Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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sabato 18 febbraio 2012

Appello per un incontro a Catania fra le realtà antirazziste sul lavoro migrante nelle campagne meridionali

In vista del 1 marzo 2012

Dal 2006 interveniamo a Cassibile per denunciare la piaga del caporalato nel siracusano durante la stagione della raccolta delle patate (aprile/giugno); come ogni anno le istituzioni attrezzano tendopoli per "accogliere" 100/150 migranti (su una presenza di 700/1000) durante l'emergenza, naturalmente l'accoglienza viene garantita solo ai "regolari" e nessuno si pone il problema della verifica dell'assunzione regolare nel lavoro; due anni fa lanciammo la campagna delle patate solidali attraverso alcuni GAS per disincentivare le ditte che non mettono in regolare i lavoratori, ma per avere un minimo d'incidenza sarebbe necessario un coordinamento strutturato fra l'associazionismo siracusano e siciliano. Consideriamo grave l'indifferenza locale che ha rimosso l'eroica lotta dei braccianti siracusani, che riuscì a debellare le piaghe delle gabbie salariali e del caporalato e che costò la vita ad Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia il 2/12/1968 ad Avola, a pochi Km da Cassibile.

Dopo le rivolte negli anni scorsi dei migranti a Castelvolturno ed a Rosarno e la significativa esperienza nell'estate scorsa a Nardò, nel Meridione si stanno esprimendo incoraggianti livelli d'autorganizzazione dei migranti e pensiamo che le reti solidali e l'associazionismo antirazzista possano sostenere questi percorsi promuovendo lo scambio d'esperienze ed il coordinamento delle iniziative.

Proponiamo un primo incontro a Catania domenica 26/2 dalle ore 11 in via Coppola 6 (c/o piazza teatro Massimo, angolo via di Sangiuliano) nella sede di Officina Rebelde.

Per organizzare l'incontro del 26 e le iniziative per il 1 marzo indiciamo una riunione mercoledì 22 alle ore 19 in sede, via Caltanissetta 4.

Rete Antirazzista Catanese – 3803266160alfteresa@libero.it
 
 

martedì 17 gennaio 2012

Lettera aperta degli africani di Rosarno al governo: `Ogni mattina ci alziamo alle cinque per raccogliere il vostro cibo`

Gli immigrati hanno scritto una lettera aperta ai ministri Cancellieri, Riccardi, Fornero e Catania per ricordare la loro situazione. "Abbiamo paura dei caporali, dei padroni, delle forze dell`ordine". "Paghiamo la crisi due volte, la prima come lavoratori e lavoratrici perdendo il posto e la seconda come immigrati, perché perdendo il lavoro perdiamo i nostri diritti".


Al Ministro delle Politiche Agricole e forestali Mario Catania
Al Ministro dell`Interno Anna Maria Cancellieri
Al Ministro del Lavoro Elsa Fornero
Al Ministro per la Cooperazione internazionale Andrea Riccardi

'Siamo i lavoratori che ogni mattina si alzano alle cinque e vanno raccogliere nei campi il vostro cibo. Viviamo nascosti in luoghi che chiamare casa è un insulto. Nostra compagna di vita è la paura. Paura dei caporali, che ogni mattina ci vengono a prendere e decidono chi lavora e chi no. Paura del lavoro perché dopo 10 ore se ci va bene ci troviamo in tasca 15 o 20 euro, se ci va male una pistola puntata. Paura dei padroni che ci trattano come bestie. Paura delle forze dell`ordine perché non abbiamo documenti. Paura della paura, perché siamo invisibili. Perché non possiamo denunciare i nostri sfruttatori. Se camminiamo per strada dobbiamo stare attenti a chi ci fa del male e a chi dovrebbe tutelarci. Siamo nemici per tutti.`

'Siamo gli uomini e le donne che lavorano nelle grandi città, immigrati sotto il costante ricatto del permesso di soggiorno. Paghiamo la crisi due volte, la prima come lavoratori perdendo il posto e la seconda come immigrati, perchè perdendo il lavoro perdiamo i nostri diritti. Siamo quelli che cadono nei cantieri e vengono buttati nella spazzatura, siamo quelle che curano i vostri vecchi e puliscono i vostri uffici!`

'Siamo gli uomini e le donne, italiani/e, che ogni giorno camminano con i fratelli/le sorelle immigrati/e. Contadini e consumatori che si organizzano per sottrarsi alle logiche di sfruttamento e non soccombere alla crisi, per difendere la sovranità alimentare, il proprio reddito e la terra.`

***

Scriviamo insieme questa lettera per denunciare ancora una volta le condizioni inumane che il 'Dio Mercato` impone a migliaia di uomini e di donne. A Rosarno, il 7 gennaio 2010 dopo l`ennesimo atto di violenza subito, scoppia la rabbia dei braccianti africani impiegati nella raccolta degli agrumi. I dannati della terra si ribellano e quello che ne segue sono la caccia all`uomo, i linciaggi, la deportazione di Stato.

Tuttavia migliaia di persone continuano ancora a lavorare per quattro soldi sotto la costante minaccia della Bossi-Fini, del padrone e dei suoi caporali. E di una guerra tra poveri alimentata dalla crisi.

Questa non è Rosarno, è l`Italia. L`Italia dei pomodori, delle patate, delle angurie, dei kiwi… 

Questo è il sistema agroindustriale, voluto dalla UE e dalle organizzazioni padronali. Questo è il capitalismo nelle campagne, la filiera tutta italiana dello sfruttamento, che porta il "Made in Italy" sugli scaffali del mondo e garantisce i profitti alla Grande Distribuzione Organizzata. Auchan, Carrefour, Esselunga, e Coop stabiliscono il prezzo di acquisto ai produttori, un prezzo che i piccoli sono costretti a subire e le medie-grandi imprese decidono di sostenere con l`abbattimento dei costi di manodopera. Ossia con lo sfruttamento dei lavoratori senza documenti. E nelle grandi città la situazione non è diversa. Diversi i lavori, stesso lo sfruttamento.

Da quel 7 gennaio del 2010, però, c`è chi ha deciso di non essere più invisibile. Lavoratori consapevoli di reggere una buona parte dell`economia italiana hanno cominciato a lottare per garantirsi un salario minimo, un alloggio dignitoso, la tutela sanitaria e le norme di sicurezza. I lavoratori deportati a Roma si sono auto-organizzati e hanno ottenuto il permesso di soggiorno e continuano a lottare per l`emersione dal lavoro nero.

Hanno incrociato le braccia a Caserta e Napoli alla fine del 2010. A Nardò nell`agosto 2011 i braccianti hanno scioperato e dopo pochi giorni il Parlamento ha reso il caporalato reato penale. Si stanno auto-organizzando a Rosarno e nella Piana, in un percorso che coniuga la salvaguardia del territorio, le istanze della piccola agricoltura e quella dei braccianti.

Come lavoratori, immigrati ed italiani, contadini e consumatori che lottano per una risposta alla crisi che neutralizzi la guerra tra poveri, chiediamo al Ministro degli Interni Cancellieri, al Ministro dell`Agricoltura Catania e al Ministro per la Cooperazione Internazionale e l`Integrazione Riccardi, al Ministro del Lavoro Fornero di ascoltare le nostre ragioni e le nostre proposte:

CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE, FASCISMO E XENOFOBIA - Vogliamo cambiare il paradigma 'sicurezza`. Dal piano dell`ordine pubblico, repressione e militarizzazione dei territori a quello della giustizia sociale. L`omicidio di Joy e Zhou si consuma in un quartiere popolare dove il progressivo impoverimento di ampie fette di popolazione, comporta la rottura dei legami sociali e l`innesco di una guerra tra poveri. L`ultima cosa di cui ha bisogno Torpignattara è più polizia.

La caccia al negro di Rosarno, il pogrom di Torino, l`assassinio di Mor Diop e Samb Modou a Firenze, sono il frutto di un clima d`odio xenofobo alimentato per anni da diverse forze politiche istituzionali e dai gruppi neo-fascisti da questi tutelati e finanziati. La costruzione sistematica del capro espiatorio, l`immigrato, il diverso, serve come valvola di sfogo al crescente disaggio sociale dovuto ai provvedimenti anti-crisi, alle migliaia di licenziamenti, alla disoccupazione cronica e alla totale precarizzazione delle nostre vite.

CONTRO L`IMPOSIZIONE DELLA CLANDESTINITÁ E LO SFRUTTAMENTO:
  • tutela legale e permesso di soggiorno per i lavoratori vittime del caporalato che denunciano i loro sfruttatori, così come previsto per le donne vittime di tratta;
  • l`abolizione della Legge Bossi-Fini e una radicale revisione delle normative italiane in materia di immigrazione;
  • una sanatoria generale per gli immigrati presenti sul territorio nazionale;
  • la garanzia di un`accoglienza dignitosa per i lavoratori stagionali;
  • un sistema di collocamento pubblico in agricoltura che consenta di smantellare il caporalato;
  • l`instaurazione di indici di congruità che verifichino il rapporto tra fatturato e manodopera impiegata;
  • l`inserimento nei disciplinari di produzione (doc, dop, igp, bio…) di criteri che valutino il rispetto dei diritti dei lavoratori pena il decadimento;
PER LA DIFESA DELL`AGRICOLTURA CONTADINA CONTRO LE SPECULAZIONI:
  • una radicale revisione della PAC (Politica Agricola Comunitaria), che vincoli gli aiuti alla sostenibilità sociale oltre che ecologica delle produzioni, tutelando anche il lavoro e il territorio e instaurando un regime di aiuti specifico per la piccola proprietà;
  • politiche pubbliche di sostegno all`agricoltura contadina (infrastrutture viarie e agricole, servizi urbani nelle zone interne rurali, incentivi alla nascita di cooperative e consorzi tra piccoli produttori, sostegno alle filiere locali e equo accesso alla distribuzione); politiche di sostegno alla conversione produttiva che emancipi i territori dalle monoculture e aiuti diversificazione e integrazione;
  • un intervento sui prezzi dei prodotti agricoli che salvaguardi una corrispondenza tra quanto conferito al produttore e i margini necessari a sostenere i costi di produzione, primo tra tutti la manodopera regolarmente assunta;
  • l`assunzione della proposta della campagna 'Genuino Clandestino` per una regolamentazione dei mercati locali basata sull`autocertificazione partecipata dei prodotti agricoli freschi e conservati;
  • il blocco immediato della svendita dei terreni agricoli demaniali decisa dal Governo Berlusconi e l`attuazione di una riforma agraria che agevoli l`accesso alla terra dei giovani e in generale dei piccoli agricoltori, il recupero dei terreni abbandonati, contrastando le speculazioni.

Fonte: Terrelibere.org


lunedì 19 dicembre 2011

Lavoratori migranti a Rosarno nei giorni della rivolta


Siamo persone come voi, scrivono i lavoratori africani di Rosarno in una lettera aperta. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi. Siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana. Stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E’ una vita molto dura, ogni giorno.

Cari fratelli e sorelle rosarnesi, siamo lavoratori africani di tante nazionalità. Abbiamo voluto scrivere questa lettera per ringraziarvi della vostra ospitalità. Poiché negli ultimi giorni si è parlato molto di noi, abbiamo deciso di parlare in prima persona. Malgrado la triste situazione che si è verificata due anni fa, che ha fatto male a tutti, ci troviamo di nuovo insieme, nella vostra città e sulla vostra terra.

Quella situazione triste ce la portiamo nel nostro cuore, così come voi nel vostro. Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c`è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi.

Per questo vi diciamo che non dovete avere paura di noi. L`emigrazione è una risorsa, economica, culturale… un`occasione di cui approfittare, noi e voi. Chi in questi giorni ha parlato di noi diffondendo la paura è responsabile per le sue parole. Noi non ci riconosciamo in quello che si è detto su di noi. Se qualcuno tra noi sbaglia, fa soffrire noi più di voi. Ma non vuol dire che tutti sbagliamo. Come quando un italiano sbaglia, non tutti gli italiani hanno colpa. Approfittando di questa occasione, noi immigrati, in particolare noi africani, vogliamo farvi sapere che siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana.

Noi siamo fieri del nostro impegno e del nostro sudore. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Allora noi dobbiamo parlarci, capirci e insieme riuscire ad andare avanti. Purtroppo le nostre condizioni di vita non ci permettono di farlo. Dopo una giornata di lavoro nei campi, abbiamo solo il tempo per fare un po` di spesa e telefonare a casa e poi camminare a lungo fino ai luoghi in cui dormiamo. Noi stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E` una vita molto dura, ogni giorno.

Molti di noi non riescono a trovare una casa in affitto. Facciamo appello alla vostra sensibilità e intelligenza: siamo persone come voi, noi dobbiamo rispettare tutti e tutti devono rispettare noi. Tutti insieme dobbiamo trovare una soluzione perché ci possiamo integrare con tutti i cittadini – di Rosarno, di Roma, del mondo… Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo.

Lavoratori africani, cittadini del mondo, in Italia


venerdì 16 dicembre 2011

16 dicembre, RAI3: Proiezione de Il Sangue Verde

La voce, le storie, la dignità dei migranti

contengono la risposta necessaria alle inaccettabili derive di odio razziale
che hanno attraversato l'Italia negli ultimi giorni.

ZaLab dedica ai due ragazzi senegalesi uccisi a Firenze
e ai Rom vittime del pogrom di Torino
la messa in onda speciale de 

IL SANGUE VERDE di Andrea Segre (versione ridotta - 36')

Venerdì 16 dicembre 2011 - ore 23.15 - RAI3
in collaborazione con Doc3

ZaLab continua a sostenere la petizione lanciata dalle famiglie dei tunisini dispersi. Vi invitiamo a leggere una lettera del gruppo donne 2511 sul perché firmare la petizione.



giovedì 7 aprile 2011

14 aprile, Milano: Presentazione libro "Le Rosarno d'Italia"



Presentazione del libro

LE ROSARNO D'ITALIA

di Stefania Ragusa

Giovedì 14 aprile ore 18.30
Milano Spazio Tadini
Via Jommelli 24 (MM Loreto)

Partecipano, oltre all'autore, Ivan Berni, editorialista di Repubblica Milano
e Domenico Tambasco, avvocato dell'associazione Tribunale del Migrante

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Il 7 gennaio 2010 l’Italia, complice un lungo ponte, è ancora immersa nel clima natalizio.
A Rosarno un giovane togolese che sta tornando all’ex Opera Sila, fabbrica dismessa e fatiscente sulla strada per Gioia Tauro, dove dorme e si ripara dal freddo assieme ad altri novecento immigrati, viene raggiunto da alcuni colpi sparati da una pistola ad aria compressa.
Poco dopo, vicino alla ex fabbrica Rognetta, che offre un tetto a circa quattocentocinquanta persone, altri due ragazzi africani vengono raggiunti da colpi sparati con ogni probabilità dalla stessa arma. Una bravata? Un gesto intimidatorio? In ogni caso si tratta dell’ennesima violenza contro i braccianti neri.
La notizia dell’accaduto si diffonde rapidamente. In un attimo la collera tracima e si trasforma in un fiume incontenibile. I migranti alzano la testa ed escono per strada. Le immagini della rivolta di Rosarno fanno il giro del mondo, la questione rimossa del lavoro nero e dello schiavismo, intrecciati con la ’ndrangheta nelle campagne calabresi, ritorna attuale. I giovani africani che mettono a ferro e fuoco il paese mostrano che c’è un limite oltre il quale gli esseri umani, dotati o meno di permesso di soggiorno, non possono subire.
Da allora il nome Rosarno è stato usato per riferirsi al luogo preciso in cui certi fatti sono avvenuti ma anche per indicare le altre situazioni di ingiustizia e/o sfruttamento a rischio di esplosione disseminate sul territorio italiano. Rosarno sono le altre polveriere. Al contrario di ciò che si crede, non si trovano tutte in campagna e non sono tutte concentrate al sud.
In questo libro Stefania Ragusa racconta il suo viaggio tra le Rosarno del nord: passando dal civile Trentino, alla ricca Lombardia, alla rossa Emilia e alla colta Toscana.

L’autore
Stefania Ragusa, giornalista e scrittrice, è una delle fondatrici della rete Primo Marzo - Sciopero degli stranieri. Con Vallecchi ha pubblicato “Bangladesh inferno di delizie” nella Collana Off the road, con le Edizioni dell’Arco “Africa qui. Storie che non ci raccontano”, il suo blog è http://www.stefaniaragusa.com/



mercoledì 2 marzo 2011

“Più diritti e solidarietà con il popolo libico”: ecco il “Primo Marzo” degli immigrati

Per il secondo anno consecutivo
gli immigrati scendono in piazza
'Un giorno senza di noi'

Scritto da Maria Chiara Cugusi il 1 marzo 2011 in Società

Più rispetto sul lavoro, consapevolezza dei propri diritti, più accoglienza, solidarietà al popolo libico e a tutto il Nord Africa. Gli immigrati del movimento “Primo Marzo” scendono in piazza per il secondo anno consecutivo con “Un giorno senza di noi”: obiettivo, “scioperare” contro un sistema che “alimenta il lavoro nero e non garantisce l’integrazione”. Non solo. Davanti ai fatti della Libia, Tunisia ed Egitto, gli immigrati rivendicano la loro libertà di circolazione (alla luce della recente Carta mondiale dei migranti), dicono “basta” a politiche fallimentari, incapaci di garantire qualsiasi forma di tutela: “nessuna emergenza biblica, solo incompetenza professionale - sottolinea Cécile Kashetu Kyenge, coordinatrice nazionale e portavoce del movimento “Primo Marzo”, intervistata da Diritto di Critica - da parte di quei paesi che continuano a fare accordi economici, senza rispettare i diritti umani”. Ciò che sta accadendo “è legato al fallimento delle politiche incentrate sui respingimenti” e sull’incapacità di accogliere richiedenti asilo e rifugiati, “che non devono essere rinchiusi nei Cie, perché non sono criminali”.

In piazza soprattutto lavoratori, ma anche studenti, per combattere “un razzismo istituzionalizzato” attraverso la legge Bossi-Fini, che alimenta il lavoro nero e lo sfruttamento: “E’ necessario slegare il permesso di soggiorno dal contratto di lavoro. - spiega Cécile Kashetu Kyenge - Attualmente, chi perde il lavoro ha sei mesi di tempo per il rinnovo, altrimenti rischia di cadere nella clandestinità che è un reato. Inoltre per il rinnovo è richiesto un certo reddito, ma, se l’immigrato che deve fare domanda non ha lavorato in quel periodo, come fa a dare garanzie?”.

Una mobilitazione frutto di una maggior presa di coscienza: “le mobilitazioni di quest’anno, da Brescia a Bologna, hanno mostrato un maggior coraggio dei migranti di rivendicare i propri diritti”. Oggi si manifesta in tutta Italia, anche a Rosarno, da dove un anno fa è partito il movimento “Primo Marzo”: “a distanza di un anno non è cambiato niente, - spiega Giuseppe Pugliese dell’Osservatorio migranti di Rosarno a Diritto di Critica - soprattutto per l’accoglienza. E’stato allestito un unico campo, vicino alla zona industriale: 80 posti riservati a immigrati regolari, mentre l’emergenza umanitaria riguarda gli irregolari”. Con lo sciopero “vogliamo favorire, soprattutto, il dialogo tra immigrati e residenti”.

A Palermo il primo marzo è dedicato a Noureddine Adnane, il venditore ambulante marocchino (residente in Italia da 10 anni) che lo scorso novembre si è dato fuoco perché, come raccontano diversi testimoni, “preso di mira da alcuni agenti di polizia municipale”. Uno dei tanti episodi di intolleranza finito in tragedia, “in una città, dove l’irregolarità diffusa ha creato un caos, in cui si penalizza anche chi è regolare”, sottolinea Tindara Ignazzitto, copromotrice del “Primo Marzo” a Palermo a Diritto di Critica. Qui il corteo partirà, simbolicamente, dal mare verso il centro storico, in riferimento agli sbarchi dei giorni scorsi; qui gli immigrati (soprattutto ambulanti e mediatori culturali) chiedono più dialogo e maggiore accoglienza per chi continua ad arrivare da quei paesi, “che stanno dando un esempio di reale democrazia, contro l’ipocrisia dei paesi occidentali”.





 

Passpartù 21: le piazze del primo marzo

A cura di AMISnet - 1 Marzo 2011

E’ passato un anno da quando le piazze italiane si tingevano di giallo al grido di “Un giorno senza immigrati: 24 ore senza di noi”. Oggi l’iniziativa nota come “sciopero del primo marzo” scende di nuovo in strada. I partecipanti manifestano per rivendicare i diritti dei migranti, ma anche per rendere visibile a tutti il percorso politico intrapreso un anno fa e che continua a costruirsi in tutta Italia.

L’iniziativa si collega a “La journée sans immigrés: 24h sans nous”. L’idea è stata di una giornalista, Nadia Lamarkbi, che a seguito delle sparate razziste del partito del presidente Sarkozy, ha proposto di lanciare un movimento simile a quello che nel 2006 la comunità ispanica aveva messo in piedi negli Stati Uniti: fermarsi per un giorno e scendere in piazza a manifestare, per fare capire al mondo l’importanza dell’apporto della forza lavoro migrante all’economia del paese, ma anche per chiedere più diritti, maggiori politiche di integrazione e accoglienza. Dopo il successo dello scorso anno, che ha visto migliaia di persone in piazza sia in Francia che in Italia, quest’anno l’esperienza si ripete. Così l’Italia, da sud a nord, si tinge di giallo, e si unisce ad altre lotte intraprese in questi mesi.

A Padova la manifestazione convoglia a piazza Antenore, dove un gruppo di migranti è accampato da quattro giorni per protestare contro la sanatoria truffa, a causa della quale oggi rischia l’espulsione.

A Rosarno ci si incontra nella piazza dei container dove vivono i braccianti che lavorano alla raccolta, per stare insieme, ma anche per commemorare la morte di Marcus, il lavoratore gambiano morto a novembre scorso. “A portarlo via, a 37 anni, una polmonite dovuta alle condizioni estreme in cui viveva nelle campagne della piana di Gioia Tauro” scrive l’Osservatorio migranti Africalabria “le stesse in cui vivono i migranti che vediamo ogni mattina sulla statale, col cappuccio in testa e le mani sotto le ascelle, rigidamente divisi: i neri coi neri, i maghrebini coi maghrebini, gli europei con gli europei. Divisi tra di loro e soprattutto divisi da noi, ignorati dai più. Come se non fossero qui perché noi tutti abbiamo bisogno del loro lavoro, come se fossero delinquenti. A nessuno interessa chi sono: padri, figli, studenti, contadini, operai, ma anche ingegneri, gente di paese e gente di città. Con la rivolta, che ha aperto un fossato tra noi e loro, erano usciti dall’invisibilità, ma lì sono stati ricacciati: la Rognetta non c’è più, l’Opera Sila “bonificata”, la Cartiera murata, come a cancellare con la gomma la loro presenza dai luoghi divenuti simbolo dell’abbandono, della colpevole indifferenza di chi ha mal governato”.

A Brescia, dove lo scorso autunno è avvenuto lo sciopero di un gruppo di migranti saliti su una gru perchè truffati dalla sanatoria, si torna a manifestare per la regolarizzazione e il permesso di soggiorno e per denunciare la carenza di diritti degli oltre duecentomila lavoratori di nazionalità non italiana che vive in quella provincia.

A Palermo il primo marzo è dedicato a Noureddine Adnane, il venditore ambulante marocchino residente in Italia da dieci anni che lo scorso novembre si è dato fuoco perché, come raccontano diversi testimoni, “preso di mira da alcuni agenti di polizia municipale”. “Ciao Noureddine, la tua Palermo ti ha visto morire nel silenzio… ma vivrai nel nostro ricordo” scrive Reda Berradi, del comitato Primo Marzo Palermo “Oggi abbiamo versato lacrime, gocce che hanno riempito il vaso che contiene tutta la nostra voglia di cittadinanza Palermitana… Noi abbiamo scelto di vivere qui… abbiamo scelto di contribuire al tessuto economico ed urbano della città..”.

A Roma un corteo che attraversa il quartiere meticcio, l’Esquilino, ricorda le numerose lotte che i migranti stanno portando avanti in tutta Italia e sottolinea come queste stiano prendendo esempio e forza dalle rivolte del Maghreb a cui assistiamo in questi giorni. “Lo scorso anno la giornata del primo marzo ha lanciato innanzitutto un monito: una giornata senza di noi. Il noi ora si moltiplica e cambia di segno, diventa proposta di alternativa, costruzione di una possibilità di uscita dalla crisi” dichiara una rete di associazioni e movimenti per i diritti dei migranti “Quest’anno vuole essere una giornata nel solco delle tante mobilitazioni che stanno attraversando il paese, nelle quali già è accaduto che si ritrovassero migranti e donne italiane, studenti e operai metalmeccanici, precari e seconde generazioni di bambini privati di diritti. Quest’anno vuole essere una giornata che guarda alla forza e alla determinazione che ci stanno insegnando gli egiziani e i tunisini, affermando il diritto di vivere degnamente nei propri paesi, perché stanchi di vivere in paesi impoveriti da regimi autoritari o di avere come unica alternativa quella di immettersi nella spirale infernale della migrazione verso la ricca Europa”.

A Bologna gli attivisti del Tpo sono riusciti ad entrare nel centro di identificazione ed espulsione di via Mattei e ad occuparlo. Nella città era da giorni che ci si organizzava per il primo marzo, dando, tral’altro, molta rilevanza alle questioni di genere, è nel capoluogo emiliano infatti che il coordinamento delle donne migranti si è riunito il 20 febbraio per capire come fare a superare le difficoltà lavorative e le incombenze familiari che hanno spinto molte donne a non scendere in piazza l’anno passato, come racconta Roberta Ferrari, del coordinamento migranti: “La legge Bossi Fini rafforza il patriarcato che è nelle case perché le donne migranti che sono in Italia per ricongiungimento famigliare dipendono dal permesso di soggiorno del marito e per loro è difficile o impossibile liberarsi dalla subordinazione o dalla violenza domestica che, come capita anche a moltissime donne italiane, spesso esercitano i mariti”.

A raccontare il lavoro dei migranti in Italia c’è la raccolta “Verrà domani e avrà i tuoi occhi. Frammenti di vita migrante dall’universo del lavoro in Italia”, un libro di racconti a più mani edito dalla casa editrice “Compagnia delle lettere”, che è stato distribuito nelle piazze tinte di giallo. Protagonisti di questi percorsi di vita e di lavoro sono appunto gli stranieri, “testimoni di due mondi, vagabondi tra le culture” raccontati con originalità da scrittori italiani e migranti. C’è il buttafuori senegalese che canta l’amore e la lontananza che uccide i rapporti, “l’eterna attesa di mogli e mariti, di figli e figlie”. C’è la prostituta dell’Est intrappolata nel cortocircuito della propria vita e c’è la badante ecuadoriana che proprio non ci sta a farsi mettere i piedi in testa. C’è lo scrittore del Burkina Faso ingannato da un editore senza scrupoli e c’è la bambina rom con le dita sporche di inchiostro che non si cancellerà.

Ospiti della puntata: Eva di Yo Migro
Claudileia Lemes Dias
Roberta Ferrari

In redazione: Andrea Cocco

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

per scriverci: passpartu@amisnet.org



Passpartù 21: le piazze del primo marzo (28:35m)




mercoledì 16 febbraio 2011

La Rosarno spagnola

Come nelle campagne di Rosarno o in quelle di Castel Volturno. Lo stesso avviene nella Costa del Sol, in Spagna, dietro il litorale di Málaga, una delle zone turistiche più importanti del paese.

In questo documentario


del Guardian Salad Slaves “gli schiavi dell’insalata” sono mostrate le condizioni di lavoro dei braccianti africani e dell’Europa dell’Est che raccolgono verdura destinata alla grande distribuzione dei mercati inglese, tedesco e olandese.

Un’industria di oltre due miliardi di euro all’anno, un agrobusiness che ha trasformato l’economia della provincia, un tempo la più povera della Spagna.

Lontani dagli alberghi scintillanti di Malaga, i braccianti parlano del sistema di caporalato e di come vivono dentro le baracche, le chabolas, senza luce, né acqua corrente, spesso costruite con gli stessi materiali delle serre.

Ciò che colpisce è la totale segregazione”, commenta la giornalista Felicity Lawrence. “Mentre sulla spiaggia i turisti bianchi prendono il sole, i neri restano nascosti nelle campagne e sanno di non essere i benvenuti in città”.

Le organizzazioni religiose e alcuni attivisti sindacali, ex braccianti, sono gli unici ad assistere i migranti intrappolati in questa situazione di sfruttamento, perché sono senza documenti e non possono tornare a casa fino a che non hanno abbastanza denaro.




lunedì 29 novembre 2010

2 dicembre, Palermo: Criminalità, sfruttamento e diritti negati: la controstoria del lavoro migrante del sud d'Italia. Proiezione de "Il Sangue Verde"



LAVORO VERO, NO LAVORO NERO!

Giovedì 2 dicembre, 18.30 - 23.30
Facoltà di Scienze Politiche
Via Maqueda 324
Criminalità, sfruttamento e diritti negati:
la controstoria del lavoro migrante del sud d'Italia


Intervengono:
Antonello ManganoFulvio Vassallo PaleologoCobas antirazzista-Sportello migrantiForum antirazzista Palermo
L
aboratorio Z
Sarà presentato in anteprima il libro:
"Voi li chiamate clandestini"
di Laura Galesi e Antonello Mangano
Edizioni Manifestolibri
Ore 20:00
Aperitivo sociale

Ore 21:30
Proiezione documentario:
"IL SANGUE VERDE" di A. Segre

Prodotto da ZaLab

La voce dei braccianti africani, che hanno manifestato a Rosarno, contro lo sfruttamento e la discriminazione. 7 volti, 7 storie e un'unica dignità.

COLLETTIVO 20 LUGLIO boxautogestito@libero.it
COBAS ANTIRAZZISTA-SPORTELLO MIGRANTI cobasantirazzista@libero.it



lunedì 5 aprile 2010

10 aprile, Palermo: Proiezione La Terra (e)Strema e mostra Magna Italia Laici Comboniani Palermo


LAICI MISSIONARI COMBONIANI PALERMO

Abbiamo il piacere di invitarvi sabato 10 aprile presso la nostra sede per la proiezione del documentario

la TERRA (e)STREMA

L'iniziativa può essere diffusa a tutti i vostri contatti perchè il lavoro svolto da Enrico, Angela e Ilaria è fantastico ed è assolutamente da non perdere.

Inoltre all'iniziativa interverrà Musa (sudanese del Laboratorio Zeta) e sarà presente anche l'amico Andrea che presenterà la sua mostra MAGNA ITALIA.

Sabato ci aspetta una giornata veramente interessante da non perdere aiutateci a divulgare per una buona riuscita.

POTETE CONSULTARE ANCHE IL NOSTRO SITO
http://www.laicicombonianipalermo.it/

Alberto Biondo Laici Missionari Comboniani Palermo

Vi aspettiamo

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domenica 21 marzo 2010

25 marzo, Palermo: Presentazione Dossier "Arance insanguinate"

Left La Casa della Sinistra

GIOVEDI' 25 MARZO

dalle ore 18.00 LEFT - Via Schioppettieri 8
(incrocio C.so V. Emanuele/Via Roma)

Presentazione del Dossier "Arance insanguinate" sui fatti di Rosarno, realizzato da un'associazione calabrese, ma di respiro nazionale, "Da Sud".
Sul loro sito, così come sul sito di stopandrangheta, si trova il dossier che verrà presentato
www.stopndrangheta.it/stopndr/arg.aspx?a=29,A,Dossier+-+Arance+insanguinate

Noi stiamo tentando di far partecipare all'iniziativa le diverse realtà, gruppi, associazioni, singoli che si occupano o hanno semplicemente a cuore il tema dei migranti. L'idea è quella di metterci in rete e fare comunità, in modo tale da poter iniziare un percorso organico sul tema dei migranti a Palermo e della loro condizione, cosa che allo stato attuale manca.

Per contatti e adesioni Gandolfo Albanese 3297355457


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Dopo il 1° marzo a Cassibile, inizia la campagna “ Io non assumo in nero”

COMUNICATO della Rete Antirazzista Catanese

Dopo i terribili giorni di Rosarno e la positiva esperienza del 1° marzo a Cassibile, quest’anno vogliamo costruire una campagna di rilievo nazionale a difesa dei diritti dei migranti stagionali supersfruttati nelle campagne siracusane.

Da anni centinaia di migranti vengono a Cassibile, soprattutto durante la stagione di raccolta delle patate (aprile/giugno), per essere sfruttati in condizioni neoschiaviste da un padronato che, grazie all’evasione contributiva, ai bassi salari ed alle condizioni disumane di lavoro, si arricchisce indistrurbato grazie all’intermediazione dei caporali ed all’inefficacia, o peggio assenza, delle istituzioni preposte e dei sindacati concertativi.

Da anni a Cassibile ci si preoccupa esclusivamente di contenere la visibilità dei migranti in paese, quando tornano dal lavoro, anche se pagano (chi può, altrimenti dorme in mezzo agli alberi) esosi affitti e consumano come i locali abitanti.

Da anni si aspettano le ultime settimane per provvedere ad un’accoglienza, sempre d’emergenza, (addirittura l’anno scorso neanche quella), ma solo per poche decine di migranti “regolari”; una regolarità pretesa per offrire loro un posto letto, ma ignorata quando si tratta delle garanzie contrattuali e delle tutele sindacali. E’ drammatico che ciò si ripeta in una terra dove 42 anni fa ci furono eroiche lotte bracciantili, che riuscirono a debellare a livello nazionale le piaghe delle gabbie salariali e del caporalato.

A Cassibile come a Rosario la maggioranza dei migranti sono regolari (rifugiati, richiedenti asilo, in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno, da poco licenziati, alla ricerca di nuova occupazione), ma questa maggioranza con il passare del tempo viene spinta verso l’irregolarità (grazie a vergognose leggi razziali come la Bossi-Fini ed il recente “pacchetto sicurezza”), se non dimostra i contributi versati.

Il principio di “Uguale salario per uguale lavoro” o diventa la bussola dell’associazionismo antirazzista e del sindacalismo conflittuale o la differenziazione etnica dei salari può innescare fratricide guerre fra poveri, contrapponendo lavoratori italiani ai migranti e fra gli stessi migranti di diverse nazionalità, soprattutto in presenza dell’attuale devastante crisi economica. Rivendichiamo inoltre l’ottenimento del permesso di soggiorno per chi denuncia chi sfrutta il lavoro nero, ribaltando in senso estensivo i contenuti della direttiva europea n.52 del 18/6/’09.

Quest’anno, anche in seguito all’assemblea nazionale dei GAS (Gruppi d’Acquisto Solidale) in Sicilia, vogliamo proporre alle associazioni del consumo critico ed a tutte le reti di movimento solidale la campagna “Io non assumo in nero, comprate le patate socialmente eque”; già possiamo fornire alcuni recapiti di aziende che producono patate e che garantiscono l’assunzione in regola dei migranti stagionali ( alcune lo fanno da anni e subiscono una concorrenza sleale dalle altre).

Vogliamo e possiamo dimostrare che si può combattere il lavoro in nero, senza criminalizzare le vittime e con la loro partecipazione individuare chi si arricchisce con la piaga del caporalato e la consolidata rete di complicità. La lezione di civiltà, dataci dai migranti in rivolta contro i poteri criminali a Castelvorturno ed a Rosarno, deve incoraggiare la costruzione di una nuova stagione di lotta per i diritti di tutti i lavoratori, che veda i migranti come protagonisti della costruzione del proprio/nostro futuro, libero dal razzismo e dallo sfruttamento.

Rete Antirazzista Catanese alfteresa@libero.it



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sabato 20 febbraio 2010

Sicilia Mondo: I fatti di Rosarno. Quale lezione dalla vicenda calabrese?

La Rosarno è tornata la calma. I rosarnesi hanno sfilato in piazza per rigettare l’accusa di razzismo. Un ritorno alla normalità da tutti auspicato che ci consente alcune riflessioni.
Per capire che cosa è avvenuto, occorre riportare alla nostra memoria lo scenario di vita da inferno dantesco che ha fatto esplodere la guerriglia tra i lavoratori immigrati e la popolazione locale.
Uno scenario brulicante di migliaia di persone che vivono ai margini della città, in un contesto al di sotto dei livelli della dignità umana, sia come alloggio, sia come condizioni igienico-sanitarie, con una retribuzione di assoluto sfruttamento, nelle mani di caporali mafiosi, agenti e subagenti del lavoro sommerso, con 25 euro per otto ore di lavoro meno 5 euro per il trasporto delle camionette. Come bestie. Senza protezione sindacale, legislativa e amministrativa. Sia locale che nazionale. Come schiavi. Senza diritti.
Isolati dalla società rosarnese, impaurita dalla mancanza di relazioni e dalla criminalizzazione mediatica amplificata.
Il tutto sotto gli occhi di tutti. Sindacati ed Istituzioni. Non una parola.
A fare esplodere questo bubbone sociale, è bastata la bravata di due balordi che hanno sparato con un fucile ad aria compressa a due immigrati. Una scintilla che diventa esplosione senza margini.
La reazione dei rosarnesi è stata immediata perché si sono sentiti minacciati a casa propria. E’ subentrata la paura alimentata dalla malavita locale, sempre pronta in occasioni del genere.
L’intervento della polizia ha ristabilito l’ordine con la deportazione di un migliaio di immigrati nei centri di identificazione e di espulsione di altre Regioni. Molti sono fuggiti.
Su questo scenario incivile ed esplosivo, è assolutamente fuorviante affermare che i fatti di Rosarno si possano attribuire alla eccessiva tolleranza. Un falso mediatico sulla verità.
I fatti di Rosarno sono, piuttosto, una pagina nera che richiede approfondimento e richiamo alle responsabilità. Ne parlerà la storia. Ma i veri storici siamo noi che abbiamo assistito alla nefasta regressione culturale del nostro Paese, da sempre modello e testimone di una lunga tradizione di umanesimo e di secolare accoglienza, diventare Paese razzista e xenofobo sotto l’incalzante ed ossessiva adozione di provvedimenti incivili da parte di un Governo che ha perseverato sull’onda lunga di un successo elettorale imbastito sulla paura, sulla criminalità dell’immigrato e sulla insicurezza dei cittadini.
Senza capire che la questione della mobilità umana è un fenomeno di dimensione internazionale che va inserito tra le priorità dei Governi, delle forze politiche, delle Associazioni, con la capacità di gestire integrazione e solidarietà come antidoto ad una società ingovernabile, piena di conflitti, sfruttamenti e violenze.
Occorre convincersi che il mondo non è più quello di ieri, è cambiato e va guardato nel suo complesso e che non può essere più quello delle chiusure e degli egoismi ma un mondo aperto alle relazioni ed al dialogo tra i popoli.
Altra cosa è la linea dura del Governo da tutti invocata e voluta contro ogni forma di criminalità e di violenza, da qualunque parte provenga. Così come è evidente che gli arrivi non possono non essere regolati e contingentati con la precedenza al diritto internazionale di asilo.
Questo lo hanno capito bene gli altri Paesi europei. In Germania la Merkel, già parecchi anni addietro, ha fatto della questione immigrazione la priorità del suo Governo scegliendo l’integrazione. Sullo stesso piano l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: pace sociale, risorsa aggiuntiva allo sviluppo, ricchezza multiculturale.
Diversamente, nel nostro Paese, a guida leghista, è stata scelta la strada della intolleranza, della caccia all’immigrato, identificato con il malavitoso e della persecuzione allo straniero. Non solo campagna mediatica ma provvedimenti legislativi. Basta seguire che cosa è avvenuto in questi ultimi anni.
La segnatura ai minori Rom, il rigetto in mare dei richiedenti di asilo, di donne incinte e di bambini, accordi con Gheddafi per fare sparire gli immigrati nel deserto africano, istituzione di ronde contro gli immigrati gestite da privati, l’introduzione del reato di immigrazione, la discriminazione dei figli di immigrati nati in Italia o arrivati in tenera età ai quali viene impedito di diventare italiani, diniego della cittadinanza a persone perfettamente integrate in Italia, anche da decenni. Con l’aggiunta di una politica di odio e di repulsione generazionale.
Altro che eccessiva tolleranza. Ce ne è quanto basta e forse di più per una cultura razzista. Una deriva pericolosissima dai risvolti tristemente imprevedibili.
Non c’è da meravigliarsi. Il razzismo è una malattia sociale che esplode nei momenti di caduta dei valori, di decadenza morale, di crisi della democrazia e di fragilità delle Istituzioni. E’ la storia che ce lo insegna. Ha trovato le condizioni favorevoli in un Paese incagliato dalla crisi economica, dal crescente livello di disoccupazione e dalla sempre più diffusa povertà di larghi strati della popolazione.
Non per niente l’Unione Europea è ripetutamente intervenuta con giudizi pesanti sui provvedimenti del Governo italiano, senza dire della stampa internazionale che non ha esitato di dare all’Italia il marchio di Nazione razzista.
Per fortuna, non in tutta l’Italia avvengono i fatti di Rosarno e di Volturno. Nella stessa Calabria non mancano esempi e modelli di integrazione. A Riesi, sulla costa ionica, a soli 50 km da Rosarno, dove il sindaco Massimo Lucano ha richiesto di potere ospitare un gruppo di immigrati in fuga avendo realizzato nel Comune un modello di integrazione dove gli stranieri hanno trovato lavoro insieme ai giovani del luogo nei settori dell’artigianato, dove è stata aperta una scuola per l’analfabetismo ed i locali per i bambini, realizzando una convivenza pacifica e produttiva per la cittadinanza. Ma di questi esempi non ne parla nessuno.
In Sicilia dove, nonostante gli elevati indici di disoccupazione, migliaia di immigrati hanno trovato spazio in una convivenza aperta nei confronti dell’altro che arriva. Così come non mancano Comuni siciliani con immigrati eletti nei Consigli comunali, con voto consultivo.
In questo contesto di civiltà mediterranea e di millenaria accoglienza nei confronti dell’altro, Sicilia Mondo, sulle indicazioni del Convegno regionale “Conosciamoci” con le etnie non comunitarie, dell’aprile scorso, ha presentato alla Regione un progetto per la integrazione degli immigrati, già all’esame della Commissione all’Assessorato alla Famiglia.
Come commentare allora i fatti di Rosarno?
Sostituiti dalle immagini drammatiche di Haiti, i fatti di Rosarno diventano sempre più lontani e sempre più dimenticati dalla coscienza collettiva. Ma quale lezione ha lasciato questa vicenda calabrese?
E’ la domanda che facciamo a noi stessi ed a chi ci legge.
Cosa faranno ora o dovrebbero fare la società civile, i partiti politici, lo Stato per reprimere ogni forma di sfruttamento e rimettere tutto nella legalità? Come cambieranno le cose a Rosarno e in Italia?
E’ un interrogativo che diventa preoccupazione amara per la constatazione della assoluta mancanza di contrasto culturale da parte della società civile italiana pur dotata di sensibilità sociale, di tradizioni e di etica cristiana sui temi del diritto alla vita ed alla dignità umana.
Preoccupazione che si incupisce osservando l’indifferenza assordante della stragrande maggioranza di parlamentari bipartisan, di formazione cattolica, ridotti al ruolo di noleggiati dai capi politici sulle linee politiche e sui provvedimenti legislativi del Parlamento avendo perduto la dignità delle idee, dei comportamenti e delle scelte secondo coscienza. Hanno perduto credibilità. Non hanno niente da dire.
Emblematica ed illuminante la parola di Papa Benedetto XVI: “Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. Occorre che le Istituzioni, sia politiche, sia religiose, non vengano meno – lo ribadisco – alle proprie responsabilità”.

venerdì 19 febbraio 2010

Lettera dei/delle docenti universitari/e contro il razzismo a sostegno del Primo Marzo 2010 - Una giornata senza di noi

Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di aderire alla giornata del Primo Marzo - Una giornata senza di noi presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:

I mandarini e le olive non cadono dal cielo
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie... prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza. La gente non voleva vederci.
Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all´uomo. Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci.
I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono. Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze.
Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste: domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.

L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma

Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del Primo Marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l'astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti e non.

Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno. Riteniamo, infatti, che quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni. Il risultato, innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione.

Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane. La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”.

Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e intimidazioni. “Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?

Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri paesi del mondo. In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi salari e senza garanzie. La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti. Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di convivenza futuri.

Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane

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giovedì 11 febbraio 2010

Siracusa, arresti e dubbi. Vogliamo verità e giustizia ma diciamo "No" al delitto di solidarietà

1. Come riferisce l’ANSA del nove febbraio, “nove persone sono state arrestate dalla Polizia di Siracusa, su disposizione del Gip del Tribunale di Catania, con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'illecita permanenza di stranieri nel territorio dello stato italiano, falso ideologico in atto pubblico e false dichiarazioni a Pubblico Ufficiale. Le indagini, coordinate inizialmente dalla Procura della Repubblica di Siracusa e successivamente dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, ruotano attorno a una presunta organizzazione criminale che aveva la sua base logistica nella chiesa di Bosco Minniti a Siracusa”.

Agli arresti domiciliari padre Carlo D'Antoni, parroco della Chiesa di Bosco Minniti, nei suoi confronti il Gip ipotizza il reato di associazione per delinquere. Sempre secondo l’Ansa gli “stessi reati sono contestati anche all'avvocato Aldo Valtimora, un professionista assai attivo anche lui nell'azione di sostegno e di assistenza ai migranti, e ad Antonino De Carlo, collaboratore di padre Carlo D'Antoni, anche loro posti agli arresti domiciliari”. Un operatore della chiesa di Bosco Minniti ha riferito ai cronisti che “padre Carlo nei giorni scorsi aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica e al Questore di Siracusa per quello che riteneva un sospetto atteggiamento ostile dell'ufficio immigrazione”. Come riferisce Repubblica “Ora le indagini proseguiranno. Per ora però permane la certezza che padre Carlo, in passato, aveva provato in più occasioni, a denunciare alla Procura della Repubblica le condizioni disumane nelle quali centinaia di uomini e donne sono costretti a vivere. Come ogni anno, infatti, nel periodo di marzo gli immigrati si dirigono verso la Sicilia per la raccolta nei campi. Invadono le campagne di Cassibile e di Pachino, due zone nei pressi di Siracusa”.

Non intendiamo entrare nel merito delle diverse contestazioni riferite dai mezzi di informazione nei confronti dei singoli imputati, per i quali si deve comunque ricordare che nel nostro paese esiste ancora la presunzione di innocenza sino a condanna definitiva e che non è stato ancora abrogato l’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione n. 286 del 1998 e dunque “fermo restando quanto previsto dall’articolo 54 del codice penale, non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”. Dare accoglienza senza scopo di lucro agli immigrati irregolari non può diventare un “delitto di solidarietà”, neppure per effetto delle ultime disposizioni del pacchetto sicurezza, soprattutto quelle che sanzionano la messa a disposizione di un alloggio per fini di lucro a favore di irregolari. E se qualcuno persegue un personale fine di lucro non è scontato che questo si estenda a tutte le altre persone che collaborano in una associazione.

In tutta Italia centinaia di luoghi di accoglienza accolgono migranti irregolari e richiedenti asilo, dichiarando la presenza di immigrati che sono costretti a muoversi sul territorio nazionale alla ricerca di un reddito e se vi sono, come certamente esistono, associazioni a delinquere finalizzate allo sfruttamento della prostituzione, occorrerebbe chiedersi se sono più efficaci le periodiche retate, con la consueta espulsioni lampo delle vittime del traffico, oppure se non sarebbe più efficace restituire una effettiva applicazione alle misure di protezione sociale previste dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione, oggi dimenticato dagli stessi uffici amministrativi che dovrebbero utilizzarlo.

Rinnoviamo dunque la nostra solidarietà nei confronti di tutti coloro che danno accoglienza agli immigrati irregolari per finalità umanitarie. Se singole persone hanno lucrato sull’accoglienza offerta agli immigrati vanno individuati e puniti senza processi sommari. Se poi le accuse si riferiscono anche alle richieste di asilo, ai documenti di soggiorno, o al reato di falso in atti pubblici, come sembra, sarebbe bene che le indagini si rivolgessero anche agli uffici preposti al loro rilascio, perché in altri processi simili che si sono celebrati in passato, anche in Sicilia, sono spesso emerse complicità interne che consentivano appunto l’indebito rilascio dei permessi.

Di certo toccherà alla magistratura accertare fatti e responsabilità. Che esistano reti criminali straniere ( non solo cinesi e nigeriane, ma anche maghrebine), interessate allo sfruttamento delle persone che transitano nei centri di accoglienza è un fatto notorio, documentato già da numerose indagini penali in tutto il territorio nazionale, cosa più ardua è stata finora verificare quanto queste reti siano riuscite ad infiltrarsi nelle strutture di accoglienza e grazie a quali responsabilità. La Rete antirazzista di Catania ricorda però “la disponibilità della parrocchia di Boscominniti e di padre Carlo D’Antoni nel seguire il processo per il naufragio del Natale ’96 al largo di Portopalo. In seguito alla controinchiesta di Dino Frisullo sulla holding degli schiavisti, all'impegno degli avvocati e dei familiari delle vittime e delle associazioni antirazziste, dopo 13 anni si è arrivati alla condanna a 30 anni dei 2 imputati, anche se in seguito alle leggi securitarie ed ai respingimenti in Libia le mafie mediterranee continuano sempre più ad ingrassarsi “.

2. Riteniamo opportuno a questo punto chiarire alcuni aspetti della situazione degli immigrati nella provincia di Siracusa, aspetti non marginali, che oggi sembrano trascurati dai mezzi di informazione che hanno dato ampio rilievo alla vicenda degli arresti, dopo avere taciuto su altri fatti non meno gravi, come le accuse ben documentate contenute nel dossier di MSF (Medici senza frontiere) contro il sistema dei Centri di identificazione ed espulsione e dei CARA ( centri per richiedenti asilo) ed in particolare nei confronti della struttura di Cassibile, gestita fino al 2009 dall’associazione Alma Mater, a pochi chilometri da Siracusa, un centro di prima accoglienza ed identificazione che in parte funzionava come un CIE, chiuso dal ministero lo scorso anno. Una struttura nella quale, oltre a verificarsi gravi omissioni dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, risultava del tutto carente anche l’assistenza legale, gestita dall’associazione “Un Ponte sul Mediterraneo” e la mediazione linguistica.

Riteniamo opportuno un contributo di riflessione, anche per sollecitare che le indagini si svolgano in tutte le direzioni. E’ vero che molti extracomunitari finiscono nelle maglie del mercato illegale delle regolarizzazioni ed è anche vero che un traffico di clandestini tra Siracusa e la Campania esiste. Un traffico nel quale potrebbero anche essere coinvolti operatori umanitari infedeli ed avvocati disonesti. Molti immigrati denunciano oggi di essere stati abbandonati dai loro avvocati, ed alcuni che ritenevano di avere presentato ricorso contro un provvedimento negativo di diniego dello status di protezione umanitaria stanno amaramente scoprendo che in realtà non esiste nessun ricorso a loro nome. Esiste tutto un “universo sommerso” di associazioni che in Sicilia come in Campania vedono nei migranti soltanto una fonte di guadagno, lecito o illecito che sia. Speculazioni e truffe ai danni dei migranti non sono fatti nuovi. Una verità amara, ma che si conosce da tempo e che qualcuno sembra scoprire soltanto oggi. Tuttavia occorre accertare responsabilità individuali e non esprimere affrettati giudizi sommari. E occorre sempre tenere presente il quadro ambientale nel quale si svolgono i fatti. Un quadro ambientale già assai inquinato sul quale non erano mancate in passato le indagini della magistratura.

Uno sforzo di riflessione appare utile in questo momento di grave confusione con evidenti rischi di grave strumentalizzazione della vicenda nei confronti degli operatori umanitari e di quanti assistono gli immigrati che in misura crescente sono ridotti alla condizione di irregolarità per gli effetti perversi dei tanti pacchetti sicurezza e delle prassi applicative di molti uffici immigrazione delle questure italiane. Questi uffici ricercano sempre la soluzione più restrittiva, o più ritardata nel tempo, per negare agli immigrati il conseguimento o il mantenimento del permesso di soggiorno e questo contribuisce ad alimentare un vasto giro di illegalità che si può riscontrare su tutto il territorio nazionale. Anche i ritardi o i dinieghi generalizzati nell’ammissione al patrocinio a spese dello stato comprimono i diritti di difesa, impediscono la proposizione tempestiva dei ricorsi e creano confusione tra i tanti avvocati onesti che lavorano, rimettendoci anche di tasca propria, e quei pochi che vogliono lucrare ad ogni costo sulla pelle dei migranti. Magari spacciandosi per avvocati senza neppure avere conseguito l’abilitazione alla professione, come hanno amaramente scoperto molti immigrati, in gran parte richiedenti asilo, privati dei più elementari diritti di difesa.

Da tempo la situazione dei migranti richiedenti asilo nella provincia di Siracusa, e più in generale degli irregolari, che avevano ricevuto un diniego, era all’attenzione di politici ed associazioni. Di certo non ha contribuito alla chiarezza in questa materia la mancata risposta del governo, fino allo scorso mese di gennaio, alle numerose sollecitazioni presentate nel corso del 2009 dalla parlamentare radicale Rita Bernardini, che ha chiesto per un anno intero, invano, una risposta scritta con una interrogazione presentata sulle gravi irregolarità riscontrate durante le visite nel 2008 nel centro di Cassibile, irregolarità emerse anche dal punto di vista della difesa legale. E non sono stati neppure chiariti tutti i dubbi che aveva sollevato negli anni scorsi l’incriminazione degli stessi gestori del centro di Cassibile, in convenzione con la Prefettura di Siracusa (sembrerebbe senza gara d’appalto), dopo un processo penale abortito sul nascere, anche per gli errori nei quali sarebbe incorsa l’accusa ( su questi fatti si rinvia ai dossier su http://www.fortresseurope.blogspot.com/).

Gli arresti di Siracusa giungono proprio nel momento in cui molti migranti vittima della “pulizia etnica” a Rosarno stavano ritornando nella provincia di Siracusa, nelle campagne di Cassibile in particolare, per la raccolta delle patate, una coltura stagionale che ogni anno attira, proprio nel mese di febbraio, migliaia di lavoratori stranieri. Quest’anno molti di coloro che giungono da Rosarno in Sicilia hanno ormai visto scadere il proprio permesso di soggiorno, dopo essere stati licenziati dalle imprese del nord. Altri sono invece richiedenti asilo denegati proprio dalla Commissione territoriale di Siracusa, persone che a centinaia avevano presentato un ricorso, ma che gli avvocati, o loro faccendieri, non avevano rappresentato fedelmente, al punto che in molti casi, come adesso stanno rilevando diversi avvocati in tutta Italia, non era stato neppure depositato l’atto di ricorso, oppure l’avvocato non si era presentato in udienza. Anche su queste vicende, maturate nella stessa zona di Siracusa, che potrebbero essere collegate agli arresti di oggi, perché riguardano gli stessi gruppi di immigrati presenti a Siracusa ed ospitati sia nel centro, adesso chiuso, di Cassibile, che nella parrocchia di padre Carlo D’Antoni a Boscominniti, attendiamo dalla magistratura, al più presto, verità e giustizia. Anche per consentire a quanti hanno comunque diritto ad esercitare una difesa effettiva ( art. 24 della Costituzione) di fare valere il loro diritto alla protezione internazionale, quantomeno ottenendo una rimessione in termini e dunque la possibilità di opporsi all’espulsione, evitare l’applicazione del nuovo reato di immigrazione clandestina e (ri)presentare un ricorso effettivo contro la decisione che li priva di uno status legale.

3. Non vorremmo in sostanza una giustizia a due velocità, forte con i deboli e debole con i forti, e saremo vigili sull’andamento del processo che si svolgerà a Siracusa nei confronti di padre Carlo e degli altri imputati. Soprattutto ci auguriamo che, se si accertino illeciti, a pagare non siano sempre e soltanto gli immigrati coinvolti, ma tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito a truffare persone giunte da lontano in evidente stato di bisogno. Vorremmo soprattutto che si distinguesse sempre tra le vittime del traffico, alle quali può sempre essere concesso un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, coloro che in buona fede prestano assistenza umanitaria e gli autori di reati che vanno perseguiti e puniti quale che sia la nazionalità o la funzione pubblica che assolvono.

Il ministro Maroni dopo i fatti di Rosarno aveva individuato in Cassibile e nella provincia di Siracusa un area di elevata concentrazione di lavoro stagionale, spesso irregolare, dove applicare la “tolleranza zero” divenuta ormai emblema della gestione dell’immigrazione da parte di questo ministro e della sua maggioranza di governo. Adesso giunge questa indagine della magistratura che, al di là della sua fondatezza, da dimostrare, chiude uno dei pochissimi punti di riferimento che gli immigrati stagionali, anche irregolari, potevano trovare in quella zona.

Lanciamo un appello perché le istituzioni locali e le associazioni umanitarie che operano nella provincia di Siracusa intensifichino gli sforzi per garantire spazi di accoglienza per tutti gli stagionali e per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne, uno sfruttamento facilitato dall’inasprimento delle norme contro l’immigrazione clandestina e dalle retate di polizia che arrivano puntualmente alla fine del raccolto, privando i lavoratori espulsi dei loro modesti guadagni, e premiando dunque chi li sfrutta.

Esattamente come è successo a Rosarno, lo stesso potrebbe succedere nei prossimi mesi a Cassibile e nelle altre campagne della Sicilia dove il lavoro degli stagionali è fondamentale per l’esercizio dell’agricoltura. Una regione, ricordiamo, dove domina il lavoro nero, dove sono irregolari otto aziende su dieci, con premi assicurativi non versati per 6 milioni di euro ed una alta incidenza di infortuni sul lavoro, e questo sia ai danni degli autoctoni che dei migranti. Le verifiche sono state effettuate in 1.563 imprese e 1.188 (cioè il 76%) sono risultate non regolari. I controlli hanno permesso l'emersione di 3.141 lavoratori irregolari.

Ci aspetteremmo che la magistratura eserciti anche in questa direzione un controllo più penetrante al fine di consentire ogni forma possibile di emersione del lavoro irregolare dei migranti anche attraverso la denuncia dei datori di lavoro, come sarebbe possibile in base all’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione. Una questione che nella provincia di Siracusa, e nella zona di Cassibile in particolare, è di scottante attualità, ma che rischia di arenarsi nel generale ostruzionismo che incontra la concessione del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale. Emblematico, in questo senso, è anche il rinvio voluto dal governo, appena pochi giorni fa, delle norme che potevano dare attuazione alla direttiva comunitaria che contiene sanzioni per i datori di lavoro irregolare e prevede varie ipotesi di denuncia e di autodenuncia per la emersione e la regolarizzazione dei lavoratori stranieri “in nero”.

Se non si riuscirà a colpire l’illegalità dilagante nel mercato del lavoro, applicare le norme dei vari pacchetti sicurezza, che vietano con pene sempre più severe l’immigrazione irregolare, l’agevolazione all’ingresso clandestino e sanzionando principalmente le vittime, o magari anche coloro che in buona fede prestano loro assistenza, appare solo come volere svuotare il mare con un bicchiere. Intanto le organizzazioni criminali continuano a lucrare sul proibizionismo delle migrazioni, anche ai danni dei rifugiati e dei potenziali richiedenti asilo, forse anche con l’aiuto di qualche collaboratore infedele interno agli uffici ed ai luoghi di accoglienza. Oppure, più tristemente, con la chiusura dei pochi spazi di accoglienza ancora aperti sul territorio, si continueranno a creare le condizioni ambientali e giuridiche per praticare le operazioni di deportazione “assistita” volute dal ministro Maroni per decongestionare le aree a più alta concentrazione di lavoro irregolare stagionale.

Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo

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martedì 9 febbraio 2010

Rosarno: il tempo delle arance, by Nicola Angrisano

Volevano braccia e sono arrivati uomini...
Documento video realizzato da InsuTv a Rosarno nei giorni del pogrom e della deportazione dei migranti.
Per ritrovare, nelle immagini e nei racconti dei protagonisti, le ragioni della ribellione contro la violenza e l'apartheid. Cui è seguita la vendetta della mafia e del governo...

 
Rosarno: il tempo delle arance from Nicola Angrisano on Vimeo.


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