Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

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domenica 22 febbraio 2009

Allievi di lingua non italiana nelle scuole: il modello integrato funziona meglio di quello separato

Le classi d'inserimento non sono la soluzione migliore. Anche secondo esperti europei. "Nel libro verde dell'Unione europea del 2008 sui modelli di istruzione - dice la pedagogista Graziella Favaro del Centro Come di Milano - si afferma che il modello che funziona meglio è quello integrato, stare insieme nelle stesse classi con in più moduli intensivi di lingua, e non il sistema separato". Per l'esperta non sono quindi le classi parallele, con una condivisione solo di attività come educazione fisica e i laboratori d'arte, a rappresentare un aiuto per i figli di immigrati neo-arrivati nel Paese. "Secondo i linguisti - spiega - l'italiano per comunicare si impara a continuo contatto con i coetanei, altrimenti i tempi di apprendimento si allungano". Mentre "il secondo obiettivo, l'italiano per studiare, si raggiunge attraverso la condivisione dei percorsi didattici. Ricordiamo che una buona parte degli alunni stranieri ha competenze inlogica-matematica e discipline scientifiche, paragonabili a quelle dei compagni autoctoni, e in certi casi perfino superiori. Come nel caso di alcuni alunni provenienti dall'Asia o dall'Europa dell'Est". Insomma, conclude la pedagogista, "una classe formata da soli stranieri, che raggruppa alunni di età e preparazione differenti con l'obiettivo dell'apprendimento della nuova lingua, non propone a questi alunni i contenuti curricolari presentati nel frattempo ai compagni di banco. Rischia quindi di bloccare il loro apprendimento scolastico e di demotivarli, mentre invece si impara l'italiano anche studiando la matematica, la geografia, le scienze".

Paula Baudet Vivanco

22 febbraio 2009

Edscuola.it/stranieri.html rubrica specializzata della rivista on line Edscuola. Reg. Trib. Lecce n. 662 del 01.07.1997 - ISSN 1973-252X - Dir. resp. Dario Cillo.
Per proporre testi da recensire, articoli, recensioni, news, info, convegni e incontri scrivere alla redazione stranieri.edscuola@yahoo.it

sabato 8 novembre 2008

L'integrazione degli alunni stranieri: né separati, né invisibili

NE’ SEPARATI , NE’ INVISIBILI

L’integrazione degli alunni stranieri: quale modello


La proposta di realizzare classi di inserimento per gli alunni stranieri, contenuta nella mozione presentata e approvata alla Camera in questi giorni, ha riproposto all’attenzione della scuola, degli insegnanti e della società il tema dell’integrazione dei bambini e dei ragazzi immigrati.

Vi è dunque l’occasione per discutere sul tema, proponendo le soluzioni più efficaci anche a partire dalle esperienze condotte in questi anni dalle scuole.
Soprattutto negli ultimi dieci anni le istituzioni scolastiche e gli insegnanti hanno costruito e sperimentato, con fatica, competenza e spesso scarse risorse, modalità di inserimento e strumenti didattici mirati, che possono essere diffusi e messi a disposizione di tutti.
L’integrazione è stata costruita anno dopo anno, soprattutto dalla “periferia” (dalle scuole e dagli Enti locali), contando tuttavia su normative nazionali che, in linea con gli altri Paesi europei, proponevano una scuola integrativa, accogliente, interculturale.
Tra i documenti più importanti, citiamo:
-il D.P.R. 394/99;
-le “Linee guida per l’accoglienza degli alunni stranieri” (emanato dal ministro Moratti), marzo 2006;
-“La via italiana all’integrazione e alla scuola interculturale”, ottobre 2007.
Le carenze che si sono evidenziate nel tempo riguardano, tra le altre: la necessità di poter contare su risorse stabili e competenti; la formazione dei docenti nella gestione delle classi eterogenee; la diffusione a livello nazionale degli strumenti didattici innovativi e delle buone pratiche fin qui sperimentate; la gestione /prevenzione delle situazioni in cui si vengono a formare scuole ad alta concentrazione di alunni stranieri.

Perché NON sono efficaci le classi per stranieri

Per quali ragioni riteniamo che le “classi di inserimento” non siano la risposta più efficace ai bisogni linguistici e di integrazione degli alunni stranieri?
Ne elenchiamo solo alcune, partendo da un dato di contesto che dà la misura della presenza dei bambini di nuova immigrazione “che non parlano una parola di italiano”.

· Quanti sono gli alunni stranieri non italofoni?
Gli alunni stranieri inseriti nella scuola italiana sono stimati per l’anno scolastico 2008/2009 in circa 640.000. Di questi:
- una buona parte è nata in Italia (più del 70% dei bimbi inseriti nelle scuole dell’infanzia; circa la metà di coloro che frequentano la scuola primaria) e presumibilmente diventeranno cittadini italiani de jure alla maggiore età;
- un’altra parte consistente è giunta in Italia da anni e ha già appreso la seconda lingua;
- circa il 10% del totale degli alunni stranieri è costituito da bambini e ragazzi di recente immigrazione, in situazione quindi di non italofonia.
Si tratta di circa 50.000 alunni (se si escludono i piccoli inseriti nella scuola dell’infanzia), la metà dei quali frequenta la scuola primaria, mentre la restante metà è distribuita fra scuola secondaria di primo e secondo grado.
L’integrazione dei bambini e dei ragazzi stranieri è quindi un tema più “largo”, che non riguarda solo l’apprendimento della lingua, ma che ci coinvolge tutti, nella gestione quotidiana della convivenza e dello scambio all’interno di classi eterogenee.

L’italiano, lingua di contatto, si impara parlando

Gli alunni stranieri devono apprendere l’italiano per due scopi: per comunicare nella vita quotidiana (italiano lingua di contatto) e per apprendere attraverso la nuova lingua (italiano lingua veicolare). L’apprendimento della lingua per comunicare è, in genere, piuttosto rapido e avviene soprattutto grazie all’“immersione”, agli scambi quotidiani e al contatto con i coetanei. La classe di soli stranieri rischia quindi di rallentare questa fase di apprendimento, anziché favorirla.

Imparare l’italiano studiando

L’apprendimento dell’italiano per lo studio e per imparare le diverse materie scolastiche richiede invece tempi più prolungati e avviene – con i dovuti supporti – insieme agli altri alunni della classe. Ricordiamo che una buona parte degli alunni stranieri proviene da sistemi scolastici “buoni e adeguati” e le loro competenze in logica-matematica, discipline scientifiche ecc. sono spesso paragonabili a quelle dei compagni autoctoni (in certi casi, perfino superiori).
La classe formata da soli stranieri, che raggruppa alunni di età e classe differenti con l’obiettivo dell’apprendimento della nuova lingua, non propone agli alunni immigrati i contenuti curricolari presentati nel frattempo ai compagni di banco, e rischia quindi di bloccare il loro apprendimento scolastico e di demotivarli, mentre invece si impara l’italiano anche studiando la matematica, la geografia, le scienze…

L’esperienza degli altri Paesi


La maggior parte dei Paesi europei segue il modello integrato, che prevede l’inserimento da subito nella classe comune e contemporaneamente l’insegnamento mirato della seconda lingua per alcune ore settimanali (da 6 ore a 10 a seconda dell’età, della lingua d’origine, dei bisogni linguistici.), radunando in questi momenti “dedicati” gli alunni, anche al di fuori della classe, in piccolo gruppo.
Il cosiddetto modello “separato”, che prevede classi solo per stranieri per un tempo consistente (un anno e oltre) è pochissimo diffuso (alcuni Lander tedeschi) e sta di fatto rarefacendosi. Le ricerche dimostrano infatti che è decisamente più efficace il modello integrato. (Integrating Immigrant Children into Schools in Europe, UE, Eurydice 2004)


Oltre le semplificazioni e l’invisibilità

A proposito dell’inserimento degli alunni stranieri in Italia, si assiste talvolta alla formulazione di una logica binaria, che colloca le opzioni possibili su due polarità opposte:
- l’inserimento nella classe ordinaria, senza alcun sostegno (indifferenziazione /invisibilità);
- l’inserimento nella classe “ponte” per soli stranieri (differenziazione senza contatto).

Le esperienze della scuola italiana, il cammino fatto in questi anni e le scelte di altri Paesi suggeriscono invece che le modalità più efficaci sono quelle che prevedono l’inserimento da subito nelle classi comuni e la contemporanea offerta dei dispositivi di sostegno, per l’apprendimento linguistico e per l’aiuto allo studio, adeguati e specifici (si vedano, ad esempio: la proposta di un Piano nazionale di italiano seconda lingua elaborato dall’Osservatorio nazionale sull’integrazione degli alunni stranieri del Ministero della Pubblica Istruzione e l’esperienza realizzata in molte città nell’ambito di patti territoriali tra scuola e enti locali).
In questi piani e progetti, gli studenti non italofoni apprendono l’italiano seconda lingua grazie a moduli “dedicati” e intensivi, realizzati anche prima dell’inizio delle lezioni (ad esempio, da metà giugno a fine luglio e durante i primi quindici giorni di settembre) e che continuano poi nel primo e secondo quadrimestre con orario “a scalare”, accompagnando l’inserimento nella classe ordinaria.
Attualmente, maggiori attenzioni e risorse, qualificate e continuative, dovrebbero essere indirizzate soprattutto nei confronti degli alunni che arrivano in Italia in età pre-adolescenziale e adolescenziale (inseriti massicciamente negli istituti professionali), affinché il loro inserimento possa avvenire in maniera positiva, per sé e per gli altri. Inserimento che non deve avvenire in maniera separata, ma neppure negando i bisogni linguistici e di accoglienza /orientamento, specifici della prima fase, che sono spesso alla base degli insuccessi scolastici e dei ritardi.

Numerose sono oggi le consapevolezze acquisite e le esperienze - italiane ed europee - dalle quali partire e da portare a sistema per una scuola di qualità per tutti.
Senza semplificazioni dannose e senza minimizzare la portata delle sfide educative che la scuola multiculturale pone ai docenti, agli studenti, ai genitori.

Graziella Favaro, Pedagogista - Centro Come

Fonte: http://www.centrocome.it/index.php?page=95+IT+gph

domenica 2 novembre 2008

Il dizionario di italiano sotto il cuscino, di A. Mastromarco

Questo messaggio é stato inviato da Arcangela Mastromarco, insegnante di italiano lingua seconda da 18 anni, come lei stessa si firma, alla lista di discussione dell'Università per stranieri di Perugia che raccoglie interventi e mette in contatto docenti di italiano L2 di tutto il mondo ormai da moltissimi anni.
Ringraziamo Arcangela Mastromarco per averci autorizzato a pubblicare il suo intervento, giunto alla lista qualche giorno dopo un altro intervento di questa redazione, nel quale si citava un'altra lettera aperta di Mari D'Agostino, direttrice della Scuola di lingua italiana per stranieri dell'Università di Palermo.
Buona lettura.
Cara lista,
invio una lettera che ho scritto al deputato della lega promotore della mozione sulle classi separate (pubblicata da scuola oggi). Vi invito anche a leggere sul sito del Centro Come l'articolo di Graziella Favaro "Nè separati, nè invisibili"
In questo momento penso debba prevalere la ragione e le ragioni degli esperti.

Saluti.

Arcangela Mastromarco

Il dizionario di italiano sotto il cuscino

Onorevole Cota,
la invito, aiutato dalla seduzione letteraria di Tahar Ben Jelloun, a mettersi nei panni di una giovane persona che lascia il suo paese per andare a vivere altrove.
"A occhi bassi" racconta le vicende e i pensieri di una pastorella berbera dell'Alto Atlante che arriva a Parigi e piena di speranze finalmente va a scuola.
Avevo undici anni, o li avrei avuti dopo poco. Volevo essere grande, per affrontare la scuola e superare la maggior parte dei bambini. Avevano con me un unico punto in comune; erano in ritardo rispetto alla norma scolastica. Io non ero nemmeno in ritardo, io ero a zero, venivo da lontano, venivo da una alta montagna dove mai una sola parola di francese era stata pronunciata. Se no, le pietre l'avrebbero ricordata e io l'avrei imparata.

Un pensiero fisso: lasciare la "class d'accueil", la classe degli stranieri che testimonia il ritardo e la separatezza, e andare a scuola con i coetanei francesi. Per questo è disposta a tutto...

Spesso dormivo con il dizionario sotto al cuscino. Ero persuasa che le parole di notte lo avrebbero attraversato per venire a sistemarsi in caselle predisposte per metterle in ordine. Le parole avrebbero così lasciato le pagine e sarebbero venute a stamparsi nella mia testa... Una notte, tolto il ganciale, misi la testa direttamente sul libro magico. Feci fatica ad addormentarmi. Non era comodo.

La sua mozione dimostra che lei sta facendo il suo lavoro di deputato, accoglie cioè le richieste dei suoi elettori, tra cui vi sono certamente anche insegnanti e genitori. Lei non si inventa niente, lei però si serve di cattivi consiglieri, pessimi. Tutti noi insegnanti sogniamo che i nostri alunni apprendano tutto quello che proponiamo loro e tutti allo stesso modo. Ma non è così.
La classe, anche senza gli alunni stranieri, è già una comunità di diversi. Diversi per interessi, intelligenze, talenti, modi di imparare. Certi docenti, che oggi sono infastiditi dagli extracomunitari e ieri lo erano dai disabili e prima ancora dagli immigrati dal sud dell'Italia, vogliono degli alunni a cui fare la stessa lezione, tutta uguale, senza perdere tempo a preparare proposte differenziate, a parlare a ciascuno. Sono pigri, ignoranti, e attribuiscono sempre ai bambini e ai ragazzi le loro incapacità, i loro fallimenti didattici. I peggiori. Troppo facile insegnare a chi impara subito e lo avrebbe fatto anche senza di loro.
Che dire di alcuni genitori, di quelli che le hanno manifestato la loro preoccupazione che i figli rimangano indietro per colpa dei compagni stranieri che rallentano il programma? Questi genitori li conosco. Accelerano ogni tappa dei loro bambini, che sono costretti ad anticipare il loro ingresso a scuola, che devono imparare almeno due lingue, uno strumento, sport vari, ecc. Dalla culla, alla competizione del mercato.
Questi elettori esistono e lei li ascolta, anzi trasforma le loro richieste in mozioni destinate, spero di no, a diventare leggi, provvedimenti. Invece di ascoltare chi insegna italiano come seconda lingua da anni, gli esperti di glottodidattica (educazione linguistica), di linguistica acquisizionale (lo studio e la ricerca sui modi, i tempi, gli stadi di acquisizione di una lingua diversa dalla lingua madre), i pedagogisti che da anni si occupano di inserimento.
"La via italiana per la scuola interculturale e per l'integrazione degli alunni stranieri" è un documento elaborato da una commissione di specialisti che da anni affrontano questi temi e che hanno prestato gratuitamente la loro competenza al fu Ministero della Pubblica Istruzione. (http://www.pubblica.istruzione.it/news/2007/allegati/pubblicazione_intercultura.pdf). Presentato esattamente un anno fa, in un seminario dal titolo significativo, "Scuola e immigrazione: strategie e misure a confronto" raccolse l'interesse e l'incoraggiamento di esperti e funzionari ministeriali venuti da Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Svezia, che riconoscevano nel nuovo modello italiano una proposta illuminata e lungimirante...
Insegnare in una prospettiva interculturale vuol dire assumere la diversità come paradigma dell'identità stessa della scuola, occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze.
Nessuno studioso, nessun docente competente potrebbe condividere l'idea che le classi separate facilitano l'apprendimento dell'italiano.
Ogni anno migliaia di ragazzi italiani partono per il Regno Unito, per imparare l'inglese dove si parla. Le scuole migliori, e anche le più costose, prevedono corsi di lingua inseriti in summer camp dove si svolgono attività sportive e pratiche insieme a parlanti nativi (gli inglesi madrelingua).
Perchè gli alunni venuti d'altrove devono imparare in un luogo e in un tempo che li separa dai coetanei italiani? Perché non possiamo offrire loro l'opportunità di corsi intensivi in alcune ore della giornata scolastica? Corsi a scalare, a seconda dei progressi o da incrementare, se ci sono degli intoppi.
La via italiana esiste. La legga con attenzione e senza pregiudizi. Ci hanno lavorato i più importanti esperti e accademici italiani. E non sono solo parole, se si giudica dagli stanziamenti del precedente ministro.
Voglio chiudere con la risposta di Randya (nome di fantasia), una bambina di sei anni, con entrambi i genitori non udenti, a chi le chiedeva come avesse fatto a imparare l'italiano:
Bè io camminavo da Esselunga, ho visto gli italiani, ho sentito tutto e poi ho imparato bene e loro parlavano tanto e poi guardavo la televisione, e poi a scuola i miei amici che parlavano bene.
Randya è trilingue: lingua madre, la lingua dei segni; seconda lingua, quella del suo paese d'origine; terza lingua l'italiano, imparato spontaneamente in poco più di un mese.
Non tutti i bambini stranieri sono così veloci, né speciali, sono bambini. Ci sono quelli che imparano per tentativi ed errori, quelli che parlano solo quando sono sicuri, quelli che non hanno attitudine per le lingue ecc. Bambini e adolescenti destinati comunque ad essere bilingui e anche di più, perché la malattia del monolinguismo affligge particolarmente gli italiani.
In una cosa però sono diversi: conoscono due paesi e due culture. Hanno attraversato "un ponte sospeso tra due mondi" e imparato presto a fare confronti, a interrogarci.
Che cosa penserebbe Randya della sua mozione e dei suoi test? Se ascoltasse questa piccola persona che ha la responsabilità di fare da interprete ai suoi genitori, forse potrebbe cambiare idea e chissà, ritirare quella proposta incompetente e anacronistica.

Arcangela Mastromarco, insegnante di italiano lingua seconda da 18 anni

giovedì 20 settembre 2007

SCUOLA D'INTEGRAZIONE: la scuola e il territorio collaborano per progetti d'accoglienza e d'intercultura di Graziella Favaro

Bambini e ragazzi che vengono da lontano

Negli ultimi anni la presenza dei bambini e dei ragazzi nella scuola dell’obbligo (e più di recente anche nell’istruzione superiore) si diffonde e aumenta in misura costante. Lentamente, l’immigrazione sta "mettendo radici" e passa da una fase in cui vi era la presenza di soli adulti, ad un’altra, successiva nel tempo, durante la quale si assiste ad un processo di stabilizzazione, all’arrivo o alla nascita dei minori, alla ricomposizione delle famiglie.
L’inserimento scolastico dei bambini e dei ragazzi immigrati stranieri comporta attenzioni e decisioni diverse, di tipo burocratico, organizzativo, relazionale, comunicativo, didattico. La loro presenza pone certamente problemi didattici specifici, ma chiama anche in causa la scuola e i servizi educativi nella loro generalità. Interrogarsi sui bisogni degli alunni stranieri significa infatti interrogarsi sull’organizzazione scolastica e didattica per tutti, sui contenuti, sulle modalità comunicative adottate , sull’educazione linguistica e lo sviluppo del linguaggio , sulla relazione con l’altro.
Come avviene per altri servizi e strutture, anche nel caso della scuola e dei servizi educativi, la presenza dei bambini e dei ragazzi stranieri può diventare un’occasione per ripensare e rivedere stili e modalità educative, per arricchire la proposta educativa grazie all’attenzione ai nuovi bisogni e al confronto con le differenze.
Gli alunni stranieri hanno al tempo stesso bisogni uguali e differenti rispetto ai loro coetanei "autoctoni": sono bambini con i compiti di sviluppo, i timori e i desideri di tutti i bambini, ma sono anche alle prese con urgenze e sfide specifiche: di apprendimento linguistico in italiano L2, di adattamento e riorientamento rispetto allo spazio, al tempo, alle regole esplicite ed implicite del nuovo ambiente, di "radicamento" in due diversi riferimenti culturali.

Accoglienza, Italiano L2, educazione interculturale
Come accogliere nella scuola per tutti, senza negare le storie e le appartenenze di ciascuno? Come costruire orizzonti comuni a partire da biografie differenti?
Tre sembrano essere le parole/chiave e le attenzioni pedagogiche da promuovere per far sì che l’inserimento dei bambini e dei ragazzi venuti da lontano rappresenti il primo passo per l’integrazione e lo scambio interculturale. Esso sono: accoglienza, attenzione allo sviluppo linguistico, approccio interculturale.
La parola "accoglienza" deve essere riferita sia ai bisogni dei minori – di essere accettati, accolti, riconosciuti, valorizzati – che delle famiglie immigrate. Una scuola che accoglie è attenta alle modalità comunicative, alle relazioni e al "clima" fra adulti e bambini; informa i genitori stranieri, utilizzando anche avvisi e messaggi in varie lingue e promuove momenti di incontro tra i genitori autoctoni e immigrati; facilita l’accesso e l’uso dei servizi comuni e opera per dare pari opportunità a tutti e a ciascuno; rende esplicite le sue regole e modalità di funzionamento .Una scuola che accoglie mette in pratica le indicazioni della normativa relative all’inserimento scolastico degli alunni stranieri e sperimenta procedure e protocolli di accoglienza condivisi.
L’apprendimento e lo sviluppo della seconda lingua da parte degli alunni stranieri deve essere al centro dell’azione didattica e prevedere risorse e modificazioni nelle modalità organizzative e "adattamento dei programmi" , come indica la normativa . Ciò può avvenire positivamente attraverso l’utilizzo di dispositivi e figure di facilitazione linguistica, momenti di interazione individualizzata e di piccolo gruppo, promuovendo negli alunni non italofoni le capacità di comunicare , narrare, raccontare, esprimersi , apprendere, favorendo così lo sviluppo ,sia della lingua "concreta, del qui e ora", sia dell’italiano per studiare e comprendere i concetti. L’attenzione allo sviluppo del linguaggio deve prevedere anche il riconoscimento e la valorizzazione della lingua materna dei minori immigrati, considerata una risorsa e non un ostacolo da rimuovere.
E infine, l’approccio interculturale, attento alle differenze e alla relazione con l’altro, promuove il confronto, la scoperta e lo scambio fra storie e culture, a partire dalla consapevolezza che "i valori che danno senso alla vita non sono tutti nella nostra cultura, ma neppure tutti nella cultura degli altri, non tutti nel passato, ma neppure nel presente o nel futuro".

Il modello d'integrazione della scuola
Come la scuola risponde a questi nuovi bisogni e quali risorse predispone per aiutare bambini e ragazzi con storie diverse a crescere insieme, elaborando progetti comuni? In che modo i comuni possono collaborare a fare della scuola il luogo privilegiato dell’integrazione e dello scambio?
Proviamo a ricostruire il "modello di integrazione" che si delinea a partire dalle indicazioni ufficiali della normativa, delle leggi e delle circolari. Le parole/chiave e i documenti ai quali fare riferimento configurano un modello di scuola che si pone in equilibrio tra accoglienza e riconoscimento delle diversità e che possiamo definire integrativo, interculturale, attento alla tutela e valorizzazione delle lingue e culture d’origine. Queste sono le coordinate di politica scolastica alle quali gli istituti scolastici devono far riferimento per elaborare e realizzare in autonomia i propri progetti di inserimento degli alunni stranieri.
Su quali risorse organizzative professionali ed economiche, può contare un istituto scolastico per elaborare e attuare il proprio piano d’offerta formativa, che tenga conto delle nuove presenze e dei bisogni specifici? La normativa sull’autonomia didattica e organizzativa consente un’ampia flessibilità nella ridefinizione di orari e calendari, in modo tale da recuperare risorse per l’integrazione di nuovi arrivati.
La collaborazione e gli accordi di programma con gli enti locali possono contribuire ad innalzare la qualità e ampliare l’offerta formativa attraverso azioni e proposte differenti.

Quali azioni in un progetto tra scuola e territorio
Tra le azioni che scuola e comuni possono progettare e realizzare insieme , a partire da una lettura non riduttiva delle situazioni e dei biosogni ,vi sono :
la formazione degli insegnanti e degli educatori sui temi della migrazione in età infantile , delle modalità di accoglienza , della didattica dell’italiano come seconda lingua e dell’educazione interculturale;
la rimozione degli ostacoli che si frappongono all’inserimento dei bambini stranieri nei servizi educativi e nella scuola, con particolare attenzione a due fasce di età : i più piccoli (nella scuola dell’infanzia) e gli adolescenti /le adolescenti;
la documentazione, accessibile a tutte le scuole e che comprende tra l’altro: la diffusione ed elaborazione di materiali e strumenti didattici ; la disponibilità di messaggi comunicativi scuola/famiglia plurilingue; le informazioni sui paesi d’origine e sui sistemi scolastici e linguistici degli alunni stranieri; la messa a disposizione di percorsi e proposte di lavoro già sperimentati in altre scuole e città……;
la realizzazione di azioni educative in orario scolastico ed extrascolastico, condotte da operatori qualificati , quali: i laboratori per l’apprendimento dell’italiano lingua seconda per alunni neoarrivati e di potenziamento linguistico ; le attività di doposcuola e di aiuto allo studio; le iniziative di insegnamento delle lingue d’origine; i corsi di alfabetizzazione in italiano per madri e genitori stranieri; la "settimana per l’accoglienza " prima dell’inizio della scuola ; i centri estivi che integrino le loro attività anche con laboratori di italiano L2 e di scoperta delle differenze;
la disponibilità di risorse di mediazione linguistica e culturale per facilitare la fase di prima accoglienza , di inserimento e di comunicazione con i minori e le famiglie di recente immigrazione;
l’integrazione tra i servizi educativi e scolastici e i servizi sociali, al fin di realizzare progetti e azioni in grado di rispondere in maniera efficace ai bisogni di integrazione nella nuova società di bambini e famiglie immigrate , di dare risposta a eventuali situazioni di disagio e di tutelare i soggetti più vulnerabili;
la realizzazione e diffusione di eventi, iniziative e materiali interculturali per conoscere e conoscersi , per scambiare e incontrarsi.
I criteri che indirizzano l’azione comune della scuola e dell’ente locale tengono dunque conto di:


- una progettualità condivisa
- l’assunzione delle responsabilità rispetto alle reciproche competenze
- la finalità dell’integrazione, intesa come cammino di inclusione, scambio e di cittadinanza, nel rispetto dell’integrità delle persone e della loro identità
- la qualità del progetto, che si propone di costruire orizzonti comuni a partire da storie e "radici" differenti.
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Bibliografia recente di Graziella Favaro


- Insegnare l'italiano agli alunni stranieri, La Nuova Italia, Firenze, 2002

- Come un pesce fuor d'acqua. Il disagio nascosto dei bambini immigrati, Guerini, Milano, 2002

- Didattica interculturale (con D. Demetrio), Angeli, Milano, 2002

- Bambini stranieri a scuola, La Nuova Italia, Firenze,1997