Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

venerdì 27 aprile 2007

La pace, un messaggio senza confini

Prem Rawat parla al Senato Italiano

Prem Rawat ha parlato a Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, sede del Senato italiano. Roma, 27 aprile, 2007 - Prem Rawat è stato l'ospite d’onore e relatore dell'incontro dal titolo "La pace, un messaggio senza confini", che si è tenuto nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani (una delle sedi del Senato Italiano) a Roma il 26 aprile. La manifestazione ha ricevuto l'Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di 3 Ministeri, 11 Regioni Italiane e del Comune di Roma. Tra il pubblico, esponenti politici, diplomatici e del mondo della cultura.
Il messaggio di auguri gentilmente inviato dal Presidente del Senato Italiano Franco Marini diceva che: "La pace è un messaggio in grado di giungere e di essere compreso da tutti gli uomini senza distinzione etniche, religiose o politiche: di questo carattere universale ben si è fatto interprete Prem Rawat, che porterà la sua visione alla conferenza odierna in senato. Invio agli organizzatori dell’evento, all’oratore e a tutti i partecipanti i miei calorosi saluti e i più vividi auguri per il successo di questa iniziativa" Nel corso della manifestazione sono stati letti i messaggi di augurio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e del Sindaco di Roma.
Dopo la lettura degli auguri, alcuni interventi molto toccanti, dell'Assessore di Roma alle politiche giovanili e alle Università e di due ospiti provenienti dal Libano e da Israele.Entrambi hanno parlato di come fosse stato possibile per loro sentirsi “agenti di pace” anche nel momento del conflitto che travagliava i rispettivi paesi. Prem Rawat è stato presentato dal Senatore a vita Emilio Colombo.Nel suo discorso, Maharaji ha sottolineato che: "Tutti parliamo di pace, ma ci sono moltissime interpretazioni sulla parola pace.La sete di pace è in noi, e sta a noi avere rispetto e comprensione di cosa significhi ogni momento in cui siamo vivi. Abbiamo svenduto la pace in nome del benessere, ma la formula giusta è sempre stata: ‘prima la pace e poi il benessere’. Tu rappresenti il primo passo: la pace inizia da te; il processo di pace inizia da te. Sono molte le cose che attraggono la nostra attenzione, ma ce n’è una dalla quale non dovremmo mai distrarci, la pace”.
Maharaji ha ricevuto ben 3 riconoscimenti dati dal Presidente della Regione Basilicata, dal Presidente del Consiglio regionale della Regione Friuli Venezia Giulia e dall'Assessore alla Pace del Friuli-Venezia-Giulia.È stata una cerimonia di grande prestigio alla quale hanno partecipato diversi rappresentanti di istituzioni nazionali e internazionali, che hanno dimostrato di apprezzare moltissimo l'iniziativa e il discorso di Prem Rawat.
Tre giorni prima di questo evento, Prem Rawat ha portato a termine una serie di conferenze in Nepal e in India, dove più di un milione di persone lo hanno ascoltato nelle sei settimane della sua visita.Prem Rawat ha creato la Fondazione Prem Rawat, le cui iniziative umanitarie hanno portato sostegno e aiuti alimentari in molti paesi in condizioni di necessità quali Argentina, brasile, Ghana, Guatemala, India, Indonesia, Israele, Libano, Mozambico, Nigeria, pakistan, Filippine e Stati Uniti.

Per sapere di più su Prem Rawat, il suo messaggio di pace e le iniziative umanitarie clicca qui
Fonte:
http://it.tprf.org/home.html

sabato 31 marzo 2007

Cose italiane... ma noi che facciamo?

I messaggi che seguono sono stati pubblicati sulla lista di discussione ospitata dall'Università per Stranieri di Perugia http://elearning.unistrapg.it/mailman/listinfo/italiano_l2

28/03/2007
Possibile che tra di noi non ci sia qualcuno in grado di interpellare e dialogare con questi SIGNORI della scuola e di dir loro che, in effetti, in Italia, ci sono migliaia di docenti gia’ professionalizzati che possono egregiamente rispondere alle esigenze di questa BENEDETTA E QUANTO MAI FARRAGINOSA SCUOLA ITALIANA?
Possibile che tra il fior fiore di docenti universitari che collaborano con le istituzioni (MIUR, MPI, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta….) non ce ne sia uno che sia anche in grado di dare un taglio concreto e realistico a tutte queste faccende assurde di scuole piene di immigrati e figli di immigrati che non riescono a imparare la lingua italiana PERCHE’ NON CI SONO ABBASTANZA INSEGNANTI?
Ma stiamo scherzando?
E CHI SONO IO, BABBO NATALE?
Tindara Ignazzitto

Intercultura: Non c’è futuro senza i prof di sostegno
29 gennaio 2007 - Il Giornale
Attivati corsi di «facilitatori» per immigrati, ma i docenti restano disoccupati a Milano città aperta. Al capoluogo meneghino, da sempre meta di immigrazione, spetta il record (tra le grandi città) dei bambini stranieri iscritti a scuola: il 12,7% degli alunni. Per le sole scuole elementari significa 4-5mila bimbi provenienti dai più disparati Paesi del mondo. Che parlano le lingue più disparate. Il caos tra i banchi. Per far fronte al quale, le scuole della città hanno a disposizione solo un centinaio di insegnanti facilitatori.
Non è un caso, ad esempio, che una delle prime iniziative assunte dal nuovo direttore scolastico regionale della Lombardia Anna Maria Dominici al suo insediamento a Milano, sia stata la proposta di istituire un «tavolo interistituzionale» che si occupi dell'inserimento dei figli degli immigrati nella nostra scuola. «La cosa più urgente, ha detto la Dominici, è quella di evitare innanzitutto che si formino scuole ghetto, sarebbe la contraddizione dell'integrazione, che è l'obiettivo di fondo a cui dobbiamo mirare».
Il problema si pone soprattutto con i neoiscritti, cioè i bambini che vengono inseriti in mezzo a compagni italiani senza conoscere una parola della nostra lingua. È questa la difficoltà più diffusa di fronte a cui si trovano le scuole: senza superarla non è pensabile di integrare un alunno nel lavoro della classe. «L'insegnamento della nostra lingua agli alunni non italiani – continua la Dominici – è una necessità su cui dobbiamo cercare di investire il massimo delle risorse. Ancora una volta abbiamo bisogno dell'università perché ci aiuti a formare personale in grado di assolvere a questo compito».
Un obiettivo che si era posto anche il suo predecessore Mario Dutto, che era riuscito nell'intento di attivare attraverso l'università un corso di questo tipo che aveva visto la frequenza di oltre 100 giovani docenti. Alla fine, però, gli abilitati in questo corso non avevano trovato la strada burocratica per essere assunti. E l'iniziativa è così naufragata, a discapito delle scuole che fanno sempre più fatica a gestire il problema.
Perché gli insegnanti cosiddetti facilitatori, previsti appunto per aiutare i figli degli immigrati a superare l'handicap di non conoscere la nostra lingua, sono in numero sempre più ridotto. Una situazione che certo non aiuta le famiglie italiane a iscrivere i figli nelle scuole dove ci sono alunni stranieri.
Augusto Pozzoli
28/03/2007
VI INVITO A PRENDERE VISIONE DI QUESTO…
Tindara Ignazzitto

Il treno delle nuove professioni non può lasciare a piedi i docenti


10 gennaio 2007 - diesse.org (Didattica e Innovazione Scolastica - Centro per la Formazione e l'Aggiornamento)
Il disegno di legge che delega il Governo a riordinare l’accesso alle professioni, approvato dal Consiglio dei Ministri il 1° dicembre scorso, rappresenta una buona occasione per ripensare l’intera materia, nella prospettiva della liberalizzazione di un sistema che in Italia è ancora rigido e privo di quegli elementi di concorrenza che potrebbero ricadere in modo vantaggioso sui cittadini. Di riforma delle professioni si discute da vent'anni senza che si sia pervenuti allo scardinamento di forme di protezionismo corporativo (vedi l'egemonia degli ordini professionali) ormai obsolete. Il governo di centrodestra aveva promosso un suo disegno (progetto Vietti) che prevedeva di razionalizzare l'esistente: non se ne fece nulla.
Il successivo e attuale governo di centrosinistra finora non è andato oltre il provvedimento che ha aumentato il numero dei taxi, introdotto i farmaci nei supermercati e abolito le tariffe professionali minime: un po' poco. Ora si può riaprire una partita di grande rilievo per il destino delle riforme nel nostro Paese.
Il primo passo nella direzione del superamento del corporativismo potrebbe essere la trasformazione degli ordini in associazioni alle quali si aderisce non per obbligo ma liberamente. Ed è nell'ottica del sistema duale (ordini e associazioni) che si muove il disegno di legge targato Mastella di cui già discutono varie categorie di liberi professionisti.
I decreti delegati di cui si attende l'emanazione entro i prossimi 18 mesi, disciplineranno infatti le professioni intellettuali e le relative forme organizzative, onde garantire la libertà di concorrenza dei professionisti e il miglioramento del loro livello di preparazione.
E gli insegnanti? Sappiamo che l'assimilazione del docente al libero professionista ha sempre suscitato l'opposizione di una certa cultura di matrice statalista e sindacal-corporativa che ora rischia di trovarsi spiazzata da un progetto che, a certe condizioni, potrebbe riguardare anche i docenti.
Il passaggio del docente da funzionario a libero professionista ad ogni modo è decisivo, ma non semplice. Implicherebbe infatti un percorso di formazione e di assunzione di cui è fino in fondo protagonista la persona dell'insegnante piuttosto che la struttura nella quale è inserito ed opera. Oggi è lo Stato che abilita all'esercizio della professione (corsi abilitanti e Ssis) ed è il medesimo Stato che assume tramite i concorsi e/o l'inclusione nelle graduatorie a scorrimento periodico.
Domani l'amministrazione centrale potrebbe limitarsi ad abilitare all'esercizio della professione prevedendo successivamente la possibilità che i docenti siano incaricati anche con forme diverse da quelle del rapporto di lavoro subordinato. Di fatto con la valorizzazione dell'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici un certo monolitismo è frantumato in partenza. Resta da ridefinire la figura del docente, della cui formazione in servizio e della cui compatibilità con la comunità scolastica nella quale è inserito potrebbero farsi carico le associazioni professionali.
Pensare all'insegnante come ad un professionista implica puntare l'attenzione sui suoi compiti, piuttosto che sulle sue funzioni impiegatizie: dunque sulla sua responsabilità educativa; sull'urgenza, che gli compete, di progettare percorsi disciplinari adatti alla classe; sulla attività di promotore della cultura professionale nei confronti degli insegnanti più giovani o dell'ambiente esterno.
Implica insomma la fuoriuscita da quelle forme di egualitarismo che hanno reso la scuola un luogo poco interessante per gli studenti e poco produttivo (in termini di cultura) per gli stessi insegnanti.
28/03/2007
E VI INVITO A PRENDERE VISIONE ANCHE DI QUESTO…
Tindara Ignazzitto

DIESSE LOMBARDIA - APPELLO

NO all'inserimento indiscriminato
SÍ all'accoglienza efficace e rispettosa di tutti
Al Ministro della Pubblica Istruzione
Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale
Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale
Negli ultimi anni è diventata prassi diffusa inserire nelle scuole italiane di ogni ordine e grado e in qualsiasi momento dell’anno scolastico studenti stranieri, benché privi di una conoscenza della lingua italiana adeguata ad affrontare il percorso educativo e formativo.
Gli inserimenti avvengono:
- senza offrire agli insegnanti né occasioni di formazione né strumenti di lavoro adeguati;
- senza supportare l’impegno degli studenti stranieri con corsi preparatori obbligatori di lingua italiana e itinerari di orientamento che partano dalle loro competenze linguistiche effettive.

Questa modalità di inserimento degli studenti stranieri, all’insegna dell’emergenza e della capacità di arrangiarsi di docenti e alunni, finisce per alimentare l'insofferenza e la discriminazione verso gli stranieri che a parole si dice di voler combattere e produce:
a) il disorientamento dei genitori degli alunni italiani, con conseguente fuga verso scuole che limitino al minimo gli inserimenti degli stranieri;
b) una programmazione didattica sempre più incerta e una valutazione formativa e certificativa non veritiera.

NELLA CONVINZIONE CHE QUESTA SITUAZIONE SIA UN ULTERIORE ASPETTO DI QUELLA “ EMERGENZA EDUCAZIONE “ PIÙ VOLTE SEGNALATA DA DOCENTI E GENITORI E NELLA RIAFFERMAZIONE DELL’EDUCAZIONE QUALE RISORSA FONDAMENTALE DELLA PERSONA
CHIEDO
a. di stabilire i livelli minimi di conoscenza della lingua italiana per i diversi livelli scolastici;
b. di definire norme per un’equa distribuzione degli studenti stranieri tra le scuole;
c. di stabilire una data, rispettosa del lavoro già svolto nelle classi con gli altri studenti, oltre la quale non sia più possibile iscriversi e frequentare la scuola;
d. di attivare sul territorio corsi intensivi di prima alfabetizzazione per una proficua frequenza dell’anno scolastico successivo alla data suddetta;
e. di destinare alle scuole autonome risorse finanziarie ed umane per l’avvio di laboratori di lingua italiana con programmi personalizzati per livelli di conoscenza della lingua italiana.

30/03/2007
Valentina Gigliarelli

Cara Tindara,
questo credo che sia un gran problema!!!
Io penso che l'Italia (e chi la governa) debba ormai capire che il nostro è diventato un Paese di immigrazione e come tale deve organizzarsi anche sul fronte scolastico, ma in fretta!!! Milano è sicuramente una realtà più ampia rispetto a quella in cui vivo io... Io vivo a Ponte S. Giovanni, vicino a Perugia, è un centro abbastanza grande e la percentuale di stranieri è altissima... Il "problema" degli stranieri si ripresenta puntualmente anche a scuola... Mio figlio ha 7 anni e in classe è arrivata una bimba straniera che "mamma, non dice nemmeno una parola di italiano, l'aiuta la maestra!" Ecco questa per me, insegnante di L2 precaria, mi sembra una situazione impossibile! Un bambino che arriva in Italia per la prima volta e si vede catapultato in una classe italiana fatta di bambini sia italiani sia stranieri ma che parlano già la lingua, deve poter avere un "supporto" concreto e specializzato. La maestra (con tutta la sua buona volontà) non può bastare, perché deve star dietro anche agli altri, né va bene la maestra di "sostegno" se non è specializzata nell'insegnamento dell'italiano L2. Ci vuole una figura specifica e ben preparata. Nella scuola italiana deve essere presente la figura dell'insegnante italiano L2; un bambino, un ragazzo che viene messo in condizioni di poter parlare l'italiano, studiare nella lingua del Paese in cui si trova è una persona "integrata"! Ma è anche un suo diritto avere la migliore possibilità di integrazione e apprendimento dell'L2. Qui in Umbria, almeno riferendomi alla mia esperienza di mamma di un bimbo che è andato all'asilo e frequenta le elementari e all'esperienza di tirocinante nelle scuole medie, non c'è la figura dell'insegnante di italiano L2 facilitatore nelle scuole... Chi insegna italiano ai bambini e ragazzi stranieri è la prof. d'italiano che è di ruolo nella scuola... Ecco io credo che inserire persone specificatamente preparate per l'insegnamento dell'italiano L2 ai bambini/ragazzi delle scuole pubbliche italiane, sia una necessità importante e urgente.

Un caro saluto
Valentina Gigliarelli

30/03/2007
Cristina
Mi chiamo Cristina e sono un'insegnante L2 e concordo perfettamente con Valentina e Tindara.
Ho concluso da poco un Master in DIDATTICA DELL'ITALIANO COME L2 e dopo aver svolto le mie belle orette di tirocinio gratuito (200 ore) ho avuto la fortuna (molti dei miei colleghi sono ancora a piedi) di lavorare per una cooperativa che si occupa di facilitazione linguistica e mediazione culturale presso TUTTE le scuole del padovano. Risultato? Deprimente... anzi molto deprimente. Il monte ore che la scuola media richiedeva per i suoi studenti stranieri era di 50 ore circa, di cui un tot di ore erano previste per il mediatore culturale (circa 15-20), un tot per la facilitatrice linguistica - io - (20 circa) e il restante per i consigli di classe della scuola (seguiti dalla mia coordinatrice, la quale sapeva poco o nulla dei miei studenti).
E... non è tutto, cari amici di lista!!!
Delle 20 ore a disposizione (lezioni di 2 ore alla settimana) molte venivano perse in corridoio... Mi spiego meglio: mi recavo a scuola ed ero io ad andare nelle classi a recuperare i ragazzi stranieri (questo mi faceva perdere ulteriore tempo) e poi ero sempre io a cercare un'aula dove insegnare(aule spesso occupate da altre insegnanti)... Non vi dico quanto erano contenti i miei studenti!!!! E soprattutto quanto hanno imparato!!! Le mie ore spesso venivano vissute come rifugi da possibili compiti o interrogazioni!!! VI SEMBRA GIUSTO TUTTO QUESTO? Per €16.00 lorde all'ora? E pensare che durante il Master è stato più volte ripetuta l'importanza della professionalità, serietà e bla bla bla...
A voi i commenti buona giornata.
Cristina

30/03/2007
Silvia Primi
Torniamo ciclicamente su questo tema in questa ed altre liste di italianistica, ma non approdiamo mai a nulla.
Credo l’unica soluzione (o almeno un tentativo concreto) sia quella di scrivere una petizione con più firme possibili al MINISTERO della PUBBLICA ISTRUZIONE per chiedere che venga istituita una graduatoria di italiano L2 per una classe di concorso o ambito disciplinare, alla quale possano accedere insegnanti di ruolo che si vogliono riciclare (già lo fanno, ma spesso senza titoli o preparazione), precari della scuola e specialisti esterni.
Non so con quali modalità, ma dovrebbero essere indetti una selezione o un concorso in base ai titoli per chi possiede già master e qualificazioni esterne alla scuola e, per chi è nella scuola ed ha una preparazione pedagogico didattica, ma non specifica per L2, un corso abilitante ed una formazione ad hoc.
Chi ha la capacità di scrivere questa petizione? Occorre un burocratese che io non conosco…
Potremmo fare un tentativo.
Saluti
Silvia Primi
30/03/2007
Rocco Rossitto

Concordo pienamente e aggiungo che non dovremmo basarci solo sui titoli (fondamentali) ma anche sulle esperienze certificate (della serie, le ore private non contano) sia in Italia che all'estero, no?
Perché ad esempio, io potrei avere sia una certificazione in didattica, avere un bel master, ma avere pochissima esperienza e ciò non mi dovrebbe dare il diritto di essere superiore in graduatoria a qualcuno che, ad esempio, insegni italiano come l2/ls da vent'anni. O no?
Pensiamoci... Se riusciamo ad avere un punto di vista condiviso, o comunque a capire cosa proporre, poi l'emanuense che scrive lo troviamo, e sicuramente si possono trovare anche strade per avere contatti col ministro...
Saluti
Rocco
30/03/2007
Silvia Primi

Mi sorprende la tua fiducia "Strade per avere contatti col ministro", quali? Spero non i sindacati, da sempre interessati solo a salvaguardare i docenti in esubero e a mantenere inalterato lo status quo... e lo dico per la mia esperienza da insegnante di ruolo, non da precaria invidiosa!
Saluti
Silvia
31/03/2007
Tindara Ignazzitto


Silvia scrive:
- Torniamo ciclicamente su questo tema in questa ed altre liste di italianistica, ma non approdiamo mai a nulla
- scrivere una petizione con più firme possibili al MINISTERO della PUBBLICA ISTRUZIONE
- chiedere che venga istituita una graduatoria di italiano L2 per una classe di concorso o ambito disciplinare, alla quale possano accedere insegnanti di ruolo che si vogliono riciclare (già lo fanno, ma spesso senza titoli o preparazione), precari della scuola e specialisti esterni.

Non so con quali modalità, ma dovrebbero essere indetti una selezione o un concorso in base ai titoli per chi possiede già master e qualificazioni esterne alla scuola e, per chi è nella scuola ed ha
una preparazione pedagogico didattica ,ma non specifica x L2, un corso abilitante ed una formazione ad hoc.

Chi ha la capacità di scrivere questa petizione?
Tindara:
E’ vero: non approdiamo mai a nulla… Chiediamoci perché:
- Perché ognuno di noi e’ impegnato a sbarcare il lunario e non ha tempo di condividere con gli altri tempo, impegno, inventiva e risorse?
- Perché speriamo che siano altri a risolverci magicamente il problema?
- Perché non ci riteniamo capaci di farlo? Perché riteniamo di non avere le risorse per farlo?
- Perché qualcuno si fa avanti e poi sparisce (senza voler fare polemica… semmai anche auto-critica), lasciando il campo libero ad altre iniziative – pregevoli, senz’altro – ma sempre e soltanto nel campo della formazione, e mai nel campo dell’organizzazione propositiva?

Allora: intanto ricordo che Laura Cambriani (LAURA, CI SEI?) aveva promosso una petizione e alcuni colleghi – anche abbastanza impegnati e propositivi in genere, come Carlo Guastalla – compresa io e altri (ma io sono stata la 44esima firmataria della petizione http://www.petitiononline.com/mod_perl/signed.cgi?13dic06&1, se volete, andate a firmare: LAURA, PUOI RICORDARE SULLA LISTA COME SI FA A FIRMARE?) e poi il nulla...) Vacanze, impegni, festività, non so… fatto sta che l’iniziativa e’ morta li’…. LAURA? CARLO?

Poi, un’altra cosa: vi ho invitati a leggere l’appello di diesse (Didattica e Innovazione Scolastica - Centro per la Formazione e l'Aggiornamento) http://www.diesse.org/news.asp?cmd=view&news=549&sede=82 Io non li conosco… Qualcuno li conosce, ci ha mai avuto a che fare? Ho visto che non hanno referenti/sedi i Sicilia, per esempio… Nelle altre regioni? Ma io ho intenzione di contattarli… Oppure, qualcun altro… tipo l’ARCI? La butto li….. Qualche sindacato della scuola che sia più APERTO? Qualcuno si sente di fare la stessa cosa per la propria regione??????

Inoltre, il discorso sulla liberalizzazione delle professioni…. Mi sembra sensato, MOLTO SENSATO e congruente con quella che e’ la nostra figura, soprattutto di chi, pur essendo professionalizzato, non trova ancora collocazione, nemmeno nella scuola privata e meno che mai nella scuola pubblica…. Mi sembra il momento giusto per muoversi, di cavalcare l’onda…. Forse potremmo appoggiarci a qualche associazione di settore, tipo l’ILSA (presidente Massimo Maggini) o che so io….. MASSIMO, CI SEI SULLA LISTA? A me poco importa dei CONCORSI, delle CLASSI DI CONCORSO…. Farò in tempo a morire (faccio corna!!!!!) prima di poter partecipare a qualcosa del genere…. MA VOI CI CREDETE VERAMENTE?

Insomma, ragazzi e ragazze…. DIAMOCI UN PO’ DA FARE…. CHE DIAMINE!!!! Inutile fare dei bei discorsi sulla didattica, su quei poveri bambini, ragazzi e adulti stranieri che non hanno ancora l’opportunità di imparare la nostra lingua e di integrarsi…. E chi dovrebbe aiutarli? La scuola pubblica? Il ministero? Il papa? Chi altri, se non noi? Da noi dipende anche il loro futuro……. SI’ O NO?
Rocco scrive:
- non dovremmo basarci solo sui titoli (fondamentali) ma anche sulle esperienze certificate (della serie, le ore private non contano) sia in Italia che all'estero, no? Perché ad esempio, io potrei avere sia una certificazione in didattica, avere un bel master, ma avere pochissima esperienza e ciò non mi dovrebbe dare il diritto di essere superiore in graduatoria a qualcuno che, ad esempio, insegni italiano come l2/ls da vent'anni. O no?
Tindara:

D’accordo con te, Rocco, su tutto quanto… ma se continuiamo a discuterci addosso, ANCORA, su titoli/esperienza (ricordate la lunga discussione sull’argomento, e le molte polemiche anche, di qualche tempo fa…… su questa stessa lista?)… Insomma, gia’ fatto!!!!! Almeno riuscissimo ad arrivare al punto di DOVER discutere seriamente su questo punto, di fronte alla POSSIBILITA’ CONCRETA di lavorare…….. Ma prima voglio vederla questa possibilità concreta….. e vi dico una cosa: SE NON CI MUOVIAMO NOI, IN PRIMA PERSONA, QUALCUN ALTRO DECIDERA’ PER NOI…. E NOI STAREMO ANCORA LA’ A LAMBICCARCI IL CERVELLO!!!!!!!!!!

UNA BUONA DOMENICA A TUTTI.
Tindara
P.S. Sto pubblicando i messaggi di questa discussione su un BLOG che ho creato da poco….. Spero che non dispiaccia a nessuno…. L’indirizzo e’ http://stranieromavero.blogspot.com/ L’intento è quello di avere del materiale concreto da far leggere ad eventuali persone/associazioni/occhessoio che consulterò nella mia regione dove sto cominciando a muovermi...

30/03/2007
Viviana Perino
Se a qualcuno interessa, potete trovare qui info su cosa e' stato fatto in Gran Bretagna nelle scuole per quanto riguarda i bambini EAL (English as an Additional Language). Io credo che, avendo qui valutato e riconosciuto il problema dell'immigrazione gia' da tempo, le informazioni e considerazioni che ci sono in questi link possono essere valide anche per la situazione italiana (almeno in parte se non totalmente). Molti di questi siti sono governativi. Magari qualcuno puo' trovare qui idee per qualcosa da presentare nei posti giusti tramite petizione o altro, che riguardi la figura del facilitatore, coordinatore, ecc. In genere, l'insegnante di EAL deve preparare il materiale per gli altri insegnanti per aiutare i bambini stranieri, a seconda delle varie materie insegnate e non solo insegnare l'inglese (anzi a volte non gli viene richiesto di insegnare l'inglese per niente). Non e' un ruolo facile, ma viene riconosciuto per quel che vale (diciamo per lo meno in teoria, sulla carta; in pratica purtroppo non sempre in tutte le scuole). L'assistente EAL invece e' colui che siede in classe con il bambino e lo aiuta a prendere appunti, fare gli esercizi, capire cosa c'e' da fare di compito, ecc. Questo ruolo e' pagato molto meno. In ogni caso la conoscenza della lingua madre del bambino non e' richiesta. Conoscenza di altre lingue straniere e' ovviamente valutata e considerata un bonus.

Se leggete questo link, sappiate che ESOL significa English to Speaker of Other Languages (credo) visto che TESOL significa Teaching English to Speakers of Other Languages:
Qui ci sono anche altri link per EAL.

Questo link da' un esempio di offerta di lavoro per facilitatore linguistico: http://www.jobsineducation.co.uk/show_job.cgi?j=3847040&u=37249
e un esempio per coordinatore:

Questo parla di un master per insegnanti EAL (non e' obbligatorio fare il master per essere insegnante EAL pero'):
Ce ne sono molti altri. Basta mettere come ricerca "EAL teacher role" su http://www2.blogger.com/www.google.co.uk e vi appaiono questi siti e altri.
Saluti Viviana

31/03/2007
Laura Cambriani
Carissimi membri della lista e soprattutto carissima Tindara,
sono Laura Cambriani e con questa lunghissima mail (uomo avvisato...) rispondo all’appello accorato di Tindara della quale ammiro l’entusiasmo e la grinta. Tindara non sono sparita, anzi torno agguerrita come te e credo veramente che la petizione sia un ottimo punto di partenza per la discussione che ciclicamente riappare sulla mailing list.
Circa la petizione…
ci tengo a premettere che comunque l’avrei riproposta a giorni, ma lo scambio recente e la grinta di Tindara mi hanno sicuramente fatto accelerare i tempi e a scegliere di intervenire nel forum in questo sabato sera piovoso. Come alcuni di voi sanno e come Tindara ha già ricordato, avevo creato una petizione, che si può leggere e firmare a questo link: http://www.petitiononline.com/mod_perl/signed.cgi?13dic06&1. La petizione ha raccolto in poco tempo molte firme (cioè per noi 244 firme sono tante!!!!) ma adesso purtroppo è in letargo! Siccome però siamo in primavera, sicuramente si rianimerà!!!! Sempre grazie a voi professori più o meno in regola. Oltre alla petizione avevo creato un forum, al quale possono accedere tutti i firmatari. Anche il Forum dovrebbe essere rianimato! http://www.spazioforum.it/forums/?mforum=insegnantidiita
I messaggi di questo forum si possono leggere, ma è possibile iscriversi solamente dietro invito, è per questo che il primo passo per partecipare è firmare la petizione. A proposito del forum, mi sento di ringraziare in particolare Sara Stocchini che si era data molto da fare e spero che abbia ancora voglia di seguirci, perché qui bisogna andare avanti insieme. [...] Approfitto di questo intervento per ringraziare Carlo Guastalla che fin dall’inizio ha fatto il possibile per la petizione. Anche lui crede fermamente che l’unione faccia la forza ed è pronto ad investire energie in questo progetto, ma non può farlo da solo!
[...] Intanto vi accenno una mia idea: raccogliere nostri racconti di vita, scritti da noi, storie con lieto fine e storie senza lieto fine, da pubblicare in qualche modo, per racimolare soldi per portare avanti quello che deve diventare un movimento e per elargire borse di studio a noi del movimento stesso e anche per altre giuste cause che decideremo insieme.
Una buona domenica a tutti e siccome domani è la domenica delle palme, vi auguro anche tanta pace e serenità

Laura Cambriani

01/04/2007
Silvia Primi
Sì TINDARA, hai ragione ...
Avevo firmato la petizione di Laura Cambriani, ma mi sono stupita che in questa lista non se ne sapesse + nulla, confesso che non ero entrata nel forum; lo farò!
So che DIESSE è legata alla Compagnia delle Opere. Ho frequentato qualche loro convegno (a MILANO) molto interessante, ho firmato il loro appello (grazie Tindara della segnalazione). Spero che liberalizzazione significhi proprio questo e non l'appoggio a cooperative con sigle varie e a lobbies...
Io parlavo della scuola statale, perchè ci sono e mi infastidisce vedere insegnanti di scuola primaria (=maestre in esubero) riciclate nei corsi EDA o CTP. Naturalmente qualcuno poi a titolo personale, si impegna nella formazione ed ha una preparazione coi fiocchi, ma qualcuno no! [non si offenda nessuno, per carità!]
E' anche un discorso interno alla scuola statale, dove si sprecano mari di risorse, mentre una politica seria di qualificazione per gli insegnanti interessati permetterebbe un lavoro di qualità e non di affidare gli studenti stranieri al collega tappabuchi che -pagato x le ore a disposizione- deve pur far qualcosa.
Sono certamente contraria all'autarchia e so che c'è posto per molti esperti esterni che non vogliono diventare insegnanti della scuola statale.
Ci si può muovere su vari fronti, come suggerisce Laura, ma gli interlocutori principali restano le istituzioni (regionali, provinciali, comunali)... o no?
Perché non ottenere allora un albo professionale?
Spero che non si cominci a scannarsi se vale di più il DITALS o l'ITALS... :-)
Mi chiedo anche: perché voci autorevoli di docenti universitari iscritti a questa lista che istituiscono e gestiscono master di formazione non si muovono in questo senso? Non è anche nel loro interesse che ci sia un riconoscimento ufficiale? Non potranno continuare a sfornare esperti in eterno, se questi non trovano sbocchi occupazionali anche in strutture pubbliche, oltre che nel privato?
Saluti, Silvia

01/04/2007
Daniele Tiezzi
- Petizione
solo due parole, non intervengo mai nelle discussioni anche se leggo sempre quello che viene scritto sulla mailing list e non mi negherei se potessi dare un contributo attivo su qualche discussione.
In questo caso, il mio intervento non si riferisce a nessun contributo, suggerimento o aiuto ma piu' ad uno sfogo personale che non ha alcun fine pedagogico, anzi.... io aderisco alla petizione molto volentieri, anche se piuttosto sfiduciato all'idea che questo possa davvero servire a qualcosa. Non riesco ad immaginarmi qualcuno al ministero che prenda in mano la nostra lista e si metta a ragionare seriamente sul problema. Ma non e' un tentativo di scoraggiare qualcuno il mio, mai rassegnarsi, giusto? Ma sono piuttosto frustrato dalla situazione politica e sociale del nostro paese. Io insegno negli Stati Uniti che con tutti i suoi difetti mi appare come il paradiso in confronto all'Italia. Ho recentemente conosciuto una ragazza italiana che si e' trasferita negli USA come ricercatrice biologa. Era il sogno della sua vita questo lavoro, e ora questo sogno lo sta realizzando. Mi ha detto che in Italia le stesse cose che fa in America le avrebbe fatte praticamente senza ricevere nessun stipendio e comunque per ricoprire quella posizione avrebbe dovuto "darla" ad almeno un paio di professorotti e chissa' quale altro genere di servilismo e umiliazione avrebbe dovuto subire! So che tutto questo non c'entra niente con cio' che stiamo portando avanti, almeno apparentemente, e' solo che in tutta questa matassa io non riesco nemmeno a trovare il filo del problema, a collegare le cose, e la situazione nel nostro paese mi mette le vertigini. Buona fortuna, avete tutto il mio appoggio e il mio supporto. Nonostante tutto.
Daniele Tiezzi


01/04/2007
Oriele Orlando
Cara Roberta,
ho letto con interesse il tuo articolo, e mi ha riportato alla mente un'esperienza personale altrettanto spiacevole in una università americana. Hai ragione quando parli di diritti e professionalità non riconosciuti e di contratti che non tutelano. Tutto questo comunque fà da paio con quanto accade nella nostra cara e amata Italia, e che i recenti articoli inviati dai colleghi alla lista hanno messo in luce.
Credo che le cose siano strettamente connesse, se siamo invisibili per lo Stato Italiano, potremmo mai avere legittime tutele per le istituzioni estere presso cui operiamo, e che di solito, sono pienamente consapevoli della situazione di precariato in cui operiamo?
Non ho una soluzione per questo, ma se riuscissimo a creare una corporazione, un movimento, per essere attuali, di quanti di noi operano in questo settore, beh sarebbe un passo avanti notevole.
L'idea di "marciare" sotto il parlamento [...] potrebbe essere un primo passo, ma oso ancora di più; mi risulta che sia in programmazione uno sciopero che vede il mondo della scuola protagonista, tra aprile e maggio, e se anche noi, insegnanti di Italiano L2/LS fossimo tutti lì in prima linea?
Oriele
ECCO L'INTERVENTO DI ROBERTA BARAZZA AL QUALE ORIELE SI RIFERISCE:
25/03/2007
Roberta Barazza
Ciao. Volevo farvi conoscere quello che è successo a me qui alla Purdue University e che ho pubblicato in un paio di articoli. Si puo' leggere la vicenda in questo link http://www.ildueblog.it/?s=barazza. Aggiungo solo un dettaglio (leggetelo dopo l'articolo). Mi è stato poi chiesto se restavo anche nel semestre primaverile gennaio-maggio, e io ho detto che con le spese incredibili che mi hanno fatto pagare, non era materialmente possibile a meno che non mi permettessero di fare altre lezioni o avere qualche altro guadagno. E un prof di italiano mi ha detto che era disposto a cancellarmi 1000 $ di debito in cambio delle mie 147 tra video cd cd-rom in italiano che lui stesso mi aveva invitato a portare dall'Italia, dicendomi che poteva servire a ridurre le mie spese. Il materiale è molto e sarà un problema anche portarlo a casa in aereo; e io l'ho portato qui su loro richiesta. A gennaio, cioè a semestre iniziato, mi dice che non gli interessa più perchè lui pensava che fossero in regalo, mentre io ho sempre detto chiaramente nei miei email, che il materiale era in prestito all'istituto di italiano fino a maggio. Ancora una volta questo è come rispettano i patti qui. Questa vicenda a me sembra inverosimile ma per loro è normale; hanno detto che capita qui in USA. Quindi se anche gli interessati leggono l'articolo sono certa che non avranno nulla in contrario se la rendo nota. Loro ritengono che questo sia giusto e quindi sicuramente non hanno nulla da nascondere e non gli dispiacerà se la faccio conoscere.
Ciao, Roberta Barazza
01/04/2007
Roberta Barazza


Ciao. Io ogni tanto sono in contatto con politici a cui mando commenti o
anche miei suggerimenti su questioni pubbliche. E devo dire che comunicano
anche simpaticamente.

Un indirizzo utile è quello della Margherita
>Sito ufficiale di "Democrazia e' Liberta' - La Margherita"
>http://www.margheritaonline.it/ info@margheritaonline.it


Una volta mi hanno risposto così:
>Le ricordo pero', come le ho scritto, che l'On. Latteri e' responsabile
>del Settore Universita'. Il Dirigente del Dip. Esteri e' l'On.
>Pistelli.


Ho visto che si vuole chiedere al Ministro della Pubblica Istruzione
Fioroni? Perchè non a quello dell'Università Mussi? O a entrambi?
Poi in http://www2.blogger.com/www.camera.it ci sono tutte le email dei deputati.
Poi per la petizione non credo sia così difficile. Non occorre usare un
linguaggio particolare. Qualche tempo fa c'era quella raccolta di firme. E
anch'io non ho firmato la petizione solamente perchè per firmare una
petizione occorre che ci sia un testo già definitivo. La ragazza che
raccoglieva firme secondo me scoraggiava dal firmarla per questo motivo.
Secondo me occorre definire un testo di petizione, sentendo varie proposte e
poi raccogliere firme.
Ciao, Roberta Barazza
barazzaroberta@hotmail.com

01/04/2007
Rocco Rossitto

Oddio, la margherita!!!
Oddio LATTERI, siciliano (come me, che disdetta!) di catania ex rettore
dell'università (che solo a nominarlo tutti piangono!!!) ed ex iscritto a
forza italia poi passato in cambio di una candidatura alla regione (trombato
alle primarie), una alle europee (trombato dal popolo!!!) e una alle
nazionali (candidatura blindata dalla lista e quindi - finalmente - eletto)
nelle file della margherita...
si salvi chi può!!!
11/04/2007
Tindara Ignazzitto


Va bene Rocco... Latteri e' siciliano come te... ma anch'io sono siciliana come te! E allora che vogliamo fare? Star sempre li' a "spulciarci" come le scimmie: questo si', questo no, questo si', questo no........ In questo Paese, sebbene le cose vadano tremendamente male, ci sono delle leggi, ci sono degli strumenti che i cittadini hanno a disposizione........ vogliamo provare almeno, oppure no? Roberta - ciao Roberta - voleva semplicemente darci un consiglio, ed io l'ho raccolto: e' vero bisogna scrivere un documento al quale affiancare la petizione e la raccolta delle firme..... io mi sto muovendo nella mia regione; qualcuno sta facendo la stessa cosa altrove?
Ciao, Tindara

domenica 18 marzo 2007

Intrecci di culture

Fonte: Didattica interculturale, Duccio Demetrio e Graziella Favaro (a cura di), Franco Angeli, 2004, pp. 108-10


Al termine di ogni viaggio e a seguito delle situazioni di scambio, l'identità di ciascuno di noi non è più definibile in termini binari, ma diventa comprensibile solo in termini additivi, di stratificazione di esperienze, saperi, informazioni, pratiche. E questo avviene spesso senza che vi sia la consapevolezza di tali processi di cambiamento reciproco e di interazione con gli altri.
[...]
Una mappa per esplorare la realtà: ecco come possiamo definire la cultura. Essa media tra individui e ambiente, collocando e avvolgendo ciascuno all'interno di una rete di senso. Non è uno stampo che ci rende uniformi, al contrario, permette di leggere e conoscere le differenze umane, accogliendole, nel caso, nella trama della propria storia.
[...]
Il peggior torto che si possa dunque fare a una tradizione, a un riferimento culturale è quello di conservarli sotto vetro come fossero una cosa morta.
[...]
Come le radici mostrano la loro potenza nell'albero che si alza su di loro, così la forza di una cultura si manifesta nella sua capacità di accogliere altri mondi e di aprire le menti dei suoi membri e nella loro volontà di vedere le differenze e di apprezzarle, anche se ciò può risultare disorientante.
[...]
Per fornire un esempio di­vertente delle stratificazioni culturali presenti nella vita, negli oggetti e nei gesti di ogni giorno, ecco, ad esempio, un frammento tratto da un vecchio manuale di antropologia (Lo studio dell'uomo, di Ralph Linton, 1936).

Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente, ma che venne poi modificato nel Nord Euro­pa prima di essere importato in America. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria del vicino Oriente, o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato sempre in Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedi­menti inventati nel vicino Oriente.
Si infila i mocassini, inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est e va in bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambi di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito maso­chista che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egizi. Andando a fare colazione, si ferma a comprare un giornale, pagando con le mo­nete, che sono un'antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una serie di elementi presi da diverse culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventata in Cina; il suo coltello è d'acciaio, lega fatta per la prima volta nell'India del sud, la sua forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell'originale romano...
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della se­dia e fuma, secondo un'abitudine degli indiani d'America.
Mentre fuma, legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su un materiale inventato in Cina secondo un procedimento inven­tato in Germania.
Mentre legge il resoconto dei problemi che si agitano all'estero, con un linguag­gio indo-europeo, ringrazierà Dio, di origine ebraica, di averlo fatto al cento per cento americano
(cit. da U. Fabietti, 2000).
Il brano che qui proponiamo è tratto da Mediazione e intrecci di culture. Percorsi di didattica interculturale di Graziella Favaro, in Didattica interculturale, Duccio Demetrio e Graziella Favaro (a cura di), Franco Angeli, 2004, pp. 108-10

Duccio Demetrio: narrazione, intercultura e transcultura

La risposta meticcia, la risposta quindi delle identità ibride e composite, è un risposta democratica sul piano planetario. “Meticcio” deriva dal greco antico “metis”, che significa saggezza: meticciato, quindi, come capacità di riconoscere le molteplici appartenenze, purché si enfatizzi la dimensione delle individualità. [...] La pedagogia interculturale c’è solo nel momento, raro, in cui come educatori ci chiediamo: “Io sto fornendo un modello culturale, un modello di comportamento, ma cosa sto prendendo in cambio?”. Nulla. [...] Io credo che, nella scuola, se non c’è una forte mediazione interculturale, una forte vocazione interculturale da parte degli insegnanti, che attingono al meglio di queste culture musicali, artistiche, letterarie, lo scambio non possa avvenire. [...] Lo scambio può avvenire solo all’insegna di una sempre maggiore conoscenza di mondi culturali altri, che non sono talvolta assolutamente condivisi dai bambini e dagli adulti che vengono qua. [...] Possiamo quindi dare un contributo, facendo in modo che in queste famiglie straniere, dove non entra nemmeno e non è mai entrata la parte migliore della loro cultura, in qualche modo questa cultura entri. [...] Ecco, lo scambio, la pedagogia interculturale, può essere questa. Non è soltanto il girotondo insieme, tra bambini di tanti colori diversi, perché dobbiamo sempre porci questa domanda: “Io ti insegno qualcosa, ma tu cosa mi stai dando?” Se non c’è una risposta, se c’è silenzio dall’altra parte, io come insegnante colto, devo andare a cercare testimonianze di quella cultura e riproporle. [...] Passiamo, così, da interculturalità a transculturalità: la prima, vuol dire, l’ho già ripetuto fino alla noia, avere tradizioni diverse che si guardano, si ascoltano, si scambiano qualcosa, a partire dalle reciproche differenze, a partire dunque da alcune distanze di carattere religioso, spirituale, filosofico, artistico. La transculturalità cerca ciò che può avvicinarci, a prescindere da queste differenze, e la via dell’arte, della poesia, è senz’altro il percorso elettivo privilegiato. [...] Quindi, io ritengo che nella scuola di oggi, ma anche nel mondo, nelle stentate relazioni tra rappresentanti di mondi diversi, sia indispensabile lavorare all’insegna della pedagogia transculturale, se non ce la facciamo con quella interculturale. [...] Quindi, non le differenze soltanto, non le distanze, perché se noi enfatizziamo un’attenzione per le differenze, corriamo il rischio di confermare le reciproche distanze. Credo invece sia importante individuare le reciproche contiguità, oppure le comunanze, per dare un contributo alla demolizione dei pregiudizi, che sono sempre presenti dentro di noi e popolano ogni nostra riflessione. [...] Non dimentichiamo che dovremmo, parlando di interculturalità, non solo evocare altri mondi, perlopiù a noi sconosciuti, ma parlarne anche rispetto al rapporto tra generazioni diverse. Non c’è solo l’intercultura interetnica, ma ce n’è una che soffriamo nella nostra quotidianità, quando parliamo di generazioni sempre più distanti, di ragazzi che non riusciamo a capire. La narrazione ci riavvicina, come è dimostrato da tante esperienze, soprattutto da quelle che vedono gli insegnanti sempre più disponibili ad approfondire questo metodo, perché scoprono che il racconto reciproco e la reciproca interazione tra storie hanno lo scopo di mostrare come, nel corso della vita, siano tantissime le continuità, siano tantissimi i momenti della nostra esistenza adulta che ci riportano all’adolescenza e all’infanzia. Quindi non solo intercultura in rapporto a questi altri pianeti, che sono ancora così sconosciuti, ma intercultura nella nostra quotidianità.
[...]
In certe circostanze, penso che la differenza debba essere avvicinata, enfatizzata, ma c’è il rischio di rendere questo avvicinamento soltanto curiosità. Questo, pure non è poco, ma forse non è sufficiente: io entro nel tuo mondo, mi spieghi come sono le tue tradizioni; sì, è importante, ai fini del meticciamento, ma credo che l’insistenza sulle reciproche differenze rischi di consolidare certe distanze. Mi piace di più, invece, pensare a dei ponti attraverso le culture diverse, e ritorno alla domanda, che mi è stata fatta, sull’utilità di partire dall’esistente: c’è un’esistente, quello musicale, che i ragazzi frequentano moltissimo. La musica è un luogo straordinario di meticciamento: prendiamo ad esempio solo il fascino che ha per i ragazzi questo vituperato movimento che è la New Age. È un movimento sincretico, che prende un po’ di cultura orientale, un po’ di quella occidentale, un po’ di musica spirituale, un po’ di letteratura esoterica. La New Age è il fenomeno transculturale più significativo che ci sia oggi: forse siamo noi adulti, che apparteniamo ad un’altra generazione, ad essere esclusi da questi movimenti culturali e che cerchiamo ancora la tradizione, la purezza. Perché noi non siamo, e invece i ragazzi lo sono molto di più, dentro una vera e propria ibridazione. Al di là di tutte le difficoltà che ci possono essere e dei luoghi comuni, credo che questa sia la vera speranza: c’è una generazione che si apre di più di noi a realtà multiculturali, anche se poi davanti all’immigrato che incontra per via, magari ha atteggiamenti razzistici, di esclusione, di aggressione. Questo è uno dei paradossi che stiamo vivendo tutti, per cui i giovani partecipano già a processi mondializzati di acculturazione, non si rendono bene conto di quello che ascoltano e di cui parlano, che sono già una manifestazione multiculturale e transculturale. Ma sopravvivono, dentro di loro, e anche dentro di noi, pregiudizi che ci riconducono a quelle tesi riproposte da Bruner, cioè i modelli mentali e di significato, che sono durissimi a dissolversi. Questo è un paradosso con il quale dobbiamo per forza fare i conti: siamo sempre più localisti, sempre meno narratori, ma allo stesso tempo sempre più proiettati in mondi lontani; basta accendere un computer o televisore. Siamo in una situazione, quindi, di vera e propria biculturalità: da una parte una cultura sempre più tradizionale, volta a proteggerci; dall’altra una culturalità che guarda le altre. Penso che sia estremamente positivo, perché, come dice Maluf, i rischi più grossi li corriamo quando, per la paura rispetto al nuovo, consolidiamo la nostra cultura di appartenenza, che è sempre inevitabilmente miope e chiusa. Quindi il meticciamento è dentro di noi, anche quando non ce ne accorgiamo.

Duccio Demetrio

domenica 11 marzo 2007

Sulla differenza

Tendiamo a credere alle differenze tra di noi.
E’ il mondo a insegnarcele e noi cominciamo a credere che esistano veramente: tu sei di una nazionalità, tu di un'altra; tu parli una lingua, tu un'altra; a te piace questo, a te quest'altro. E così facendo, dimentichiamo che la forza che ci muove è la stessa. Dimentichiamo che pur parlando lingue diverse diciamo esattamente la stessa cosa.
Dalla conferenza di Prem Rawat alla Camera dei deputati di Roma, Italia http://it.tprf.org/prem_rawat.htm

Siamo diventati abilissimi nel notare le differenze ma è arrivato il momento di vedere quello che abbiamo in comune.
Dalla conferenza di Prem Rawat all'Università di Salamanca, Spagna http://it.tprf.org/prem_rawat.htm

Occorre collocarsi in un orizzonte che mette al centro la conflittualità delle relazioni culturali, i disequilibri tra culture, le tentazioni di esclusione e la giusta reazione di chi si vede confinato in territori separati quando vorrebbe partecipare come cittadino del mondo e non tanto come straniero, immigrato, comunità etnica, alla possibilità di essere considerato un individuo a prescindere dalla nazionalità di origine.
Duccio Demetrio, Didattica interculturale, F. Angeli, p. 19-20

Considerare la persona umana come fondamento dell’interculturalità significa non solo il rispetto della stessa, ma anche l’esigenza di unire i diversi nel valore universale della persona umana; significa distinguere per unire e unire rispettando e valorizzando la diversità, cioè unire nella differenza.
B. Rossi, Identità e differenza, La Scuola, Brescia, 1994, p. 163

Non ci incontriamo mai con le culture in astratto ma con due individui che reciprocamente mettono in scena la loro cultura… Per cui occorre scoprire ogni volta la dimensione unica (appunto individuale) della cultura dell’altro, che implica un’apertura e un dialogo con lui o lei, ma ciò implica una riflessione sulla nostra cultura interiorizzata.
M. Abdallah-Pretceille, L’Education interculturelle, Puf, Paris, 1999, p. 170

L’umanità, pur essendo molteplice, è in primo luogo una.
A. Maalouf, L’identità, Bompiani, Milano, 1999, pp.118-119

lunedì 26 febbraio 2007

L'interazione delle culture è essa stessa cultura

di Gustavo Zagrebelsky *

Multiculturalismo è un termine comparso per la prima volta nel 1982, nella Carta dei Diritti delle Libertà del Canada. Parola nuova, quindi, ma che ormai ha investito il mondo occidentale nel suo complesso, sotto la pressione crescente dell'immigrazione da Paesi lontani.

Non è il pluralismo con il quale le società europee dall'inizio del secolo scorso hanno dovuto fare i conti e del quale, sia pure talora a caro prezzo, sono riuscite a venire a capo. Le società pluralistiche sono composte di parti che si riconoscono in un tutto come suoi elementi costitutivi. Un tutto che viene da una storia talora lontana o molto conflittuale, ma pur sempre comune. Le parti possono esprimere punti di vista diversi e avere interessi materiali concorrenziali, ma non antagonisti al punto da essere disposti al conflitto quando esso potrebbe avere esiti distruttivi per tutti. Nel contesto pluralista il quadro unitario di riferimento generale non è messo in discussione; la garanzia del pluralismo risiede nelle interdipendenze e nelle reciproche debolezze. Non così il multiculturalismo, in quanto le differenti culture si presentano come sistemi di valori e visioni del mondo chiusi, ciascuno in sè sufficiente a fornire il quadro etico completo e totalizzante dell'esistenza dei suoi membri. Potrebbe dirsi che il pluralismo tenda a un orizzonte di senso comune, mentre il multiculturalismo no.

Siamo quindi di fronte a una sfida cui proprio l'Europa è impreparata per ragioni di storia e di cultura. Nel secondo millennio sono stati perlopiù i popoli europei a occupare territori di altri continenti, abitati da popoli di altra cultura. Con questi non hanno cercato una convivenza multiculturale, ma semplicemente li hanno spazzati via o li hanno confinati nello spazio di qualche riserva, destinati a estinguersi.

L'impreparazione genera paura, la paura confusione delle idee e incertezza, e nell'incertezza trovano spazio razzismo e xenofobia. Quello della formazione di una società a culture plurime è un problema che sta alla base delle questioni del nostro tempo e di quelli a venire. Occorre riflettere per agire, sapendo che questa è una sfida al nostro vivere civile alla quale non è possibile sottrarsi.

Una sfida inevitabile

Culture e civiltà estranee, concetti così pregni di significato non meramente geografico: Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, che l'Europa stessa ha contribuito a definire in due millenni e mezzo di geopolitiche di potenza, sono in movimento. È all'opera la forza più elementare, diffusa e capillare e perciò meno contenibile: quella della miseria e l'istinto di sopravvivenza.

Fino a pochi anni fa l'immigrazione verso l'Europa è stato un capitolo dei rapporti fra alcuni Stati e le loro ex colonie, oppure un effetto del miracolo economico di alcuni Stati. In passato le politiche statali governavano l'immigrazione nell'interesse delle economie nazionali, oggi i fattori degli spostamenti di popolazioni sono più profondi di quelli su cui la politica statale ha sovranità. Finché rimarrano attivi, le quote d'accesso e le limitate sanatorie degli irregolari saranno patetiche finzioni di una capacità regolatrice che è andata perduta.

L'emigrazione Sud-Nord ed Est-Ovest è un doloroso riequilibrio di profondi squilibri politici, economici, demografici e ambientali di dimensione mondiale: guerre, sfruttamento, povertà, fame e malattie, esplosione demografica, trasformazioni climatiche e degrado ambientale convergono nella disperazione di intere aree sub continentali alimentando il movimento verso i Paesi del ricco Occidente che offrono prospettive o miraggi di sopravvivenze. Se consideriamo che gran parte di quelle cause, per qualche aspetto, dipendono dall'aggresività delle società che abbiamo costruito, o dal difetto di adeguate politiche di solidarietà, possiamo in questo persino riconoscere una giustizia, un contrappasso o una domanda di risarcimento. La concreta disponibilità ad accogliere, può non essere proporzionale alle dimensioni della domanda, ma il "buttiamoli a mare" che talvolta esce dalla bocca di qualche xenofobo è un'ingiustizia su un'altra ingiustizia rivestita di ributtante amor di patria.

Alla ricerca di un confronto

Con i popoli che vengono da lontano e le loro culture dobbiamo perciò confrontarci per necessità e anche per giustizia. Il multiculturalismo è una sfida all'universalismo, un pilastro della concezione morale dell'Occidente. Il multiculturalismo invece pretende che le concezioni morali dipendano da determinate visioni del mondo, ognuna ugualmente valida dal proprio punto di vista. Per conseguenza, esso deve ammettere che possano esserci modi diversi di agire giusto e che ciò che è giusto per me che appartengo a una cultura possa essere assurdo per te che appartieni a un'altra.

Ma il multiculturalismo è anche una sfida all'individualismo. I diritti umani della tradizione occidentale, almeno dal Rinascimento in poi, sono principalmente i diritti degli individui, secondo la concezione liberale, o delle persone, secondo la concettuologia cattolica. I diritti delle comunità sono riconosciuti, ma vengono dopo, come espressione di diritti di chi volontariamente ne fa parte. Se nasce un dissidio, per l'Occidente è la libertà del singolo che prevale sulla compattezza del gruppo, non viceversa. Le appartenenze religiose, culturali e politiche devono quindi sempre essere volute o almeno accettate, non essere un dato della natura, della nascita o del destino.

Considerando i singoli non come individui, ma solo come parti di comunità, si rovescia questo rappporto fino a giustificare la prepotenza del gruppo sui suoi componenti. Si comprende che legge universale e primato dell'individuo possano essere due elementi caratteristici della nostra dimensione morale e possono essere accusati di giustificare politiche aggressive. La legge universalmente giusta chiederà di imporsi anche a chi non la riconosce come tale. Così, dietro la maschera, si scorge il volto della violenza imperialistica, perfino della guerra di civiltà distruttrice di cultura e di civiltà diverse. Inoltre, il primato dell'individuo, abbattendo le barriere culturali comunitarie da cui gli individui di gruppi più deboli sono pur sempre protetti, può creare quella superficie tutta liscia sulla quale scorre l'esercizio di un potere illimitato, azzera le differenze e omologa gli esseri umani in una informe umanità.

È tuttavia impossibile rinnegare l'universalismo e l'individualismo senza rinnegare la nostra stessa civiltà. Per adeguarci alla società multiculturale rinunceremmo noi per primi alla nostra cultura e, per non usare violenza agli altri, faremmo della nostra stessa cultura un uso suicida. Il dilemma del multiculturalismo allora deve forse formularsi in questi termini: se siamo condannati all'aggressività, ovvero se vi sia un modo per liberarci dal veleno annidato nel nostro modo di autorappresentarci come civiltà occidentale universalistica e individualistica.

Separati, integrati o interagenti?

Il banco di prova di questa terribile questione sono gli atteggiamenti di fronte alle comunità di altra cultura, atteggiamenti tutti riconducibili a queste tre idee: separazione, integrazione e interazione. Tutte e tre esprimono l'accettazione più o meno di buon grado di una società che ospita genti di culture e civiltà estranee, ma divergono profondamente sul modo di concepirle. Solo l'ultima, l'interazione, viene incontro all'esigenza di una convivenza al tempo stesso rispettosa dell'altro e non rinunciataria di fronte a sé stessa.

La separazione è una coesistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano eessere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio alla purezza dell'identità culturale. Popolazioni diverse vengano dunque, se proprio non si riesce a fermarle alla frontiera o ci è utile accoglierle in quote, ma stiano per conto loro. Questa posizione si è espressa nel motto "separati ma uguali" che per quasi 100 anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Usa. In teoria il pregiudizio separatista potrebbe condividersi perfettamente da entrambe le parti, autoctoni e migranti ed esser così un'ideologia simmetrica. In pratica tuttavia quando una parte (l'autoctona) è più forte dell'altra (la migrante), la separazione si butta in segregazione, cioè in violenza discriminatrice. Ma la discriminazione non ha bisogno di norme giuridiche, bastano le leggi dell'economia di mercato, le mentalità piccolo borghese a creare esclusioni, segregazioni, barriere invisibili, ma ferree, tra persone e luoghi.

L'integrazione mira alla società omogenea, in cui le differenze culturali si attenuino fino a scomparire. Il suo presupposto è che con la seduzione o con la forza le culture possano cambiarsi confluendo l'una nell'altra. L'integrazione non è ostile all'ingresso, ma rinvia la dinamica tra una cultura che integra e una che è integrata, cioè ad una asimmetria tra l'una, più vitale e l'altra, considerata meno vitale. L'integrazionismo è così fatalmente ideologia della cultura dominante e prima o poi manifesta la sua vera natura che non è l'integrazione, ma l'assimilazione. L'assimilazionismo, presupponendo la superiorità di una cultura sulle altre, è una versione mite di razzismo culturale che giustifica la pretesa di fagocitare culture recessive e così di cancellarle dalla faccia della terra o al più di lasciarle sopravvivere come folklore. Ma può tradursi anche in azione violenta. Se la cultura diversa non è integrabile, o si dice che così sia, (come accadde nella Germania nazista per ebrei o oggi per le comunità islamiche), la società omogenea si sente autorizzata a praticare politiche di segregazione e perfino di annientamento.

L'integrazionismo si traduce in atteggiamenti pratici opposti a quelli separatisti, esso mira alla distruzione delle comunità diverse e alla riduzione dei loro membri a soli individui sradicati per poterli così più facilmente assorbire. C'è però un paradosso o una contraddizione: integrazione è parola d'ordine delle comunità organiche culturalmente omogenee. Si può essere contro le comunità quando si parla d'altri e non quando si parla di sé? Mi riferisco alla legislazione francese: combatte il pericolo del cosiddetto mosaico culturale (cioè la presenza di tante comunità chiuse) ma finisce per proporre un quadro culturale a tinta unica.

L’interazione come formula di convivenza

Infine, l'interazione. Il postulato dell'interazione è la necessità delle culture di entrare in rapporto per definire se stesse rispetto alle altre e quindi difendersi dalla mera assimilazione. Ma al contempo è la disponibilità a costruire insieme e a imparare l'una dall'altra. In questa disponibilità a rinnovarsi apprendendo gli uni dagli altri, c'è il contrario del separatismo e dell'integrazionismo. L'ethos dell'interazione è anti-fondamentalista, ma non relativista. Per avere interazione non basta la tolleranza: occorre che nessuno assuma il monopolio di verità possedute una volta per sempre. Una concezione non cristallizzata della cultura comporta soprattutto che diverse comunità, all'esterno siano aperte al confronto e al mutamento per reciproca confluenza, all'interno rispettino la soggettività dei propri membri e il diritto di decidere autonomamente di restarvi o di uscirne. Così l'interazione è l'unica risposta alla sfida del multiculturalismo conforme ai due pilastri della cultura occidentale: universalismo e individualismo. Universalismo non come imposizione generalizzata di una cultura egemone, ma come apertura al dialogo in libertà, verità e giustizia in vista della costruzione di una dimensione universale della vita in comune. Individualismo non come sradicamento, ma come priorità della coscienza degli esseri umani sulle appartenenze culturali di nascita e di destino. Così potremmo rimanere fedeli a noi stessi e scrollarci di dosso l'aggressività che spesso è addossata all'Occidente come una delle sue colpe maggiori.

Una simile prospettiva presuppone atteggiamenti di reciprocità amichevole che non possono affatto essere dati per scontati. Si tratta di riconoscimenti di rispetto gli uni verso gli altri. Noi, comunità di accoglienza, abbiamo le nostre difficoltà spesso frutto di pregiudizi sedimentati nel tempo e talora sfruttati politicamente. Ma anche le comunità che vengono da lontano hanno le loro difficoltà: per esempio quella che riguarda una parte dell'immigrazione islamica e che è stata definita come la "sindrome del perdente assoluto". Cioè consapevolezza di provenire da grandi civiltà, e quindi dell'orgoglio di appartenervi, che collimano con l'evidente mancato attuale riconoscimento del loro valore nell'ambiente di arrivo. Senza contare lo shock culturale permanente. Persone che si considerano "perdenti assoluti" costituiscono una bomba sociale.

Non rimane quindi che tentare di gettare ponti culturali, promuovere occasioni di conoscenza reciproca e di confronto. Prima di tutto da parte delle comunità di accoglienza, abbandonando l'atteggiamento di chi si considera dalla parte della civiltà e non sa riconoscere il valore altrui insieme ai propri limiti. Un lavoro a lungo termine difficile, ma ineludibile. L'interazione delle culture è essa stessa cultura, una metacultura ricca di tutti i contenuti della convivenza: rispetto reciproco, apertura, curiosità e attenzione per le diversità, spirito di uguaglianza e accoglienza, calda fratellanza nelle difficoltà della condizione umana.

Tutti i numerosi e complessi problemi che oggi si pongono alla politica nei suoi compiti regolativi di convivenze e di culture diverse si prestano a essere illuminati da questa concezione dell'essere cultura dell'occidente. È solo un punto di partenza; l'interazione tra culture, assunta come obiettivo da perseguire, non nasconde l'esistenza di "irrinunciabili" da porre sotto il dominio della legge comune. Irrinunciabili non perché lo sono per noi, ma perché attengono alla sfera dei diritti umani, in qualunque parte del mondo. Questi irrinunciabili quali sono? Direi anzitutto il divieto della violenza, la libertà nella vita comunitaria, il divieto di discriminazione tra uomo e donna. Il tutto però deve essere inevitabilmente oggetto di discussione e confronto e alla fine responsabilità della politica e non si presta a essere dedotto da una astratta formula di convivenza.


* Gustavo Zagrebelsky, uno dei massimi costituzionalisti italiani, docente universitario di Giustizia Costituzionale a Torino, nominato nel '95 giudice della Corte Costituzionale. A fine mandato nel 2004, dopo esserne stato presidente, è stato nominato presidente emerito della Corte Costituzionale e oggi è componente di comitati scientifici di numerose riviste.

Fonte: http://uninews.unicredit.it/it/articoli/page.php?id=6945

mercoledì 20 dicembre 2006

La città etica e plurale secondo Re.La.Te. Rete dei Laboratori Territoriali

20/12/2006 - Comune Palermo

Presentato il progetto RE.LA TE. - Un laboratorio territoriale che si pone come obiettivo la promozione di nuove esperienze di pianificazione urbanistica, basata su processi di partecipazione in grado di coinvolgere la comunità locale e i diversi gruppi immigrati presenti sul territorio. È questo, in sintesi, il progetto, unico in Sicilia, che sarà portato avanti al Centro Sant'Anna. Il laboratorio svolgerà attività di ricerca e di progettazione sul campo attraverso un gruppo di lavoro di professionisti che, insieme con le comunità interessate, definiranno i comparti urbani su cui intervenire e, in base a problematiche e potenzialità emerse, valuteranno le modalità con cui operare. Le azioni principali dei laboratori, volte in particolare a favorire l'integrazione di immigrati sia in contesti urbani che rurali, consistono nel rilevare il degrado edilizio che caratterizza gli spazi occupati dagli immigrati con particolare riferimento ai luoghi di residenza, del lavoro, della formazione e dello svago, e la definizione delle modalità d'intervento per il miglioramento della qualità urbana. Ogni laboratorio lavora in autonomia, secondo le caratteristiche della propria area, rispettando, però, l'obiettivo del progetto di rete, gli impegni, le scadenze ai quali ogni partner deve attenersi. A questo scopo, si svilupperanno tre incontri tra i partner nel corso del progetto, come occasione di riflessione, di scambio di informazioni e proposte di lavoro condivise. Sono quattro i laboratori territoriali, oltre a quello che sarà costituito al Centro Sant'Anna, gli altri tre sono rispettivamente a Crotone, a Villa San Giovanni e uno a Valencia, in Spagna. Attraverso questi laboratori si redigerà il Manuale "Re.La.Te." per costruire nuovi scenari urbani della città multietnica, una vera e propria guida per la "città plurale". Il manuale ha lo scopo di definire indirizzi, principi e soluzioni possibili per "una città per l'uomo", sia esso residente o immigrato. Conterrà osservazioni sul fenomeno della multiculturalità urbana, buone prassi e linee guida. È prevista, inoltre, la redazione della "Carta europea dei servizi multicultural-oriented", in cui si descriveranno i bisogni di integrazione, i principi fondamentali su cui basare i servizi sia per gli immigrati che per i cittadini residenti, al fine di favorire i processi di integrazione attraverso la garanzia del diritto al rispetto della differenza. Re.La.Te. affronta la tematica dei movimenti migratori nel contesto Euro-Mediterraneo e costituisce un supporto per lo sviluppo di modelli di confronto e partecipazione tra culture differenti. I principali obiettivi di Re.La.Te. sono la creazione di una rete operativa tra paesi interessati al progetto, la creazione di strategie di comunicazione per la diffusione delle attività e dei risultati conseguiti, lo sviluppo e la sperimentazione di pianificazione urbanistica partecipata, l'elaborazione di proposte progettuali per la riqualificazione dei luoghi caratterizzati dalla presenza di immigrati, l'elaborazione e la diffusione di strumenti per la pianificazione della città multietnica e per una migliore accessibilità alle risorse e ai servizi, il riconoscimento del ruolo delle comunità migranti nei territori di nuova residenza. Il progetto-pilota contribuisce a realizzare gli strumenti per la costruzione di una "città etica", promuovendo l'applicazione di regole di civile coesistenza ispirate al rispetto delle differenze, al riconoscimento del loro valore, al fine di rinsaldare legami culturali tra popoli, sviluppare occasioni d'incontro nell'ambito dei processi di pianificazione urbana, i temi del rapporto tra le culture nel rispetto delle differenze, del recupero dell'identità sematica degli spazi urbani, delle nuove centralità urbane secondo la teoria dell'aggregazione interetnica, dei diritti della cittadinanza e dei doveri della coesistenza, del ruolo delle imprese per il superamento delle barriere culturali, del ruolo delle istituzioni per l'accoglienza. Considerata tra le migliori in Italia e chiamata ad esempio tra gli operatori del settore - sia per le molteplici attività sia per i risultati raggiunti - la struttura si occupa di problematiche connesse alla vita familiare, ai minori a rischio, alle ragazze madri, agli anziani, ai disabili, alla formazione, alle pari opportunità, agli extracomunitari, ai detenuti e agli ex detenuti. Il Centro si trova in piazza Santa Teresa alla Kalsa, 31, in otto vani dell'antico edificio dell'ex Opera pia "Istituto delle Artigianelle" ed è aperto da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 12. Una scommessa vinta, fin dalla sua nascita, il Centro Sant'Anna ha puntato su una scommessa, rivelatasi vincente: le capacità di partecipazione degli stessi utenti. Al suo interno partecipano ai corsi di prevenzione degli abusi sui minori e sulle donne; autogestiscono un baby parking, aiutandosi l'una con l'altra nell'emergenza; coadiuvano gli altri operatori nel gestire le attività dei minori. In pratica, gli utenti assolvono ad un'attività di promozione sociale quanto meno pari a quella degli operatori professionisti.

martedì 31 ottobre 2006

Palermo: il boom dei negozianti immigrati. Via Maqueda diventa multietnica

Ricerca della Cna: in un anno le attività gestite da extracomunitari sono aumentate del 42 per cento
di Isabella Napoli

Dal Bangladesh allo Sri Lanka, dal Marocco alla Tunisia. Sono sempre più numerose a Palermo le imprese extracomunitarie, soprattutto commerciali. Da una recente indagine della Cna, nel 2006 le imprese straniere in città sono passate da 324 a 767, con un aumento del 42,2 per cento, quattro punti oltre la media nazionale. Di queste, l´80,8 per cento, ben 620, sono negozi. È il commercio il settore principale di attività per gli immigrati. Ne è un esempio via Maqueda, una delle vie tradizionalmente più commerciali della città, dove negli ultimi dieci anni molte insegne locali hanno lasciato il posto a business extraeuropei, primo fra tutti l´artigianato etnico, seguito da negozi alimentari e solo da pochi anni anche da alcuni ristoranti, sui quali campeggiano le lanterne rosse made in China.
La comunità più attiva a Palermo è però quella del Bangladesh con 314 imprese. In via Maqueda, sono una ventina le insegne di questa nazionalità, botteghe nate dalla strada e dal commercio ambulante. La comunità di commercianti bengalesi è concentrata soprattutto tra via Venezia e i Quattro Canti.
«Sono arrivato a Palermo dalla Francia sedici anni fa - racconta Chowdhury Muhitur Rahman - per i primi anni ho lavorato come collaboratore domestico e ho messo dei soldi da parte. Per mettersi in proprio la cosa più facile era il commercio ambulante. Così ho iniziato nel 1996 a vendere bijoux per strada e nel 2000 ho aperto questo negozio in via Maqueda. Fino a un paio di anni fa si vendeva di più, ora c´è sempre più concorrenza soprattutto cinese e di altri connazionali». Rahman paga 700 euro al mese per un locale molto piccolo, con una sola vetrina. L´affitto per un negozio con due o tre vetrine può costare da 1000 a 2000 euro. «Quando ho preso la licenza di ambulante - continua - ho dovuto fare un corso per iscrivermi al Rec (registro esercenti il commercio, ndr). Ora basta andare al Comune e con qualche centinaio di euro, si ottiene una licenza di ambulante. Ma questo crea più concorrenza e meno lavoro».
Il commercio è uno degli sbocchi più immediati anche per i più giovani. Gnanaseelan Sivaskaran, 26 anni, è originario dello Sri Lanka ma da 13 anni vive a Palermo, con tutta la sua famiglia. Quattro anni fa, ha aperto un negozio di generi alimentari in via Maqueda. A diventare imprenditore, lo hanno aiutato due fratelli che vivono in Germania e gli hanno prestato una parte del budget iniziale: 10 mila euro. «Il primo ad arrivare a Palermo venti anni fa è stato mio padre - racconta - lavorava come cameriere. Io ho studiato fino alla terza media, ma poi avevo bisogno di lavorare. L´idea di mettermi in proprio me l´hanno suggerita i miei fratelli. La licenza al Comune mi è costata circa 300 euro e l´ho avuta nel giro di tre mesi».
Spezie, riso basmati, dolci e altri prodotti dallo Sri Lanka vanno forte anche tra i palermitani. Habibur Rahman Ahsan, 18 anni, viene dall´India e vende articoli da regalo e bijouterie vicino la discesa dei Giovenchi. «Il titolare è mio padre - dice - siamo specializzati in artigianato dall´Indonesia, dall´India e dalla Thailandia. Io tra poco mi diplomo all´Ipsia. Dopo spero di andare al Nord Italia a cercare lavoro in una grande azienda».
Tra le insegne targate Bangladesh, c´è anche quella di Azad Abulkalam, un piccolo coloratissimo bazar di lampade, arazzi e altri arredi etnici. «Ho iniziato come ambulante nel 1989 - dice - poi con l´aiuto di mia moglie ho messo su questo negozio nel 1997. Quando abbiamo aperto, eravamo ancora in pochi. Da quando sono a Palermo, ho lavorato duro e per ben dodici anni, non sono riuscito a tornare nel mio paese d´origine. Ora, c´è un po´ di crisi ma le mie figlie lavoreranno qui. Per battere la concorrenza, ho dovuto puntare su un artigianato di qualità. Qui, in via Maqueda, ci battono solo i cinesi. I loro prezzi sono più bassi».
Chinatown, in questa parte della città è alla fine di via Maqueda. I negozi vendono soprattutto abbigliamento e bijoux ma i loro proprietari dagli occhi a mandorla sono restii a parlare. Vicino alla stazione, tra le lanterne rosse, c´è anche un ristorante, Yong Feng Yuan. Ma se alcuni sbarcano, altri si preparano a fare le tende. «Tra un mese vado via - dice una mauritiana che vende collane e orecchini fatti a mano - l´affitto costa 300 euro e non ce la faccio più a pagarlo. Lascio dopo 10 anni, dovrò andare a lavorare come donna delle pulizie presso qualche famiglia».

La Repubblica Palermo
(31 ottobre 2006)

giovedì 15 giugno 2006

L'architettura per la città interetnica

Fonte: http://www.unipa.it/dispa/pubblicazioni/culottasciascia_interetnica.htm



I temi della sperimentazione didattica divengono spesso occasione per considerazioni ampie, per approfondimenti che trovano nei lavori degli studenti soltanto un incipit. Un avvio, quindi, ma anche un supporto per ulteriori tappe di studio. Questo libro, che mette a fuoco il tema della città interetnica, trae spunto dagli esiti di cinque Laboratori di Progettazione Architettonica tenutisi presso la Facoltà di Architettura di Palermo, ma pensiamo proceda oltre includendo riflessioni che, in alcuni casi, sembrano del tutto indipendenti dai risultati della didattica. Infatti, i saggi e i lavori degli studenti stanno insieme in un rapporto che è, al contempo, di forte connessione ma anche di totale autonomia. Per certi versi la città interetnica – affrontata didatticamente prima dal punto di vista delle abitazioni e poi da quello delle attrezzature per stranieri nel centro storico di Palermo – sembra essere l'occasione offerta dalla contemporaneità per riflettere, da una prospettiva nuova, su noti argomenti disciplinari, quali il costruire nel costruito, il rapporto con le preesistenze, la morfologia, la tipologia, l'abitazione e la struttura urbana, che trovano nel centro storico di questa città una loro specifica e rinnovata attualità.Ma in questa prospettiva critica emerge con chiarezza una nuova centralità data all'abitazione nella (ri)costruzione della struttura urbana. Forse un altro sottotitolo del libro avrebbe potuto essere La casa: dalla cellula abitativa all'abitazione. Infatti, nel rispetto delle trame urbane, ma eliminando a volte alcuni non sense planimetrici, memoria di una miseria certamente non meritata e tanto meno voluta, i progetti delle abitazioni hanno tenuto conto delle richieste avanzate dalle singole etnie, chiamate in causa in una forma misurata di partecipazione, includendole in una spazialità che la casa dei ceti meno abbienti non ha mai avuto. Piante e sezioni, ancora una volta su un piano parallelo a quello relativo ai contenuti etnici, propongono un nuovo modo di guardare all'abitazione. La lezione dell' existenz minimum e, in generale, quella derivante dalla ricerca sulla casa del Movimento Moderno, restano sullo sfondo come innovazioni ormai da tempo divenute tradizione. Le abitazioni per stranieri sembrano un anello successivo che ha saputo tenere conto del passaggio epocale avvenuto negli ultimi decenni del XX secolo quando la città, pur accogliendo nuove comunità, iniziava a costruire su se stessa. La casa è lontana dall'essere soltanto "spazio minimo per vivere": è anche luogo dove ci si può raccogliere a pregare, a giocare, a riflettere o a lavorare senza mai dimenticare le funzioni di base del nutrirsi e del riposare. In questo gioco del costruire nel costruito, determinato non per velleità didattica ma per una scelta reale che porta i nuovi immigrati ad insediarsi laddove gli affitti sono più bassi, cioè nel centro storico, l'abitazione torna ad essere protagonista e gli spazi domestici dei nuovi palermitani, suggeriti dagli studenti, aprono una traccia di ricerca innovativa che questa pubblicazione cerca di documentare e approfondire.

giovedì 9 giugno 2005

Euromediterraneo


Intervista pubblicata su meltingpot a Renata Pepicelli, autrice del libro
2010: un nuovo ordine mediterraneo?


Lo spazio euromediterraneo tra esclusione dei corpi ed inclusione delle merci
Intervista con Renata Pepicelli*


Il Mediterraneo, un tempo crocevia di culture e scambi, in questi ultimi anni si è trasformato, per molti esseri umani, nel luogo da attraversare per cercare di realizzare il proprio progetto di vita o più semplicemente sfuggire alla miseria, alla guerra, alla fame.Un luogo che ha visto – e continua a vedere – naufragi e tragedie ripetersi nel tempo, dove si specchia la cattiva coscienza di un nord ricco nei confronti di un sud povero.Un Mediterraneo che è stato trasformato da crocevia delle culture a uno dei fronti critici di una guerra globale tra il privilegio e la necessità.
Ne abbiamo parlato con Renata Pepicelli, autrice del libro "2010. Un nuovo ordine mediterraneo?", pubblicato dalla casa editrice Mesogea nel 2004.
D: Il Mediterraneo è sempre più luogo di migrazioni. Qual è il tuo commento su quanto sta accadendo in questo spazio?
R: Si parla molto in questi ultimi anni e mesi di Mediterraneo, descrivendo quest’area come una nuova frontiera per l’Europa. Secondo il mio punto di vista il Mediterraneo va invece considerato come uno spazio a geometria variabile volto ora all’esclusione, ora all’inclusione.Per quanto riguarda i migranti il Mediterraneo rappresenta una frontiera escludente, ma non del tutto: continua infatti a essere un luogo di attraversamento di manodopera a basso costo di cui l’Europa si serve. Allo stesso tempo, il Mediterraneo, è volto anche all’inclusione come dimostra il partenariato euromediterraneo, e in particolar modo la zona di libero scambio che questo progetto intende istituire. Si tratta di un processo avviato nel 1995 a Barcellona, su iniziativa della UE e di 12 partner mediterranei, che prevede di costruire in questa area una grande zona di libero scambio, su modello del Nafta e dell’Alca , dove le merci e i capitali potranno liberamente circolare, contrariamente alle persone. Da una prospettiva di carattere economico noi possiamo vedere come in realtà - in linea con l’Uruguay Round e i principi dell’Organizzazione mondiale per il commercio - il Mediterraneo diventa, all’interno delle logiche globali liberiste, una zona che le politiche economiche europee intendono includere. Quando sarà attiva la zona di libero scambio euromediterranea, l’Unione potrà contare su un’area costituita da circa 40 Stati e 800 milioni di consumatori. Una regione economica dalle grandissime dimensioni che dovrà far fronte in primo luogo a quella che gli Stati Uniti stanno provando a realizzare attraverso gli accordi dell’Alca con tutti gli Stati delle due Americhe ad eccezione di Cuba. Quindi, quando si parla di Mediterraneo, bisogna sempre pensare a questo doppio progetto che esiste per l’area. Da una parte frontiera per rischi considerati estremamente minacciosi per l’Europa – pensiamo alla retorica delle immigrazioni in quanto minaccia o al discorso sul terrorismo islamico e lo scontro di civiltà – ma dall’altra un’area che si vorrebbe in qualche modo coinvolgere all’interno di un progetto liberista più ampio e collocato all’interno dei meccanismi mondiali di redistribuzione delle sfere di influenza economica nonché politica. Per quanto riguarda l’idea di un Mediterraneo di diritti, che è anche un tema forte del Forum Sociale del Mediterraneo, siamo ben lontani da una situazione di questo tipo, come dimostrano le continue morti nel tentativo di attraversare il bacino e gli accordi tra riva sud e riva nord del Mediterraneo per tentare di bloccare gli sbarchi. Ma soprattutto noi ci troviamo in questo momento in un Mediterraneo i cui paesi presentano uno stato di diritto e di libertà molto poco garantito. E’ significativo a tal proposito leggersi l’ultimo rapporto di Amnesty International che dimostra tra le altre cose come in tutta l’area si stia avendo un restringimento dei diritti in nome della lotta al terrorismo islamico. E’ già da qualche tempo che Amnesty, come altre organizzazioni di difesa dei diritti umani a livello internazionale e locale, evidenzia come le leggi dell’antiterrorismo islamico stanno venendo a minacciare quelli che sono i diritti individuali e collettivi dei paesi del Mediterraneo, non solo della riva sud ma anche della riva nord.
D: Alcuni paesi del nord Africa come Libia e Marocco, sono deputati a bloccare le persone che vogliono attraversare questo spazio per tentare di entrare in Europa. Devono svolgere quindi un ruolo particolare.
R: Sì e non è un fatto nuovo. L’Unione Europea sin dagli anni novanta ha cercato di raggiungere degli accordi di natura commerciale e sicuritaria con i paesi terzi mediterranei, anche in vista di un maggiore controllo delle migrazioni e le frontiere. Il Marocco è uno dei principali partner europei in queste politiche. Non è assolutamente una cosa nuova per l’Unione Europea tentare di trovare delle convergenze con i governi dei paesi terzi mediterranei, nel tentativo di fronteggiare le migrazioni. Ora tutto questo si fa in maniera più eclatante, come dimostrano gli accordi con la Libia di cui solo adesso si conoscono parzialmente i contenuti. Ma si tratta di un processo che è in atto da almeno una decina di anni, in maniera più sotterranea, meno conosciuta, perché meno notizie filtravano e meno attenzione si poneva a questo dibattito. In realtà degli accordi bilaterali esistono da molti anni e su questo bisognerebbe riflettere. Queste politiche non sono nuove, non sono il frutto dell’11 settembre, come in molti casi si è voluto far credere. L’11 settembre non rappresenta uno spartiacque fra un prima e un dopo di un possibile scontro di civiltà, ma va considerato l’apice di un percorso che era iniziato molto prima. Pensiamo che il primo saggio di Samuel Huntington che prefigura lo scontro tra la civiltà occidentale e altre civiltà, in particolar modo quella islamica, risale al 1993. Bisogna perciò fare molta attenzione quando si cerca di fare delle analisi su quello che sta succedendo nell’area.
D: Lo scenario che hai dipinto è molto chiaro: le merci possono circolare liberamente, le persone no. Rispetto a questo parlavi di forza lavoro a basso costo. Le maglie di questa Fortezza Europa sono elastiche, lasciano passare “qualcosa”, quel qualcosa che poi ritorna molto utile all’economia europea.
R: Assolutamente sì. Non solo quando arrivano in Europa e in Italia ma anche per quel che riguarda le delocalizzazioni nell’area mediterranea, discorso importante ed interessante da seguire per capire come funziona. C’è un lavoro molto interessante di Salvatore Palidda per la fondazione Ismu nel quale è posto in evidenza come le delocalizzazioni italiane in paesi come la Tunisia possano rappresentare - contrariamente a quanto si dice - uno stimolo alle migrazioni. In una delle testimonianza, citate in questo documento, un lavoratore tunisino impiegato in una fabbrica italiana dislocata in Tunisia dice all’incirca: “Ho provato più volte a partire per l’Italia. Nella mia officina tutti, uomini e donne, vogliono andare a lavorare in Italia e far lì lo stesso lavoro. Dato che già lavoriamo per italiani, ci dovrebbero essere facili ambientarci. E potremmo così guadagnare più dei 120-180 euro al mese, che prendiamo in Tunisia”.
D: Forse vale la pena riprendere il commento sul ruolo della Libia in questo momento. Ricordiamo l’accordo, ormai non più totalmente segreto, stipulato con l’Italia sulla questione dei respingimenti e dei rimpatri.
R: Non è un argomento sul quale io mi sia particolarmente soffermata, quindi non mi sento di parlare di questo quando ho letto articoli ed analisi estremamente interessanti, pubblicati anche sul vostro sito. Mi viene da dire che queste scelte politiche non vanno considerate nuove. È già da diversi anni che si siglano accordi per il respingimento alle frontiere, per il controllo congiunto delle frontiere, per l’apertura di Centri di Permanenza Temporanea all’interno dei paesi terzi. Mi ricordo che nel 2001 fu pubblicata la notizia dell’esistenza già dal 2000 di un centro di trattenimento nel sud dell’Algeria. Un luogo che sembrava essere stato precedentemente utilizzato come prigione per militanti islamici, e nel quale sarebbero poi stati rinchiusi migranti che provenivano dall’area subsahariana. Questa notizia che fu ripresa da Courrier International, fu poco seguita, poco analizzata per capire la veridicità di questa informazione. Però indicava che già allora le cose si stavano muovendo in questo senso.




*** Renata Pedicelli è nata a Napoli il 28/3/1976, è dottoranda presso il dottorato di Geopolitica e culture del Mediterraneo della Scuola di Alta Formazione Federico II di Napoli consorziato con l’Istituto Italiano di Scienze Umane. Nel giugno del 2004 ha pubblicato con Mesogea il saggio "2010. Un nuovo ordine mediterraneo?", prefazione di Salvatore Palidda. Tra le sue pubblicazioni: Le relazioni tra riva nord e riva sud nel partenariato euromediterraneo in Grimaldi U., De Luca P. (a cura di), Mediterraneo: scuola e incontro tra culture. Atti del seminario internaziononale di studi del Consiglio d’Europa, Napoli, 2005; Il partenariato euromediterraneo e l’Italia in Afriche e orienti, n° 4/2002; Strade di donne: migrazione e prostituzione in Meridione, sud e nord del mondo, novembre-dicembre 2001. Tra i suoi lavori audio e video-documentari: Strade, tra prostituzione e immigrazione, un’inchiesta radiofonica sulla prostituzione, realizzata per Radio3 Rai (2002); Per non dimenticare. Agosto-settembre 2003, video-documentario sul campo profughi palestinese di Shatila realizzato con Anita Mosca, con un contributo della provincia di Napoli (2004); Ai confini della cittadinanza, video-documentario sulla condizione dei rom a Napoli (2001).

giovedì 9 giugno 2005