Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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domenica 10 novembre 2013

31 dicembre. Italia: IX° Concorso Lingua Madre. Scadenza termini presentazione opere

Regione Piemonte
Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura
indicono il IX°


 Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, ideato da Daniela Finocchi, prende spunto dall’iniziativa sviluppata da Regione Piemonte e Salone Internazionale del Libro di Torino da cui trae il nome, e si avvale del Patrocinio del Ministro per l’Integrazione, della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea e di Pubblicità Progresso-Fondazione per la Comunicazione Sociale.

Il Concorso è diretto a tutte le donne straniere, anche di seconda o terza generazione, residenti in Italia che, utilizzando la nuova lingua d’arrivo (cioè l’italiano), vogliano approfondire il rapporto tra identità, radici e il mondo “altro”. Il Concorso vuole essere un esempio significativo delle interazioni che stanno ridisegnando la mappa culturale del nuovo millennio e testimoniare la ricchezza, la tensione conoscitiva ed espressiva delle donne provenienti da “altri” Paesi. Una sezione speciale è dedicata alle donne italiane che vogliano farsi tramite di queste culture diverse, raccontando storie di donne straniere che hanno conosciuto, amato, incontrato e che hanno saputo trasmettere loro “altre” identità.

Le opere selezionate saranno pubblicate in un libro che verrà presentato nell’edizione 2014 del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Per Informazioni:
Concorso letterario nazionale Lingua Madre
CASELLA POSTALE 427
Via Alfieri, 10 – 10121 Torino Centro
anche su Facebook e Twitter
Sviluppo progetto e Ufficio stampa
Daniela Finocchi
Via Coazze 28 – 10138 Torino
tel/fax 011 447 62 83

GLI ELABORATI DOVRANNO PERVENIRE ENTRO IL 31 DICEMBRE 2013 a:
Concorso letterario nazionale Lingua Madre
CASELLA POSTALE 427
Via Alfieri, 10 – 10121 Torino Centro

giovedì 31 maggio 2012

3 giugno, Bologna: Teatro in viaggio. Lungo la rotta dei migranti

Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti



Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti, di e con Pietro Floridia
 Domenica 3 giugno 2012 alle 18.45, all’interno del Festival IT.A.Cà, a Palazzo D’Accursio, Bologna

Penso a Said,
all’attimo in cui
ci siamo incrociati.
Io diretto verso sud.
Lui verso nord.
Penso al suo viaggiare.
Un viaggiare che nasce
dentro la necessità.
Un atto di necessità.
Dovere partire. Senza
averne nessuna voglia.
Penso al mio viaggiare, che è invece fuga dalla necessità.
Atto di libertà. Volere partire. Cercare di sottrarsi a un dovere essere.
Al configurarsi sempre in relazione ad uno scopo.
[...]
Il primo viaggio somiglia al viaggio degli antichi.
Il secondo è figlio della modernità.
Il primo cerca un poter controllare la propria vita.
Il secondo cerca di sfuggire ad un eccessivo controllo.
Il primo è un viaggio dal passato al futuro.
Il secondo dal futuro al passato.
Si incrociano per un attimo in una casa di Casablanca.
Si mescolano. Antico e moderno, ma pure passato e futuro
non sono successivi, ma s’infiltrano l’uno nell’altro,
la sorgente alla ricerca della foce, la foce alla ricerca della sorgente.

La scrittura di Pietro Floridia, regista, drammaturgo a attore, uno dei fondatori del Teatro dell’Argine, è quella di un passeur de culture, non è solo quella di un semplice viaggiatore esperto nell’arte di incontrare, attraverso il teatro e le sue pratiche, attraverso l’ascolto delle storie di vita nei villaggi, nelle città più o meno a oriente o a sud di questo centro traballante che è l’Europa occidentale. Sfogliando le pagine di questa diario di bordo prendono vita i corpi, le voci, le storie minime e quelle gravide di Storia, come quella della Palestina, di attori marocchini, bambini che dormono per strada, padri che giocano con i loro figli e ci insegnano a giocare con e come i bambini, povertà e coraggio parte di una tragedia passaggio di paradiso in vita, sicuramente a repentaglio, in costante ricreazione e reinvenzione degli strumenti per conservare e prodigare la cultura e le pratiche di vita, di resistenza, di sopravvivenza in molti casi, e del fare teatro, che non sono rappresentazioni ma salgono dai fondi della terra per farsi molte volte canto. E sguardo. Perché lungo la via di queste narrazioni scritte, quasi nella loro totalità, in forma di versi, lo sguardo e la potenzialità di questo guardare che da spettatore diventa nomade e attivo, diviene strumento per ri-guardarsi, per riflettere e ripensarci come esseri sociali, esseri politici all’interno di un mondo che fa appello quotidianamente alla necessità di riformulare una sintassi dell’incontro, alla ricerca di significati duraturi. Qual’è la posizione che assumiamo quando guardiamo l’altro, quando ascoltiamo parole dure, storie amare e talvolta inconcepibili se non sentite di persona, se non percepite sulla pelle e accolte con tutti i sensi?. Dalle parole raccolte e trasmesse nei racconti di questo viaggio di due mesi fra il Marocco, il Senegal, la Palestina (non manca il racconto arrivato dal Nicaragua), emerge chiaramente una parola: dignità, come senso profondo, la dignità della vita nuda, l’esperienza dei singoli acquista un valore universale e allo stesso tempo ci parla della possibilità di liberarsi dagli orpelli in cui a volte sembra impigliata la vita vissuta come una corsa sulla superficie, una rincorsa sbiadita e turbata da falsi idoli e ossessivi sensi di vuoto, confusionari e identitari.
Questa è anche la storia di un teatro che tenta di spostare i parametri divisori fra lo spettatore e l’azione della scena, fra lo spettatore e il campo d’azione in cui ci potrebbe impegnare, che prova a cambiare prospettive e cornici dove la visione non sia separata dall’esperienza come momento dell’esperire che trasferisce e trasforma, come momento di scelta, anche etica, nel fare artistico, nella creazione di nuovi mondi guardando negli occhi, e con immediatezza, il mondo complesso e ardito che già ci è intorno.
Storie di migrazione vissute e raccontate a partire dall’altra sponda, molte volte meta di ritorno: madri che guardano in dvd i loro figli lontani mentre combattono kick boxing in Europa, presi dalla vita senza documenti in continente, oasi per sogni work in progress, altri deserti da attraversare, storie di passeur, questa volta non di cultura, ma strozzini in cambio di traguardi pagati a caro prezzo, cerimonie e riti di passaggio che narrano di uomini e donne appesi ad un filo oppure alla ferrea convinzione che altri orizzonti esistono.

I ragazzi del caffè Hafa vengono qui per fare il pieno di Spagna.
Ci si riempiono gli occhi. Mentre fumano hashish.
Mentre bevono tè alla menta.
Mentre ascoltano alla radiolina una chitarra che canta in spagnolo.
Se mi chiedessero cos’è il caffè Hafa, forse direi
è l’attesa fattasi luogo.
Se l’attesa è sospensione, questo è il luogo dell’attesa.

Uno sguardo fragile, permeabile, capace di commuoversi e anche di ironizzare sui propri passi, incrociando la propria biografia con quella del mondo là fuori, in grado di farsi rapire dagli incantatori di serpenti e di raccogliere e riconsegnare lo sguardo del testimone.

E poi anche se mi riguardasse è così difficile prendere posizione, così difficile orientarsi in questo mondo. In Palestina no, in Palestina è più facile schierarsi. In Palestina hanno l’occupazione. Recitano, discutono, ma quando escono dal teatro lo sanno (o almeno lo sapevano durante i miei primi viaggi, ora non so) a chi tirare le pietre. Ma qui non si capisce niente. [...]
La Palestina è un luogo pericoloso. Le persone rischiano ovunque. In questo senso non c’è un dentro e un fuori. Si è sempre dentro. Non c’è un luogo al sicuro in cui guardare da fuori il pericolo. In cui essere soltanto spettatori. In cui instaurare un regime di separazione con quello che si vede.

La presentazione teatrale tratta dal libro che vedrà in scena l’autore, avrà luogo Domenica 03 giugno alle 18.45 a Bologna, al cortile del Pozzo presso Palazzo D’Accursio in occasione di IT.A.Cà, Festival del turismo responsabile

Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti. Pietro Floridia. Casa Editrice Nuova S1, Bologna, 2011
Sito del Festival: http://www.festivalitaca.net/

Fonte: ALMA Blog

 

mercoledì 18 gennaio 2012

31 marzo: Scadenza per la partecipazione al Concorso "Incontrarsi. Racconti di donne migranti e native. Iniziativa della Casa internazionale delle donne

ROMA - Media e formazione

Incontrarsi: racconti di donne migranti e native. Iniziativa della Casa Internazionale delle Donne


e3704541bdfbc35002575e7858894729_L“Incontrarsi: Racconti di donne migranti e native”. Questo il titolo del concorso organizzato dalla Casa Internazionale delle Donne. Il concorso  - che si svolge con il patrocinio della Provincia di Roma, Assessorato alle politiche culturali -  vuole incoraggiare l'incontro tra migranti e native, residenti a Roma e provincia, e dare voce alle seconde generazioni delle migrazioni, ai loro problemi di integrazione e al contempo di rapporto con la terra e la cultura di provenienza.
 
Il concorso è aperto a tutte le donne e e le ragazze - migranti e native - di Roma e provincia, per partecipare è sufficiente inviare un racconto della lunghezza massima di 10 cartelle (trenta righe per sessanta battute).  La scadenza per l’invio degli elaborati è il 31 marzo 2012. Le opere inviate dovranno naturalmente essere inedite e redatte in italiano.
 
Le opere vincitrici verranno pubblicate in un volume edito dalla casa editrice Ediesse.

Dopo il concorso sarà possibile organizzare incontri con le autrici, in particolare nelle scuole. Questi incontri potranno essere un’occasione per stimolare studenti e studentesse a effettuare una riflessione e una discussione sui loro rapporti con “l’altro” (come ad esempio il compagno o compagna di classe di un altro colore e di un’altra cultura), inoltre si potrà sentire la voce delle studentesse e degli studenti appartenenti a famiglie immigrate, i loro rapporti con “l’altro”, i loro problemi ed esperienze.

La giuria del concorso - composta da Maria Rosa Cutrufelli (presidente), Cristina Ali Farah, Isabella Peretti, Igiaba Scego, Stefania Vulterini - selezionerà i racconti inviati e sceglierà dieci vincitrici; il premio consisterà appunto nella pubblicazione in volume dei racconti delle autrici prescelte.Il regolamento integrale del concorso è disponibile sul sito della Casa Internazionale delle Donne a questo link.
 
 

Razzismo letterario e cittadinanza letteraria


Gli scrittori immigrati, anche se scrivono in italiano o sono nati qui, non vengono considerati parte della letteratura italiana e a nessuno di loro è mai stato consegnato un premio letterario di alto livello. Ma la letteratura oggi è meticcia, come dimostrano casi stranieri come quello di Ben Jelloun e Kureishi.

Lo scrittore Tahar Ben Jelloun, vincitore in Francia del Premio Goncourt
Benché tra una cinquantina d’anni, a detta dell’Istat, un quarto della popolazione residente in Italia sarà composta da immigrati, gli scaffali delle librerie continuano a essere divisi in autori italiani e stranieri: nel settore degli italiani alloggia, in ordine alfabetico, la vasta famiglia che va da Arpino a Vittorini, passando per la Brianza di Gadda e le Langhe di Fenoglio, mentre gli scrittori dai nomi esotici – non importa se di lingua italiana o addirittura nati in Italia – sono abitualmente collocati in ordine di appartenenza geografica sugli scaffali della letteratura straniera.

Ma cos’è, oggi, la letteratura italiana? Da quali materiali narrativi è composta? Che posto hanno, nel nostro immaginario, Younis Tawfik, giornalista e scrittore iracheno in esilio in Italia dal 1979, Anilda Ibrahimi, scrittrice albanese a Roma dal 1977, Igiaba Scego, giornalista e scrittrice nata in Italia da una famiglia di origine somala, Amara Lakhous, scrittore algerino a Roma dal 1995? L’elenco dei nostri “stranieri” è lungo; comprende il rumeno Mihai Mircea Butcovan, il persiano Hamid Ziarati, l’argentino Adrian Bravi, l’albanese Ornela Vorpsi – che continua a scrivere in italiano benché si sia trasferita in Francia – l’egiziana-congolese Ingy Mubiayi, e potrebbe andare avanti ancora.

Bijan Zarmandili, scrittore nato a Teheran ed esule in Italia da cinquant’anni – capace di usare la lingua italiana con tale libertà e raffinatezza da piegarla tanto alla sontuosità della poesia persiana che alla povertà mistica dei dervisci e dei sufi – fin dal suo esordio narrativo ha combattuto per essere considerato un autore italiano. « Tutti gli scrittori in esilio », spiega, « sentono voci provenienti dai luoghi della loro infanzia; voci dei tempi in cui erano in sintonia con altri volti, con gli affetti, gli odori, i colori, i rumori, persino i silenzi della propria origine. La trascrizione di tutto questo non può che dar luogo a una scrittura ibrida, bastarda nella forma e nel contenuto, perché, se pure nello scrittore che viene da un altro paese resta il tormento della provenienza, il paesaggio in cui si colloca è radicalmente mutato. È importante riflettere sull’ibridismo dell’autore esiliato, perché la letteratura d’immigrazione o, come preferisco dire, la letteratura dell’esilio, nasce da un immenso e straordinario movimento di massa: milioni di uomini e di donne che si spostano da un continente all’altro, dando luogo a una cultura fatta di elementi che impongono una metamorfosi a tutte le culture coinvolte nel processo. Questa umanità bastarda contiene, inevitabilmente, molteplici talenti poetici e intellettuali, ed è in grado di trasferire le proprie esperienze in opere letterarie che assumono sonorità e stratificazioni proprio nell’incontrarsi e nel confliggere delle lingue di provenienza e di quelle adottive; l’esito di un simile processo dialettico, tuttavia, non sta solo in una straordinaria e vitale produzione poetica, ma in una continua risignificazione dell’esistente. È per questo che, quando vengo presentato come uno “scrittore iraniano”, avverto un profondo disagio: ridurre l’identità di uno scrittore alla sua origine implica negargli il senso di questo movimento ».

L’attribuzione di una piena cittadinanza linguistica agli scrittori di origine straniera – una sorta di ius soli per chi abbia avuto nascita alla scrittura nella nostra lingua – sembra l’ultimo tabù della nostra globalizzazione; la loro opera non ha ancora una nominazione condivisa, e le definizioni più usate (“letteratura migrante in lingua italiana”, “letteratura transnazionale”, “letteratura italofona”, “letteratura postcoloniale”) si tengono in un’ambiguità tra riconoscimento di valore letterario, giudizio politico e sguardo antropologico. « Quando la musica delle sillabe e la coerenza dei ritmi vengono utilizzate non dai poeti che hanno avuto maternità in una certa lingua, ma dai suoi figli illegittimi, confrontarsi con l’ibridismo di chi lavora con le parole diventa una vicenda complessa », dice ancora Zarmandili. « In Italia c’è sempre il rischio che questa scrittura venga ghettizzata, etichettata, risospinta verso la sua origine, ma è proprio la novità epocale costituita dall’immigrazione a dare nuova linfa all’Italia di oggi; a darci conto del caos di questo mondo che, meraviglioso e vivificante, si riflette su di noi, chiedendoci un pensiero estetico e politico ».

Quindici anni dopo aver lasciato il Marocco per trasferirsi a Parigi, Tahar Ben Jelloun si vide assegnare il prestigiosissimo premio Goncourt, che ne fece uno scrittore di lingua francese a tutto tondo, e Hanif Kureishi, nato a Londra da padre pakistano e madre inglese, è considerato un autore inglese, non un pakistano anglofono. Un passo avanti potrebbe essere l’attribuzione di uno Strega, un Campiello a uno dei nostri autori ibridi, a sottolineare la loro piena appartenenza alla cultura, alla letteratura italiana.

Saturno, 13 gennaio 2012
 
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di Igiaba Scego

Igiaba Scego, giornalista e scrittrice nata in Italia da una famiglia di origini somale, risponde all'articolo di Daniela Padoan sugli scrittori che scrivono in italiano e non vincono premi letterari. L'esperienza della Scego è diversa, e l'articolo diventa spunto per attribuire le responsabilità anche ai media e alle case editrici.

La giornalista e scrittrice Igiaba Scego (dal blog eneryvibes.wordpress.com)
 
di Igiaba Scego, intervento nel dibattito sul “razzismo letterario”

Nel 2011 ho vinto un premio letterario: il premio Mondello.
 
Non me l’aspettavo. Naturalmente sono stata felice del premio. Onorata. Tra i premiati c’era anche il grande Javier Cercas, uno scrittore che stimo ed amo molto. Specifico che ho vinto il premio per la letteratura italiana. Ci tengo a sottolinearlo perché era la prima volta che una figlia di migranti vinceva il premio in questa categoria del Mondello. Dopo il premio (forse ingenuamente confesso) mi aspettavo una discussione sulle pagine culturali dei giornali. Speravo davvero che questa mia vittoria potesse essere usata come pretesto per parlare dei colleghi migranti e figli di migranti che non solo scrivono in italiano, ma danno lustro alla letteratura nazionale innervandola di nuovi temi e nuovi linguaggi. Invece c’è stato il solito silenzio assordante.

Purtroppo ho notato che di noi nei paginoni culturali dei giornali (ma lo stesso vale per i programmi TV) non si parla proprio. Chi ne parla lo fa spesso solo in termini folcloristici (anche se ci sono state eccezioni eccellenti a questa cattiva pratica). Perché, mi chiedo, interessiamo così poco a chi fa informazione culturale? Non siamo forse anche noi parte di questo paese? A quando la cittadinanza letteraria?

Qualcuno potrebbe obbiettare che ancora tra di noi non c’è una Zadie Smith o un Hanif Kureishi. Ma siamo proprio sicuri di questo? Forse probabilmente la Zadie italiana ci è passata sotto il naso e non ce ne siamo accorti. Io credo che sia andata proprio così. Lo penso ogni volta che mi capita tra le mani il libro di Cristina Ali Farah Madre Piccola. Un signor libro davvero! Poetico, complesso, coinvolgente. Un libro molto amato dagli addetti ai lavori, molto studiato nelle università estere (da Melbourne a New York) e dai gender studies. Ma sostanzialmente ignorato dalla stampa che conta qui in Italia. Poche recensioni per un libro che meritava ben altro trattamento.

Certo la stampa ha le sue colpe, ma non è la sola. Io aggiungerei tra i colpevoli anche le case editrici. Dopo un iniziale entusiasmo per le scrittrici e gli scrittori di origine migrante siamo passati ad una momento di totale recessione. Le vie sembrano sbarrate. Si pubblica poco e manca totalmente lo scouting. Anche in questo campo ci si affida a nomi considerati sicuri, ma si punta poco sulle giovani leve. Inoltre accade spesso che il libro anche se riesce a trovare una buona pubblicazione non venga appoggiato adeguatamente dall’editore. Non si punta su questo prodotto considerandolo erroneamente troppo di frontiera. Sono ancora le piccole e medie case editrici a fare la fortuna di una scrittrice o uno scrittore di origine migrante. Sono soprattutto loro a credere in un autore e a spingerlo. Basti pensare al rapporto che si è creato tra la E/O e Amara Lakhous, una relazione vincente in tutti i sensi.

In questo fosco panorama va segnalata però una nota positiva: le lettrici ed i lettori. Il pubblico di chi fruisce dei vari Kuruvilla, Farah, Wadja, Butcovan, Brahimi sta crescendo. Un pubblico multietnico e curioso. Un pubblico che interagisce direttamente con gli scrittori attraverso i social network e naviga sui siti specializzati.

Per una scrittrice, per uno scrittore, sono proprio loro il premio più bello.
 
 

giovedì 22 dicembre 2011

Il significato di extracomunitario di Lubna Ammoune


RACCONTI

Mi è stato letto questo racconto e penso sia buona cosa diffondere il messaggio che vi è contenuto. Può aiutare a volgere lo sguardo verso altre direzioni e invitarci a dare un altro peso e un altro significato alle parole che vengono pronunciate in modo sbrigativo per il loro apparente senso dispregiativo nell’immaginario comune.

IL FUTURO DEI MIEI
Un bellissimo racconto, un dialogo fra zio e nipote su una carretta del mare, che può aiutarci a dare un significato diverso alle parole extracomunitario, immigrato, clandestino. Alessandro Ghebreigziabiher

Su una nave. In mare. Da qualche parte.
«Zio Amadou?».
«Sì…»
«Zio?».
«Sì?».
«Mi senti?».
«Sì che ti sento…».
«Ma non mi guardi.. .».
L’uomo si volta ed accontenta il nipote. «Stai tranquillo, gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, le mie orecchie funzionano bene anche senza l’aiuto degli occhi…». E si volta a studiare le onde.
Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: «Zio… Tu conosci bene l’Italiano?» .
«Certo, laggiù ci sono già stato due volte».
«Conosci proprio tutte le parole?»
«Sicuro,Ousmane».
Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: «Cosa vuol dire extracomunitario?».
L’uomo, alto e magro, ha trent’anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l’ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi.
Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.
«Extracomunitario, dici?, ripete abbozzando un sorriso sincero, extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli italiani, e l’extracomunitario è colui che ne entra a farne parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più».
«E questo qualcosa in più è una cosa bella?».
«Certamente!, esclama Amadou accalorato, tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. lo sono così così, ma tu sei di sicuro una cosa bella, bellissima».
L’uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell’acqua, quando Ousmane lo informa che l’interrogatorio non è ancora terminato: «Cosa vuol dire immigrato?».
Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: «Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extra comunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere lì, diventeremo degli immigrati».
«Anche io?».
«Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immigrati. Chiaro?».
«Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati».
«Bravo», approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.
Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: «Zio…».
«Sì?», fa l’uomo voltandosi per l’ennesima volta.
«E cosa vuol dire clandestino?».
Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell’impresa: «Clandestino… Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!». Il tono dell’uomo diviene
all’improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
«Lo prometto!» si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.
«Per quante persone possano negarlo, prosegue lo zio, tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?».
«Perché?».
«Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari…».
L’uomo riprende ad osservare il mare.
Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch’egli verso le onde.
Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all’orizzonte. «Sono il futuro dei miei…», pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza. E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?



martedì 4 ottobre 2011

4-10 ottobre, Palermo: Seminario "Scritture Migranti 2". La cultura Romanì

Il seminario di studio promosso dall’Associazione “Altra Università” e dal Movimento degli Universitari, si avvale della collaborazione con altre Istituzioni, e si inscrive nell’ambito della seconda edizione della manifestazione “Scritture migranti” promossa dal Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche.
 
Tale manifestazione gode del patrocinio di altre Istituzioni culturali. L’articolazione del Seminario indirizzato agli studenti dell’Ateneo è la seguente: nei giorni 3 e 4 ottobre verranno svolti alcuni seminari introduttivi condotti da Docenti della Facoltà di Lettere e Filosofia cui seguiranno proiezioni di alcuni video.
 
Il giorno 10 ottobre avrà luogo una tavola rotonda sui molteplici aspetti della cultura romanì.
 
Nel pomeriggio dello stesso giorno verrà messo in scena dalla compagnia “Orchestra Europea per la Pace” un concerto-seminario di musica, canto e danza romanì.
 
Alla fine dello spettacolo si svolgerà, con il coinvolgimento del pubblico, il dibattito conclusivo della manifestazione.

Programma

Lunedì 3 ottobre*
Seminario introduttivo  coordinato da Laura Restuccia e Giovanni Saverio Santangelo 10-13 *ore 15-18* Proiezione video

Martedì 4 ottobre
Seminario introduttivo Michele Mannoia, Marco Pirrone, Vincenzo Guarrasi 10-14 *ore 15-18* Proiezione video *

Lunedì 10 ottobre,
ore 9-14 Saluti* Mario Giacomarra, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia Laura Auteri, Direttore del Dipartimento di Studi Filologici e Linguistici Poldo Ceraulo, Ufficio Formazione, Direzione Scolastica Regionale Sicilia Mari D’Agostino, Direttore della Scuola di Lingua italiana per stranieri Gabriella Filippone, Referente per le Lingue dell'Ufficio Scolastico Regionale per la Sicilia
 
Pausa 
 
Ore 10-13 Tavola rotonda sulla cultura romFatima Del Castillo, Vincenzo Guarrasi, Kossi Komla-Ebri, Michele Mannoia, Marco Pirrone, Santino Spinelli Ore 16-20 Spettacolo di musica e danza dell’ “Alexian Group” Interventi degli Studenti e del pubblico

Sede dei lavori Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Palermo Viale delle Scienze

Il Seminario è valido per l'attribuzione agli Studenti, dopo la prevista verifica finale, di 3 CFU per attività di tipologia F
. E' possibile iscriversi al seminario da Mercoledì 28 compilando l'apposito modulo presso l'auletta dei rappresentanti dalle ore 10:30 in poi o mandando una mail a movimentodegliuniversitari@gmail.com con i seguenti dati: Nome, Cognome, luogo e data di nascita, matricola, corso di laurea, anno di corso, email e numero di cellulare.