www.tprf.org: La tua arma segreta (words by Prem Rawat)

Pledge to Peace - Dichiarazione di Bruxelles - 28 novembre 2011



Discorso di Prem Rawat alla Settimana della Pace e della Solidarietà di Mazara del Vallo - 27 maggio 2011 - Video


"Determination, understanding and clarity have to be the fundamental foundations on which peace will be built."


"Not exclusion, but inclusion."


"The day our measurements are based on our similarities and not our differences is the day we will begin to lay the foundation for peace in this world."
Prem Rawat
Watch A message of Peace by Prem Rawat

Il Peace Education Program (PEP) ha lo scopo di aiutare i partecipanti a scoprire le risorse interiori che sono loro proprie, strumenti innati per vivere, come la forza interiore, la capacità di scelta e la speranza, esplorando anche la possibilità della pace personale.
Si tratta di un programma educativo nuovo, con un piano di studi che consiste in 10 video, ciascuno incentrato su un argomento specifico, presentato e facilitato da volontari. Questi seminari, adattabili e interattivi, sono non religiosi e non settari. Il contenuto di ciascun argomento si basa su brani tratti da discorsi pronunciati da Prem Rawat in tutto il mondo.
Presentazione del PEP (in italiano)

"Uno degli aspetti meravigliosi del ridere, della felicità, della gioia e della pace, è che sono cose contagiose. Diffondete questo sentimento contagioso di pace, il bisogno di pace, in questo mondo. È di questo che abbiamo bisogno nella nostra vita. La pace è una necessità, non è un lusso." Prem Rawat


sabato 22 dicembre 2012

Fatha Salba, dall'Etiopia a Lampedusa: oggi dirige Emergency a Palermo

















di Barbara Giangravè

Palermo, 21 Dic - Quando ho conosciuto Fatha, pensavo di attraversare uno dei periodi più difficili della mia vita, ma conoscere anche la sua storia mi ha fatto capire quanto il concetto di “difficoltà”sia davvero relativo.

A Palermo, dal 2006, esiste un Poliambulatorio di Emergency che garantisce assistenza sanitaria gratuita ai migranti e ai residenti che non possono permettersi di pagarsi le cure. La struttura è stata spesso oggetto dell'interesse di miei colleghi, che si sono recati sul posto per scattare delle foto e descriverne minuziosamente l'attività.

Quello che non hanno scritto (o descritto) è la storia della persona che, da poco più di un anno, ne è il coordinatore, Fatha Salba, cittadino etiope che, da tre anni, aspetta di diventare italiano a tutti gli effetti.

A lui, che ha accettato di concedere questa intervista esclusiva a SiciliaNews24.it, abbiamo fatto qualche domanda.

Quando è cominciato il tuo viaggio verso l'Italia? E da dove sei partito? 
Nell'ottobre del 2002 sono partito dall'Etiopia, il mio paese, per raggiungere la Libia e, da lì, l'Italia. È stato un viaggio lungo, cominciato – clandestinamente – con dei commercianti di caffè che ci nascondevano nei loro mezzi. Abbiamo attraversato il deserto senza mai percorrere le vie principali, per paura di essere fermati. Giunti al confine con la Libia, sono venuti a prenderci i trafficanti. Ci hanno caricato su due macchine, una delle quali è rimasta vittima di un aggressione e i suoi occupanti sono stati uccisi. Io e altri due amici etiopi siamo arrivati sani e salvi a Kufra. A Kufra c'erano anche gruppi di Eritrei e Somali, ma solo noi Etiopi eravamo già senza soldi. I trafficanti si sono accontentati dei soldi degli altri e ci hanno portato fino a Waddan, riservandoci il trattamento peggiore che potevano, dato che non avevamo il becco di un quattrino e, in fondo, ci stavano facendo un favore. A Waddan, però, ci hanno abbandonati e, per una notte, ci ha ospitato un Sudanese. In Libia, gli Etiopi non sono visti bene e, per rimanere, ci siamo spacciati per somali. A Waddan ci siamo trattenuti per un mese: dovevamo lavorare per mettere da parte i soldi che ci servivano per proseguire il viaggio. Abbiamo trasportato sacchi di cemento per i quattro piani di un palazzo, a piedi, fino a spaccarci la schiena. Quando abbiamo raccolto 150 euro in tre, siamo ripartiti. Siamo arrivati a Tripoli dopo sei mesi di viaggio. E altri sei ce ne sono voluti per raggiungere Lampedusa, poco dopo tutti quei Sudanesi che – nel 2003 – sono stati ospitati in massa al Laboratorio Zeta di Palermo.

Che lingua parlavi quando sei arrivato? 
Parlavo l'arabo e l'inglese, ma non conoscevo una sola parola d'italiano. Quante volte, durante la traversata in mare, avevo sentito i miei compagni di sventura gridare “Aiuto!”, ma ero convinto che si trattasse di una persona. Per imparare la lingua frequentavo tre corsi diversi al giorno: uno al laboratorio Zeta, uno al Centro Valdesi – in cui ho vissuto per il primo anno – e uno al Cemi di via Noce. Dopo due mesi parlavo già l'italiano e a marzo del 2005 ottenni il mio primo lavoro in Italia, presso un agriturismo di Gibilmanna. Ma dopo tre mesi sono tornato a Palermo con una clavicola rotta, frutto di un incidente avuto con la bicicletta. Nel frattempo, mi sono presentato davanti la Commissione incaricata di giudicarmi e di concedermi, o negarmi, l'asilo. Cosa che, per fortuna, ho ottenuto.

Cosa hai fatto dopo aver finalmente ottenuto asilo dall'Italia? 
Mi sono rimesso a lavorare: facevo le pulizie in un bar e, la sera, andavo a scuola. Il mio diploma etiope non ha alcun valore legale qui e, per ottenerlo anche in Italia, ho dovuto ricominciare dalla scuola media! Oggi sono un ragioniere e frequento il corso di laurea in Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche. Dato che, mentre lavoravo e studiavo, trovavo pure il tempo per dare una mano ai ragazzi dello Zeta Lab con gli altri immigrati, mi lasciai convincere a frequentare un corso di mediazione. La formazione mi piaceva così tanto che, quando Medici Senza Frontiere mi ha offerto un posto di lavoro ad Agrigento, li ho convinti a lasciarmi terminare il mio corso, prima di prendere servizio a tempo pieno. A ogni modo, il fine settimana andavo già a lavorare lì e a marzo del 2007 ho preso definitivamente servizio. Mi muovevo tra Agrigento, Licata, Palma di Montechiaro e Sciacca, ma andavo anche in provincia di Siracusa quando c'erano gli sbarchi. Sono stato pure a Lampedusa per alcuni mesi. In quei casi, il mio compito era sempre lo stesso: andavo con i medici e mi occupavo dell'accoglienza... una cosa che a me è mancata molto quando sono arrivato in Sicilia da migrante. Quando mi vedevano, ai nuovi arrivati si riempivano gli occhi di speranza. Pensavano che, se ce l'avevo fatta io, potevano benissimo farcela anche loro. Ma non per tutti è così, purtroppo.

Quando e come l'hai capito? 
L'ho capito quando Medici Senza Frontiere mi ha mandato nei campi di lavoro stagionali in Calabria, Campania e Puglia. Lì ho incontrati molti dei ragazzi sbarcati a Lampedusa e tutti volevano tornare a casa: è stato davvero molto triste. Un po' per questo e un po' perché mi ero stancato di stare sempre in giro, decisi che dovevo cercare un lavoro che mi consentisse di mettere radici da qualche parte.

Di che lavoro si trattava?
Si trattò di ben due lavori...

Spiegati meglio... 
Vedi, l'Ente di Formazione presso il quale frequentai il corso di mediatore, mi propose di andare a lavorare per due anni a Siracusa. Conoscevo già la città, perché ci ero stato per lavoro, e accettai. Contemporaneamente, però, Emergency mi cercò perché aveva bisogno di un mediatore nel suo poliambulatorio di Palermo ed ebbi persino il lusso di scegliere. Scelsi Emergency e, da tre anni, lavoro per questo poliambulatorio: cominciai proprio come mediatore, ma finii per diventarne il coordinatore.

Quindi, sei contento di essere rimasto in Italia... 
Sì, anche se la mia meta iniziale era l'Inghilterra: lì, il mio diploma sarebbe stato riconosciuto, non avrei dovuto ricominciare tutto daccapo e avrei potuto frequentare subito l'Università. Inoltre, in Libia si parlava male dell'Italia e della fine che facevano i migranti lì: “Dormono tutti sotto i ponti”, mi dicevano.

Beh, non sei finito a dormire sotto un ponte, per fortuna, ma all'inizio non deve essere stato facile. L'Italia è un paese dalla memoria corta, che negli ultimi anni ha imboccato una pericolosa deriva razzista. Che esperienze hai avuto, in tal senso, quando sei arrivato? 
Sono stato molto fortunato anche in questo caso. I ragazzi dello Zeta Lab mi hanno aiutato moltissimo. Nel vocabolario etiope non esiste una parola per indicare il razzismo. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato qui. All'inizio pensavo che significasse scherzare sui difetti fisici di una persona. Poi ho capito. Una volta, mentre ero in bicicletta, una macchina mi si è accostata pericolosamente. Il passeggero ha detto a chi guidava: “Mettilo sotto, uno in meno”.

Non hai mai nostalgia di casa e della tua famiglia? 
Sì, ma sento la mia famiglia ogni settimana e il mio sogno è quello di vivere tra l'Italia e l'Etiopia. Non tornerei mai definitivamente indietro, però, perché sono un'altra persona rispetto a quella che ero quando sono arrivato qui. Se fossi rimasto lì, forse oggi sarei sposato, avrei dei figli, ma va bene anche così. In Etiopia, la mia etnia – quella degli Oromo – viene costantemente perseguitata. Mio padre è stato arrestato. Io venivo aggredito persino se camminavo per la strada. Non si può vivere senza essere liberi, perché significa non vivere.



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