Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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venerdì 29 aprile 2011

3-4-5 maggio, Palermo: Rendez-Vous Appuntamento con il nuovo cinema francese

prima edizione

PALERMO, 3, 4, 5 maggio 2011

Cinema Rouge et Noir

(Piazza Verdi, 8)

Una vetrina esclusiva di anteprime cinematografiche, dedicata al nuovo cinema francese, in programma a Palermo al Cinema Rouge et Noir, il 3 il 4 e il 5 maggio 2011. Una manifestazione del Servizio culturale dell’Ambasciata di Francia in Italia, organizzata con Unifrance films, in collaborazione con il Centre culturel français de Palerme et de Sicile, che proporrà alla città tre giorni di cinema d’autore.





Ufficio Stampa Giovannella Brancato +39 3408334979 giobrancato@tiscali.it
 

venerdì 4 marzo 2011

Torino, tunisini in sciopero della fame al centro espulsioni: ridateci la libertà!

“Siamo uomini liberi, è una questione di onore, di dignità, non potete rinchiuderci come animali in questa prigione per sei mesi.
Anche in Tunisia stanno arrivando migliaia di stranieri dalla Libia, ma non li abbiamo arrestati!
Ridateci la nostra libertà.
Siamo diretti in Francia, lasceremo l’Italia, dateci soltanto cinque ore!”.

TORINO - Tensione alle stelle al centro di identificazione e espulsione di Torino. Dopo l’incendio che domenica scorsa ha devastato un’intera sessione rendendo inagibili 30 dei 180 posti della struttura, adesso è la volta di uno sciopero della fame a oltranza. Anche qui i protagonisti delle rivolte, come a Gradisca e a Modena, sono i tunisini trasferiti da Lampedusa. Si tratta di 104 persone, tutti uomini, su un totale di 144 trattenuti. Arrivano dalle città di Zarzis, Gabes, Ben Guerdane, Djerba, le zone più colpite dalla crisi del turismo seguita alla caduta di Ben Ali. Hanno iniziato a rifiutare il cibo tre giorni fa e oggi entrano nel quarto giorno di sciopero della fame. Alla protesta aderisce un’intera sezione del centro espulsioni, ovvero una trentina di ragazzi, pronti a portare avanti la protesta fino al giorno della loro liberazione.

Per quasi tutti è la prima volta in Europa. I parenti li aspettano in Francia. Sono comunità ben integrate e con forti legami di solidarietà. Lo si vede dai calli sulle mani che è brava gente, che ha attraversato il mare per rimboccarsi le maniche. Dall’Italia non chiedono documenti, ma soltanto la libertà e un foglio di via per continuare il loro viaggio verso la Francia, dove poter finalmente raggiungere i familiari già pronti a ospitarli e a farsene carico.

In carcere non ci sono mai stati e ritrovarsi dietro le sbarre, sorvegliati da polizia e militari come se fossero dei criminali, è un’umiliazione che non riescono a mandare giù. “Cos’è un canile? Cos’è questa gabbia? Non siamo mica dei pitbull! Fateci uscire!” Mi grida in arabo Saif da dietro la grata che ci separa. Gli occhi piantati dritti nei miei, la faccia rossa di rabbia, e le mani strette attorno ai ferri. Ha la mia stessa età, 29 anni. Ha appena telefonato agli amici in Tunisia, e gli ha detto di scrivere ad Al Jazeera per denunciare la loro situazione. In Francia l’aspetta Stéphanie, una ragazza francese conosciuta in vacanza a Zarzis. Mi mostra tutti gli sms sul cellulare. “Amore mi manchi, sii forte, verrò a trovati”.

Siamo uomini liberi, è una questione di onore, di dignità, non potete rinchiuderci come animali in questa prigione per sei mesi. Anche in Tunisia stanno arrivando migliaia di stranieri dalla Libia, ma non li abbiamo arrestati! Ridateci la nostra libertà. Siamo diretti in Francia, lasceremo l’Italia, dateci soltanto cinque ore!”.

Tra di loro c’è anche un minorenne. Si chiama Basam e dice di essere nato il 31 luglio del 1994. Tra qualche mese compirà 17 anni. Per legge non può essere trattenuto in un centro di identificazione e espulsione. Il problema è che fino ad oggi non lo aveva dichiarato a nessuno. Dice che aveva paura che lo portassero via da solo, si sentiva più sicuro rinchiuso ma con gli amici. Il problema è che non ha documenti di identità, e non li ha per lui neanche il fratello che vive a Milano, sposato con la compagna italiana. E allora adesso non gli rimane che la radiografia del polso. Un test che si fa in questi casi per verificare la minore età.

Comunque anche se dovessero rilasciarlo, dice che tenterà di nuovo di raggiungere gli zii in Francia. E c’è da sperare che non lo rispediscano di nuovo in Italia. E sì perché alla frontiera di Ventimiglia ormai si gioca una partita di ping pong tra l’Italia e la Francia, e i tunisini di Lampedusa sono la pallina. Roma chiude un occhio per lasciarli passare oltralpe, e Parigi fa le retate per rispedirli al mittente. Al centro espulsioni di Torino, ne sono già ritornati 7 in pochi giorni. Ahmed l’hanno preso alla stazione di Nice, dove era arrivato in treno da Foggia. Con lui sono stati respinti in Italia anche Salim, Nizam e Basam, il diciassettenne. Loro tre li hanno presi che erano ancora in automobile con un tale che avevano pagato per portarli di là dalla frontiera.

I numeri per ora sono bassi, ma soltanto perché i cie sono pieni e non c’è posto dove mettere i respinti. Ma i controlli oltralpe si fanno sempre più serrati. Nella sola prefettura di Alpes Maritimes, la regione al confine con Ventimiglia, negli ultimi giorni sono stati identificati 301 tunisini. Vengono tutti da Lampedusa. E rischiano di tornarci se non si trova un accordo politico tra Italia e Francia.

Perché è chiaro a tutti, anche ai funzionari di polizia del cie di Torino, che difficilmente qualcuno dei seimila nuovi arrivati sarà mai rimpatriato in Tunisia. Il motivo è semplice: sono troppi per essere identificati in tempo utile. E il governo transitorio tunisino gode di un consenso popolare troppo debole - in Tunisia come in Italia e in Francia - per sobbarcarsi la responsabilità politica di un'espulsione di massa di centinaia o migliaia di suoi cittadini.




sabato 21 novembre 2009

La nascita del Primo Marzo in Francia: La sfida dei migranti. Provate a stare senza di noi

L'idea lanciata su Facebook: il 1 marzo 2010 nessuno si presenti al lavoro. Come dire: vediamo come ve la cavate senza infermieri, bidelli, taxisti, operai, spazzini... Il precedente del maggio 2006 negli Usa. E se succedesse in Italia?

21 novembre, 2009

di Luca Di Garbo

“Uno è ok. Il problema è quando sono tanti”. Parola di Brice Hortefeux, ministro dell’interno francese che lo scorso 10 settembre si mette in posa per una foto con uno studente di origine araba. E commenta la situazione con una "battuta". Un video pubblicato da Le Monde testimonia la scena e solleva polemiche.

E’ stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nadia Lamarkbi, giornalista, ha lanciato un’idea su Internet: “un giorno senza immigrati: 24 ore senza di noi”. Quello che sembrava uno sfogo provocatorio è diventata un’iniziativa concreta: “un’azione indipendente da ogni gruppo politico, sindacale, associazione, religione” come si evince dall’articolo 1 del manifesto. E così il prossimo 1° marzo sarà sciopero dei lavoratori e dei consumatori. Come dire alla Francia: provateci a stare, un giorno senza di noi. Senza infermieri, bidelli, taxisti, operai, spazzini, baby sitter o lavapiatti. Anche se al di là dei numeri effettivi rimarrà certo il grosso impatto simbolico della protesta.

Si stanno organizzando sulla rete con un blog dedicato, diversi gruppi territoriali su Facebook, un forum. Confidano in un effetto valanga. Yassine scrive su Facebook: “La Francia non ha mai mancato un’occasione con la storia, la Francia non è un Sarkoland, saremo in tanti”. Mimoun: “E’ l’unica lezione che gli immigrati possono dare a questa società che non riconosce la loro utilità”. Soraya: “Non dimentichiamo che i lavoratori sans-papier hanno diritto ai lavori più ingrati, tutti i segmenti della popolazione devono essere mobilitati, a partire dai più bisognosi”.

Una giornata che ricorrerà a tre anni esatti dall’entrata in vigore in Francia del “Codice di ingresso e soggiorno degli stranieri”, una legge che è stata aspramente contestata per rappresentare “una visione utilitaristica dell’immigrazione oltreché selettiva in base a criteri economici”. Una giornata che ha anche un precedente storico negli Stati Uniti: il 1° maggio del 2006. Centinaia di migliaia di persone di origine ispanica boicottarono tutte le loro attività: dal lavoro, alla scuola, ai consumi. In 600mila scesero allora in piazza a Los Angeles, 300mila a Chicago, manifestazioni dalla California a New York al grido di “se ci fermiamo noi, si fermano gli Stati Uniti”.

E se avvenisse una cosa simile anche in Italia? Proviamo a immaginare. Se un giorno tutti gli immigrati - regolari e non - decidessero di scioperare, quante imprese rimarrebbero a corto di manodopera? Quanti negozi chiusi, quanti anziani o bimbi senza assistenza? "Uno è ok. Il problema è quando sono tanti”. Appunto.

Fonte: TG24 - SKY.it