Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

Visualizzazione post con etichetta rivolta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rivolta. Mostra tutti i post

venerdì 20 maggio 2011

31 maggio, Palermo: Le rivolte arabe e la crisi dell'Europa (e la Sicilia?)

Istituto Gramsci Siciliano onlus

Osservatorio siciliano per la democrazia

“soli nel gorgo di sfide incontrollabili” da LIMES 2/2011




Le rivolte arabe e la crisi dell’Europa
(e la Sicilia?)

MEDITERRANEO

IN RIVOLUZIONE

Incontro con Lucio Caracciolo

intervengono

Vittoria Alliata, Michele Figurelli, Giovanni Ruffino

coordina Salvatore Nicosia

martedì 31 maggio ore 16.30

Steri di Palermo – Sala delle Capriate

piazza Marina 61 Palermo


mercoledì 30 marzo 2011

1 aprile, Palermo: Libia, oltre il petrolio. Le ragioni di un popolo in lotta


Venerdì 1 aprile - ore 18.30

Laboratorio Zeta

Via Boito 7

il Forum Antirazzista di Palermo

presenta

Libia, oltre il petrolio:le ragioni di un popolo in lotta

Tommaso Baris, Laboratorio Zeta
Introduzione

Igor Cherstich, antropologo – SOAS, LondraLe tribù in Libia

Proiezione di un video di testimonianza sulla lotta libica

Francesca Di Pasquale, ex archivista presso l’Archivio nazionale libico, Tripoli:
L'Occidente a Tripoli

Carlo Giordano, ex docente presso l’Università di MisrataMisrata: dalla noia alla rivolta

Federico Salvaggio, ex docente presso l’Università Garyounis, Bengasi:
Religione e regime a Bengasi



domenica 6 marzo 2011

8 marzo, Palermo: Dibattito pubblico "Quali speranze e quali ostacoli le rivolte libica e tunisina portano in sé?"

Martedi 8 Marzo 2011

alle ore 19,30

in via Schioppettieri 8

(traversa di corso Vittorio Emanuele al semaforo con via Roma)

presso il circolo "Left"



Quali speranze e quali ostacoli
le rivolte libica e tunisina portano in sé?

Incontro di approfondimento sulla situazione libica con Farid Adly, giornalista libico di "Radio Popolare" che vive in Sicilia (ad Acquedolci) da parecchi anni, direttore dell'agenzia di stampa sui paesi arabi "ANBAMED" e collaboratore del Corriere della Sera, e altri. Lunedì scorso è stato ospite a "L'infedele" di Gad Lerner.

Dalla Tunisia all’Egitto, dallo Yemen alla Libia, i popoli si rivoltano contro le restrizioni delle libertà, contro i sistemi autoritari, contro il carovita, contro i muri che si innalzano per impedire la libertà di circolazione, per la democrazia, la libertà, la dignità, l’uguaglianza e il rispetto dei diritti fondamentali.

Emerge la centralità della questione sociale
e del suo stretto legame con la questione politica:
quali speranze e quali ostacoli queste rivolte portano in sé?

Intervengono inoltre anche

Fateh Hamdan, de "La casa della cultura araba Al Quds"

Zaher Darwish, responsanbile migranti CGIL Palermo

Salvo Lipari e Tommaso Mazzara
 
 

venerdì 4 marzo 2011

COBAS Pubblico Impiego e della Polizia Municipale di Palermo esprimono solidarietà con le sollevazioni popolari del mondo Arabo in lotta e con la famiglia di Noureddine Adnane


I Cobas P.I. del Comune e della Polizia Municipale di Palermo esprimono solidarietà alle sollevazioni popolari del mondo Arabo in lotta per la conquista della libertà contro l’oppressione dei regimi dispotici dell’area. Siamo sino in fondo dalla parte delle masse arabe per la loro liberazione da ogni forma di dispotismo e di colonialismo: perché possano rovesciare le proprie borghesie corrotte, espropriare gli interessi imperialisti, unificare la nazione araba sotto la direzione di governi dei lavoratori, dei contadini, delle masse povere della popolazione.


Contemporaneamente si esprime solidarietà alla famiglia di Nourredine e alla comunità marocchina palermitana per il grave episodio avvenuto, nella speranza che al più presto venga fatta luce sui fatti accaduti e siano accertate le relative responsabilità. Pesanti infatti a nostro parere sono le responsabilità sia dell’amministrazione che della dirigenza della polizia municipale.

Esecutivo COBAS Pubblico Impiego Comune di Palermo

COBAS Pubblico Impiego
Viale Manzoni, 55 - 00185 ROMA
tel. 0670452452 – fax 0677206060
http://www.cobas.it/
cobas@cobas.it


Coordinamento Regionale Siciliano

Piazza Unità d'Italia, 11 - 90144 – Palermo
tel. 091349192 tel/fax 091349250
http://cobassicilia.wordpress.com/
c.cobassicilia@tin.it


Torino, tunisini in sciopero della fame al centro espulsioni: ridateci la libertà!

“Siamo uomini liberi, è una questione di onore, di dignità, non potete rinchiuderci come animali in questa prigione per sei mesi.
Anche in Tunisia stanno arrivando migliaia di stranieri dalla Libia, ma non li abbiamo arrestati!
Ridateci la nostra libertà.
Siamo diretti in Francia, lasceremo l’Italia, dateci soltanto cinque ore!”.

TORINO - Tensione alle stelle al centro di identificazione e espulsione di Torino. Dopo l’incendio che domenica scorsa ha devastato un’intera sessione rendendo inagibili 30 dei 180 posti della struttura, adesso è la volta di uno sciopero della fame a oltranza. Anche qui i protagonisti delle rivolte, come a Gradisca e a Modena, sono i tunisini trasferiti da Lampedusa. Si tratta di 104 persone, tutti uomini, su un totale di 144 trattenuti. Arrivano dalle città di Zarzis, Gabes, Ben Guerdane, Djerba, le zone più colpite dalla crisi del turismo seguita alla caduta di Ben Ali. Hanno iniziato a rifiutare il cibo tre giorni fa e oggi entrano nel quarto giorno di sciopero della fame. Alla protesta aderisce un’intera sezione del centro espulsioni, ovvero una trentina di ragazzi, pronti a portare avanti la protesta fino al giorno della loro liberazione.

Per quasi tutti è la prima volta in Europa. I parenti li aspettano in Francia. Sono comunità ben integrate e con forti legami di solidarietà. Lo si vede dai calli sulle mani che è brava gente, che ha attraversato il mare per rimboccarsi le maniche. Dall’Italia non chiedono documenti, ma soltanto la libertà e un foglio di via per continuare il loro viaggio verso la Francia, dove poter finalmente raggiungere i familiari già pronti a ospitarli e a farsene carico.

In carcere non ci sono mai stati e ritrovarsi dietro le sbarre, sorvegliati da polizia e militari come se fossero dei criminali, è un’umiliazione che non riescono a mandare giù. “Cos’è un canile? Cos’è questa gabbia? Non siamo mica dei pitbull! Fateci uscire!” Mi grida in arabo Saif da dietro la grata che ci separa. Gli occhi piantati dritti nei miei, la faccia rossa di rabbia, e le mani strette attorno ai ferri. Ha la mia stessa età, 29 anni. Ha appena telefonato agli amici in Tunisia, e gli ha detto di scrivere ad Al Jazeera per denunciare la loro situazione. In Francia l’aspetta Stéphanie, una ragazza francese conosciuta in vacanza a Zarzis. Mi mostra tutti gli sms sul cellulare. “Amore mi manchi, sii forte, verrò a trovati”.

“Siamo uomini liberi, è una questione di onore, di dignità, non potete rinchiuderci come animali in questa prigione per sei mesi. Anche in Tunisia stanno arrivando migliaia di stranieri dalla Libia, ma non li abbiamo arrestati! Ridateci la nostra libertà. Siamo diretti in Francia, lasceremo l’Italia, dateci soltanto cinque ore!”.

Tra di loro c’è anche un minorenne. Si chiama Basam e dice di essere nato il 31 luglio del 1994. Tra qualche mese compirà 17 anni. Per legge non può essere trattenuto in un centro di identificazione e espulsione. Il problema è che fino ad oggi non lo aveva dichiarato a nessuno. Dice che aveva paura che lo portassero via da solo, si sentiva più sicuro rinchiuso ma con gli amici. Il problema è che non ha documenti di identità, e non li ha per lui neanche il fratello che vive a Milano, sposato con la compagna italiana. E allora adesso non gli rimane che la radiografia del polso. Un test che si fa in questi casi per verificare la minore età.

Comunque anche se dovessero rilasciarlo, dice che tenterà di nuovo di raggiungere gli zii in Francia. E c’è da sperare che non lo rispediscano di nuovo in Italia. E sì perché alla frontiera di Ventimiglia ormai si gioca una partita di ping pong tra l’Italia e la Francia, e i tunisini di Lampedusa sono la pallina. Roma chiude un occhio per lasciarli passare oltralpe, e Parigi fa le retate per rispedirli al mittente. Al centro espulsioni di Torino, ne sono già ritornati 7 in pochi giorni. Ahmed l’hanno preso alla stazione di Nice, dove era arrivato in treno da Foggia. Con lui sono stati respinti in Italia anche Salim, Nizam e Basam, il diciassettenne. Loro tre li hanno presi che erano ancora in automobile con un tale che avevano pagato per portarli di là dalla frontiera.

I numeri per ora sono bassi, ma soltanto perché i cie sono pieni e non c’è posto dove mettere i respinti. Ma i controlli oltralpe si fanno sempre più serrati. Nella sola prefettura di Alpes Maritimes, la regione al confine con Ventimiglia, negli ultimi giorni sono stati identificati 301 tunisini. Vengono tutti da Lampedusa. E rischiano di tornarci se non si trova un accordo politico tra Italia e Francia.

Perché è chiaro a tutti, anche ai funzionari di polizia del cie di Torino, che difficilmente qualcuno dei seimila nuovi arrivati sarà mai rimpatriato in Tunisia. Il motivo è semplice: sono troppi per essere identificati in tempo utile. E il governo transitorio tunisino gode di un consenso popolare troppo debole - in Tunisia come in Italia e in Francia - per sobbarcarsi la responsabilità politica di un'espulsione di massa di centinaia o migliaia di suoi cittadini.




La rivolta dei CIE e le foto esclusive di Gradisca e il viaggio dei tunisini

Tunisini in rivolta nei centri di espulsione.
Le foto esclusive del cie di Gradisca.

Dopo due giorni di rivolte, giovedì e venerdì scorsi, il centro di identificazione e espulsione di Gradisca è letteralmente fuori uso. Resta una sola cella a disposizione per 100 reclusi, e molti sono costretti a mangiare e a dormire per terra e all’addiaccio, ammassati nei corridoi e nei locali della mensa, dove sono tenuti rinchiusi tutti il giorno, e con un unico bagno a disposizione. Oggi in esclusiva siamo in grado di mostrarvi le immagini di questo degrado. Sono fotografie scattate con un telefonino da qualcuno che si trovava nel posto giusto al momento giusto e che ha pensato bene di spedircele. Una prima fuga di notizie che conferma quanto grave sia la situazione. Le rivolte hanno devastato la struttura, ma gli altri centri di espulsione sono pieni e quindi ogni trasferimento è impossibile. La scelta più logica sarebbe di rilasciare i detenuti di Gradisca. E infatti domenica dovevano iniziare le partenze, ma poi deve essere arrivato un contrordine dai vertici perché hanno bloccato tutto all’ultimo minuto e alla fine ne sono usciti solo sei su 13 a cui era stato detto di prepararsi. E che non si respiri una buona aria tra forze di polizia e ministero lo dice il fatto che per il 3 marzo il sindacato Ugl polizia ha indetto un sit in sotto la questura di Gorizia proprio per discutere del cie di Gradisca. Ma in Friuli i problemi al centro espulsioni non sono cosa nuova. Ormai è almeno da un anno e mezzo che le cose vanno molto male. Per chi se l'è perso, riguardatevi il video del pestaggio della polizia contro i detenuti in rivolta. La data è del 21 settembre 2009. Ma ricordare fa bene. Soprattutto quando sono fatti così gravi. anche perché, come purtroppo possiamo immaginare, nessuno ha pagato per quelle violenze. Stavolta però le proteste dei tunisini sono uscite da Gradisca, e ormai le prime avvisaglie di rivolte sono scoppiate in tutta Italia, fino in Sicilia.

A Trapani ad esempio, dove il centro di espulsione sorge al secondo piano di un vecchio ospizio nel cuore della città. È forse una delle strutture più anguste del paese. Una serie di camerate che si affacciano su un ballatoio chiuso da una grata di ferro. E nient’altro. Nemmeno un cortile per l’ora d’aria. Qui la protesta è esplosa lo scorso 23 febbraio, quando i 40 tunisini di Lampedusa hanno iniziato a sfasciare tutto quello che avevano a portata di mano: mobili, suppellettili vari e vetrate delle finestre. Una settimana dopo, i vetri sono ancora rotti e nel centro soffia un vento freddo. Ma almeno non ci sono stati arresti ed è stato concesso ai reclusi di chiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari vista la situazione in Tunisia.

A Modena invece la protesta è stata inscenata domenica scorsa, quando i 42 tunisini trasferiti a Modena da Lampedusa hanno buttato i materassi dalle camerate nel cortile per poi incendiarli al grido di “Libertà!”. Pochi giorni prima, un tunisino del centro espulsioni di Bologna si era cucito le labbra per protesta. Una protesta a cui non sono rimasti indifferenti i movimenti di Bologna, che lunedì primo marzo hanno occupato il centro espulsioni di via Mattei in solidarietà con i detenuti. Sempre domenica scorsa invece, i tunisini hanno appiccato il fuoco anche al cie di Torino, al punto che per spegnere le fiamme sono dovuti intervenire i vigili del fuoco. Mentre in Puglia si contano gli arresti per fuga e resistenza a pubblico ufficiale. A Brindisi si è aperto ieri il processo contro i tre tunisini arrestati per la rivolta con fuga di venerdì scorso. E un processo simile inizierà presto anche a Bari, dove giovedì scorso c'è stato un tentativo di fuga finito con uno scontro tra la polizia e due dei trattenuti, entrambi finiti in manette.

L’ultima volta che i reclusi nei centri di espulsione si erano mobilitati in blocco in tutta Italia era stata nell’agosto del 2009, all’indomani dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, che aveva prolungato il tetto massimo della detenzione nei centri da due a sei mesi. Stavolta però alla base delle rivolte ci sono le rivendicazione dei tunisini sbarcati nelle settimane scorse a Lampedusa, che in questo momento rappresentano la comunità più numerosa nei centri di espulsione.

L’inizio delle rivolte, un paio di settimane fa, ha coinciso con la fine dei trasferimenti dall’isola. All’inizio infatti, le autorità italiane trasferivano i tunisini nei centri di espulsione, per un totale di poco più di 300 persone. Poi però, quando i posti nei cie si sono esauriti, hanno portato gli altri 4.000 nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. Strutture aperte per definizione, da dove nel giro di pochi giorni in molti se ne sono andati e hanno potuto raggiungere senza problemi la Francia. Questa disparità di trattamento, tra chi viaggia liberamente senza documenti su un treno per Parigi e chi invece si ritrova sei mesi in gabbia senza aver commesso nessun reato, è stata la scintilla che ha acceso il fuoco della rivolta nei Cie.

Fonte: FortressEurope


Il viaggio dei tunisini continua.
Da Bari a Ventimiglia, inseguendo l'avventura

Viaggiano senza valigie e con vestiti troppo leggeri per l'inverno del nord. Vanno via dall'Italia. Sono i tunisini sbarcati nelle settimane scorse a Lampedusa. In due settimane se ne sono andati almeno 1.400, senza dare troppo nell'occhio. Alla stazione di Bari è un continuo. Ogni treno è quello buono. La destinazione è una sola: la Francia. Alcuni preferiscono prendere gli eurostar, dicono che sui treni dei ricchi ci sono meno controlli. Altri aspettano i treni notturni dei pendolari. Io viaggio con loro. Carrozza 19. Non appena il treno si muove sui binari, mi sento chiamare per nome dal corridoio: “Gabriele!”. È Walid, uno dei ragazzi di Zarzis che ho conosciuto a Lampedusa. Mi invita a sedere nel loro scompartimento. Mi prensento a Ridha e a Ahmed, anche loro di Zarzis. Un quarto ragazzo dorme con la bocca spalancata e la faccia stampata al finestrino. Li aspetta un lungo viaggio. Arriveranno a Ventimiglia all'una del pomeriggio, dopo un cambio a Tortona. E da lì continueranno in automobile con un contrabbandiere tunisino fino a Toulon, da dove ognuno poi prenderà la sua strada. Il prezzo per il passaggio senza documenti della frontiera francese è di 400 euro a testa. Un po' caro, ma meglio non correre rischi visto che la polizia francese ha intensificato i controlli sui treni e nelle stazioni di Cannes e Nice. Le autorità italiane lasciano fare.

Sembra questa la politica decisa sottobanco dal governo. Chiudere un occhio e lasciare che i ragazzi continuino il viaggio visto che per la maggior parte di loro l'Italia è soltanto un corridoio d'ingresso verso la Francia. È la fuga dopo la fuga. Perché il viaggio non finisce a Lampedusa. Il cerchio si chiuderà soltanto a Parigi, Nantes o Marsiglia, dove ognuno di loro raggiungerà i propri cari. Fonti interne al circuito dell'accoglienza confermano l'andazzo. Metà dei tunisini ospitati nei centri di accoglienza se ne sono già andati. Si parla di almeno 1.400 persone, a fronte di un migliaio di richieste di asilo presentate. E anche tra i circa 200 minori censiti, una quarantina ha fatto perdere le proprie tracce.

Ridha è uno di loro. Ha 17 anni e per legge gli spetterebbe una casa e un progetto di formazione. Ma lui ai progetti preferisce l'avventura. Il suo sogno è di vedere la Francia. Un sogno ingenuo e eccitante, come lo sono i sogni di ogni adolescente. Talmente eccitante che ha lasciato la scuola per questo. Il 10 febbraio, quando l'hanno chiamato per partire, era ancora in classe. Lezione di fisica, seconda ora. Ha risposto al cellulare sotto i rimproveri del professore, ma era troppo importante. Poi ha chiesto scusa e senza dare troppe spiegazioni ha fatto lo zaino ed è uscito di classe, correndo verso il mare. Ormai indietro non si torna, dice scherzando. Troppi giorni di assenza, ha perso l'anno scolastico. E dire che era il penultimo anno del liceo. Ma là davanti c'è la Francia. Un posto che ha sempre sognato, pur non conoscendo nessuno a Parigi, a parte le due fidanzatine incontrate su facebook con cui da più di un anno si vedono in webcam.

Walid invece la fidanzata l'ha lasciata a Zarzis. È una cosa seria, hanno in progetto di sposarsi e comprare casa nel giro di due anni al massimo. E a Zarzis ha lasciato pure un buon lavoro. Guidava un taxi, ma con la rivoluzione e la crisi del turismo, gli affari sono andati in crisi. E allora ha approfittato della presenza del fratello a Parigi per salire in Europa a guadagnarsi da vivere. Gli chiedo se non gli sembra di avere tradito la rivoluzione avendo lasciato il paese, dopotutto i ragazzi delle regioni più povere, che tradizionalmente sbarcavano a Lampedusa negli anni scorsi, da Gafsa e Metlaoui, quest'anno non si sono ancora visti, proprio perché ancora coinvolti nelle manifestazioni per la democrazia. Walid mi ferma subito. Guai a toccargli la rivoluzione. Era in piazza a Zarzis durante le manifestazioni, nella sua città ci sono stati due martiri uccisi dalla polizia, e a un suo carissimo amico hanno sparato in una gamba. E poi hanno tutti partecipato ai comitati di quartiere, dopo il ritiro della polizia dai commissariati, quando gli squadristi di Ben Ali seminavano il terrore. È stata un'esperienza fondante. Sanno di essere stati l'avanguardia del movimento in Egitto e in Libia. Ma il punto è un altro. Ed è che adesso hanno voglia di vivere e di vivere bene. L'economia del turismo non ripartirà prima di un anno o due, e loro non hanno voglia di aspettare.

Anche se poi non c'è solo il lavoro. Ridha ad esempio dice che se lo dovessero rimpatriare non sarebbe un problema. Che voleva soltanto vedere la Francia. E che ne ha approfittato perché per un mese non ci sono stati pattugliamenti in mare e non era più come ai tempi di Ben Ali che se ti beccavano in mare diretto a Lampedusa ti facevi sei mesi di galera. Walid sorride: c'è stato un momento a Zarzis che dovevi partire e basta, senza avere per forza un progetto di vita, quasi soltanto per dimostrare agli amici che eri un uomo.

Ad ogni modo a Ridha e Walid andrà bene. Ma non tutti i ragazzi di Zarzis potranno lasciare l'Italia. Almeno 300 infatti sono finiti dietro le sbarre dei centri di identificazione e espulsione di mezza Italia. Li aspettano sei mesi di detenzione e il rischio del rimpatrio forzato. Non cercate una logica per capire perché alcuni sono detenuti e altri viaggiano senza documenti sui treni diretti al confine. Perché una logica non c'è. Semplicemente hanno riempito i centri di espulsione, e quando non c'era più posto hanno lasciato andare tutti gli altri verso la Francia. Qualche domanda però se la sono iniziati a fare anche dentro i centri. E la risposta è stata la rivolta. Quasi per tutti è la prima volta che sono detenuti e davvero non riescono a capire come mai. Il centro di espulsione di Gradisca è stato devastato da un incendio. Scontri con le forze dell'ordine, incendi e tentate evasioni sono state registrate anche a Trapani, Brindisi, Torino e Bari. L'ultimo centro a scoppiare è stato quello di Modena, dove domenica i 42 tunisini trasferiti da Lampedusa hanno incendiato materassi al grido di “Libertà!”. Che abbiano portato con sé di qua dal mare un po' del vento della rivoluzione?



sabato 29 gennaio 2011

2 febbraio, Palermo: Un Mare in Rivolta. Giovani e Movimenti tra Italia e Tunisia


Un Mare in Rivolta.
Giovani e Movimenti tra Italia e Tunisia

mercoledì 2 febbraio ore 18.30

Bar Libreria Garibaldi, Piazza Cattolica n° 1, Palermo


 


14 Dicembre - Roma - gli studenti assediano il Parlamento.

17 Dicembre – Sidi Busid – Mohamed Boazizi si da fuoco dando il via alla rivolta.

Due date simbolo dei movimenti giovanili che si sono opposti ai governi tra le due sponde del Mediterraneo.

Un incontro-dibattito proposto dall'Associazione Al Janub per raccontare la forza di questi movimenti e per interrogarsi sulle pratiche di lotta e rivendicazione, tra violenza e non violenza per un percorso di rottura e cambiamento.

All'incontro interverranno:

Rabih Bouallegue – autore del blog “L’angolo del Patriota”. Cronistoria e analisi del movimento di rivolta in Tunisia. L’utilizzo dell’informazione libera come strumento di diffusione della protesta.

Giorgio Martinico – studente della Facoltà di Lettere di Palermo. Cronistoria e analisi del movimento di protesta in Italia e a Palermo. Manifestazioni e blocchi tra idee e azione.

Marco Farina – presidente di “Human Rights Youth Organization”. Percorsi di educazione informale ai diritti umani, una proposta non violenta.

Letture di brani a cura dell'attore Giacomo Guarneri.

Moderano i ragazzi di Al Janub.

A seguire dibattito aperto al pubblico con studenti, associazioni e rappresentanti delle comunità migranti.

----

Chi siamo?

AL JANUB nasce a Palermo nel 2005 dall’incontro di un gruppo di studenti universitari uniti dal comune interesse per al janub, che significa sud in arabo. Il nostro modo di intendere il Sud non si limita a collocare geograficamente alcuni paesi, ma è carico di una molteplicità di significati: cooperazione, solidarietà, intercultura, partecipazione.

In collaborazione con l’ONG CISS – Cooperazione Internazionale Sud Sud, Al Janub ha gestito all’interno dell’Università di Palermo “La Casetta della Cooperazione” uno spazio di sensibilizzazione, informazione e promozione sulle problematiche del Sud del mondo, sul commercio equo e solidale e sulla mobilità giovanile legata ai progetti di volontariato e cooperazione internazionale. Con l'obiettivo di diffondere una cultura di pace e sensibilizzare i giovani, negli anni abbiamo organizzato rassegne cinematografiche, convegni, mostre fotografiche, pubblicazioni e manifestazioni interculturali.

La volontà di continuare l'esperienza acquisita ha portato alla scelta di costituirci oggi come Associazione, per ampliare il nostro impegno anche al di fuori dell’Università su tutto il territorio cittadino, lavorando in rete con altre associazioni che già operano nel settore della cooperazione internazionale e della solidarietà.

Al Janub cura inoltre una pagina su facebook che cura ogni giorno una rassegna stampa sulle tematiche dell'intercultura, migranti e Sud del mondo:notizie di attualità dalla rete, reportage, dossier articoli dai nostri soci e simpatizzanti impegnati come volontari o cooperanti all'estero e tutte le nostre attività ed appuntamenti.

La pagina “Al Janub – Più a Sud” vuole essere uno spazio di confronto e condivisione e di stimolo alla partecipazione attiva, aperto ai singoli e alle organizzazioni che condividono con noi questo interesse.

Al Janub è sempre alla ricerca di volontari che vogliano contribuire alle svariate attività in programma.

Valentina Ricciardo

--------------------------

Associazione Al Janub
Mob. +39 320.8058371