogni; se solo sapessi che questo stesso uomo voleva forse solo farsi conoscere e conoscere, imparare e che forse, sempre questo stesso uomo, l'amava il tuo paese, sì, l'Italia. Ci sono molti migranti che l'Italia la amano più di te, che gli immigrati non li sopporti e che dell'Italia non conosci nulla e forse, di questa tua Italia di cui ti fai vanto, non te ne frega nulla. Italiano. Se solo potessi essere al mio posto, immigrata italiana in Senegal e sapere quante volte dei senegalesi mi hanno strappato un sorriso dopo le lacrime; tenuto la mano quando la lontananza da mia figlia diventava insopportabile. Se solo potessi sapere, caro razzista, quante volte sono entrata in una casa senegalese e accolta con rispetto; se solo sapessi quanti migranti senegalesi di ritorno dal mio paese, l'Italia, ho incontrato felici di ritrovarmi qui, immigrata italiana, aver scelto il loro paese come destinazione, paese che per loro era diventato pure il mio. Se solo sapessi come questi stessi migranti parlano del tuo paese, l'Italia, caro razzista, di come i loro occhi brillano raccontando della sua cultura, del suo popolo, della sua bellezza. Ma no, tu tutto questo non lo vedi, caro razzista, tu che gli occhi li hai offuscati dall'odio e dalla rabbia e che dell'Italia non conosci nulla. A tutti i miei fratelli e sorelle senegalesi chiedo scusa. Vi prego di perdonare. Di perdonarci. Di perdonarli. Al vostro paese, il Senegal, che è anche il mio paese, devo la realizzazione dei miei sogni e vi affido il mio paese, l'Italia, che è anche il vostro, nella speranza che assieme, con la forza dell'umanità, potremo cambiare questo mondo”. Questo il pensiero stampato e diffuso lo scorso 14 dicembre a Sandaga, mercato storico di Dakar, Senegal. L'eco dei brutali omicidi di Mor Diop e Modou Samb era rimbalzato veloce di giornale in giornale, di casa in casa, di bocca a bocca. Un atto di razzismo feroce che si è portato dietro tristezza e rabbia anche tra gli italiani emigrati in Senegal. Mi ci sono voluti un paio di minuti per realizzare che quello che avevo letto distratta sul mio computer era invece una notizia di cronaca nera reale. Ancora un episodio di razzismo, l'ennesimo che si registrava in Italia. Sono tornata veloce a casa e ho scritto il mio dolore in queste poche righe. I senegalesi dovevano sapere che non erano soli, che il dolore di queste morti assurde erano condivise anche con noi, italiani emigrati. Non sono servite tante riflessioni, solo una penna ed una fotocopiatrice. Nel cyber vicino a casa il gestore prende una copia della lettera contenente le scuse pubblche rivolte alle famiglie delle vittime. Mi fa un gesto d'approvazione con il capo e mi fa pagare la metà di quello che avrei dovuto pagare. “Questo è il mio contributo ad un'azione che approvo. Fai bene a diffondere questo messaggio di pace”, mi dice sorridendo e prende una copia della lettera per attaccarla alla porta d'entrata. Subito, i passanti, curiosi, leggono e commentano. Cheikh, un professore di quasi quarant'anni mi dice: “Quello che è successo in Italia è grave, è solo l'ennesimo episodio di un odio razziale crescente che si sta diffondendo pericolosamente in tutta Europa”. La gente annuisce. “Grazie per questo pensiero. Le persone devono essere coscienti che ogni generalizzazione è sbagliata e che non sono tutti razzisti”. Il tempo di inviare qualche messaggio agli italiani di Dakar e corro veloce verso il centro città. Solo il cuore e l'onestà della condivisione. Arrivo a Sandaga, il più grande mercato della capitale. No. Non l'ho scelto a caso. Il giorno precedente, in un mercato, due ragazzi senegalesi sono stati brutalmente assassinati. Oggi, in un mercato senegalese, sarebbe stato lanciato un messaggio di pace. Arrivo, le fotocopie sotto il braccio e tanta speranza. Subito in tanti mi attorniano per sapere cosa io voglia fare. Mi siedo comincio a discutere con i commercianti e con i passanti. In poco tempo un folto gruppo di persone dibatte su tematiche quali il razzismo, la migrazione, l'integrazione. Nessuna tensione, nessun parola di insulto. Eppure sono italiana il giorno dopo una tragedia consumatasi proprio nel mio pasese. Una grande lezione di umanità e rispetto. Nessuno generalizza, nessuno offende gli italiani tutti. Ogni persona ha il buon senso di giudicare l'atto folle e razzista di un singolo. Avremmo fatto lo stesso, in Italia? O saremmo forse andati a fare spedizioni punitive o linciaggi di massa come l'episodio del campo rom di Torino ha dimostrato nella sua immane tragicità? “Quello che è successo fa parte della vita” mi dice a bassa voce Thierno, studente in medicina “dobbiamo accettare il destino. Non è colpa nostra o vostra ma colpa di un sistema politico che ha seminato odio”. Il fatalismo senegalese accompagna molti dei commenti alla vicenda. Per tanti, doveva accadere. Quello che stupisce è l'assoluta mancanza di rabbia. La gente è sorpresa di vedermi lì, in mezzo a loro, chiedere scusa. Mi incoraggiano e mi abbracciano. Ho le lacrime agli occhi. In poco tempo arrivano altri italiani, amici che, umilmente, consegnano le fotocopie ai passanti, chiedendo scusa, ad ognuno di loro. E così fino a raggiungere il numero di duencento. Un numero simbolico per arrivare al cuore delle famiglie delle vittime, per chiedere scusa di un atto che gli italiani denunciano fortemente. Arrivano i giornalisti, incuriositi dalla piccola manifestazione spontanea. Si discute anche con loro. Sorridono. Questo gesto era assolutamente inaspettato. Piccolo ma dalla grande umanità. Giovani ed anziani discutono con noi e ci dicono tutti: “Vi perdoniamo”. “Sono stato immigrato in Italia per più di dieci anni” mi dice Assane “e ciò che è accaduto non mi stupisce per niente. E' il prodotto di una campagna d'odio seminata da troppo tempo. Quando dei politici si permettono di trattare un nero da “bingo bongo”, ciò autorizza la gente comune a fare altrettanto. La persona è umiliata pubblicamente e pubblicamente disumanizzata. Se vai nei piccoli paesi della provincia la gente teme il diverso perché questo diverso non lo conosce, conosce solo le dicerie diffuse dai mezzi di comunicazione. E questo è grave. L'esistenza di partiti dichiaratamente razzisti è grave. Senghor, primo presidente del Senegal indipendente, si era battuto affiché nessun partito fosse fondato su rivendiazioni etniche, figuriamoci su basi d'odio. E siamo in Africa. Se andate a chiedere ad uno dei tanti italiani che vota Lega se conosce il programma politico del partito che votano, non vi saprà rispondere, quello che votano è la denigrazione pubblica dello straniero. Straniero che non conoscono ma che lavora anche per l'Italia tutta e per questa persona che vota Lega”. Educazione e rispetto. In poco tempo, tante le telefonate, dall'Italia e dal Senegal, sono tutti senegalesi che mi ringraziano per l'iniziativa. Tra le tante mail ricevute, la più bella, quella di un ragazzo senegalese emigrato in Italia che mi scrive: “Grazie Chiara. Grazie per il tuo gesto. Quando ho saputo dell'uccisione dei due miei connazionali ho odiato gli italiani tutti, poi ti ho visto chiedere scusa ai passanti in un servizio di una TV senegalese. Mi si è aperto il cuore. La rabbia si è trasformata in gioia. Gioia nel vedere che esistono sempre le eccezioni e che, ogni generalizzazione, specie quelle guidate dalla rabbia, sono sbagliate”. Ciò che è accaduto a Firenze è un atto grave. Aly Baba Faye, sociologo senegalese residente in Italia ha detto a proposito: “Un folle di etrema destra che apre il fuoco su degli immigrati è la mano armata di un pensiero collettivo alimentato in anni”. Un atto su cui meditare affinché i numerosi razzismi che si stanno diffendendo in Italia non debbano più avere terreno fertile. Serve allora il coraggio dell'onestà, l'audacia dell'analisi sociale, l'umiltà di dire che ognuno di noi ha le proprie colpe se oggi siamo arrivati a questo perché i razzisti peggiori non sono quelli dichiarati ma quelli che, dichiarandosi assolutamente non razzisti, affermano a tavola: “in effetti ci sono troppi stranieri e a noi non resta più lavoro; quelli che no, non sono razzisti ma riempiono di botte la figlia perché ama un marocchino; che portano la figlia minorenne ad abortire perché il padre è un “albanese violento”; che no, non è per niente razzista ma che: “Firenze? C'era da aspettarselo, le persone sono stanche”. Sì, non siamo tutti uguali, questo è vero ma ci sono troppe persone oggi, in Italia, che la pensano allo stesso modo. Gesto di un folle? A questa risposta lava coscienze rispondo con la frase di un'amica, Ilaria Aimone che così scrive sul mio profilo Facebook: “un sociologo che si ferma alla diagnosi della pazzia davanti a fenomeni sociali deviati, devianti e pericolosi è come un medico che prescrive solo aspirina per curare qualsiasi patologia”.


Nella foto: il mercato di Sandaga (Dakar). La foto l'ho presa da qui