Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

martedì 21 ottobre 2008

Seminario: La Germania italiana oggi. Verso l’evanescenza?

SEMINARIO DI STUDI
“La Germania italiana oggi. Verso l’evanescenza?”

Parleranno:
Prof. Dr. Thomas Krefeld, Institut fuer Romanische Philologie Ludwig Maximilians Universitaet, Università di Monaco

Prof.ssa Marina Castiglione, Dipartimento di Scienze Filologiche e Linguistiche, Università di Palermo

Prof.ssa Mari D’Agostino, Dipartimento di Scienze Filologiche e Linguistiche, Università di Palermo

22 Ottobre 2008
dalle ore 9.00 alle 11.00
Albergo delle Povere, Corso Calatafimi

sabato 18 ottobre 2008

L'Italiano PER o CONTRO gli stranieri?



Tra i punti di un recentissimo <Appello alla mobilitazione contro la privatizzazione della Scuola Pubblica in difesa della libertà d'insegnamento e dei diritti dei lavoratori> si legge:


- La salvaguardia dell’insegnamento di sostegno e del diritto all’istruzione per tutti, senza discriminazioni etniche e linguistiche e quindi difesa dell’insegnamento di sostegno in classe e per tutte le ore necessarie e garanzia dell’ausilio didattico dei mediatori linguistico-culturali per assicurare il diritto allo studio degli alunni stranieri.


Noi della redazione di stran(ier)omavero aderiamo all'appello, benché il nostro punto di vista, sopratutto per quanto riguarda l'insegnamento della lingua italiana agli alunni non italofoni nella scuola pubblica, sia più complesso ed articolato.


Crediamo, infatti, che l' <ausilio didattico dei mediatori linguistico-culturali> non sia sufficiente né sufficientemente all'altezza dello specifico compito di insegnare una lingua che, per questi alunni, é a tutti gli effetti una lingua straniera, o seconda come viene tecnicamente definita quando la si impara nel Paese di cui essa é anche lingua ufficiale (a proposito della figura del mediatore linguistico-culturale, si veda ad esempio la scheda relativa al Corso di Laurea in Mediazione Linguistica e Culturale dell'Università di Padova o il profilo che ne dà il CIES, Centro Informazione Educazione allo Sviluppo).


Benché non se ne parli mai se non all'interno di ambienti di "addetti ai lavori", in Italia esistono da decenni percorsi di studio a livello universitario, e quindi corsi di Laurea, Master e Certificazioni in Didattica dell'Italiano come lingua seconda/straniera. Esistono, di conseguenza, anche insegnanti qualificati e con - oramai - decenni di esperienza sul campo, i quali si vedono negato il diritto ad esercitare la propria professione all'interno della Scuola cosidetta "pubblica": non esiste ad oggi nessuna classe di concorso che permetta a questi docenti l'accesso ad eventuali incarichi di insegnamento dell'italiano agli stranieri, incarichi attualmente ricoperti - con grande fatica e difficoltà perché spesso non adeguatamente formati - da altri docenti già di ruolo nella scuola, in genere insegnanti di sostegno o di lettere o di lingue straniere nei casi più fortunati.


In molte scuole italiane, esistono progetti di facilitazione linguistica e/o di apprendimento dell'italiano come lingua seconda per studenti in età scolare o adulti in formazione permanente, affidati ad esperti esterni, cioé laboratori attivati al di fuori della normale attività didattica grazie a interventi e fondi speciali (il PON Scuola, ad esempio, Programma Operativo Nazionale, gestito dal Ministero dell'Istruzione, si avvale di due Fondi, il Fondo Sociale Europeo [FSE] e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale [FESR] e ha come ambito di riferimento territoriale le scuole pubbliche di 6 regioni del Mezzogiorno, ossia: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia).


Si tratta in genere, come in quest'ultimo caso, di misure di breve-media durata che, proprio in quanto tali, sono insufficienti e non possono rispondere alla sempre crescente domanda di formazione e integrazione da parte di studenti non italofoni sia in età scolare che adulti.


Ebbene, al diritto-negato di tanti insegnanti qualificati - che si vedono preclusa la possibilità di esercitare all'interno del sistema scolastico italiano la professione a cui aspirano e per la quale hanno regolarmente studiato nelle università italiane [statali!!!] - corrisponde specularmente il diritto-negato di tanti bambini e ragazzi non-italofoni regolarmente iscritti nelle nostre scuole [statali!!!], che vedono in tal modo ulteriormente eroso il loro diritto di accesso all'istruzione e all'integrazione nella società italiana.


E' di questi giorni una nuova iniziativa del governo nazionale che, lungi dall'essere migliorativa rispetto alla situazione attuale già così precaria, comporterà al contrario un ulteriore impoverimento delle risorse formative e di integrazione a disposizione dei nostri studenti stranieri.


A tale proposito, pubblichiamo il breve testo di riflessione sull'argomento di Mari D'Agostino, docente di Linguistica Italiana presso la Facoltà di Scienze della Formazione e Direttrice della Scuola di Lingua Italiana per Stranieri dell'Università di Palermo:


L’italiano per gli stranieri o contro gli stranieri?


Il 14 ottobre in tutta fretta, senza che vi sia stato alcun dibattito nel Paese, senza che insegnanti, genitori, esperti di apprendimento delle lingue e di didattica, abbiano potuto confrontarsi e discutere, la Camera dei deputati ha approvato una mozione che intende cambiare radicalmente la politica scolastica riguardante l’inserimento dei bambini e ragazzi stranieri individuati come “causa dei rallentamenti degli insegnamenti” e quindi ostacolo allo sviluppo delle competenze culturali e linguistiche dei bambini italiani.
Il testo, presentato dalla Lega Nord, e approvato a maggioranza dal Parlamento, introduce accanto alle classi “normali” quelle per bambini/ragazzi immigrati che non siano capaci di padroneggiare la lingua come i loro coetanei. Nello stesso testo si vieta alle scuole di immettere nelle classi bambini stranieri dopo il 31 dicembre.

Viene così cancellato con un dibattito parlamentare di poche ore il principio essenziale che ha regolato fino ad oggi l’inserimento dei bambini stranieri nelle nostre scuole: la scelta di metterli insieme ai coetanei italiani, accanto nel banco e alla mensa, nei giochi e nello studio, il più presto possibile e per più tempo possibile. Si apprendono le lingue anzitutto ascoltando e parlando, giocando e studiando, imparando insieme ad orientarsi in un nuovo mondo culturale e in un nuovo mondo linguistico. Accanto, e non in sostituzione, l’apprendimento può e deve essere guidato, in momenti particolari, da docenti esperti che sappiano aiutare e rendere più veloce il cammino. Questo modello è l’unico capace di funzionare davvero, ponendo un freno all’insuccesso scolastico e all’emarginazione dei bambini stranieri, e, nel contempo, abituando al dialogo interculturale e a un consapevole plurilinguismo tanto i bambini stranieri quanto quelli italiani.

La scuola di domani, più povera e senza risorse, con classi “normali” e classi “per diversi” rischia di essere un incubo per gli uni e per gli altri.


Mari D’Agostino
Docente di Linguistica italiana
Direttore della Scuola di lingua italiana per stranieri, Ateneo di Palermo

L´italiano ci serve per lavorare

Fonte: Repubblica Palermo del 17 ottobre 2008
Ogni pomeriggio le porte della Cascino, nel cuore dell´Albergheria, si aprono a 120 immigrati
Ieri in Africa, oggi sui banchi"L´italiano ci serve per lavorare"
Claudia Brunetto
Vengono da Ghana Costa d´Avorio Senegal:alcuni di loro puntano alla licenza media. La prima cosa è imparare l´alfabeto. E soprattutto la differenza fra le vocali e le consonanti. Così uno alla volta scandiscono le parole seduti nei banchetti della scuola elementare Cascino, succursale della Nuccio, nel cuore dell´Albergheria, a pochi passi dal mercato di Ballarò.
Dopo aver imparato l´italiano cominceranno a cercare un lavoro. Non sono più bambini, ma uomini fatti che hanno rischiato la vita per arrivare in Italia: da pochi mesi centoventi immigrati frequentano ogni pomeriggio la scuola dalle 16,30 alle 20 per imparare la lingua. Alcune classi, invece, si preparano a conseguire il diploma di terza media. Ghanesi, senegalesi, ivoriani, afgani, indiani, alloggiati fra la comunità di Biagio Conte e un istituto religioso di Camporeale, pendono dalle labbra dei professori perché sanno che in quelle ore di scuola si giocano l´avvenire. Lo sa bene Seuleimane, del Burkina Faso, che lavora come mediatore culturale al corso serale per stranieri: «Conosco tutti i dialetti dell´Africa - dice - così aiuto i miei connazionali nel rapporto con gli insegnanti. Alle spalle hanno vite molto difficili, situazioni drammatiche e sono soli. Hanno lasciato le loro famiglie nel Paese d´origine e, come me, hanno scommesso su una nuova vita».
A ogni domanda si alzano in piedi e rispondono con sorrisi smaglianti e occhi luminosi. «Non ho ancora un lavoro - dice Robert, del Ghana - In due mesi mi sono reso conto di molte cose ma non so bene l´italiano. Mia moglie e i miei figli non sono venuti con me: forse un giorno, quando avrò un´occupazione sicura, mi farò raggiungere. Intanto cerco di imparare bene la lingua».
Moris, 17 anni a giugno, punta alla licenzia media: «Sono qui da tre mesi - dice - ogni giorno viaggio da Camporeale con i miei compagni. In Nigeria ho lasciato tutto e mi sono imbarcato. Ho lavorato per raccogliere i soldi per il viaggio e ora che sono qui voglio trovare un lavoro e mandare i soldi alla mia famiglia. Nel cassetto conservo la speranza di fare l´attore, mi piace cantare e - chissà - un giorno ci riuscirò».
Sogna un ruolo importante nel ramo della tecnologia, Yakuba del Burkina Faso. Anche lui a 17 anni ha cambiato vita: «Amo la matematica - dice - E anche se sono a Palermo da cinque mesi faccio passi da gigante in italiano. Questa città ci ha accolto bene, certo non facciamo la vita degli altri ragazzi, ma non potevamo neanche continuare a morire di fame nel nostro Paese. Adesso voglio solo guardare avanti». Anche Amin, dell´Afghanistan, studia per trovare un lavoro: «Va bene qualsiasi cosa - dice - Noi abbiamo bisogno di aiuto. Ci impegniamo al massimo, ma la burocrazia non ci aiuta e rischiamo di non andare avanti. È per questo che siamo qui».
L´avventura didattica per gli stranieri è partita quest´anno grazie a una convenzione fra la scuola media statale Pertini, che vede impegnati sette docenti di ruolo nell´insegnamento pomeridiano, e la direzione didattica Nuccio, che ha messo a disposizione i locali. «È una grande soddisfazione insegnare a queste persone - dice Livia Trainito, prof della Pertini - sono tutti molto motivati e nascondono grandi dolori. In classe sembrano sereni e comunicativi. Hanno voglia di imparare».
Con un piccolo contributo regionale di tremila euro gli studenti stranieri hanno ricevuto dalla scuola il materiale didattico essenziale. «L´obiettivo - dice Rosario Ognibene, preside della Pertini - è quello di rendere coeso un centro cittadino multiculturale attraverso l´acquisizione di conoscenze comuni come la lingua italiana, le competenze di base, le tecnologie dell´informazione».

venerdì 17 ottobre 2008

Conversazioni sull'immigrazione

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Fonte: Ufficio Stampa Centro Studi e Documentazione sulle Migrazioni del Comune di Palermo


Perché fare un ciclo di incontri-riflessioni e perché farli in sinergia tra Il Centro Studi e documentazione sulle migrazioni del Comune di Palermo e l'Università di Palermo?

Perché le città sono in prima linea sul fronte dell'immigrazione e non soltanto perché poli di attrazione nella grande mobilità migratoria, ma soprattutto perché sono i veri laboratori della comunità di domani. E' nella città che si gioca la sfida dell'intercultura… E' nelle città che sapremo se questa sfida è stata vinta… o meno!


Le città diventano sempre di più laboratori dove le tradizioni culturali, sociali e religiose delle più diverse origini sono chiamate a riconoscersi e a rispettarsi in un sistema di valori che si apre progressivamente al nuovo, senza sacrificare le radici secolari su cui abbiamo fondato la nostra civiltà. Laboratorio perché dobbiamo trovare le motivazioni profonde della convivenza e la sottoscrizione di un "patto sociale".


Quello che ci deve guidare è non solo la convinzione profonda, ma anche l'esperienza immediata che in ogni essere umano c'è qualcosa che si trova anche in me, nell'altro, in tutti. E' in buona sostanza il concetto di alterità che ci può aiutare rispetto al concetto di diversità, che ci consente di vedere noi stessi nell'altro, con la consapevolezza che pur essendo altri, siamo comunque gli stessi, con eguale dignità.

Possono queste "conversazioni sull'immigrazione" aiutarci a dialogare tra noi?

Pensiamo e speriamo possa essere cosi, perché comprendere l'altro non può essere una tattica, o un "modo di fare". Non è solo un atteggiamento di benevolenza, di apertura e di rispetto, o una assenza di pregiudizi. E' anche tutto questo, certamente, ma qualcosa di più: l'intercultura è punto di partenza per la rinascita delle città!

Mama Africa vince il Cous Cous Fest di San Vito


Fonte: http://www.balarm.it/Articoli/vis.asp?IdArticolo=4674

È la Costa d’Avorio il paese vincitore dell’undicesima edizione del Cous Cous Fest, la rassegna internazionale di cultura ed enogastronomia del Mediterraneo, che si è svolta a San Vito Lo Capo (Trapani) da martedì 23 fino a domenica 28 settembre 2008.
Così la ricetta di vitello in un letto di attieké, unita al cous cous ivoriano di manioca, preparata dalle mani sapienti della chef Abibata Konatè, conosciuta come Mama Africa, è stata eletta vincitrice tra le otto partecipanti, dalla giuria tecnica internazionale composta da tredici esperti e giornalisti. Una vittoria che non arriva per la prima volta, quella assegnata alla Côte d'Ivoire, infatti lo Stato dell'Africa Occidentale era già stato il vincitore nell’edizione 2006. A lui, inoltre, è andato anche il premio del pubblico, assegnato dai dieci componenti della giuria popolare, sorteggiati tra quanti ne avevano fatto richiesta attraverso il sito della manifestazione. Mama Africa, che è semplicemente Mami per gli amici per la sua somiglianza alla sorridente Mami di “Via col vento”, gestisce dal 2000 una piccola osteria nel quartiere popolare di Ballarò a Palermo dove con molta generosità offre piatti caldi e pietanze a molti connazionali ed immigrati nostalgici della loro cucina. La ricetta vincitrice, preparata con spezzatino e costolette di vitello, peperoncini ivoriani, carote e zucchine in un brodo di carne, è stata premiata dalla giuria, come si legge nella motivazione, in quanto “trasmette l’immagine di un piatto autenticamente popolare con un’esecuzione tradizionale bene equilibrata sotto ogni aspetto”. Così a Mami è stato assegnato il premio “Barilla miglior cous cous 2008” sul palco in una affollatissima piazza Santuario, dal presidente della provincia di Trapani, Mimmo Turano.
Mentre a Fegh, chef della delegazione francese, è andato il premio speciale assegnato direttamente dal presidente di giuria, Stefano Bonilli e offerto dai Premiati Oleifici Barbera, per la coreografia del piatto di cous cous, presentato all’interno di una pagnotta di pane.

30 settembre 2008

domenica 28 settembre 2008

6 novembre 2008: Thema Musik Live, Temperamenti "Siciliano"

Trasmissione radiofonica con musica dal vivo
Giovedì 6 novembre 2008 – ore 20.00
Radio Bayern 4 "Klassik"
Goethe-Institut Palermo, Sala Wenders
Cantieri Culturali alla Zisa
Via Paolo Gili 4, Palermo
Info: Tel. +39 091 6528680
info@palermo.goethe.org

Palermo affascina. Non soltanto i viaggiatori tedeschi, come Goethe ed Ernst Jünger sono stati conquistati da questa città mediterranea dai mille volti. Il miscuglio di culture, influenze arabe e normanne, il clima favorevole della conca d’oro e la vivacità della gente, che spesso contrasta con la serietà di alcuni isolani, sono gli elementi che la rendono unica. Ma alla sua realtà appartengono anche povertà e degrado, superstizione, decadenza. Tutti sanno che Palermo non è soltanto la capitale della Sicilia ma anche quella di “cosa nostra”, la mafia siciliana. Questa città, dove i pregiudizi incontrano l’esperienza e l’entusiasmo si alterna al terrore, costituisce il terreno fertile sul quale sono nate e si sono sviluppate particolari sonorità che Thema Musik Live intende esplorare. Saranno con noi a Palermo il pianista Fabio Romano, Dario Oliveri dell’associazione siciliana Amici Della Musica e lo studioso di letteratura Michele Cometa. Accompagnamento musicale della giovane cantante Jerusa Barros e Fabio Romano. Thema Musik Live è una delle più recenti trasmissioni radiofoniche condotte dal vivo. Viene mandato in onda 4 o 5 volte l’anno dai più svariati luoghi del mondo. Si tratta di un programma /spettacolo della durata di 90 minuti trasmesso da una località in stretta relazione con l'argomento trattato. Grazie allo streaming su internet è possibile seguirlo da tutto il mondo.
Nel corso delle oltre 100 puntate trasmesse, illustri menti del mondo scientifico e umanistico, ma anche provenienti da ambienti politici, culturali ed economici, hanno affrontato discussioni su personaggi, tendenze e questioni di bruciante attualità. Immancabile l’accompagnamento musicale dal vivo di rinomati solisti o di formazioni musicali da camera. Tre nazioni, tre luoghi, tre temperamenti? Nel 2008 il motto di Thema Musik Live è "Temperamenti". Con la partecipazione del Goethe-Institut, la trasmissione si reca a Cracovia (11/9/08 "à la cracovienne"), Palermo (6/11/08 "siciliano") e a Freising (11/12/08 "andante religioso").
Organizzazione:- Bayerischer Rundfunk- Associazione Siciliana Amici della Musica- Goethe-Institut Palermo Per maggiori informazioni: www.br-online.de
Fonte: http://www.goethe.de/ins/it/pal/it3684868v.htm

sabato 20 settembre 2008

Assemblea cittadina delle comunità straniere di Palermo

Comune di Palermo
“CENTRO STUDI E DOCUMENTAZIONE SULLE MIGRAZIONI”
Vicolo della Neve all’Alloro
Telef. 091 6161864 fax 091 6164918 – 091 6169221
centrostudi.migrazioni@comune.palermo.it

ASSEMBLEA DELLE COMUNITA’ STRANIERE RESIDENTI IN CITTA’

VENERDI 26 SETTEMBRE 2008

AULA CONSILIARE – PALAZZO DELLE AQUILE

KARIBU, serata di beneficenza allo Spasimo di Palermo


domenica 14 settembre 2008

CIES, Centro Informazione e Educazione allo Sviluppoin collaborazione con “Voci dal Silenzio” e “Migra”indice la prima edizione del premio

Sono partito dall’altra parte del libro per incontrarti

Il concorso vuole valorizzare l’apporto letterario dei nuovi cittadini migranti ad una cultura comune e condivisa per l’infanzia e l’adolescenza. Il concorso vuole raccogliere opere (favole, racconti, storie illustrate e a fumetti) in un settore non ancora “frequentato” dagli scrittori migranti.Il premio, rivolto a migranti residenti in Italia, prevede la pubblicazione delle tre migliori opere che saranno giudicate da una giuria qualificata.Le opere vincitrici saranno presentate in un seminario finale a Roma e utilizzate in laboratori di lettura organizzati all’interno degli ospedali “Bambin Gesù” e “Sandro Pertini”, rivolti a minori ospedalizzati italiani e stranieri.Verranno inoltre realizzate presentazioni presso biblioteche comunali, associazioni, scuole. Le tre migliori opere (divise per fasce di età - dai tre ai sei anni; dai sette ai dieci anni; dagli undici ai quattordici anni) saranno pubblicate.I testi verranno pubblicati in italiano ed eventualmente con testo a fronte in lingua originale. Inoltre i migliori racconti saranno pubblicati sulla rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e sui siti della Agenzia “Migra” e di “Voci dal Silenzio”. Le opere dovranno essere INEDITEOgni partecipante può concorrere con un massimo di due racconti e ciascuno dovrà essere lungo dalle 2 alle 10 cartelle, circa 2000 battute a cartella nel caso di opere scritte.

Termine della presentazione: 20 novembre 2008
Per Informazioni: Maria Cristina Fernadez - Responsabile Centro Documentazione CIES
06/46207711 mcristina@cies.it
Pino Giordani Responsabile Eventi e Mostre CIES
06/77264611

E' migrante chi... di Caterina Famularo

E’ migrante chi viaggia per mare e per terre, lasciando non solo spazi e tempi quotidiani ma anche memorie, radici, legami, affetti, paure, ricordi di guerre, conflitti, miserie. E’ migrante chi parte da un luogo familiare, portandosi dietro la propria storia di vita, per arrivare in un posto sconosciuto, nel quale spera di poter trovare condizioni esistenziali più dignitose. E’ migrante chi elabora un progetto di cambiamento che, nella sua specificità, coinvolge ruoli, abitudini, relazioni, stili educativi; chi accetta il rischio di un processo transitorio che, nella maggior parte dei casi, conduce ad una delusione delle aspettative iniziali e a situazioni di disagio e disadattamento. E’ migrante chi è costretto ad affrontare la sfida del continuo riconoscimento del proprio “Sé” in contesti sociali e culturali completamente diversi. Migrante è anche Karim, un giovane marocchino di 26 anni, sbarcato a Lampedusa il 29 giugno del 2005. Karim vive a Palermo, lavora come elettricista, parla dodici lingue, frequenta un corso serale d’italiano, dipinge e scrive poesie. Ha voluto raccontare la sua storia di vita per lanciare un messaggio, tramite Punta Sottile, alla nostra isola e per rinnovare quel legame speciale che unisce ogni migrante alla terra d’approdo. Karim ha risposto alle mie domande parlando esclusivamente in italiano, nonostante la complessità della nostra lingua e le difficoltà che incontrano gli immigrati arabi nell’apprendimento di una lingua europea. Considerando la lunga durata dell’intervista, l’impegno, la fatica nell’esposizione orale e, soprattutto il rispetto che ha avuto nei confronti della nostra cultura, ho preferito lasciare la trascrizione dell’intervista nella sua forma originale, senza sottoporre il testo a correzioni o alterazioni, nell’intento anche di cogliere la spontaneità di pensieri e stati d’animo.

Chi era Karim prima di diventare un “immigrato irregolare”?
Karim è il mio vero nome, il cognome tu lo sai pure ma non posso metterlo sul giornale. Ero Karim in Marocco e sono Karim in Italia. Ho dato solo il cognome falso quando mi hanno trovato e ho detto che ero dell’Iraq e non del mio paese. Ho 26 anni, sono nato a Mohammedia in Marocco. La mia famiglia, che non vedo da tre anni, è numerosa. Ci sono i miei genitori, quattro sorelle e un fratello. Io sono il secondo di sei figli. Ho frequentato una scuola d’arte ma ho fatto solo due anni perché per proseguire ci volevano tanti soldi e non li avevo. Nel tempo libero mi piaceva imparare le lingue. Conosco 12 lingue. Oltre il francese, l’inglese, l’italiano, l’arabo, anche le lingue e i dialetti di molti paesi arabi e…il siciliano. La mia storia è diversa da quella degli altri perché chi viene dal Marocco non fugge per fame o per guerra ma lo fa per cambiare il modo di vivere, per cambiare cultura e stare meglio economicamente. Io, a dirti la verità, mi arrangiavo a lavorare, facevo l’elettricista ma nel mio paese non puoi realizzare i sogni, non puoi fare quello che vuoi perché lavori per un prezzo ma la vita costa in maniera diversa e alla fine lavori solo per mangiare e basta.

Com’è maturata la decisione di fuggire dalla tua terra? C’è stata un’occasione particolare? Qualcuno ti ha convinto? Raccontaci.
Un giorno è venuto un mio amico e mi ha detto che c’era uno che faceva lavori per portare la gente in Italia. Quest’uomo del Marocco aveva un altro amico in Libia che poteva fare qualcosa per organizzate il viaggio. Ci siamo messi d’accordo e abbiamo incontrato questa persona che mi ha detto subito che dovevo dargli tremila euro: mille euro a lui e duemila euro a quello che era in Libia. Per me tremila euro erano una cosa troppo grande. Io ho lavorato assai, tutta la vita, per trovare quei soldi: tutti i miei soldi, di mia madre, di mio padre, della mia famiglia. La mia famiglia era d’accordo ma solo perché a me quegli uomini avevano detto che il viaggio lo facevo con una nave e non con una piccola barca. Se sapevo che c’era quella barca non ci andavo in Libia. Comunque un venerdì mattina sono partito per la Libia. Abbiamo chiamato l’uomo del viaggio e ci ha detto di uscire perché ci aspettava fuori una macchina. Io ho anche pagato 120 euro per farmi riportare il mio passaporto in Marocco perché non lo potevo portare con me nel viaggio per l’Italia ma mi serviva per arrivare in Libia. Gli uomini che avevano organizzato il viaggio si dovevano interessare a riportarlo alla mia famiglia. Mi hanno portato in una casa dove c’erano tanti altri uomini che volevano fare il viaggio da clandestini. Per arrivare in quella casa a me e al mio amico ci hanno messo dentro il cofano della macchina perché non dovevamo vedere la strada. Lì non hai altra scelta. O fai così o perdi tutte cose..Nella casa mentre parlavamo è arrivata la polizia e ha cominciato a sparare addosso alle persone. Noi siamo scappati; poi i libici ci hanno fatto salire nelle loro macchine e ci hanno portato in un altro rifugio.

Quando hai conosciuto lo “scafista”, cioè l’uomo che avrebbe guidato la barca? Che promesse ti ha fatto e che indicazioni ti ha dato, a proposito del viaggio?
Nella casa, in quei giorni, è venuto un ragazzo egiziano che era quello che doveva guidare la barca e ha iniziato a parlare con noi. Ci ha detto che ognuno di noi doveva prendere due bottiglie d’acqua e le cose da mangiare. Ci ha detto: “Noi massimo 24 ore siamo a Lampedusa”. Ci ha anche detto che Lampedusa era la Sicilia, che noi dovevamo arrivare in Sicilia e non in una piccola isola. Poi ci ha raccomandato di dire nome falso e anche l’età, il cognome, la nazionalità, se qualcuno ci prendeva. E’ io, infatti, ho fatto così.

Quanti eravate sulla barca e di che nazionalità erano i tuoi compagni di viaggio?
Eravamo 152, marocchini, tunisini, del Bangladesh, del Sudan, egiziani, algerini e due filippini. Tanti giovani ma c’erano anche uomini di 45-50 anni. Non c’erano donne e bambini quella volta. Eravamo spaventati perché prima del nostro viaggio un barcone si era perso in mare ed erano morti tutti.

Raccontaci del tuo viaggio dalla Libia a Lampedusa.
Dopo quattro giorni chiusi in quelle case in Libia, siamo partiti il 23 giugno 2005, di notte, e siamo arrivati a Lampedusa il 29 giugno, dopo 6 giorni di navigazione. Prima di partire ci hanno detto di uscire dalla casa ad uno ad uno, con i sacchetti del cibo e dell’acqua in mano, ma la barca era molto lontana e io ho nuotato per tanti, tanti metri prima di arrivarci. Con me c’era pure un uomo che non vedeva bene ed è stato molto male. All’inizio, sulla barca, abbiamo parlato di chi aveva moglie o figli, di chi aveva lasciato qualcuno da qualche parte. Il secondo giorno di viaggio già è finito il mangiare e pure l’acqua. Si moriva di fame e di sete. Alcuni bevevano l’acqua del mare ma poi avevano ancora più sete. C’erano ragazzi che erano buttati in un angolo e non si potevamo muovere perché per la fame erano stati male, non avevano forza nemmeno di muovere le mani. Di notte si dormiva solo due o tre ore per paura che succedesse qualcosa. Mi ricordo una cosa. Dopo il secondo giorno, quando tutti stavano male, io rimanevo a guardare il mare e il cielo. A me piace molto l’arte e per non stare male passavo il tempo a guardare le cose belle della natura. Verso le sei del mattino, ho svegliato un amico che dormiva accanto a me e gli ho detto:”Guarda che bella immagine!”. Lui mi ha detto:”Ma come, noi stiamo morendo e tu pensi a guardare la bella immagine del mare e del cielo?”. Davanti a certe cose la paura si toglie perché io penso che ho solo due scelte: o muoio o arrivo a destinazione. Non hai altre scelte. Non puoi fare altro su quella barca. Davanti hai solo mare e cielo.

C’è stato un momento particolare in cui hai avuto paura di non arrivare a destinazione?
Sì, l’ultimo giorno, prima di arrivare a Lampedusa lo scafista ha perso la rotta per giungere in Italia. Lui non sapeva dove andava. Eravamo affamati e assetati. Abbiamo iniziato a capire che c’era veramente il rischio di morire in mare. Poi di mattina abbiamo visto un aereo che volava sopra di noi, forse per fare le fotografie alla barca. La metà di noi era felice perché, anche se ci prendevano, eravamo salvi. Poi è arrivata la Guardia Costiera. Hanno chiesto se qualcuno parlava in francese e ho risposto alle loro domande. Tanto ormai ci avevano trovato e dovevi rispondere. Mi hanno detto di dire a quelli che erano sulla barca di stare calmi e che dovevano solo portarci in un posto tranquillo e darci da mangiare, da bere e curare chi stava male. Intanto, quello che guidava la barca ha buttato il telefono e tutte le sue cose in mare e si è messo insieme a noi. Ci hanno chiesto chi era quello che guidava ma noi non abbiamo risposto. La Guardia Costiera ci ha trattato bene, io ricordo tutto, anche la loro faccia. Prima hanno curato quello che stava morendo di fame e di sete perché aveva bevuto troppa acqua di mare. Poi mi hanno dato cibo e acqua e io li ho divisi ai miei compagni. La barca l’hanno portata via con una corda e noi siamo andati con loro. Siamo arrivati a Lampedusa dopo circa 5 ore. Ci hanno fatto salire su un pulmino e ci hanno portato al centro di accoglienza.

Che ricordi hai della tua permanenza al Centro di Accoglienza di Lampedusa?
Siamo stati trattati bene, ci hanno dato cibo, acqua, sapone, shampoo, anche se il nostro pensiero era quello di scappare perché non sapevamo dove eravamo andati a finire; non pensavamo a dormire perché ne arrivavano tanti e non c’era posto per tutti. Noi non sapevamo che Lampedusa era un’isola così piccola e non potevi scappare. In questi giorni sono scappati due ragazzi marocchini ma l’indomani sono tornati soli perché non avevano dove andare. Al centro hanno anche rispettato la nostra religione perché noi musulmani preghiamo cinque volte al giorno. Ci hanno permesso di pregare tutti insieme in una zona libera del centro, una specie di spiazzale. Il giorno dopo ci hanno preso le impronte digitali. Ricordo che c’era anche una ragazza marocchina che lavorava al centro e comunicava con noi. Il terzo giorno hanno chiamato ventisei persone marocchine e ci hanno fatto partire in nave. Ognuno di noi aveva un panino e una bottiglia d’acqua. Siamo rimasti con un carabiniere che ci controllava. Però, cara amica, io ho anche un brutto ricordo del Centro. Ora ti spiego. Io avevo un bel regalo che mi aveva lasciato la mia ragazza marocchina: era una collana con la scritta “Allah”, che significa “In nome di Dio”; era di buon augurio per il mio viaggio. Me lo aveva dato il giorno prima che lasciassi il Marocco. Non so dove l’hanno portato. So solo che me l’hanno tolta e non me l’hanno più data. Io per questo sono arrabbiato, è l’unica cosa che mi ha fatto arrabbiare, era l’unica cosa che avevo con me, l’unico ricordo del mio paese, dei miei affetti e non è stato giusto togliere i ricordi alle persone.

Karim, in genere gli immigrati sperimentano forme identitarie così conflittuali da percepirsi come “identità sospese” tra due mondi: da una parte il desiderio di mantenere le caratteristiche culturali del proprio paese d’origine, dall’altra il bisogno di adeguarsi ai modelli sociali del paese ospitante. Quali sono i principali problemi che hanno ostacolato il tuo processo di integrazione nella nuova città?
Ti dico solo che i primi cinque giorni ho dormito fuori. Poi qualcuno mi ha fatto il favore di ospitarmi. Ho iniziato a cercare i marocchini che stavano a Palermo, per trovare un lavoro e un posto per dormire e solo loro mi hanno aiutato. Ho fatto tanti lavori, tutti onesti e mai cose illegali. Ora faccio il mio mestiere, l’elettricista, e prendo 600 euro al mese. Ho una casa e pago 250 euro di affitto. Il primo anno ho frequentato solo arabi e non parlavo italiano ma la lingua era un problema. Così ho deciso di iscrivermi ad un corso di italiano e continuo a frequentarlo. Lavoro e studio. A me non interessa quello che rimane a me del mio stipendio. Io mando anche i soldi in Marocco alla mia famiglia. Io sono felice quando mia madre mi dice che sta bene. Mi interessa solo questo.

Karim, cosa provi quando in TV osservi le immagini dei continui sbarchi a Lampedusa? Cosa pensi di tutti quegli uomini che hanno fatto e continuano a fare la tua stessa scelta di vita?
Quando in Tv guardo gli sbarchi penso che ancora ci sono centinaia di persone che stanno sbagliando. Questo è un errore non per noi ma perché qualcuno gioca con la nostra vita Ci prendono in giro, ci dicono che il viaggio serve per migliorare la nostra vita e invece quel viaggio la vita la fa rischiare. Ci dicono che si parte con le navi e non una piccola barca. La vita ha un valore e non si deve rischiare così. Tu rischi la vita per un futuro migliore ma se non arrivi alla fine di quel viaggio nemmeno la via peggiore puoi vivere. E’ vero pure che c’è gente che muore per la fame e per la guerra e vuole partire a tutti i costi perché è disperata ma non si può partire così. Devono essere informati su quello a cui vanno incontro. Ci vogliono, per esempio, volontari che spiegano, informano, cosa si potrebbe fare per arrivare nelle altre terre con aerei e navi ma per vie legali e non illegali. Io ho pagato 3000 euro per cambiare la mia vita ma non per buttarla via. Non è come quando sali su un aereo e tu puoi avere la disgrazia che l’aereo cade. Con una barca di quelle tu sei in mare e c’è solo mare, c’è sempre il rischio di morire.

Karim, per te è più difficile pensare al passato o al futuro?
A dirti la verità io al futuro non ci penso mai. Penso al presente, se mangio oggi e cosa posso fare oggi per mangiare domani. Al passato poi non ci voglio assolutamente pensare perché mi fa male. Io non ho dimenticato il mio passato, l’ho posato da una parte perché se lo riprendo io soffro. Non voglio soffrire ogni giorno. Non si tratta solo di una terra, di una cosa, si tratta di persone che non vedrai più a vita. E’ un dolore troppo grande da sopportare. Io non vedo la mia famiglia da tre anni. Io soffro ma non piango. Quando penso al mio passato o dipingo o scrivo per non piangere.

Cosa ti manca di più quando ripensi alla tua vita in Marocco?
Mi manca mia madre, anche mio padre e i fratelli ma la mamma è un’altra cosa. La chiamo ogni domenica. Con la mia famiglia ci sentiamo per telefono o via internet ma non ti basta mai.

In Marocco hai lasciato i tuoi affetti, le persone che hai amato e che non rivedrai mai più. Come vuoi essere ricordato dalla tua famiglia?
Io ho sofferto tanto perché ho sentito la mancanza di una madre che ho conosciuto solo da grande. Vorrei essere ricordato come quel bambino che è stato nel grembo di sua madre, che è cresciuto con sua madre e che non si è mai separato da lei.

Karim, in questo periodo si parla tanto di crimini violenti commessi da stranieri, in particolare albanesi e rumeni. Cosa provi quando gli immigrati vengono etichettati solo come “delinquenti”?
La brutta gente esiste in tutto il mondo. Dove c’è bene c’è il male. In tutto il mondo ci sono le persone brave e ci sono quelle che non sono brave, in Marocco, in America o in Italia. Io quando guardo il telegiornale italiano vedo che pure gli italiani uccidono i bambini, anche gli italiani uccidono le mogli. La cosa brutta non è la nazionalità di chi ha ucciso ma il fatto stesso che chi uccide non ha umanità, non ha i valori di vita, non ha rispetto degli altri. Non si deve cercare la differenza della nazionalità ma si deve prendere chi ha sbagliato e capire perché ha sbagliato. Chi sbaglia deve pagare. Non dobbiamo metterlo un anno in galera e poi farlo uscire subito perché quando esce fa altro male. Quando uno paga l’errore poi non lo commette più perché si ha paura di essere punito di nuovo, ma se non viene punito il colpevole continuerà a fare male.

Karim, hai scritto molte poesie ma so che la tua poesia preferita è proprio quella dedicata a Lampedusa e al tuo viaggio in mare…
Sì, io non posso mai tornare a Lampedusa e in un nessun altro posto perché non ho documenti ma io ho Lampedusa nel cuore, sempre. Il titolo che ho dato a questa poesia è “Ricordami” perché so che Lampedusa non può ricordare tutti quelli che sbarcano invece ognuno di noi la ricorda sempre. Io ti dono questa poesia per portarla nella tua terra e dirle: “Ricordati di Karim”.

Grazie Karim, Lampedusa si ricorderà sicuramente di te perché, come direbbe il grande Maestro Claudio Baglioni, “Nessun uomo è un’isola e ogni respiro è un uomo”.

Ricordami(dedicata a Lampedusa)

Ricordami,
sei stata la mia seconda terra
dopo tutta la fatica
dopo il lungo viaggio.
Rimani sempre nel mio pensiero,
tu sei stata la mia finestra
per vedere il futuro.
Per te, io sono rimasto solo,
senza famiglia.
Io mi addoloro ogni giorno.
Sopporto la sofferenza
Per il tuo amore.
Aspetto ogni tramonto del sole
Per rivederti di nuovo.
Ricordami e arrivederci
al giorno in cui tu vorrai.
Forse il sole tramonterà
e sorgerà di nuovo più volte
ed io continuerò ad amarti
o forse tramonterà senza più risorgere
ma lo stesso farò uscire dal mio cuore
tutto il amore per te.

(scritta da Karim, giovane marocchino sbarcato a Lampedusa il 29/6/2005, tradotta dall’arabo all’italiano dallo stesso autore)

Fonte: Punta sottile e Nostalgia, rivista elettronica di Asma Gherib

L'interculturalità fra il disagio esistenziale e l'estraneità, di Asma Gherib

Non vi è spazio per il dialogo interculturale senza differenze e diversità.

Il vero dialogo è quello che accade

tra più parti di culture diverse e opinioni differenti,

altrimenti non avrà senso alcuno

dialogare solo con quelli che la pensano come me!

(Asma Gherib)

Vai al blog di Asma Gherib
e leggi tutto l'articolo

sabato 13 settembre 2008

Opera Evento d'Arte Partecipata "Tessere Pace"

Comune di Roma People for Peace Comune di Chieri (Torino)

“TESSERE PACE”
Opera Evento d’Arte Partecipata
di Giustino Caposciutti
ROMA – MUNICIPIO 3 - P.zza S. LORENZO 1/10/08 ore 21,00-23
Si tratta di realizzare un’opera d’arte a mosaico, tessuto con la partecipazione di 100 cittadini.
Il titolo si riferisce alla parola “Tessere” intesa come verbo ma anche come sostantivo, tessere come elementi di un mosaico.
L’evento si propone di Tessere insieme una città, nelle sue persone ed attività.
Tessere insieme relazioni, tensioni ed aspirazioni, sentimenti e stati d’animo.
Tessere per integrare, armonizzare differenze, distanze, capacità, culture.
Tessere ma non solo, anche de-tessere, de-costruire per conoscere, penetrare nell’intimità della tela, scoprirne i segreti più reconditi, liberarne le potenzialità innate. De-tessere come metafora del conoscere se stessi che non è altro che un viaggio a ritroso, un disfare, uno svelare e uno scoprire ciò che già è insito nella nostra natura.
La Pace, vista secondo gli insegnamenti di Prem Rawat, non è assenza di guerra ma soprattutto anelito e bisogno individuale, presa di coscienza che invita alla scoperta della pace in se stessi, e che soltanto così potrà diventare vera ed efficace anche all’esterno.

Dal punto di vista pratico l’evento può svolgersi secondo le seguenti modalità:
da domenica 28 a martedì 30 settembre in piazza San Lorenzo, 100 persone saranno invitate a riflettere sul tema della Pace e ad elaborare a proprio piacimento un quadrato di tela per esempio dipingendolo o attaccandoci foto, collages o in altro modo. Il quadrato è parte di una striscia di circa 3 metri che viene opportunamente de-tessuta.
Martedì 30 settembre prove del Telaio Vivente
Da ciò si arriva al momento finale, di mercoledì 1 ottobre;
1 - le strisce che sfilano una ad una per le vie del quartiere, portate dalle “Trame” e dagli “Orditi”. (circa 50 Figuranti in costume)
2 –La tessitura delle strisce, in Piazza San Lorenzo in modo da comporre l’opera finale. Questa non sarà però una tessitura “normale” ma speciale, straordinaria. Verrà fatta con un Telaio Vivente in cui i figuranti interpreteranno i vari componenti di un telaio (trame, orditi, spolette, pettini, licci) ed attraverso i movimenti dei loro corpi tesseranno le strisce.
Sfilata e tessitura saranno accompagnate da un gruppo musicale (percussioni?)

Il risultato finale sarà di una grande opera d’arte (cm. 320x320) ove le 100 tessere realizzate da altrettante persone si intrecceranno in una sinfonia di colori, segni, volumi e forme a rappresentare un momento storico della città.

Il telaio vivente, le “trame”, gli “orditi” della sfilata, sono tutti vestiti con i costumi ideati da G. Caposciutti, realizzati su tela bandera de-tessuta e dipinta a testimonianza che questa tela meravigliosa inventata a Chieri nel medioevo può essere utilizzata in modi nuovi e diversi rispetto al classico uso del ricamo bandera.

Giustino Caposciutti

Piazza della Consolata 5 – 10122 Torino
Email: gius.tino@email.it

Tel. 0114368909 cell. 3392031268

lunedì 1 settembre 2008

Festa e corteo Indù per le strade di Palermo

L'associazione culturale internazionale "Recupero oriente indù missionario" e la comunità Tamil di Palermo, promuovono per mercoledì 3 settembre una festa religiosa induista col supporto organizzativo dell'Amministrazione comunale. Il corteo religioso, dedicato alla pace nel mondo, prenderà il via, alle 18, dal luogo di culto Indù di via Enrico Fermi 59 e attraverserà alcune vie della città. "La festa del 3 settembre è una delle più importanti della cultura indù - sottolinea Roberto Mazzarella, responsabile del Centro studi e documentazione sulle migrazioni del Comune di Palermo - e cade nel quarto giorno di luna crescente del mese di bhadrapada (agosto- settembre). La festa è dedicata a Ganesha, divinità molto popolare. Infatti è il Dio che rimuove tutti gli ostacoli e che viene invocato prima di iniziare qualsiasi attività, rito o lavoro".

Fonte: Ufficio stampa Comune di Palermo, 1/9/2008

domenica 20 luglio 2008

Ricordo di Falcone e Borsellino

il testo scritto da maresciallo dei carabinieri
L'INNO DEL RICORDO a Falcone e Borsellino


CIAO PAOLO
lettera di Emiliano Morrone al giudice Borsellino


sabato 19 luglio 2008

Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa’ voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via;
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrìgoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se no li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
Fa’ voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa’ scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città dell’Egitto,
a imparare e imparare dai sapienti.
Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.
E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

Costantino Kavafis
(traduzione di Filippo Maria Pontani)

mercoledì 16 luglio 2008

XXIII Festival del Cinema latinoamericano di Trieste

XXIII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANO
Trieste, 11/19 ottobre 2008 - Cinema Teatro Miela

COMUNICATO STAMPA N° 1
XXIII Festival del Cinema Latino Americano (Trieste, 11-19 ottobre): aperte le iscrizioni
Sono aperte le iscrizioni al XXIII Festival del Cinema Latino Americano, la più vasta Mostraeuropea sulla produzione cinematografica, video e televisiva del continente latino. Il Festival si terrà a Trieste dall'11 al 19 ottobre, al Teatro Miela, dove verranno presentati oltre 160 tra film e documentari sulla realtà culturale, artistica, storica e sociale dell'America latina. Il Festival è organizzato dall'APCLAI (Associazione per la Promozione della Cultura Latino Americana in Italia), con la collaborazione di varie istituzioni pubbliche e private italiane, d'Europa e dell'America latina. Le schede d'iscrizione per proporre film e video sono scaricabili dal sito web del Festival di Trieste, all'indirizzo: www.cinelatinotrieste.org. Informazioni all'e-mail apclai@yahoo.it

COMUNICADO DE PRENSA N° 1
XXIII Festival de Cine Latino Americano:(Trieste, 11-19 de Octubre): abiertas las Inscripciones
Están abiertas las inscripciones para participar al XXIII Festival del Cinema Latino Americano, la más vasta Muestra europea sobre la producción cinematográfica, video y televisiva del continente latino. Il Festival se realizará en Trieste desde 11 al 19 de Octubre, en el Teatro Miela, donde serán presentadas más de 160 obras:largometrajes, documentales, cortos y cine de animación sobre la realidad cultural, artística, histórica y social de América Latina. El Festival es organizado por la APCLAI (Asociación para la Promoción de la Cultura Latino Americana en Italia), con la colaboración de instituciones públicas y privadas de Italia, Europa y América Latina. Las fichas de inscripción para proponer film y videos se pueden descargar en el sito web del Festival: www.cinelatinotrieste.org. Informaciones al correo electrónico: apclai@yahoo.it

INFORMAZIONI / INFORMACIONES:
Direzione / Dirección: Rodrigo Diaz – cell. (+39)347.2364535 - e-mail: apclai@yahoo.it
Organizzazione / Organización: APCLAI - via Massari n. 3/14, 30175 Venezia - tel. 041.5382371 – fax: 041.932286 - cell. 347.236 45 35 – e.mail: latinotrieste@yahoo.com
– web: www.cinelatinotrieste.org Ufficio Stampa / Oficina de Prensa: Maurizio Bekar – www.bekar.net, via Pauliana n. 10, 34134 Trieste - tel. 040/421591; fax 02/700.406.766; cell.340/60.23.063; e-mail: info.bekar.net@gmail.com UFFICIO STAMPA: WWW.BEKAR.NET Maurizio Bekar, via Pauliana 10, 34134 Trieste - ITALY tel. 040/421591 - fax 02/700.406.766 - cell. 340/60.23.063 e-mail: info.bekar.net@gmail.com - bekar.net@operamail.com website: www.bekar.net

martedì 15 luglio 2008

Il fenomeno demografico dell'immigrazione in Italia: qualche dato

(10/07/08) Sono quasi 3 milioni, circa 129.000 in più rispetto allo scorso anno, gli immigrati con regolare permesso di soggiorno in Italia, in base ai dati forniti dal Primo Rapporto sull’immigrazione del Ministero dell’Interno. Il Rapporto, insieme al Dossier annuale curato da Caritas/Migrantes è uno dei più validi strumenti per controllare il fenomeno demografico dell’immigrazione, con dati e stime che pochi italiani conoscono.

Italia: paese di forte immigrazione? - Secondo il 17° Dossier Immigrazione Caritas/Migrantes, che si basa sui dati riferiti all’anno 2006, l’Italia risulta essere tra i primi 5 paesi di immigrazione europei dopo Germania, Spagna, Francia e Regno Unito, con una crescita di 2,3 milioni di presenze rispetto all’anno precedente. Tale crescita viene registrata con una percentuale che si attesta al 5% anche dal Rapporto sull’immigrazione curato da Marzio Barbagli dell’Università di Bologna per il Ministero dell’Interno. Tuttavia il Rapporto presenta dati diversi dal Dossier per quanto riguarda la quota di stranieri in Italia e la sua posizione rispetto al resto dell’Europa. In base al Rapporto, infatti, l’Italia nel 2007 registra una quota di stranieri inferiore a Germania, Belgio, Danimarca e Norvegia e la presenza straniera è tutto sommato contenuta e di gran lunga inferiore rispetto a quella dei paesi storici di immigrazione. Le differenze tra i due documenti sono forse dovute alla diversa metodologia usata per conteggiare tale fenomeno. Il Rapporto si basa infatti sulla quota di stranieri e di stranieri nati all’estero sul totale dei residenti, indicatori non perfetti, ma validi per dimostrare che l’Italia, nonostante tutto, non è tra i paesi con il più alto tasso di immigrazione. Invece il Dossier si basa sui permessi di soggiorno rilasciati dal Ministero e sulle stime fatte da Caritas/Migrantes.
Differenze tra nord e sud - Tuttavia bisogna considerare anche un altro aspetto, ovvero la profonda differenza tra nord e sud d’Italia. Se è vero infatti che nel 2007 la crescita del numero di stranieri in tutta Italia è del 5%, la quota scende al 1,6% per quanto riguarda il sud, mentre sale al 6,8% per le regioni di centro-nord – una quota uguale più o meno a quella di altri paesi di immigrazione come la Francia, la Svezia, la Danimarca, l’Irlanda e i Paesi Bassi. E nello specifico è la Lombardia la regione con il più alto numero di stranieri - ¼ della popolazione straniera in Italia - seguita da Veneto, Lazio ed Emilia Romagna. Quindi non si tratta di Stato, ma di regioni ad alto tasso di immigrazione.
Gli immigrati in Italia- Sempre in base al rapporto il ciclo migratorio in Italia ha avuto inizio più o meno verso la fine degli anni ’90 e riguardava in quegli anni soprattutto uomini, soli, in cerca di lavoro. Lo squilibrio tra i sessi è andato progressivamente diminuendo anche a causa del crescente aumento di ricongiungimenti familiari e nel 2006/2007 si è assistito ad un’inversione di tendenza con una maggioranza di donne straniere. Altro dato significativo, la percentuale dei minori stranieri residenti in Italia: ¼ sul totale degli stranieri e questo dimostra come l’immigrazione anche nel nostro paese si stia stabilizzando. Come indica anche il Dossier Caritas/Migrantes l’Italia registra un forte numero di immigrati comunitari: con l’ingresso nell’Unione europea del 2007 da parte di Romania e Bulgaria, molte operazioni, dal lavoro al voto, sono risultate più semplici per i nuovi comunitari. Così, in base ai dati Istat riportati dal Rapporto, emerge la forte presenza di romeni (342.000 persone) - mentre secondo Caritas/migrantes la quota raggiungerebbe addirittura le 600.000 presenze. Ma il primato spetta ad albanesi (375.000), e marocchini (342.000), seguiti, dopo i romeni, da cinesi, ucraini (che negli ultimi 4 anni sono aumentati notevolmente, anzi; aumentate, vista la notevole percentuale di donne) - e filippini (comunità quest’ultima radicata da più anni, considerando che la maggioranza di loro in Italia ha più di 45 anni). Ovviamente la concentrazione di diverse nazionalità differisce da regione a regione: se polacchi e filippini vivono soprattutto nel centro Italia, gli abitanti della ex-Yugoslavia al nord ovest – soprattutto per ragioni di vicinanza, gli ecuadoriani risedono al nord; mentre tunisini ed ucraini sembrano le popolazioni meglio distribuite sul territorio italiano, registrando una forte presenza anche al sud e nelle isole. Che colma almeno in parte il grande disequilibrio tra nord e sud Italia.

Fonte: Primo Rapporto sugli immigrati in ItaliaGuida per l´informazione sociale (2008)

(Francesca Mezzadri)

giovedì 3 luglio 2008

Corleone: la città che ha portato la Pace nel cuore


Prem Rawat parla in piazza Falcone e Borsellino a Corleone il 2 luglio 2008

Fonte: Città nuove Corleone, il giornale on-line della zona corleonese, giovedì 3 luglio 2008

Nel pomeriggio di ieri 2 luglio Prem Rawat è stato a Corleone, dove alle ore 18.00 è stato ricevuto dal Consiglio Comunale per ricevere la cittadinanza onoraria. Alle 19.00 ha poi tenuto la sua conferenza in piazza Falcone e Borsellino. Per questa particolare occasione sono giunti i messaggi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e del presidente del Senato, Renato Schifani. Ha scritto il Presidente Giorgio Napolitano: «Ho appreso con sincero compiacimento che la manifestazione "Pace un messaggio senza confini" ha suscitato interesse in Sicilia. Merita vivo apprezzamento la sensibilità mostrata dalla Ammininistrazione Comunale per una iniziativa volta a promuovere la sensibilità e l'impegno di ogni persona verso il grande tema della pace, e favorire un coerente impegno verso i valori della libertà e della dignità dell'uomo. Rivolgo pertanto il sincero augurio di un nuovo e meritato successo».
Ha scritto Schifani: «Mi preme esprimere tutto il mio apprezzamento per la vostra iniziativa. Consapevole di quando sia importante porre l'attenzione di tutti noi sui temi della pace, della solidarietà e del dialogo tra i popoli, e per aver dato vita all'associazione Percorsi, con l'obiettivo di promuovere la cultura della pace attraverso momenti di approfondimento e confronto in varie città Italiane. Rammaricandomi di non poter essere presente, auguro pieno successo all'iniziativa e invio a tutti gli intervenuti i miei più cordiali saluti.
Prem Rawat, conosciuto anche con il titolo onorifico di Maharaji, ha detto: «È necessario che la pace si manifesti nella vita di ogni persona. Fra tutte le cose che abbiamo provato in questo mondo, ce n'è una alla quale non abbiamo mai dato alcuna possibilità, ed è la pace. Se davvero vogliamo sperare in qualcosa, allora, nel nostro cuore, magari possiamo sperare che nella nostra vita ci sia pace. La pace che stiamo cercando è dentro di noi. È nel cuore, sta aspettando solo di essere sentita. Non è il mondo che ha bisogno di pace, ma le persone».
Prem Rawat ha presentato il suo messaggio a più di 9 milioni di persone, in oltre 250 città di 50 nazioni nel mondo.
Ha costituito la Fondazione che porta il suo nome, promuovendo numerosissime attività a favore della pace e delle azioni umanitarie, intervenendo, tra l’altro, in India, Filippine, Indonesia, Africa, Pakistan e per aiutare le vittime dello Tsunami.
“Percorsi” è un’associazione italiana senza scopo di lucro, costituita nel 2004 da parlamentari, ex parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, della società civile e della cultura con l’intento di portare l’attenzione sul tema della pace e della dignità umana nelle sedi istituzionali e culturali del paese. Pace vista non soltanto come condizione politica tra le nazioni ma anche e soprattutto come bisogno e responsabilità individuali.
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Diario di viaggio: Palermo-Corleone, 2 luglio 2008
di Tindara Ignazzitto
ore 17.30
Arrivo da Palermo sull'autobus numero 8 partito da piazza Politeama intorno alle 16 insieme ad altri nove noleggiati per l'occasione.
Mi fa piacere fare il viaggio in autobus, nonostante il mio amico Paolo mi abbia invitata ad andarci in macchina insieme a lui e al suo amico Giovanni. Voglio vivermi il viaggio come tutti gli altri, venuti da altre regioni d'Italia e del mondo, come se fosse un vero viaggio, con una partenza e una méta da raggiungere con trepidazione e curiosità.
Il viaggio è piacevole. Accanto a me alcuni amici con cui chiacchiero e scatto foto di un paesaggio incredibilmente bello che vedo per la prima volta.

Non ricordo di esserci mai stata prima a Corleone. Forse l'ho attraversata in fretta solo una volta; in compenso, i miei studenti stranieri - a cui insegno la lingua italiana - me ne parlano sempre. Loro ci vanno perché ne hanno sentito parlare: Corleone è un mito, un mito forse al contrario, ma pur sempre un luogo mitico che evoca strani pensieri e strane storie, oltre che curiosità.
Oggi, però, a Corleone si respira un aria festosa. Arrivati a destinazione, la piazza Falcone e Borsellino è già pronta per la conferenza che Prem Rawat terrà alle 19.



Prem Rawat riceverà oggi dal sindaco di questa piccola cittadina dell'entroterra siciliano, Nino Jannazzo, la cittadinanza onoraria. Per me, siciliana di nascita ma cittadina del mondo, è una sensazione particolarissima: conosco
Prem Rawat e i suoi insegnamenti da 15 anni e mi sono sempre spostata io da qualche parte nel mondo per sentirlo parlare di persona. Oggi è lui qui, nella terra in cui sono nata, ed è una cosa che stento a credere: evidentemente, la Sicilia - e Prem Rawat - hanno ancora la capacità di stupirmi! Forse ho anch'io una piccola parte in tutto questo: forse lo stupore di oggi dipende in buona parte anche da me, che sono ancora capace di stupirmi.

ore 18.00
E' presto per restare nella piazza sotto il sole ancora alto. Decidiamo di fare un giro in paese. E' duro percorrere il breve tratto che ci separa dalla piazza del Municipio: ad ogni passo, facce che conosciamo, amici che io non vedo da anni, e che sono qui oggi per ascoltare un messaggio che dice al mondo quanto sia possibile realizzare la pace; anche in questa piccola cittadina tristemente famosa per qualcosa che è tutto il contrario della pace, ma il cui nome dolcissimo evoca amore e coraggio: cuor di leone.


Portale del Municipio di Corleone: un leone tiene in mano un cuore

ore 18.30
Nella piazza antistante del Municipio, una trentina di persone convenute lì come noi, con fare discreto e in un silenzio quasi inverosimile, attendono che arrivi Prem Rawat. Intanto guardano, chiacchierano con la gente del posto, fanno conoscenza con loro.
In un punto della piazza, il busto di
Placido Rizzotto, il sindacalista corleonese ucciso dalla mafia, sembra vegliare e attendere anche lui. Incollata all'effige di bronzo, un foglietto scritto a mano dice: Dedicato a Placido Rizzotto. La mafia, usata ormai come stereotipo per tutta l'Italia sembra diventata invincibile e indistruttibile, una multinazionale del crimine. Di persone che l'hanno combattuta ce ne sono state tante, e ce l'avrebbe se fossero state aiutate dalle istituzioni ma, come dicono alcuni, è più importante la poltrona di un politico che una vita umana. Ci sono stati uomini che hanno lasciato un segno, come Placido Rizzotto. Lui ha dato la sua vita per togliere il marcio che la mafia ha lasciato passo dopo passo. Ha combattutto per i diritti dei contadini che subirono violenze dai mafiosi, perché la mafia non è un datore di lavoro onesto come molti sostengono, ma è solo una fonte di violenza contro l'onestà."


Finalmente arriva Prem Rawat:

E' la prima volta che lo vedo arrivare ad una conferenza da così vicino. L'emozione è forte, come quella che ho provato al Teatro Massimo due giorni prima, quando ha fatto ingresso nel teatro in occasione della prima delle due conferenze dallo stesso titolo, le prime in assoluto che Prem Rawat abbia mai tenuto in Sicilia e in tutto il Sud d'Italia.
Sentirlo parlare mi dà sempre una certa emozione: non ho mai sentito un altro essere umano parlare negli stessi termini in cui parla Prem Rawat, sin dal primo momento, con la stessa semplicità e, allo stesso tempo, con la stessa forza e coerenza. Aderisco pienamente ad ogni suo pensiero, non ciecamente né con spirito di emulazione: mi reputo una persona sufficientemente intelligente e capace di pensare con la mia testa per avere paura di essere daccordo con i suoi insegnamenti e il suo modo di intendere la vita. E riconosco che averlo conosciuto mi ha permesso di ri-conoscere e godere pienamente della mia esistenza.
Non nascondo che mi piacerebbe poter entrare nell'edificio insieme a lui; non nascondo che mi piacerebbe sentirlo parlare, vedere cosa succede là dentro. E, in effetti, di tanto in tanto, si sentono degli applausi. Noi, intanto, continuiamo ad aspettare... in silenzio.
Ma ecco scendere Pino Maniaci, il giornalista e fondatore di Telejato balzato recentemente agli onori della cronaca per essere stato picchiato a causa delle denunce fatte ad alcuni boss mafiosi di Partinico



Questo video su Youtube contiene un'intervista a Pino Maniaci
Questo video su Arcoiris racconta alcuni pezzi della vita di Telejato

Io non conosco Pino personalmente, ma quando lo vedo, mi avvicino immediatamente, quasi d'istinto, e gli chiedo se l'intervista al consigliere comunale di Corleone Giuseppe Cardella, andata in onda qualche minuto prima in piazza Falcone e Borsellino, sia già disponibile on-line sul sito di Telejato. Pino è molto gentile ed affabile; scambiamo velocemente quattro chiacchiere, poi mi conduce insieme a lui, sua moglie e sua figlia Letizia a prendere un caffè al bar di fronte. Io tentenno: non vorrei perdermi l'uscita di Prem Rawat. Lui, sicuro di sé, mi assicura che per adesso non verrà fuori nessuno e che, se voglio, posso salire poi insieme a loro. Questo, decisamente, non me l'aspettavo! Quasi quasi accetterei... ma non darò fastidio? Se vuoi fargli un'intervista, posso tradurre. Prem Rawat parla inglese, gli propongo io, quasi per dare a me stessa una giustificazione della mia presenza in quel luogo in cui non sono stata invitata.
Prendiamo il caffé. Gli racconto quello che faccio nella vita; lui mi chiede se so dell'iniziativa
Siamo tutti Pino Maniaci e mi chiede se non mi andrebbe di leggere anch'io un telegiornale di Telejato, come stanno già facendo tante persone - tra cui noti esponenti politici, di associazioni anti-racket come LiberoFuturo e Addiopizzo, e della società civile - per solidarietà nei suoi confronti.
Prima di andare su per le scale del Municipio, il cuore mi batte forte. So che gli amici della piazza mi stanno guardando e, forse, si stanno domandando dove diavolo io stia andando con quell'uomo... Per la verità, mi sento un pò frastornata anch'io... Sono un'intrusa...
Poi, improvvisamente, penso: Io, un'intrusa? E perché mai dovrei sentirmi un'intrusa? Sono qui nella mia terra, e forse per la prima volta nella mia vita, mi sento siciliana... Nessuno dei miei amici nella piazza, forse, conosce Pino Maniaci. Io sì, perché sono siciliana, come lui. E come lui vivo su questa terra, ne respiro l'aria ogni giorno, ne ascolto gli echi riverberare intorno a me ogni giorno... Io, un'intrusa? Per la prima volta in vita mia - giuro - mi sento siciliana. Grazie Prem Rawat, perché oggi la cittadinanza l'hai data tu a me...

ore 19.30 circa
Dopo aver tenuto un breve ma intenso discorso nella sala del consiglio comunale di Corleone allo stesso consiglio, ad atri 4-5 sindaci di cittadine limitrofe invitati per l'occasione, rappresentanti della stampa e qualche altro ospite, Prem Rawat viene accompagnato in corteo in piazza Falcone e Borsellino, dove già lo stanno aspettando in tantissimi.


Prem Rawat, cittadino onorario di Corleone, diventa siciliano (come me;-)

Alcuni estratti del discorso tenuto da Prem Rawat in piazza Falcone e Borsellino (e da me stessa appuntati)

Grazie Capitano: attendo anch'io di sentirLa parlare, Capitano, perché accenda ancora quella lampada che ha acceso al Teatro Massimo. E La ringrazio anche di aver parlato prima di tutto all'uomo Nino Jannazzo. (Antonio Jannazzo, sindaco di Corleone)

Credo che Corleone debba smettere di fare riferimento al passato e, da oggi, guardarsi come la città che ha accettato la Pace.

Che cosa praticate di più? Perché è nella cosa che praticate di più che diventerete veramente abili. Sta a voi. A noi, la scelta. Io non sono venuto qui da leader, ma come essere umano che ha la stessa vostra sete, il vostro stesso sogno. Noi, la gente, le persone, possiamo fare la differenza sulla Pace in questo mondo. Abbiamo fatto affidamento sulle istituzioni. Ma sentire la Pace dentro di noi, questa è una questione "nostra", non delle istituzioni.

La buona notizia è che nel 2008 il desiderio di Pace non è morto.

Cos'è la Pace? Assenza di guerra? A differenze delle nuvole che sono originate da qualcos'altro, le guerre, da cosa sono originate? Dagli esseri umani.

La guerra non è soltanto un uomo con la pistola... è nella mente delle persone. Si pensa che basti eliminare le armi. E invece: che cosa ci vuole? Gentilezza.

C'è un detto: se sei forte, dovresti anche essere gentile. Se sei intelligente, dovresti anche essere semplice. Se sei ricco, dovresti anche essere umile.

Guardate verso voi stessi, non soltanto per cercare delle colpe, ma anche delle risposte. Se cerchi la Pace, guarda dentro te stesso, perché essa risiede dentro di te... Semplicemente, comincia a pensare. Just start to think. L'atteggiamento che deve cambiare è: LA PACE E' POSSIBILE OPPURE NO? Io non posso rispondere per voi; io, per me, ho già deciso. Quando tornerete a casa, forse penserete: "Uhm... La Pace? Dentro di me?!?!" Rifletteteci.

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ci è già stato dato. Sono coloro che credono, non coloro che non credono, che fanno la differenza. Come la luce ed il buio: l'una appare e l'altro sparisce.

Anche i prigionieri chiusi in una prigione possono sentire la Pace di cui io parlo. C'è una dimensione dentro di noi che è molto di più di ciò che appare all'esterno.

Corleone: la città che ha portato la Pace nel cuore

Per saperne di più su Prem Rawat e la Fondazione che porta il suo nome

Per altri articoli sulla manifestazione di Corleone

Una breve cronaca della manifestazione in spagnolo

Articolo su Dialogos, sezione ARCI di Corleone

Questa triste deriva, quest´inverno italiano che avanza. Oggi inizia l´estate. Evviva.

Roma - C´è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romana si diverte a Trastevere il venerdì sera. L´ora dell´aperitivo. Le vie attorno a piazza Trilussa gremite di persone.. Cinque o sei bancarelle di venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio di orecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti di sorpresa. Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionetta vuota che ha tutta l´impressione di dover essere riempita. È la prima operazione contro i venditori ambulanti dopo l´entrata in vigore del decreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia di ordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è curiosità, la mia. È un istinto di controllo.
I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente nei lenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per il braccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione, fuorché l´istinto di scappare. È ammutolito. Un donnone africano, del Togo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l´agente raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gli orecchini e le collane che vendeva. «Fammi mettere nella borsa, almeno!» dice all´agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il mio permesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? - dice - non stavo facendo nulla di male». All´agente scappa un sorriso, forse un po´ amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuova legge. Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un modo di fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall´agente, che se ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «E muoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le sue cose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancione e con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando con l´orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantiene l´ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «Da Napoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non mi serve più, stasera».
Due metri più distante due ragazzini italiani, con il loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devono sbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate. Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce. La ragazza raduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito, terrorizzato, e inizia a parlare nervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo, lasciatemi andare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde un agente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono di Roma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo che a quelli lì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore in borghese che è lì a dirigere l´intera operazione. «Dottò, Capitano, Maresciallo, giuro che non lo farò mai più...». Si sbraccia, sembra un bambino appena messo in punizione dalla mamma. L´uomo in borghese si mostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli una lezione, e appena gli altri fermati - 7 persone, tutte straniere - non sono più a vista, lo lascia andare.
A operazione conclusa vado dal signore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistito alla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. La risposta è eloquente. «Portatelo via, identificatelo, e controllate - aggiunge guardandomi negli occhi - perché ha l´alito che puzza di birra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata di traverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancora reato, comunque. Mi portano in due verso il ducato dove sono radunati gli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era mai successo, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo per adesso è nell´elenco dei fermati» dice l´uomo alla mia destra, anche lui in borghese, ad un collega. Spalle alla camionetta, mani fuori dalle tasche, cellulare sequestrato. «Perché avete fermato solo gli stranieri?». L´uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva da destra, mi risponde, anche se - dice - non sarebbe tenuto: «perché questi sono tutti irregolari». Balle, ho visto con i miei occhi la donna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto, prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che non avevi proprio nient´altro di meglio da fare», dice con sprezzo uno degli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta». L´uomo in rosa, che ha la mia carta d´identità e sta scandendo il mio nomeper radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quanto pare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, e infatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza a me dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione». Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l´uomo in borghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovere identificarsi. Un altro poliziotto - ma quanti ne ho attorno, quattro, cinque? - mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza, è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente, chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge: «certo, se lo vuoi mettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa si farebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava, in effetti.
Interrompe la discussione l´uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno di andare da lui. «Vuoi andare?» «Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito - si spiega - hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?». «Non sono stupido, so quello che mi sta dicendo, ma io voglio la mia risposta». Mi accompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa. Davanti a me l´uomo che comanda l´operazione, quello dell´alito puzzolente. Mi chiedo se tornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro il suo è molto più duro. Aspetto ancora in piazza, osservo l´operazione concludersi, fino all´istante i cui gli immigrati vengono caricati sul furgone che si mischia al traffico del lungotevere.
Non c´è altro da fare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa triste deriva, quest´inverno italiano che avanza. Oggi inizia l´estate. Evviva.

Luca Trinchieri
luca.trinchieri@ yahoo.it
Roma

Fonte: Quotidiano Liberazione del 21 giugno 2008