Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

venerdì 20 maggio 2011

La riscossa della sinistra e i nostri Bouazizi ignorati

Lo so, ora che in Italia non si discute d’altro che dei risultati elettorali e dei prossimi ballottaggi, è incongruo, forse anche disturbante e impopolare, scrivere di suicidi di protesta. Eppure, a ben vedere, qualche nesso c’è fra il declino del berlusconismo, la riscossa della sinistra e questo fenomeno in apparenza secondario. Per cominciare: avete mai sentito parlare di Noureddine Adnane? E di Penda Kebe o di Georg Semir? Probabilmente no. Di sicuro, invece, conoscete i nomi di Jan Palach e di Mohamed Bouazizi. Eroe e martire della Primavera di Praga, il primo, della rivoluzione tunisina in corso, il secondo. Palach e Bouazizi hanno in comune il fatto d’essersi suicidati col fuoco per protestare contro regimi oppressivi e dispotici. In entrambi i casi le fiamme che hanno distrutto la loro vita sono servite ad appiccare l’incendio della sollevazione popolare. Così come nel 1963, a Saigon, nel Sud Viet Nam, i suicidi dei bonzi buddisti accesero la miccia della rivolta contro il regime autoritario e intollerante di Ngo Dihm Diem e più tardi contro la guerra di aggressione statunitense.

Invece, nessuna rivolta o rivoluzione hanno prodotto i suicidi di protesta dei migranti in Italia. Penda Kebe, che ho avuto il privilegio di conoscere, era una splendida donna senegalese, madre di cinque figli, infaticabile attivista per i diritti dei migranti. Viveva a Brescia dal 1996. Il 7 dicembre 2007, a Roma, durante la visita del presidente senegalese Abdoulaye Wade, si dà fuoco in piazza del Campidoglio. E’ l’atto estremo di rivolta contro le discriminazioni e i soprusi subiti, e contro le autorità del suo paese. L’estate precedente, a Milano, era stata arrestata dalla polizia italiana all’interno del consolato senegalese: reclamava procedure più veloci e trasparenti per il rilascio dei passaporti ai suoi connazionali. Muore il 30 dicembre, dopo ventitre giorni di agonia.

Più recentemente, il 16 marzo 2011, Georg Semir, cittadino albanese di 33 anni, padre di due bambini, residente in Italia da alcuni anni, si dà fuoco in piazza, a Vittoria, in provincia di Ragusa, di fronte al Teatro comunale. Manteneva se stesso, la moglie e i figli col lavoro da bracciante nelle serre: un’attività dura e malpagata che i locali non sono più disposti a fare. Non solo: lavorava in condizioni servili e non riceveva il salario da mesi. Muore il 26 marzo, dopo dieci giorni di agonia. L’atto disperato di protesta contro il padrone non avrà alcuna risonanza, neppure mediatica.

Ma compariamo nel dettaglio i due casi più simili, l’uno divenuto celebre, l’altro rimasto un semplice fatto di cronaca: minore, anzi minimo. Le analogie fra le due vicende sono tanto impressionanti quanto l’asimmetria degli esiti.

Mohamed Bouazizi, cittadino tunisino di 26 anni, vive a Sidi Bouzid, grosso borgo agricolo, capoluogo di una regione abbandonata alla marginalità e al sottosviluppo. Benché diplomato, è costretto a fare il venditore ambulante abusivo di frutta e verdura, per mantenere se stesso, la madre e sei fratelli. Vessato dalle guardie municipali, multato, schiaffeggiato da un’ausiliaria, respinto dalle autorità allorché cerca di farsi ricevere per denunciare i soprusi subiti, si dà fuoco il 17 dicembre 2010. Muore dopo diciassette giorni di agonia, il 3 gennaio 2011. In Tunisia scoppia la rivoluzione. Il 14 gennaio Ben Ali è costretto ad abbandonare il potere e il paese.

Noureddine Adnane, cittadino marocchino di 27 anni, di Ben Ahmed, borgo agricolo della regione di Settat, povera e spopolata dall’emigrazione, a 18 anni decide di emigrare: arriva a Palermo nel 2002. Fa l’ambulante per mantenere se stesso, i genitori e sette fratelli. Benché abbia tutte le carte in regola, dal permesso di soggiorno alla licenza, è di continuo vessato, multato, forse anche taglieggiato dalle guardie municipali. Dopo l’ennesima multa, il 10 febbraio 2011 si cosparge di benzina e si dà fuoco. Muore il 19 febbraio, dopo nove giorni di agonia. In Italia non scoppia alcuna rivoluzione, neppure qualche rivolta circoscritta.

E come potrebbe? La vita di un immigrato, per di più povero, conta il niente assoluto. Così ad Adnane il suicidio non varrà per essere annoverato nella schiera dei martiri come Bouazizi, né servirà a scuotere le coscienze dei cittadini italiani, rendendoli consapevoli delle discriminazioni e umiliazioni che patiscono i migranti o dei soprusi che essi stessi subiscono da certi prepotenti, in divisa e non.

In conclusione e a proposito di riscossa della sinistra. Nel corso dell’ultimo governo Prodi, proposi ai ministri competenti il progetto di un museo nazionale dell’immigrazione: un museo non imbalsamato, anzi interattivo, da sviluppare a partire da un’installazione che informasse, minuto per minuto, delle vittime della Fortezza Europa e dello sfruttamento del lavoro dei migranti. E’ pleonastico precisarlo: il progetto non andò in porto. Ora che la sorte di nuovo sembra sorridere alla sinistra, vi chiedo: perché non rilanciamo quel progetto, a partire da un monumento che ricordi il sacrificio di Noureddine Adnane, cioè il nostro Bouazizi? Oltre tutto, potrebbe essere di buon auspicio per le sorti della nostra seconda Liberazione.

Annamaria Rivera

(19-05-2011)