Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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sabato 1 ottobre 2011

LAMPEDUSA DICHIARATA PORTO NON SICURO, A RISCHIO IL SALVATAGGIO IN MARE. Preoccupazione per la prassi del trattenimento dei migranti su navi






C O M U N I C A T O S T A M P A
30 settembre 2011

ROMA – L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e Save the Children – che dal 2006 operano all’interno del Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Lampedusa come partner nel Progetto Paresidium - esprimono la propria preoccupazione in merito alla decisione delle autorità italiane di dichiarare Lampedusa porto non sicuro.
 
Tale decisione rischia di indebolire l’intero sistema di soccorso in mare di migranti e richiedenti asilo e al tempo stesso di aumentare la complessità ed il livello di rischio delle operazioni di salvataggio. Non essendo infatti più previsto attraccare a Lampedusa, l’effettiva capacità di soccorrere della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza verrebbe compromessa dalla distanza necessaria per raggiungere un altro porto – es. Porto Empedocle a 120 miglia nautiche - specialmente in tutti i casi di condizioni meteo-marine avverse e laddove vi siano persone con urgente bisogno di cure mediche, minori e persone in condizione di vulnerabilità.
 
Pertanto le organizzazioni partner di Praesidium auspicano che il centro di Lampedusa possa al più presto essere ripristinato al fine di poter svolgere in condizioni dignitose una funzione di prima accoglienza e transito, ospitando i migranti per il tempo strettamente necessario alle attività di assistenza ed identificazione, in attesa del rapido trasferimento in apposite strutture sul territorio.
 
Pur consapevoli della particolare pressione a cui è stata sottoposta l’isola negli ultimi tempi e dell’attuale limitata capacità delle sue strutture di accoglienza, le tre organizzazioni partner ritengono importante, al fine di salvare vite umane, che Lampedusa rimanga comunque un porto di approdo.
 
Inoltre, in riferimento ai recenti episodi di trattenimento de facto di migranti a bordo di navi, le organizzazioni esprimono contrarietà riguardo ad una prassi che solleva una serie di dubbi in merito alle condizioni di permanenza e alla sua stessa legittimità, in assenza delle garanzie previste dalla legislazione vigente. UNHCR, OIM e Save the children auspicano che tali prassi non siano reiterate e che, quanto prima, le autorità competenti trovino soluzioni adeguate in linea con quanto previsto dal diritto italiano ed internazionale.
 
Uffici stampa per informazioni:
UNHCR 06 80212318
OIM 06 44186207
Save the children 06 48070023



giovedì 29 settembre 2011

Tunisia-Lampedusa-Palermo-Porto Empedocle-Tunisia: Adesso le traversate clandestine del Canale di Sicilia si concludono cosi'

Anche i tunisini della Moby Vincent sono stati rimpatraiti - Sono stati tutti fatti scendere dalla Vincent in mattinata e su dei bus condotti all'aeroporto di Palemo per essere rimpatriati. Dopo un vergognoso viaggio di una settimana almeno sulle CIE galleggianti.

http://www.siciliano.it/video.cfm?id=12539
 
 
Teleacras Agrigento del 29 settembre 2011
 
La nave "Moby Vincent" a Porto Empedocle. Un centinaio di immigrati, trattenuti a bordo, adesso in pullman e poi in volo verso il rimpatrio.
 
Eccola qui, a Porto Empedocle. Ancorata. Non e' una nave da crociera. E' la "Moby Vincent", ed e' stata ribattezzata il "Cie galleggiante". Si', il Centro di identificazione ed espulsione dei clandestini, sul mare. La domanda: che succede? La risposta, usando un esempio che tramanda la storia: durante i giorni del sequestro di Aldo Moro tanti brigatisti detenuti sono stati trasferiti nelle super carceri. E cosi' a Palermo la sera delle stragi di Capaci e via D'Amelio altrettanti boss sono stati deportati all'Asinara o a Pianosa. Ebbene, il pomeriggio del 21 settembre scorso, a Lampedusa, alcuni tunisini hanno incendiato il Centro d'accoglienza, e poi hanno fomentato una rivolta sull'isola, culminata nello scontro violento con residenti e forze dell'ordine. Il braccio dello Stato non ha ritardato la controffensiva. In 48 ore oltre mille tunisini sono stati trasferiti in fretta e furia da Lampedusa che, nel frattempo, e' stata dichiarata "Porto non sicuro", perche' il Centro, incendiato, non e' piu' capace di accogliere migranti. Altri extracomunitari sono sbarcati a Porto Empedocle, ed altri ancora, in viaggio di trasferimento, sono stati trattenuti a bordo delle navi della Moby Lines, tra Palermo e Porto Empedocle, tanto che la Procura di Palermo indaga su un presunto alquanto anomalo stato di detenzione a bordo. Nel frattempo, oggi, il centinaio di migranti ospiti della balena Moby Vincent sono sbarcati ancora sulla terraferma, la banchina del molo di Porto Empedocle, la discesa e la risalita, sui pullman, in viaggio verso un aeroporto, altro imbarco, e poi il decollo e poi il volo al rimpatrio. Adesso le traversate clandestine del Canale di Sicilia si concludono cosi'.

http://www.youtube.com/watch?v=6m7EhoYnUuw
 
 
 

lunedì 26 settembre 2011

25 settembre, porto di Palermo: "No a CIE galleggianti"


di Tiziana Gulotta

Il rispetto dei diritti fondamentali secondo la Carta Mondiale dei Migranti ratificata a Gorè in Senegal; un’accoglienza dignitosa dei migranti tunisini trattenuti da giorni sulle navi ancorate nel porto di Palermo; la pubblicazione dei contenuti degli accordi di respingimenti con la Tunisia e con gli altri Paesi di provenienza dei migranti.

Sono alcune tra le richieste delle Rete Primo marzo che,  ieri,  insieme con il forum antirazzista di Palermo, ha manifestato al Porto di Palermo a sostegno dei migranti tunisini giunti con mezzi aerei da Lampedusa, tra giovedì e venerdì,  e rinchiusi in navi  ancorate al porto di Palermo. I migranti sono adesso in attesa di rimpatrio. Dopo aver sostato all’ingresso principale antistante Via Amari, il presidio si è spostato verso i Cantieri navali.

Sempre  ieri, con l’obiettivo di  verificare se le condizioni dei migranti erano  al limite della tollerabilità, il deputato Tonino Russo (PD) ha chiesto di entrare nelle due navi ancora presenti nel porto. Secondo quanto riferito - si tratta di stranieri non soltanto di nazionalità tunisina - sarebbero 352, di cui 151 sulla Moby Audacia e 201 nella Moby Vincent. Tra questi,  anche  alcuni malati e feriti che si trovano attualmente all’ospedale Civico di Palermo. Ai migranti non è stato fornito alcun oggetto (lamette, forchette metalliche)  che possa essere utilizzato per atti di autolesionismo. Ed ancora, secondo quanto riferito dal deputato Russo, qualsiasi possibilità di comunicazione con l’esterno è stata impedita dal ritiro di tutti i telefoni cellulari. Infine, alle persone trattenute non è stata fornita un’informazione chiara sulla loro destinazione e sul loro futuro. All’incontro era presente, tra gli altri, la portavoce della rete Primo marzo Italia, Cecile Kyenge Kashetu.

In questo momento, la rete Primo marzo ed altre associazioni ed organizzazioni internazionali e nazionali stanno portando avanti l’iniziativa “Lasciatecientrare” con l’aiuto di parlamentari italiani che hanno chiesto di entrare nei Cie di Italia”. Proprio ieri, la Kyenge Kashetu, ha anche presentato la campagna nazionale  “L’Italia sono anch’io” che prevede la raccolta di firme per due proposte di legge di iniziativa popolare: una sulla riforma della legge sulla cittadinanza e l’altra sul diritto al voto nelle consultazioni a livello locale.



 

lunedì 19 settembre 2011

ASGI SICILIA e BORDERLINE EUROPE: Chi salva vite umane viene incriminato

COMUNICATO STAMPA
ASGI - sezione Sicilia
Borderline Sicilia


Chi salva vite umane viene incriminato

Dopo 4 anni di processo, il 21 settembre 2011 verrà pronunciata la sentenza di appello nei confronti dei due comandanti dei pescherecci tunisini Morthada ed Mohamed El Hedi

La sezione siciliana dell’Asgi e l’Onlus “Borderline Sicilia” auspicano che venga fatta 
giustizia sull’ennesimo caso di aiuto umanitario sotto processo.
Nell’agosto del 2007 i due pescherecci tunisini trassero in salvo 44 naufraghi nel Canale di Sicilia. Per questo salvataggio, i due equipaggi finirono sotto processo ad Agrigento con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel novembre del 2009 cinque pescatori, dopo avere subito un’ingiusta detenzione durata 36 giorni e un’incalcolabile pregiudizio economico, sono stati assolti da ogni accusa. I due comandanti, Abdelbasset
Zenzeri e Abdelkarim Bayoudh, condannati in primo grado con l‘accusa di minaccia e violenza a nave da guerra e resistenza a pubblico ufficiale, attendono che il prossimo 21 settembre venga riformata la sentenza di condanna del tribunale di Agrigento.
Intanto la strage continua e anche quest’estate si contano centinaia di morti nelle acque del Canale di Sicilia. Sugli arrivi alla frontiera italiana di profughi africani ed asiatici provenienti dalla Libia è stata avviata un’indagine dalla Procura della Repubblica di Palermo in ordine alle responsabilità del regime libico sui viaggi della speranza usati come forma di ricatto nei confronti dell’Italia. E il procuratore aggiunto Teresi denuncia le condizionidi trattenimento dei migranti presso l’ex base Loran a Lampedusa.
La politica di chiusura della fortezza Europa, in nome del controllo delle frontiere, ha trasformato il Mediterraneo in un mare senza diritti, in cui non contano più le convenzioni internazionali, il rispetto del diritto d’asilo e dei diritti umani, e in cui le azioni umanitarie vengono criminalizzate per scoraggiare l’intervento di coraggiosi pescatori che, anche a costo della propria vita, compiono azioni di salvataggio in mare nel rispetto della legge.


Contatti:

Asgi – sezione Sicilia
Avv. Giovanni Annaloro
+ 39-338-7000682
Borderline Sicilia Onlus


venerdì 16 settembre 2011

Terraferma Italia

Incontro con Emanuele Crialese, regista del film vincitore del premio della Giuria a Venezia: "Siamo di fronte a un nuovo Olocausto"

Immagine relativa a Terraferma Italia
Gli italiani hanno paura dello straniero forse perché si sentono protetti dalla propria identità

C'è stata grande festa a Lampedusa per la vittoria al Festival di Venezia del film di Emanuele Crialese "Terraferma", pellicola che parla degli sbarchi di africani in Sicilia. Ma non solo. La terra ferma è cercata sì dagli immigrati con le barche alla deriva, ma anche dai pescatori travolti dalla modernità, dalle madri che vorrebbero rifarsi una vita, dalle nuove generazioni indecise tra le leggi del cuore e quelle dello stato. 

Il film è stato girato a Linosa, anche se per scelta del regista non è mai stata nominata, perché è una storia che potrebbe accadere ovunque. E' la storia delle difficoltà di una famiglia di pescatori - Ernesto (Mimmo Cuticchio), il figlio Nino (Beppe Fiorello), la nuora Giulietta (Donatella Finocchiaro) e il nipote Filippo (Filippo Pucillo) - e di tre migranti - la madre (Timniti, che non è un'attrice ma la vera sopravvissuta di una traversata dall'Africa a Lampedusa, in cui ha visto morire 72 compagni di viaggio) e i suoi due bambini, miracolosamente scampati al naufragio in mare. Un incontro che segnerà il destino di entrambi.

"Stiamo attraversando un momento di profonda confusione morale - commenta il regista romano, di origini siciliane -. La risposta dello stato al problema dell'immigrazione è totalmente inadeguata. Anche i media, che ci bombardano di notizie e imbrigliano la realtà nella rete del linguaggio, hanno gravi responsabilità. Siamo tra i pochi Paesi europei ad avere adottato in materia d'immigrazione una legislazione improntata alla paura e alla chiusura. Dovremmo aprirci alla contaminazione. E invece siamo vecchi".

"Gli italiani hanno paura dello straniero - ha spiegato il regista - forse perché si sentono protetti dalla propria identità. L'Italia ha bisogno di contaminazione. Ci sono Paesi sviluppati grazie alla contaminazione. Siamo davanti ad un nuovo Olocausto. Diamo clandestinità a questo fenomeno: arrivano queste persone e li trattiamo da fuorilegge, chiudendoli nei centri di accoglienza come criminali. Lasciar morire la gente in mezzo al mare è un segno di inciviltà ma responsabili sono anche i mass media che parlano di questo in modo falsato".

"La cronaca era solo il punto di partenza - racconta Crialese -. Sapevamo di doverla rielaborare e di doverci affrancare dai canoni della fiction televisiva". "Non faccio film a tesi, non mi verrebbero bene - sottolinea il regista -. Racconto storie ponendomi delle domande. Potessi scegliere il mio pubblico ideale, avrebbe sette anni. Ho cercato di fare qualcosa di estremamente semplice, che potesse arrivare a tutti".

"Conosco molti pescatori che si son visti sequestrare le barche con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - spiega Crialese - Avevano solo soccorso della gente in mare". Amaro il suo giudizio sugli italiani: "A volte non so chi sono, cosa pensano. Se attorno alla famiglia di Ernesto ci fosse una comunità, la sua barca saprebbe qual è la rotta per la terraferma".

Su Timniti dice:"La guardi e capisci che ha passato l'inferno. Nello stesso tempo sa trasmettere una grande serenità. Ha una dignità che sa nascondere il dolore. Non ha voluto parlare di quello che è successo, così abbiamo deciso di reinventare insieme la sua storia. E quando dicevo qualcosa di sbagliato, mi correggeva". "La sua foto l'ho vista su un giornale. La cronaca di uno dei tanti barconi della disperazione. Tre settimane alla deriva, 70 persone a bordo. Tutti morti, tranne cinque. Tra questi una sola donna. Lei. Il suo volto mi si imprime dentro. Voglio vederla con i miei occhi questa donna che ha traversato il mare, ha rischiato la vita per riscrivere la sua storia"

di Francesco Bianco 

Fonte: MixaMag


 

lunedì 6 giugno 2011

Mineo, i profughi bloccano la statale. Tunisini in rivolta a Pantelleria

resce la tensione in Sicilia per la gestione dei migranti. Sit-in sulla Catania-Gela nei pressi del villaggio della Solidarietà. Nell'isola del Trapanese i maghrebini ingoiano pezzi di vetro.

Circa cento migranti ospiti del Villaggio della solidarietà di Mineo hanno occupato le due carreggiate della strada statale Catania-Gela per protestare contro presunti ritardi nell'insediamento delle commissioni che dovranno stabilire lo status di rifugiato politico dei richiedenti asilo.

Il traffico è stato bloccato nelle due direzioni di marcia e si sono formate lunghe code di veicoli. Sul posto polizia e carabinieri. Il Villaggio della solidarietà di Mineo ospita circa 2.000 migranti, la maggior parte dei quali sono dei richiedenti asilo e diversi di questi ultimi contestano la lentezza con cui procede l'iter burocratico per la concessione dello status di rifugiato politico. Alcuni maghrebini sostengono che aspettano da mesi. Il soggetto attuatore è la Protezione civile regionale siciliana.

"Il fatto che sia arrivato un decreto di riconoscimento Cara, non significa che il ministero dell'Interno abbia attivato tutte le procedure in ordine alla gestione del Centro. In questo mese questo centro dovrebbe passare sotto l'egida della protezione civile nazionale, ma ciò non è ancora avvenuto". Lo ha detto il sindaco di Caltagirone Pippo Pignataro, a proposito della protesta dei migranti ospitati a Mineo. "La protezione civile nazionale - ha aggiunto Pignataro - dovrebbe decidere se gestire direttamente o avviare una procedura di gara per affidarlo a soggetti terzi che realizzino tutte quelle attività che sono previste nei protocolli per un Cara.

Parliamo di formazione, attività di animazione, collegamenti viari, ovvero, tutta una serie di servizi che in qualche modo rendano sostenibile la vita all'interno del villaggio". Pignataro ha espresso "massima solidarietà ai migranti che non solo non intravedono una stabilità della loro posizione a causa dei ritardi e delle lungaggini burocratiche, ma devono anche fare i conti con l'assoluta insensibilità di coloro che ne hanno la responsabilità in ordine a servizi che erano stati promessi e ad attività che non si sono mai svolte".

Principio di rivolta, con lanci di bottiglie e atti di autolesionismo, ieri sera all'ex caserma "Barone" di Pantelleria dove sono ospitati, in padiglioni diversi, circa sessanta migranti tunisini, tra cui una donna e una decina di minorenni. Sei adulti, poi trasferiti all'ospedale "Bernardo Nagar", hanno dato vita a gesti di autolesionismo e si sono feriti al torace e alle braccia con i cocci di bottiglia. Gli immigrati arrivati sull'isola tra il 27 e il 28 maggio scorsi, chiedono di essere trasferiti a Trapani. La protesta è stata subito sedata dai carabinieri e dai finanzieri attualmente in servizio di vigilanza sul posto. Cinque tunisini sabato erano stati arrestati dalla guardia di finanza perché a loro carico è risultato un decreto di espulsione dal territorio italiano non ottemperato.

E l'emergenza sbarchi non si ferma. Quattordici tunisini, fra i quali una donna, sono stati sorpresi all'alba, in via Re Umberto, sull'isola di Linosa. Gli immigrati si aggiravano per il centro urbano quando sono stati bloccati dai carabinieri. Per il gruppo previsto l'imbarco sul traghetto di linea per raggiungere Porto Empedocle.

(06 giugno 2011) © Riproduzione riservata

Fonte: Repubblica Palermo
 

sabato 4 giugno 2011

Lampedusa, ancora proteste, Altri dieci ingoiano lamette e vetro

Emergenza sull'isola per i tunisini che danno vita ad atti di autolesionismo per evitare il rimpatrio. Numerosi i ricoveri negli ospedali di Agrigento e Palermo.

E' diventata un'emergenza vera e propria la protesta attuata da molti immigrati tunisini ospiti del centro di accoglienza di Lampedusa. Dopo i dieci migranti trasferiti fino a ieri pomeriggio tra gli ospedali di Agrigento e Palermo per avere ingoiato lamette e pezzi di vetro per protestare contro il rimpatrio, anche nella tarda serata di ieri altri maghrebini hanno compiuto gli stessi atti di autolesionismo.

Altri dieci tunisini hanno ingoiato lamette e si sono procurati ferite. Alcuni di loro sono già stati dimessi dal poliambulatorio, mentre gli altri sono ancora ricoverati in osservazione e verranno certamente trasferiti oggi in elisoccorso fino all'ospedale "Cervello" di Palermo dove dovrebbero essere sottoposti ad intervento chirurgico.

I migranti tentano così l'ultima carta per evitare il rimpatrio ma rischiano la vita, come conferma anche il direttore del poliambulatorio, Pietro Bartolo. Finora i casi sono stati una trentina. "Sono sempre di più i migranti che arrivano al pronto soccorso con le lamette in gola. Alcuni, sapendo di rischiare la morte immediata, mettono dello scotch intorno alle lame che però rischia spesso di rompersi mettendo in pericolo la vita di queste persone".

(03 giugno 2011) © Riproduzione riservata

Fonte: Repubblica Palermo

martedì 31 maggio 2011

Maxisbarco nel Ragusano: soccorsi oltre 900 migranti

Soccorso in nottata a Sud di Capo Passero dalle motovedette della Guardia di Finanza. I profughi, provenienti dalla Libia, sono stati accompagnati a Pozzallo
Un barcone con oltre 963 migranti, tra i quali numerosi bambini e donne, alcune in avanzato stato di gravidanza, è stato soccorso in nottata a sud di Capo Passero dalle motovedette della guardia di finanza. I profughi, provenienti dalla Libia e originari di paesi dell'area subsahariana, sono stati accompagnati a Pozzallo.

I migranti hanno viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, stipati su un peschereccio di oltre 20 metri. Una cinquantina di loro è stato trasportata in ospedale. "Tutti erano stremati - raccontano i finanzieri che hanno accolto i migranti a Pozzallo - Una massa umana impressionante che aveva occupato ogni millimetro dell'imbarcazione. Tantissimi i bambini e le donne. Questa volta, infatti, sono partite famiglie intere".

FOTO Il barcone con i migranti subsahariani

I profughi hanno raccontato di essere partiti dalla Libia quattro giorni fa e di provenire dall'Africa subsahariana. L'imbarcazione è stata agganciata dai maltesi e la navigazione è stata fatta proseguire verso la Sicilia: i finanzieri l'hanno intercettata a 14 miglia da Pozzallo e sono immediatamente scattati i soccorsi. Alle operazioni di soccorso hanno partecipato anche alcune motovedette della Guardia costiera.

I profughi sono complessivamente 963, tra i quali circa 130 donne e una quarantina di minori. Dopo essere stati accompagnati nel centro di accoglienza temporanea di Pozzallo sono stati indirizzati verso altre strutture.

E rischia di scoppiare una nuova polemica con Malta. Gli immigrati hanno infatti riferito di essere stati avvicinati ieri pomeriggio dalle motovedette maltesi, che si sarebbero limitate a rifornirli di salvagente e a scortarli fino al limite delle acque di loro competenze per quanto riguarda le operazioni Sar di soccorso in mare nonostante i rischi evidenti per la presenza sul barcone di un così elevato numero di persone, tra cui donne e bambini.

Appena due giorni fa il ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva accusato Malta di essersi lavata le mani "ancora una volta davanti a una nuova possibile tragedia", dopo il mancato aiuto a un barcone con 209 immigrati poi soccorso dalla motovedette italiane. Il responsabile del Viminale aveva anche sollecitato la Commissaria europea Cecilia Malstrom a "far rispettare la competenza e il dovere d'intervento nelle rispettive zone Sar da parte di tutti i Paesi membri, assicurando il corretto svolgimento delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare".


giovedì 17 febbraio 2011

SE NON ORA QUANDO? Sbarchi - L’emergenza sono questo governo ed il suo Ministro dell’Interno: è una emergenza democratica

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Mai come in questa occasione abbiamo visto i professionisti dell’insicurezza diffondere false paure e giocare con le cifre, per terrorizzare ancora una volta l’opinione pubblica, spostando sulla xenofobia e sulle politiche di respingimento l’attenzione degli italiani.

Dobbiamo avere paura di chi parla di 80.000 arrivi di immigrati senza avere uno straccio di prova, se non qualche relazione fasulla dei soliti servizi segreti sempre pronti a servire il padrone al momento più opportuno. Da quattro giorni non arriva più nessuno a Lampedusa, e gli arrivi di Egiziani nella Sicilia sud orientale, tra Ragusa e Siracusa, come gli sbarchi tenuti nascosti di profughi afgani nel Salento corrispondono alla normalità di questi ultimi anni.

Dobbiamo avere paura di chi vorrebbe armare le pattuglie di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, spingendo l’Unione Europea a modificare il mandato dei mezzi impiegati nelle operazioni di controllo in acque internazionali, fino alle operazioni di respingimento collettivo, come quelle sperimentate dall’Italia nel 2009 verso la Libia, operazioni per le quali il nostro paese è sotto accusa davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Dobbiamo avere paura della guardia di finanza che permette ai suoi agenti che si spari contro i migranti giuntia poche miglia dalle nostre coste, nel tentativo di respingerli o inseguirli poco importa, mettendo a rischio la vita delle persone, soltanto per arrestare gli scafisti. Non è credibile che mezzi assai lenti come quelli che trasportano i migranti possano "speronare" mezzi assai più veloci ed agili come le motovedette militari. La verità è un altra. Nel tentativo di impedire la rotta dei barconi dei clandestini, i mezzi militari tagliano loro la rotta, sistematicamente, mettendo a grave rischio la vita delle persone che sono su mezzi lenti e stracarichi, che possono essere rovesciati anche da un onda più forte provocata dai mezzi militari.

Le persone - anche se migranti irregolari - che si trovano in acque internazionali devono essere condotte in un place of safety (porto sicuro), e quelle che sono in acque nazionali devono essere accompagnate a terra per l’idebtificazione personale, e per la eventuale ammissione alle procedure di protezione internazionale.

Dobbiamo avere paura di chi sta seminando il panico tra la popolazione, individuando i siti più stravaganti per ipotetiche cittadelle dell’accoglienza, mentre non è riuscito a mantenere in funzione il sistema nazionale per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (SPRAR). E tutto questo agitando sempre lo spauracchio di un invasione "biblica", quando gli sbarchi si sono praticamente ridotti ai livelli degli anni precedenti, e solo un decimo dei migranti irregolari che entra in Italia vi entra attraversando il mare.

Dobbiamo avere paura di chi sta abbandonando Lampedusa ad un destino da campo di concentramento, che coinvolge l’intero paese e il destino dei suoi abitanti. Una polveriera prodotta prima dall’ostinata volontà di Maroni di non aprire il centro di accoglienza, e poi dal blocco, negli ultimi giorni dei trasferimenti verso i centri di accoglienza in altre regioni italiane Dobbiamo avere paura di chi, al governo, con la sua inerzia dolosa o con ll’attivazione delle procedure di espulsione, sta lavorando giorno per giorno per fare esplodere a Lampedusa o nei CIE italiani, rivolte che poi permetteranno una criminalizzazione generalizzata di tutti i migranti arrivati in questi giorni dalla Tunisia.

Dobbiamo avere paura di governanti che invocano l’intervento dell’Europa e non sono capaci di attuare quelle direttive comunitarie, come la direttiva 2008/115/CE sui rimpatri, il cui termine di attuazione è già scaduto, e quella del 2009, altrettanto importante, sulle sanzioni ai datori di lavoro in nero, che contengono standard di garanzia più elevati rispetto alla legge Bossi-Fini che nessuna forza politica ha ancora seriamente inteso abrogare. Dobbiamo avere paura di chi vede nelle decisioni della giurisprudenza e della Corte Costituzionale un intralcio per le politiche espulsive più bieche che cancellano i diritti fondamentali delle persone. Gli attacchi su questo terreno alla Corte Costituzionale sono frutto di un disegno eversivo del governo nei confronti dei controlli di legalità praticati dalla magistratura. dobbiamo avere paura, ma non resteremo certo immobili di fronte a questo scempio dello stato di diritto, della legalità costituzionale e dei diritti fondamentali della persona.

Dalla denuncia all’accoglienza, dall’interposizione fisica all’assistenza legale, è il momento per chi vuole difendere la propria e l’altrui dignità, di spiegare il massimo delle energie e dell’impegno. Anche in questo caso si potrebbe dire, se non ora quando?

[ giovedì 17 febbraio 2011 ]




giovedì 28 ottobre 2010

28 ottobre, Catania: Aggiornamento sulla situazione dei 128 migranti sbarcati a Catania

Le associazioni catanesi per la tutela dei diritti dei migranti lanciano l'allarme su quanto sta avvenendo relativamente alla gestione da parte delle forze dell’ordine dello sbarco di 128 stranieri avvenuto nella giornata del 26 Ottobre a Catania. Rimangono ancora confuse le modalità di intervento del blocco a mare del peschereccio carico di migranti e relativo uso della forza.
Intanto a seguito dello sbarco, in queste ore stiamo assistendo a gravissime violazioni dei diritti di questi cittadini stranieri che vengono trattenuti in detenzione al momento presso un palasport della periferia di Catania (Palanitta).
L'Arci in quanto ente di tutela riconosciuto dalla legge ha richiesto nella giornata di ieri 26/10 l'accesso dei propri legali per informare i cittadini stranieri presenti, di cui non è stata ancora accertata ufficialmente la nazionalità, sulla possibilità di richiedere la protezione internazionale.
L'accesso è stato prima negato dalla prefettura di Catania per incompatibilità di tale attività informativa con le indagini condotte dalla polizia giudiziaria su incarico della Procura. Successivamente nella mattina del 27/10 il PM Agata Consoli, incaricata delle indagini, ha firmato un nulla osta all’accesso dei legali presso la struttura del Palanitta. Nonostante il nulla osta la Prefettura di Catania non ha ritenuto di consentire l’accesso e ha verbalmente motivato tale decisione sulla base di un presunto “ripensamento” sul provvedimento da parte della Procura. Ad oggi non è stato esibito nessun atto formale che revochi la precedente autorizzazione.
Riteniamo quanto avvenuto di enorme gravità per le seguenti ragioni:

- non ci risulta la presenza all’interno del Palanitta né di indagati, i quali sono già stati condotti altrove nella giornata di ieri, né di personale della polizia giudiziaria impegnato nelle indagini, né tantomeno i locali risultano sotto sequestro, dunque non c’è alcuna incompatibilità con l’accesso delle associazioni e dei legali e l’attività informativa;

- non esiste alcun atto formale che attesti questo “ripensamento” sul nulla osta in precedenza concesso da parte della Procura di Catania;

- il diniego di accesso prolungato e tuttora vigente ai legali della nostra associazione e ad altri rappresentanti di enti di tutela quali l’Acnur, Iom e Save the children ha impedito a tali enti di esercitare il proprio ruolo di informazione e assistenza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei minori;

- non è stato possibile accertare se corrisponde al vero l’affermazione delle forze dell’ordine secondo cui tutti gli stranieri presenti all’interno della struttura abbiano dichiarato di essere cittadini egiziani; in ogni caso viene pregiudicato il diritto di degli stranieri presenti alla richiesta di protezione internazionale; Non conosciamo infatti se siano stati informati o meno di tale facoltà e se qualcuno abbia richiesto o meno di esercitare tale diritto;

- non è stato possibile fornire informazioni agli stranieri presenti nella struttura neanche a voce attraverso amplificazione, in quanto ci è stato impedito dalle forze dell’ordine sia nella giornata di ieri che di oggi.

Rileviamo inoltre che:

- i 46 minori presenti nella struttura contrariamente a quanto previsto dalla normativa vigente hanno pernottato insieme al gruppo degli adulti, in assenza di mediatori, assistenti sociali, educatori, e non sono stati tuttora trasferiti alle comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati a oltre 24 ore dallo sbarco;

- l’assistenza fornita all’interno del Palanitta per le informazioni di cui siamo in possesso è risultata sinora molto approssimativa (mancanza di calzature, vestiario, acqua per lavarsi ecc.);

- 10 stranieri tra la giornata del 26 e del 27 ottobre sono stati ricoverati in strutture ospedaliere della città e subito dimessi pur presentando condizioni di salute assai precarie.

Rilevato tutto questo ci sembra evidente che il disegno del ministero degli interni sia quello di procedere ad una rapida espulsione di massa senza offrire le garanzie previste dalla normativa in materia di protezione umanitaria in violazione delle normative italiane e internazionali.

Da 24 ore è in corso un presidio di militanti di numerose associazioni catanesi per i diritti dei migranti dinanzi al Palanitta, al fine di sollecitare il rispetto dei diritti dei cittadini stranieri trattenuti all’interno della struttura.

Antirazzisti/e catanesi

Per informazioni è possibile contattare i seguenti
numeri tel 3284142882 oppure 3483544606

AGGIORNAMENTO DEL 28 OTTOBRE

Tutti i migranti, tranne i minori condotti in centri di accoglienza (?), sono stati spediti con un volo charter al Cairo, che non è necessariamente il loro paese di provenienza, senza avere il tempo di accertarne l'identità e l'eventuale condizione di richiedenti asilo (provenienti da paesi in guerra o da situazioni a rischio di vita). Tutto ciò in aperta violazione delle convenzioni internazionali. I diritti umani in Italia sono ancora una volta calpestati nell'indifferenza generale.
Continua la lotta per il rispetto delle persone da qualunque paese provengano e per la difesa dei diritti e della democrazia nel nostro paese.

F. F.

mercoledì 27 ottobre 2010

Catania: l'ASGI chiede il rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati sbarcati a Catania


L’ASGI esprime profonda preoccupazione per lo svolgersi degli avvenimenti relativi alla gestione da parte delle forze dell’ordine dello sbarco di 128 stranieri, tra i quali diversi minori, avvenuto il 26 ottobre intorno alle ore 12 sulla costa catanese. Rimangono ancora confuse le modalità di intervento del blocco a mare del peschereccio carico di migranti e relativo uso della forza.

Risulta che tutti gli stranieri sono stati sottoposti a fermo di polizia e sono trattenuti dentro una struttura improvvisata in un palazzotto dello sport ubicato alla periferia di Catania.
Si ignorano tuttora le nazionalità e la composizione del gruppo di migranti ma, come risulta dalle dichiarazioni del colonnello Minuto, comandante del gruppo aereonavale della Guardia di Finanza di Messina i migranti “hanno dichiarato di essere palestinesi per potere chiedere asilo politico”, ma aggiunge il colonnello “noi siamo convinti che si tratti di egiziani”.

Finora è stato costantemente negato l’accesso alla struttura ove i migranti sono trattenuti e nella quale continuano ad oltranza gli interrogatori di polizia ai rappresentanti dell’UNCHR, di Save the Children e di OIM. In tal modo viene impedito agli enti di tutela, peraltro convenzionati con il Ministero dell’Interno, di esercitare il proprio ruolo di informazione e assistenza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei minori.

L’ASGI giudica questa condotta grave ed inaccettabile poiché in nessun caso può essere impedito l’accesso all’UNHCR, sia alla frontiera che nel territorio anche qualora gli stranieri si trovino in condizioni di trattenimento, al fine di esercitare senza condizionamenti e limitazioni il ruolo che spetta a detta agenzia delle Nazioni Unite, di monitorare la presenza di potenziali rifugiati e informare gli interessati sull’accesso alla procedura d’asilo.
Parimenti l’ASGI ricorda gli obblighi dello Stato italiano in materia di protezione dei minori, i quali debbono potere godere dell’assistenza di enti qualificati in ogni momento e circostanza, ivi comprese le delicate fasi dell’arrivo e della identificazione, sotto il controllo della magistratura minorile.

L’ASGI ha ragione di temere che la condotta “muscolare” delle autorità italiane possa essere finalizzata a porre in essere nel minor tempo possibile un’operazione di espulsione collettiva dei migranti, con identificazioni sommarie, e impedendo ai migranti stessi di potere godere di adeguata assistenza e di presentare istanza di asilo qualora lo richiedano. L’ASGI richiama con forza il Governo italiano alle sue responsabilità e chiede che venga immediatamente permesso l’accesso alla struttura da parte degli enti di tutela.

Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

venerdì 23 aprile 2010

Il Mare di Mezzo di Gabriele del Grande

di Franz Baraggino

"Abbiamo ridotto gli sbarchi del 90%", dice Maroni. Il dato è reale, ma i grandi flussi della clandestinità non sono mai arrivati via mare, e per i respingimenti collettivi di potenziali rifugiati in paesi che praticano la tortura, l'Italia rischia una pesante condanna da parte della Corte Europea.

Per comprendere il fenomeno migratorio che interessa il Mediterraneo bisogna partire dalle storie dei migranti. Dalle rotte che percorrono, dal mare e dal deserto, dalle torture in Libia, dalla detenzione nei centri italiani, dall'espulsione di chi magari vive in Italia da vent'anni con moglie e figli. L'inutile cattiveria invocata da Maroni consegna migliaia di persone a un destino tremendo, obbligando l'Italia a rispondere di condotte criminali.

Gabriele Del Grande - fondatore del sito Fortress Europe e autore del recente libro inchiesta "Il Mare di Mezzo. Al tempo dei respingimenti" (Infinito edizioni) - racconta l'ipocrisia delle politiche contro gli irregolari, i risultati troppo discutibili, gli alti costi, soprattutto umani. E tante storie di uomini e donne dalle quali abbiamo molto da imparare.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/storie-di-migranti-e-respingimenti-il-volto-feroce-dellitalia-intervista-a-gabriele-del-grande-fondatore-di-fortress-europe-audio/

mercoledì 7 ottobre 2009

La notizia dell'anno: Cap Anamur, tutti assolti. Il salvataggio non è un reato

AGRIGENTO – Salvare vite umane non costituisce reato. Molti lo riterranno scontato, eppure è la notizia dell'anno. Anzi degli ultimi cinque anni. Tanto infatti è passato dal 12 luglio 2004, quando l'equipaggio della nave Cap Anamur della omonima ong tedesca, venne arrestato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina dopo aver salvato la vita a 37 naufraghi soccorsi nel Canale di Sicilia. Dopo un estenuante processo durato 5 anni e oltre 30 udienze in cui sono stati sentiti più di 40 testimoni, il Tribunale di Agrigento oggi ha assolto con formula piena gli imputati: Elias Bierdel e Stefan Schmidt, rispettivamente presidente dell'associazione Cap Anamur e comandante dell’omonima nave, perché "il fatto non costituisce reato". Una sentenza per niente scontata, che smonta l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l'accusa aveva chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di multa.

Finisce così il calvario degli imputati, finiti sotto giudizio per aver rispettato il diritto marittimo, che obbliga al salvataggio e all'accompagnamento dei naufraghi nel porto sicuro più vicino. Una norma che però stride con il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, di cui si rende autore chiunque accompagni sul territorio italiano cittadini stranieri privi di un regolare visto d'ingresso. E infatti il caso Cap Anamur non è l'unico. In molti ricorderanno le vicende del cargo
Pinar, che ad aprile rimase bloccato per giorni in mare con dei naufraghi a bordo, in attesa che l'Italia ne autorizzasse lo sbarco. Quanti invece ricordano il caso dei sette pescatori tunisini di Teboulbah? L'8 agosto 2007 salvarono 44 naufraghi e li sbarcarono a Lampedusa, dove vennero arrestati in flagranza di reato, con l'accusa – di nuovo – di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per loro la sentenza è fissata al 17 novembre 2009.

Gli avvocati di Bierdel e Schmidt si sono detti soddisfatti. “Oggi viene ristabilito un principio di diritto internazionale tra i più antichi al mondo: quello del salvataggio in mare, già codificato ai tempi dei Fenici”. Così l’avvocato Liana Nesta commenta l’assoluzione dell’equipaggio della Cap Anamur dopo un processo durato 5 anni, e che ha visto l’audizione di oltre 40 testimoni in 30 udienze. “Salvare vite umane – continua l’avvocato – è sempre un dovere e mai un reato”. E l’avvocato Vittorio Porzio aggiunge: “Con questa sentenza viene ristabilito anche un altro principio di diritto internazionale: e cioè che il salvataggio non si esaurisce prendendo a bordo i naufraghi ma portandoli in un porto sicuro, e a decidere quale sia questo porto spetta unicamente al comandante della nave, come previsto dalle convenzioni internazionali”. Gli avvocati della difesa attendono adesso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per valutare eventuali azioni di richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta detenzione di 4 giorni dei loro assistiti successivamente allo sbarco nel 2004 e per il danno di immagine subito.

Ma dove sono finiti oggi i 37 naufraghi soccorsi? 35 di loro furono rimpatriati nei mesi successivi al salvataggio: 17 in Ghana e 18 in Nigeria. E soltanto 2 di loro rimasero in Italia. Tra i 35 rimpatriati ben 24 avevano ottenuto il riconoscimento dello status umanitario dalla commissione di Caltanissetta. Non solo. Come ha ricordato Elias Bierdel in conferenza stampa, subito dopo il salvataggio oltre 37 città italiane si offrirono per accogliere i naufraghi, ma la loro disponibilità non venne raccolta dal governo italiano. “Attenzione però a non censurare soltanto il comportamento del governo italiano – aggiunge l’avvocato Porzio –. Lo stesso deprecabile comportamento fu tenuto allora dal governo tedesco, il quale rifiutò di concordare il diritto di transito dei naufraghi verso la Germania per poter esaminare là le loro richieste di asilo”.

Fonte: Fortress Europe, 7 ottobre 2009

sabato 11 aprile 2009

Silenzi e tragedie nascoste a Lampedusa

Il silenzio della stampa e delle autorità politiche ed amministrative sta cancellando dalle coscienze degli italiani i drammi quotidiani che si verificano nell’isola di Lampedusa, ormai trasformata in un unico grande centro di identificazione ed espulsione, ed in altri CIE italiani nei quali, a piccoli gruppi, quasi nella clandestinità, vengono trasferiti alcuni migranti arrivati nei mesi scorsi nell’isola.

Quello che sta succedendo a Lampedusa è emblematico di come si possa utilizzare il business dell’accoglienza “dietro le sbarre” per legittimare leggi cattive e prassi violente. Il governo con la complicità di qualche lampedusano è riuscito ad abbassare i toni e la partecipazione della protesta della popolazione, sfruttando il bisogno di lavoro e forse anche la convenienza di qualche operatore turistico che si è ritrovato l’albergo pieno di forze dell’ordine in bassa stagione. La militarizzazione dell’isola, oltre mille poliziotti presenti stabilmente per mantenere l’ordine pubblico, oltre che per sorvegliare i migranti rinchiusi nei centri di detenzione ha comportato non solo il riempimento degli alberghi ma anche assunzioni di lavoratori da impiegare al centro di Contrada Imbriacola, e solo il blocco temporaneo dei lavori, per la mancanza delle necessarie autorizzazioni di compatibilità ambientale, ha bloccato il sub appalto di alcuni lavori per il nuovo centro a capo Ponente (ex base Loran).

Grazie alla militarizzazione dell’isola si è creato in sostanza un indotto molto appetitoso, per chi d'inverno era abituato a lavorare poco e niente.Sarebbe opportuno a questo punto che i lampedusani facessero una riflessione profonda sul loro futuro che è il futuro dell’isola :isola militarizzata, avamposto della “guerra contro l’immigrazione clandestina”, che offre servizi alle forze dell'ordine e che offre prospettive di lavoro gli isolani nelle carceri per migranti, o lo sviluppo del turismo e il rilancio della pesca, valorizzando l'ambiente e la cultura, senza disperdere un patrimonio ambientale unico al mondo.

E’ comunque opportuno sottolineare alcune conseguenze dell'ipotesi “isola militarizzata” che già Lampedusa sta vivendo in queste settimane.A Lampedusa da anni vengono negati i diritti fondamentali, dalla scuola alla sanità dai trasporti alla tutela del paesaggio. Nel clima che è stato creato dai decreti Maroni ad oggi, con la trasformazione della struttura di accoglienza in una struttura di detenzione amministrativa, ne ha approfittato chi ha speculato sul territorio facendo caserme e centri di detenzione e trasformando una economia turistica in una economia basata sulla detenzione e sulla negazione dei diritti fondamentali delle persone, di tutte le persone, lampedusani e migranti.

Il CIE rischia di compromettere i sacrifici di un intera popolazione che, da sola e con enormi sacrifici, è riuscita a far diventare Lampedusa una meta turistica tra le più importanti d'Italia. Malgrado gli “sbarchi” degli anni precedenti il turismo non aveva subito flessioni perché gli immigrati venivano trasferiti in altri luoghi nel più breve tempo possibile. Quest’anno, dopo le decisioni del governo che ha istituito a gennaio un centro di detenzione provvisorio, trasformando il centro di Contrada Imbriacola in un CIE, le prenotazioni turistiche sono in calo del 35 per cento.

La completa militarizzazione ha portato un clima cupo ed un aria pesante, ed ha aggravato i disservizi che già affliggevano la popolazione locale. Alcuni lampedusani tra l'altro rimangono a terra all'aeroporto di Palermo perche l'aereo di linea è sempre carico di militari che vanno e vengono dall'isola. Un cittadino lampedusano malato di tumore, che fa chemioterapia in Sicilia, è stato lasciato a terra all'aeroporto di Catania dopo che la moglie aveva chiesto ai poliziotti se potevano lasciare un posto per il marito. Gli è stato risposto che non potevano, perche dovevano prendere immediatamente servizio sull'isola. Questo è successo per due volte alla stessa persona, tra l'altro subito dopo le cure, ed è successo anche ad una ragazza incinta di cinque mesi, che è rimasta bloccata all'aeroporto di Palermo, e continua a succedere a molti altri abitanti di Lampedusa.Non si comprende neppure quale sia l’effettivo impiego di tutte queste forze di polizia. Da settimane gli immigrati riescono ad allontanarsi dal centro di detenzione e entrano nelle abitazioni private in cerca di cibo e vestiti, o per nascondersi. Talvolta sembrerebbe che abbiano preso anche dei soldi, e ci sono stati parecchi casi di furti di auto e motorini. Tutto nel tentativo disperato di fuggire dall’isola prigione. Quale sicurezza è garantita adesso agli abitanti di Lampedusa, un isola nella quale si dormiva con le porte aperte. Oggi quel clima di serenità, che attraeva anche tanti turisti sembra un lontano ricordo. Ancora più tragica la situazione che c'è dentro il centro per i "clandestini". Nei giorni scorsi un immigrato è stato portato al pronto soccorso perche si era tagliato in tutto il corpo e aveva inghiottito una lametta.

Molti immigrati sono stati rinchiusi, prima di arrivare a Lampedusa, nei centri di detenzione o nelle carceri libiche, o tunisine, dove hanno vissuto situazioni disumane, ed è lì che sono stati imbottiti di psicofarmaci. Adesso, anche a Lampedusa cominciano a tagliarsi. Poi chiedono dei tranquillanti minacciando di farsi del male e dicendo che ormai non possono farne a meno, perché in Libia li hanno abituati cosi. Quando arriveranno altre persone, con i prossimi sbarchi che nessuno riuscirà a fermare, e tantomeno le sei motovedette regalate dall’Italia alla Libia, dentro il centro di detenzione di Lampedusa succederanno sicuramente altre tragedie. I migranti trattenuti nei centri chiusi dell’isola vivono da molto, troppo tempo, una situazione di detenzione, di alienazione, di violenza, tale da fare esplodere una grande rabbia repressa e lo stesso succederebbe anche ad italiani costretti nella stessa situazione di totale negazione dei più elementari diritti.

La popolazione di Lampedusa è stanca e delusa, le scuole dove vanno i ragazzi sono fatiscenti e pericolose, da anni si era chiesto a tutte le istituzioni un intervento che garantisse i diritti di cittadinanza e sociali, ma le risposte sono state evidenti: la costruzione, non di scuole ma di carceri e caserme.

Qualcuno è giunto persino a pentirsi delle proteste dei primi giorni, dopo l’ istituzione dei centri di detenzione ed oggi afferma :"Sarebbe stato meglio non opporci e prendere in cambio il portofranco". Qualcuno dunque pensa oggi che sarebbe accettabile l’esenzione totale dalle tasse, come risarcimento dei danni arrecati dal “blocco” e dalla detenzione prolungata degli immigrati giunti nell’isola, promessa fatta nei mesi scorsi da alcuni esponenti della maggioranza di governo. Come se le promesse del politicante di turno potessero realizzare le aspettative deluse da anni, nel campo dei collegamenti, della scuola e dell’assistenza sanitaria, aspettative di crescita civile che adesso la popolazione di Lampedusa vede sfumare definitivamente dopo la militarizzazione dell’isola.

Ma Lampedusa ed i lampedusani non sono in vendita e le soluzioni promesse da chi sta militarizzando l’isola produrranno un enorme disastro, ambientale e sociale, che si ritorcerà contro tutti coloro che oggi le stanno sostenendo, o comunque permettendo, con il loro silenzio.

Agli abitanti di Lampedusa liberi, che non vogliono vedere il loro futuro condizionato dalle scelte del governo, o di gruppi di imprenditori economici che le sponsorizzano, rimane il diritto dovere della opposizione e della protesta, per ricostruire un isola di pace, aperta all’accoglienza ed al turismo, con quel clima di serenità che da sempre la caratterizza, unica prospettiva per loro e per i loro figli.

Giacomo Sferlazzo - Lampedusa
Fulvio Vassallo Paleologo - Palermo