Programma Educazione alla Pace presentato da Tindara Ignazzitto - Consulta per la Pace di Palermo

Programma di Educazione alla Pace - TPRF

lunedì 26 febbraio 2007

L'interazione delle culture è essa stessa cultura

di Gustavo Zagrebelsky *

Multiculturalismo è un termine comparso per la prima volta nel 1982, nella Carta dei Diritti delle Libertà del Canada. Parola nuova, quindi, ma che ormai ha investito il mondo occidentale nel suo complesso, sotto la pressione crescente dell'immigrazione da Paesi lontani.

Non è il pluralismo con il quale le società europee dall'inizio del secolo scorso hanno dovuto fare i conti e del quale, sia pure talora a caro prezzo, sono riuscite a venire a capo. Le società pluralistiche sono composte di parti che si riconoscono in un tutto come suoi elementi costitutivi. Un tutto che viene da una storia talora lontana o molto conflittuale, ma pur sempre comune. Le parti possono esprimere punti di vista diversi e avere interessi materiali concorrenziali, ma non antagonisti al punto da essere disposti al conflitto quando esso potrebbe avere esiti distruttivi per tutti. Nel contesto pluralista il quadro unitario di riferimento generale non è messo in discussione; la garanzia del pluralismo risiede nelle interdipendenze e nelle reciproche debolezze. Non così il multiculturalismo, in quanto le differenti culture si presentano come sistemi di valori e visioni del mondo chiusi, ciascuno in sè sufficiente a fornire il quadro etico completo e totalizzante dell'esistenza dei suoi membri. Potrebbe dirsi che il pluralismo tenda a un orizzonte di senso comune, mentre il multiculturalismo no.

Siamo quindi di fronte a una sfida cui proprio l'Europa è impreparata per ragioni di storia e di cultura. Nel secondo millennio sono stati perlopiù i popoli europei a occupare territori di altri continenti, abitati da popoli di altra cultura. Con questi non hanno cercato una convivenza multiculturale, ma semplicemente li hanno spazzati via o li hanno confinati nello spazio di qualche riserva, destinati a estinguersi.

L'impreparazione genera paura, la paura confusione delle idee e incertezza, e nell'incertezza trovano spazio razzismo e xenofobia. Quello della formazione di una società a culture plurime è un problema che sta alla base delle questioni del nostro tempo e di quelli a venire. Occorre riflettere per agire, sapendo che questa è una sfida al nostro vivere civile alla quale non è possibile sottrarsi.

Una sfida inevitabile

Culture e civiltà estranee, concetti così pregni di significato non meramente geografico: Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, che l'Europa stessa ha contribuito a definire in due millenni e mezzo di geopolitiche di potenza, sono in movimento. È all'opera la forza più elementare, diffusa e capillare e perciò meno contenibile: quella della miseria e l'istinto di sopravvivenza.

Fino a pochi anni fa l'immigrazione verso l'Europa è stato un capitolo dei rapporti fra alcuni Stati e le loro ex colonie, oppure un effetto del miracolo economico di alcuni Stati. In passato le politiche statali governavano l'immigrazione nell'interesse delle economie nazionali, oggi i fattori degli spostamenti di popolazioni sono più profondi di quelli su cui la politica statale ha sovranità. Finché rimarrano attivi, le quote d'accesso e le limitate sanatorie degli irregolari saranno patetiche finzioni di una capacità regolatrice che è andata perduta.

L'emigrazione Sud-Nord ed Est-Ovest è un doloroso riequilibrio di profondi squilibri politici, economici, demografici e ambientali di dimensione mondiale: guerre, sfruttamento, povertà, fame e malattie, esplosione demografica, trasformazioni climatiche e degrado ambientale convergono nella disperazione di intere aree sub continentali alimentando il movimento verso i Paesi del ricco Occidente che offrono prospettive o miraggi di sopravvivenze. Se consideriamo che gran parte di quelle cause, per qualche aspetto, dipendono dall'aggresività delle società che abbiamo costruito, o dal difetto di adeguate politiche di solidarietà, possiamo in questo persino riconoscere una giustizia, un contrappasso o una domanda di risarcimento. La concreta disponibilità ad accogliere, può non essere proporzionale alle dimensioni della domanda, ma il "buttiamoli a mare" che talvolta esce dalla bocca di qualche xenofobo è un'ingiustizia su un'altra ingiustizia rivestita di ributtante amor di patria.

Alla ricerca di un confronto

Con i popoli che vengono da lontano e le loro culture dobbiamo perciò confrontarci per necessità e anche per giustizia. Il multiculturalismo è una sfida all'universalismo, un pilastro della concezione morale dell'Occidente. Il multiculturalismo invece pretende che le concezioni morali dipendano da determinate visioni del mondo, ognuna ugualmente valida dal proprio punto di vista. Per conseguenza, esso deve ammettere che possano esserci modi diversi di agire giusto e che ciò che è giusto per me che appartengo a una cultura possa essere assurdo per te che appartieni a un'altra.

Ma il multiculturalismo è anche una sfida all'individualismo. I diritti umani della tradizione occidentale, almeno dal Rinascimento in poi, sono principalmente i diritti degli individui, secondo la concezione liberale, o delle persone, secondo la concettuologia cattolica. I diritti delle comunità sono riconosciuti, ma vengono dopo, come espressione di diritti di chi volontariamente ne fa parte. Se nasce un dissidio, per l'Occidente è la libertà del singolo che prevale sulla compattezza del gruppo, non viceversa. Le appartenenze religiose, culturali e politiche devono quindi sempre essere volute o almeno accettate, non essere un dato della natura, della nascita o del destino.

Considerando i singoli non come individui, ma solo come parti di comunità, si rovescia questo rappporto fino a giustificare la prepotenza del gruppo sui suoi componenti. Si comprende che legge universale e primato dell'individuo possano essere due elementi caratteristici della nostra dimensione morale e possono essere accusati di giustificare politiche aggressive. La legge universalmente giusta chiederà di imporsi anche a chi non la riconosce come tale. Così, dietro la maschera, si scorge il volto della violenza imperialistica, perfino della guerra di civiltà distruttrice di cultura e di civiltà diverse. Inoltre, il primato dell'individuo, abbattendo le barriere culturali comunitarie da cui gli individui di gruppi più deboli sono pur sempre protetti, può creare quella superficie tutta liscia sulla quale scorre l'esercizio di un potere illimitato, azzera le differenze e omologa gli esseri umani in una informe umanità.

È tuttavia impossibile rinnegare l'universalismo e l'individualismo senza rinnegare la nostra stessa civiltà. Per adeguarci alla società multiculturale rinunceremmo noi per primi alla nostra cultura e, per non usare violenza agli altri, faremmo della nostra stessa cultura un uso suicida. Il dilemma del multiculturalismo allora deve forse formularsi in questi termini: se siamo condannati all'aggressività, ovvero se vi sia un modo per liberarci dal veleno annidato nel nostro modo di autorappresentarci come civiltà occidentale universalistica e individualistica.

Separati, integrati o interagenti?

Il banco di prova di questa terribile questione sono gli atteggiamenti di fronte alle comunità di altra cultura, atteggiamenti tutti riconducibili a queste tre idee: separazione, integrazione e interazione. Tutte e tre esprimono l'accettazione più o meno di buon grado di una società che ospita genti di culture e civiltà estranee, ma divergono profondamente sul modo di concepirle. Solo l'ultima, l'interazione, viene incontro all'esigenza di una convivenza al tempo stesso rispettosa dell'altro e non rinunciataria di fronte a sé stessa.

La separazione è una coesistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano eessere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio alla purezza dell'identità culturale. Popolazioni diverse vengano dunque, se proprio non si riesce a fermarle alla frontiera o ci è utile accoglierle in quote, ma stiano per conto loro. Questa posizione si è espressa nel motto "separati ma uguali" che per quasi 100 anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Usa. In teoria il pregiudizio separatista potrebbe condividersi perfettamente da entrambe le parti, autoctoni e migranti ed esser così un'ideologia simmetrica. In pratica tuttavia quando una parte (l'autoctona) è più forte dell'altra (la migrante), la separazione si butta in segregazione, cioè in violenza discriminatrice. Ma la discriminazione non ha bisogno di norme giuridiche, bastano le leggi dell'economia di mercato, le mentalità piccolo borghese a creare esclusioni, segregazioni, barriere invisibili, ma ferree, tra persone e luoghi.

L'integrazione mira alla società omogenea, in cui le differenze culturali si attenuino fino a scomparire. Il suo presupposto è che con la seduzione o con la forza le culture possano cambiarsi confluendo l'una nell'altra. L'integrazione non è ostile all'ingresso, ma rinvia la dinamica tra una cultura che integra e una che è integrata, cioè ad una asimmetria tra l'una, più vitale e l'altra, considerata meno vitale. L'integrazionismo è così fatalmente ideologia della cultura dominante e prima o poi manifesta la sua vera natura che non è l'integrazione, ma l'assimilazione. L'assimilazionismo, presupponendo la superiorità di una cultura sulle altre, è una versione mite di razzismo culturale che giustifica la pretesa di fagocitare culture recessive e così di cancellarle dalla faccia della terra o al più di lasciarle sopravvivere come folklore. Ma può tradursi anche in azione violenta. Se la cultura diversa non è integrabile, o si dice che così sia, (come accadde nella Germania nazista per ebrei o oggi per le comunità islamiche), la società omogenea si sente autorizzata a praticare politiche di segregazione e perfino di annientamento.

L'integrazionismo si traduce in atteggiamenti pratici opposti a quelli separatisti, esso mira alla distruzione delle comunità diverse e alla riduzione dei loro membri a soli individui sradicati per poterli così più facilmente assorbire. C'è però un paradosso o una contraddizione: integrazione è parola d'ordine delle comunità organiche culturalmente omogenee. Si può essere contro le comunità quando si parla d'altri e non quando si parla di sé? Mi riferisco alla legislazione francese: combatte il pericolo del cosiddetto mosaico culturale (cioè la presenza di tante comunità chiuse) ma finisce per proporre un quadro culturale a tinta unica.

L’interazione come formula di convivenza

Infine, l'interazione. Il postulato dell'interazione è la necessità delle culture di entrare in rapporto per definire se stesse rispetto alle altre e quindi difendersi dalla mera assimilazione. Ma al contempo è la disponibilità a costruire insieme e a imparare l'una dall'altra. In questa disponibilità a rinnovarsi apprendendo gli uni dagli altri, c'è il contrario del separatismo e dell'integrazionismo. L'ethos dell'interazione è anti-fondamentalista, ma non relativista. Per avere interazione non basta la tolleranza: occorre che nessuno assuma il monopolio di verità possedute una volta per sempre. Una concezione non cristallizzata della cultura comporta soprattutto che diverse comunità, all'esterno siano aperte al confronto e al mutamento per reciproca confluenza, all'interno rispettino la soggettività dei propri membri e il diritto di decidere autonomamente di restarvi o di uscirne. Così l'interazione è l'unica risposta alla sfida del multiculturalismo conforme ai due pilastri della cultura occidentale: universalismo e individualismo. Universalismo non come imposizione generalizzata di una cultura egemone, ma come apertura al dialogo in libertà, verità e giustizia in vista della costruzione di una dimensione universale della vita in comune. Individualismo non come sradicamento, ma come priorità della coscienza degli esseri umani sulle appartenenze culturali di nascita e di destino. Così potremmo rimanere fedeli a noi stessi e scrollarci di dosso l'aggressività che spesso è addossata all'Occidente come una delle sue colpe maggiori.

Una simile prospettiva presuppone atteggiamenti di reciprocità amichevole che non possono affatto essere dati per scontati. Si tratta di riconoscimenti di rispetto gli uni verso gli altri. Noi, comunità di accoglienza, abbiamo le nostre difficoltà spesso frutto di pregiudizi sedimentati nel tempo e talora sfruttati politicamente. Ma anche le comunità che vengono da lontano hanno le loro difficoltà: per esempio quella che riguarda una parte dell'immigrazione islamica e che è stata definita come la "sindrome del perdente assoluto". Cioè consapevolezza di provenire da grandi civiltà, e quindi dell'orgoglio di appartenervi, che collimano con l'evidente mancato attuale riconoscimento del loro valore nell'ambiente di arrivo. Senza contare lo shock culturale permanente. Persone che si considerano "perdenti assoluti" costituiscono una bomba sociale.

Non rimane quindi che tentare di gettare ponti culturali, promuovere occasioni di conoscenza reciproca e di confronto. Prima di tutto da parte delle comunità di accoglienza, abbandonando l'atteggiamento di chi si considera dalla parte della civiltà e non sa riconoscere il valore altrui insieme ai propri limiti. Un lavoro a lungo termine difficile, ma ineludibile. L'interazione delle culture è essa stessa cultura, una metacultura ricca di tutti i contenuti della convivenza: rispetto reciproco, apertura, curiosità e attenzione per le diversità, spirito di uguaglianza e accoglienza, calda fratellanza nelle difficoltà della condizione umana.

Tutti i numerosi e complessi problemi che oggi si pongono alla politica nei suoi compiti regolativi di convivenze e di culture diverse si prestano a essere illuminati da questa concezione dell'essere cultura dell'occidente. È solo un punto di partenza; l'interazione tra culture, assunta come obiettivo da perseguire, non nasconde l'esistenza di "irrinunciabili" da porre sotto il dominio della legge comune. Irrinunciabili non perché lo sono per noi, ma perché attengono alla sfera dei diritti umani, in qualunque parte del mondo. Questi irrinunciabili quali sono? Direi anzitutto il divieto della violenza, la libertà nella vita comunitaria, il divieto di discriminazione tra uomo e donna. Il tutto però deve essere inevitabilmente oggetto di discussione e confronto e alla fine responsabilità della politica e non si presta a essere dedotto da una astratta formula di convivenza.


* Gustavo Zagrebelsky, uno dei massimi costituzionalisti italiani, docente universitario di Giustizia Costituzionale a Torino, nominato nel '95 giudice della Corte Costituzionale. A fine mandato nel 2004, dopo esserne stato presidente, è stato nominato presidente emerito della Corte Costituzionale e oggi è componente di comitati scientifici di numerose riviste.

Fonte: http://uninews.unicredit.it/it/articoli/page.php?id=6945

mercoledì 20 dicembre 2006

La città etica e plurale secondo Re.La.Te. Rete dei Laboratori Territoriali

20/12/2006 - Comune Palermo

Presentato il progetto RE.LA TE. - Un laboratorio territoriale che si pone come obiettivo la promozione di nuove esperienze di pianificazione urbanistica, basata su processi di partecipazione in grado di coinvolgere la comunità locale e i diversi gruppi immigrati presenti sul territorio. È questo, in sintesi, il progetto, unico in Sicilia, che sarà portato avanti al Centro Sant'Anna. Il laboratorio svolgerà attività di ricerca e di progettazione sul campo attraverso un gruppo di lavoro di professionisti che, insieme con le comunità interessate, definiranno i comparti urbani su cui intervenire e, in base a problematiche e potenzialità emerse, valuteranno le modalità con cui operare. Le azioni principali dei laboratori, volte in particolare a favorire l'integrazione di immigrati sia in contesti urbani che rurali, consistono nel rilevare il degrado edilizio che caratterizza gli spazi occupati dagli immigrati con particolare riferimento ai luoghi di residenza, del lavoro, della formazione e dello svago, e la definizione delle modalità d'intervento per il miglioramento della qualità urbana. Ogni laboratorio lavora in autonomia, secondo le caratteristiche della propria area, rispettando, però, l'obiettivo del progetto di rete, gli impegni, le scadenze ai quali ogni partner deve attenersi. A questo scopo, si svilupperanno tre incontri tra i partner nel corso del progetto, come occasione di riflessione, di scambio di informazioni e proposte di lavoro condivise. Sono quattro i laboratori territoriali, oltre a quello che sarà costituito al Centro Sant'Anna, gli altri tre sono rispettivamente a Crotone, a Villa San Giovanni e uno a Valencia, in Spagna. Attraverso questi laboratori si redigerà il Manuale "Re.La.Te." per costruire nuovi scenari urbani della città multietnica, una vera e propria guida per la "città plurale". Il manuale ha lo scopo di definire indirizzi, principi e soluzioni possibili per "una città per l'uomo", sia esso residente o immigrato. Conterrà osservazioni sul fenomeno della multiculturalità urbana, buone prassi e linee guida. È prevista, inoltre, la redazione della "Carta europea dei servizi multicultural-oriented", in cui si descriveranno i bisogni di integrazione, i principi fondamentali su cui basare i servizi sia per gli immigrati che per i cittadini residenti, al fine di favorire i processi di integrazione attraverso la garanzia del diritto al rispetto della differenza. Re.La.Te. affronta la tematica dei movimenti migratori nel contesto Euro-Mediterraneo e costituisce un supporto per lo sviluppo di modelli di confronto e partecipazione tra culture differenti. I principali obiettivi di Re.La.Te. sono la creazione di una rete operativa tra paesi interessati al progetto, la creazione di strategie di comunicazione per la diffusione delle attività e dei risultati conseguiti, lo sviluppo e la sperimentazione di pianificazione urbanistica partecipata, l'elaborazione di proposte progettuali per la riqualificazione dei luoghi caratterizzati dalla presenza di immigrati, l'elaborazione e la diffusione di strumenti per la pianificazione della città multietnica e per una migliore accessibilità alle risorse e ai servizi, il riconoscimento del ruolo delle comunità migranti nei territori di nuova residenza. Il progetto-pilota contribuisce a realizzare gli strumenti per la costruzione di una "città etica", promuovendo l'applicazione di regole di civile coesistenza ispirate al rispetto delle differenze, al riconoscimento del loro valore, al fine di rinsaldare legami culturali tra popoli, sviluppare occasioni d'incontro nell'ambito dei processi di pianificazione urbana, i temi del rapporto tra le culture nel rispetto delle differenze, del recupero dell'identità sematica degli spazi urbani, delle nuove centralità urbane secondo la teoria dell'aggregazione interetnica, dei diritti della cittadinanza e dei doveri della coesistenza, del ruolo delle imprese per il superamento delle barriere culturali, del ruolo delle istituzioni per l'accoglienza. Considerata tra le migliori in Italia e chiamata ad esempio tra gli operatori del settore - sia per le molteplici attività sia per i risultati raggiunti - la struttura si occupa di problematiche connesse alla vita familiare, ai minori a rischio, alle ragazze madri, agli anziani, ai disabili, alla formazione, alle pari opportunità, agli extracomunitari, ai detenuti e agli ex detenuti. Il Centro si trova in piazza Santa Teresa alla Kalsa, 31, in otto vani dell'antico edificio dell'ex Opera pia "Istituto delle Artigianelle" ed è aperto da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 12. Una scommessa vinta, fin dalla sua nascita, il Centro Sant'Anna ha puntato su una scommessa, rivelatasi vincente: le capacità di partecipazione degli stessi utenti. Al suo interno partecipano ai corsi di prevenzione degli abusi sui minori e sulle donne; autogestiscono un baby parking, aiutandosi l'una con l'altra nell'emergenza; coadiuvano gli altri operatori nel gestire le attività dei minori. In pratica, gli utenti assolvono ad un'attività di promozione sociale quanto meno pari a quella degli operatori professionisti.

martedì 31 ottobre 2006

Palermo: il boom dei negozianti immigrati. Via Maqueda diventa multietnica

Ricerca della Cna: in un anno le attività gestite da extracomunitari sono aumentate del 42 per cento
di Isabella Napoli

Dal Bangladesh allo Sri Lanka, dal Marocco alla Tunisia. Sono sempre più numerose a Palermo le imprese extracomunitarie, soprattutto commerciali. Da una recente indagine della Cna, nel 2006 le imprese straniere in città sono passate da 324 a 767, con un aumento del 42,2 per cento, quattro punti oltre la media nazionale. Di queste, l´80,8 per cento, ben 620, sono negozi. È il commercio il settore principale di attività per gli immigrati. Ne è un esempio via Maqueda, una delle vie tradizionalmente più commerciali della città, dove negli ultimi dieci anni molte insegne locali hanno lasciato il posto a business extraeuropei, primo fra tutti l´artigianato etnico, seguito da negozi alimentari e solo da pochi anni anche da alcuni ristoranti, sui quali campeggiano le lanterne rosse made in China.
La comunità più attiva a Palermo è però quella del Bangladesh con 314 imprese. In via Maqueda, sono una ventina le insegne di questa nazionalità, botteghe nate dalla strada e dal commercio ambulante. La comunità di commercianti bengalesi è concentrata soprattutto tra via Venezia e i Quattro Canti.
«Sono arrivato a Palermo dalla Francia sedici anni fa - racconta Chowdhury Muhitur Rahman - per i primi anni ho lavorato come collaboratore domestico e ho messo dei soldi da parte. Per mettersi in proprio la cosa più facile era il commercio ambulante. Così ho iniziato nel 1996 a vendere bijoux per strada e nel 2000 ho aperto questo negozio in via Maqueda. Fino a un paio di anni fa si vendeva di più, ora c´è sempre più concorrenza soprattutto cinese e di altri connazionali». Rahman paga 700 euro al mese per un locale molto piccolo, con una sola vetrina. L´affitto per un negozio con due o tre vetrine può costare da 1000 a 2000 euro. «Quando ho preso la licenza di ambulante - continua - ho dovuto fare un corso per iscrivermi al Rec (registro esercenti il commercio, ndr). Ora basta andare al Comune e con qualche centinaio di euro, si ottiene una licenza di ambulante. Ma questo crea più concorrenza e meno lavoro».
Il commercio è uno degli sbocchi più immediati anche per i più giovani. Gnanaseelan Sivaskaran, 26 anni, è originario dello Sri Lanka ma da 13 anni vive a Palermo, con tutta la sua famiglia. Quattro anni fa, ha aperto un negozio di generi alimentari in via Maqueda. A diventare imprenditore, lo hanno aiutato due fratelli che vivono in Germania e gli hanno prestato una parte del budget iniziale: 10 mila euro. «Il primo ad arrivare a Palermo venti anni fa è stato mio padre - racconta - lavorava come cameriere. Io ho studiato fino alla terza media, ma poi avevo bisogno di lavorare. L´idea di mettermi in proprio me l´hanno suggerita i miei fratelli. La licenza al Comune mi è costata circa 300 euro e l´ho avuta nel giro di tre mesi».
Spezie, riso basmati, dolci e altri prodotti dallo Sri Lanka vanno forte anche tra i palermitani. Habibur Rahman Ahsan, 18 anni, viene dall´India e vende articoli da regalo e bijouterie vicino la discesa dei Giovenchi. «Il titolare è mio padre - dice - siamo specializzati in artigianato dall´Indonesia, dall´India e dalla Thailandia. Io tra poco mi diplomo all´Ipsia. Dopo spero di andare al Nord Italia a cercare lavoro in una grande azienda».
Tra le insegne targate Bangladesh, c´è anche quella di Azad Abulkalam, un piccolo coloratissimo bazar di lampade, arazzi e altri arredi etnici. «Ho iniziato come ambulante nel 1989 - dice - poi con l´aiuto di mia moglie ho messo su questo negozio nel 1997. Quando abbiamo aperto, eravamo ancora in pochi. Da quando sono a Palermo, ho lavorato duro e per ben dodici anni, non sono riuscito a tornare nel mio paese d´origine. Ora, c´è un po´ di crisi ma le mie figlie lavoreranno qui. Per battere la concorrenza, ho dovuto puntare su un artigianato di qualità. Qui, in via Maqueda, ci battono solo i cinesi. I loro prezzi sono più bassi».
Chinatown, in questa parte della città è alla fine di via Maqueda. I negozi vendono soprattutto abbigliamento e bijoux ma i loro proprietari dagli occhi a mandorla sono restii a parlare. Vicino alla stazione, tra le lanterne rosse, c´è anche un ristorante, Yong Feng Yuan. Ma se alcuni sbarcano, altri si preparano a fare le tende. «Tra un mese vado via - dice una mauritiana che vende collane e orecchini fatti a mano - l´affitto costa 300 euro e non ce la faccio più a pagarlo. Lascio dopo 10 anni, dovrò andare a lavorare come donna delle pulizie presso qualche famiglia».

La Repubblica Palermo
(31 ottobre 2006)

giovedì 15 giugno 2006

L'architettura per la città interetnica

Fonte: http://www.unipa.it/dispa/pubblicazioni/culottasciascia_interetnica.htm



I temi della sperimentazione didattica divengono spesso occasione per considerazioni ampie, per approfondimenti che trovano nei lavori degli studenti soltanto un incipit. Un avvio, quindi, ma anche un supporto per ulteriori tappe di studio. Questo libro, che mette a fuoco il tema della città interetnica, trae spunto dagli esiti di cinque Laboratori di Progettazione Architettonica tenutisi presso la Facoltà di Architettura di Palermo, ma pensiamo proceda oltre includendo riflessioni che, in alcuni casi, sembrano del tutto indipendenti dai risultati della didattica. Infatti, i saggi e i lavori degli studenti stanno insieme in un rapporto che è, al contempo, di forte connessione ma anche di totale autonomia. Per certi versi la città interetnica – affrontata didatticamente prima dal punto di vista delle abitazioni e poi da quello delle attrezzature per stranieri nel centro storico di Palermo – sembra essere l'occasione offerta dalla contemporaneità per riflettere, da una prospettiva nuova, su noti argomenti disciplinari, quali il costruire nel costruito, il rapporto con le preesistenze, la morfologia, la tipologia, l'abitazione e la struttura urbana, che trovano nel centro storico di questa città una loro specifica e rinnovata attualità.Ma in questa prospettiva critica emerge con chiarezza una nuova centralità data all'abitazione nella (ri)costruzione della struttura urbana. Forse un altro sottotitolo del libro avrebbe potuto essere La casa: dalla cellula abitativa all'abitazione. Infatti, nel rispetto delle trame urbane, ma eliminando a volte alcuni non sense planimetrici, memoria di una miseria certamente non meritata e tanto meno voluta, i progetti delle abitazioni hanno tenuto conto delle richieste avanzate dalle singole etnie, chiamate in causa in una forma misurata di partecipazione, includendole in una spazialità che la casa dei ceti meno abbienti non ha mai avuto. Piante e sezioni, ancora una volta su un piano parallelo a quello relativo ai contenuti etnici, propongono un nuovo modo di guardare all'abitazione. La lezione dell' existenz minimum e, in generale, quella derivante dalla ricerca sulla casa del Movimento Moderno, restano sullo sfondo come innovazioni ormai da tempo divenute tradizione. Le abitazioni per stranieri sembrano un anello successivo che ha saputo tenere conto del passaggio epocale avvenuto negli ultimi decenni del XX secolo quando la città, pur accogliendo nuove comunità, iniziava a costruire su se stessa. La casa è lontana dall'essere soltanto "spazio minimo per vivere": è anche luogo dove ci si può raccogliere a pregare, a giocare, a riflettere o a lavorare senza mai dimenticare le funzioni di base del nutrirsi e del riposare. In questo gioco del costruire nel costruito, determinato non per velleità didattica ma per una scelta reale che porta i nuovi immigrati ad insediarsi laddove gli affitti sono più bassi, cioè nel centro storico, l'abitazione torna ad essere protagonista e gli spazi domestici dei nuovi palermitani, suggeriti dagli studenti, aprono una traccia di ricerca innovativa che questa pubblicazione cerca di documentare e approfondire.

giovedì 9 giugno 2005

Euromediterraneo


Intervista pubblicata su meltingpot a Renata Pepicelli, autrice del libro
2010: un nuovo ordine mediterraneo?


Lo spazio euromediterraneo tra esclusione dei corpi ed inclusione delle merci
Intervista con Renata Pepicelli*


Il Mediterraneo, un tempo crocevia di culture e scambi, in questi ultimi anni si è trasformato, per molti esseri umani, nel luogo da attraversare per cercare di realizzare il proprio progetto di vita o più semplicemente sfuggire alla miseria, alla guerra, alla fame.Un luogo che ha visto – e continua a vedere – naufragi e tragedie ripetersi nel tempo, dove si specchia la cattiva coscienza di un nord ricco nei confronti di un sud povero.Un Mediterraneo che è stato trasformato da crocevia delle culture a uno dei fronti critici di una guerra globale tra il privilegio e la necessità.
Ne abbiamo parlato con Renata Pepicelli, autrice del libro "2010. Un nuovo ordine mediterraneo?", pubblicato dalla casa editrice Mesogea nel 2004.
D: Il Mediterraneo è sempre più luogo di migrazioni. Qual è il tuo commento su quanto sta accadendo in questo spazio?
R: Si parla molto in questi ultimi anni e mesi di Mediterraneo, descrivendo quest’area come una nuova frontiera per l’Europa. Secondo il mio punto di vista il Mediterraneo va invece considerato come uno spazio a geometria variabile volto ora all’esclusione, ora all’inclusione.Per quanto riguarda i migranti il Mediterraneo rappresenta una frontiera escludente, ma non del tutto: continua infatti a essere un luogo di attraversamento di manodopera a basso costo di cui l’Europa si serve. Allo stesso tempo, il Mediterraneo, è volto anche all’inclusione come dimostra il partenariato euromediterraneo, e in particolar modo la zona di libero scambio che questo progetto intende istituire. Si tratta di un processo avviato nel 1995 a Barcellona, su iniziativa della UE e di 12 partner mediterranei, che prevede di costruire in questa area una grande zona di libero scambio, su modello del Nafta e dell’Alca , dove le merci e i capitali potranno liberamente circolare, contrariamente alle persone. Da una prospettiva di carattere economico noi possiamo vedere come in realtà - in linea con l’Uruguay Round e i principi dell’Organizzazione mondiale per il commercio - il Mediterraneo diventa, all’interno delle logiche globali liberiste, una zona che le politiche economiche europee intendono includere. Quando sarà attiva la zona di libero scambio euromediterranea, l’Unione potrà contare su un’area costituita da circa 40 Stati e 800 milioni di consumatori. Una regione economica dalle grandissime dimensioni che dovrà far fronte in primo luogo a quella che gli Stati Uniti stanno provando a realizzare attraverso gli accordi dell’Alca con tutti gli Stati delle due Americhe ad eccezione di Cuba. Quindi, quando si parla di Mediterraneo, bisogna sempre pensare a questo doppio progetto che esiste per l’area. Da una parte frontiera per rischi considerati estremamente minacciosi per l’Europa – pensiamo alla retorica delle immigrazioni in quanto minaccia o al discorso sul terrorismo islamico e lo scontro di civiltà – ma dall’altra un’area che si vorrebbe in qualche modo coinvolgere all’interno di un progetto liberista più ampio e collocato all’interno dei meccanismi mondiali di redistribuzione delle sfere di influenza economica nonché politica. Per quanto riguarda l’idea di un Mediterraneo di diritti, che è anche un tema forte del Forum Sociale del Mediterraneo, siamo ben lontani da una situazione di questo tipo, come dimostrano le continue morti nel tentativo di attraversare il bacino e gli accordi tra riva sud e riva nord del Mediterraneo per tentare di bloccare gli sbarchi. Ma soprattutto noi ci troviamo in questo momento in un Mediterraneo i cui paesi presentano uno stato di diritto e di libertà molto poco garantito. E’ significativo a tal proposito leggersi l’ultimo rapporto di Amnesty International che dimostra tra le altre cose come in tutta l’area si stia avendo un restringimento dei diritti in nome della lotta al terrorismo islamico. E’ già da qualche tempo che Amnesty, come altre organizzazioni di difesa dei diritti umani a livello internazionale e locale, evidenzia come le leggi dell’antiterrorismo islamico stanno venendo a minacciare quelli che sono i diritti individuali e collettivi dei paesi del Mediterraneo, non solo della riva sud ma anche della riva nord.
D: Alcuni paesi del nord Africa come Libia e Marocco, sono deputati a bloccare le persone che vogliono attraversare questo spazio per tentare di entrare in Europa. Devono svolgere quindi un ruolo particolare.
R: Sì e non è un fatto nuovo. L’Unione Europea sin dagli anni novanta ha cercato di raggiungere degli accordi di natura commerciale e sicuritaria con i paesi terzi mediterranei, anche in vista di un maggiore controllo delle migrazioni e le frontiere. Il Marocco è uno dei principali partner europei in queste politiche. Non è assolutamente una cosa nuova per l’Unione Europea tentare di trovare delle convergenze con i governi dei paesi terzi mediterranei, nel tentativo di fronteggiare le migrazioni. Ora tutto questo si fa in maniera più eclatante, come dimostrano gli accordi con la Libia di cui solo adesso si conoscono parzialmente i contenuti. Ma si tratta di un processo che è in atto da almeno una decina di anni, in maniera più sotterranea, meno conosciuta, perché meno notizie filtravano e meno attenzione si poneva a questo dibattito. In realtà degli accordi bilaterali esistono da molti anni e su questo bisognerebbe riflettere. Queste politiche non sono nuove, non sono il frutto dell’11 settembre, come in molti casi si è voluto far credere. L’11 settembre non rappresenta uno spartiacque fra un prima e un dopo di un possibile scontro di civiltà, ma va considerato l’apice di un percorso che era iniziato molto prima. Pensiamo che il primo saggio di Samuel Huntington che prefigura lo scontro tra la civiltà occidentale e altre civiltà, in particolar modo quella islamica, risale al 1993. Bisogna perciò fare molta attenzione quando si cerca di fare delle analisi su quello che sta succedendo nell’area.
D: Lo scenario che hai dipinto è molto chiaro: le merci possono circolare liberamente, le persone no. Rispetto a questo parlavi di forza lavoro a basso costo. Le maglie di questa Fortezza Europa sono elastiche, lasciano passare “qualcosa”, quel qualcosa che poi ritorna molto utile all’economia europea.
R: Assolutamente sì. Non solo quando arrivano in Europa e in Italia ma anche per quel che riguarda le delocalizzazioni nell’area mediterranea, discorso importante ed interessante da seguire per capire come funziona. C’è un lavoro molto interessante di Salvatore Palidda per la fondazione Ismu nel quale è posto in evidenza come le delocalizzazioni italiane in paesi come la Tunisia possano rappresentare - contrariamente a quanto si dice - uno stimolo alle migrazioni. In una delle testimonianza, citate in questo documento, un lavoratore tunisino impiegato in una fabbrica italiana dislocata in Tunisia dice all’incirca: “Ho provato più volte a partire per l’Italia. Nella mia officina tutti, uomini e donne, vogliono andare a lavorare in Italia e far lì lo stesso lavoro. Dato che già lavoriamo per italiani, ci dovrebbero essere facili ambientarci. E potremmo così guadagnare più dei 120-180 euro al mese, che prendiamo in Tunisia”.
D: Forse vale la pena riprendere il commento sul ruolo della Libia in questo momento. Ricordiamo l’accordo, ormai non più totalmente segreto, stipulato con l’Italia sulla questione dei respingimenti e dei rimpatri.
R: Non è un argomento sul quale io mi sia particolarmente soffermata, quindi non mi sento di parlare di questo quando ho letto articoli ed analisi estremamente interessanti, pubblicati anche sul vostro sito. Mi viene da dire che queste scelte politiche non vanno considerate nuove. È già da diversi anni che si siglano accordi per il respingimento alle frontiere, per il controllo congiunto delle frontiere, per l’apertura di Centri di Permanenza Temporanea all’interno dei paesi terzi. Mi ricordo che nel 2001 fu pubblicata la notizia dell’esistenza già dal 2000 di un centro di trattenimento nel sud dell’Algeria. Un luogo che sembrava essere stato precedentemente utilizzato come prigione per militanti islamici, e nel quale sarebbero poi stati rinchiusi migranti che provenivano dall’area subsahariana. Questa notizia che fu ripresa da Courrier International, fu poco seguita, poco analizzata per capire la veridicità di questa informazione. Però indicava che già allora le cose si stavano muovendo in questo senso.




*** Renata Pedicelli è nata a Napoli il 28/3/1976, è dottoranda presso il dottorato di Geopolitica e culture del Mediterraneo della Scuola di Alta Formazione Federico II di Napoli consorziato con l’Istituto Italiano di Scienze Umane. Nel giugno del 2004 ha pubblicato con Mesogea il saggio "2010. Un nuovo ordine mediterraneo?", prefazione di Salvatore Palidda. Tra le sue pubblicazioni: Le relazioni tra riva nord e riva sud nel partenariato euromediterraneo in Grimaldi U., De Luca P. (a cura di), Mediterraneo: scuola e incontro tra culture. Atti del seminario internaziononale di studi del Consiglio d’Europa, Napoli, 2005; Il partenariato euromediterraneo e l’Italia in Afriche e orienti, n° 4/2002; Strade di donne: migrazione e prostituzione in Meridione, sud e nord del mondo, novembre-dicembre 2001. Tra i suoi lavori audio e video-documentari: Strade, tra prostituzione e immigrazione, un’inchiesta radiofonica sulla prostituzione, realizzata per Radio3 Rai (2002); Per non dimenticare. Agosto-settembre 2003, video-documentario sul campo profughi palestinese di Shatila realizzato con Anita Mosca, con un contributo della provincia di Napoli (2004); Ai confini della cittadinanza, video-documentario sulla condizione dei rom a Napoli (2001).

giovedì 9 giugno 2005

venerdì 1 ottobre 2004

Nessun uomo è un'isola: il progetto O'scià di C. Baglioni a Lampedusa

Fonte:
www.puntasottileperiodico.it/arte%20e%20cultura/3/intervista%20Baglioni.asp






BAGLIONI E LAMPEDUSA. UN "FIATO" DI VITA...O' SCIA'

INTERVISTA A CLAUDIO BAGLIONI
di Caterina Famularo (collegamento alla pagina personale di Caterina Famularo: poesie)



Incontrare Claudio è un po' come incontrare il mare per la prima volta. Trovarsi davanti ad un'immensa distesa d'acqua e lasciarsi suggestionare e incantare dai colori meravigliosi, dalle infinite tonalità e sfumature, dalla profondità, dalla trasparenza, da tutto ciò che avevi solo immaginato. Lasciarsi inebriare dal profumo di un sogno che diventa realtà. Per me è stato così.La sua disponibilità è un'onda di freschezza che ti sorprende e che svela la semplicità, la sensibilità e la ricchezza dei suoi fondali. Un artista ma soprattutto un uomo che, come il mare, ha un'anima sconfinata.Le parole che dedica a Lampedusa, attraverso“Punta Sottile”, voce delle Pelagie, sono melodia di vita, come un vento nuovo che accarezza e risveglia questo cuore di roccia che palpita nel Mediterraneo, quest'isola lontana da tutto e da tutti ma così vicina al suo cuore. Lampedusa nel cuore di Baglioni e Baglioni nel cuore di Lampedusa. Ormai un unico battito. Un solo respiro. Tutto” in un solo abbraccio”. In un fiato di vita: ”O'Scià”.

Claudio, del primo sussurro di questa parola, breve ma intensa, e del primo incontro con Lampedusa hai scritto: ”Certi incontri sono come gli scambi dei binari. Uno spostamento appena percettibile e la vita cambia scena. Nulla è più come prima. Terra, cielo, pensieri, nulla. Con Lampedusa è andata così”.Com'è andata esattamente? Com'è cambiata la scena sul palcoscenico della tua vita di artista e di uomo, dopo l'incontro con Lampedusa?


Ogni incontro deriva da un'occasione, da un caso anche se io credo di aver avuto Lampedusa nei pensieri e di averla incontrata molto prima di quanto effettivamente poi sia accaduto perché in fondo certi punti di Lampedusa sembrano essere quelli che appartengono all'isola ideale, un paesaggio che uno ha da sempre dentro gli occhi e che magari nontrova a portata di mano.
Molti amici, poi, da anni mi parlavano di Lampedusa, delle Pelagie, del mare e di questa peculiarità di isola così aspra. Io non so cosa sia cambiato dopo l'incontro vero, reale. Non penso che sia cambiato molto perché in fondo quest'incontro è come se ci fosse stato da molto tempo prima. Secondo me, comincia ad esserci, invece, il bisogno di far combinare il reale con l'ideale, quasi il bisogno di dire “mi piacerebbe lasciare anch'io una traccia per ritornare a sognare quest'isola ancora prima di averla vista”.

Lampedusa, quest'isola d'alto mare, ha conquistato l'anima di due grandi artisti della musica italiana: anni fa Domenico Modugno, adesso Claudio Baglioni. Qual è il segreto di questa terra? Che cos'ha di diverso rispetto agli altri posti? Perché un artista la sceglie per “gettare l'ancora e per tirare il fiato”?

I segreti sono ancora proprio “segreti” nel senso che uno non riesce mai completamente a scoprirli e, per fortuna, a svelarli. L'isola ne ha tanti per la sua conformazione del territorio, degli scogli, delle spiagge, del mare dentro il quale affonda, per il tipo di vento che la tormenta o che l'accarezza. Tutti gli uomini, soprattutto gli artisti o gli uomini che usano più sensibilità nell'approccio con le altre persone e con le cose sono incredibilmente attirati dal segreto di qualcosa e non certo per svelarlo ma per essere ulteriormente suggestionati. Di diverso io penso che abbia, rispetto a tante isole italiane, questa caratteristica di essere così poco italiana, così poco europea. Seconde me, la cosa che invoglia un artista è anche il fatto che l'isola sia schiva e schietta, nel senso che, da una parte, sembra che sia molto sincera e, dall'altra, sembra che sia un'isola che si ripara, che qualche volta nasconde i suoi segreti e non li mette sulla bancarella del mercato di tutti i giorni.

Claudio, per te non è stato difficile entrare nel cuore dei lampedusani, che ti hanno amato subito e che, addirittura, si sono rivolti a te con la forma di saluto più affettuosa e carica d'emozioni: ”O'scià”. Il Comune di Lampedusa ti ha anche conferito la cittadinanza onoraria. Un riconoscimento di stima e affetto che non era stato concesso nemmeno a Domenico Modugno che è rimasto su quest'isola per anni e che è morto proprio sotto il cielo di Lampedusa, nel ”Blu dipinto di blu”. Che cosa significa per Claudio Baglioni essere cittadino onorario di Lampedusa? E, soprattutto, come pensi di essere riuscito a conquistare subito la fiducia e l'amore di quest'isola che tu stesso hai definito ”cuore tormentato delle Pelagie?

Essere cittadini di un posto che non ti ha visto nascere, che non ti ha visto crescere per molto tempo della tua vita è sempre un fatto curioso. Molte volte è quasi una sorta di carica formale ma in questo caso io sono onorato di questa cittadinanza se tutto ciò riuscisse a conferire a questo rapporto anche un senso di utilità, di vicendevole scambio. Io non so quanto si riesca ad entrare nel cuore, nei pensieri e nella stima degli altri. Mi piacerebbe sapere che specialmente nei confronti di queste iniziative non ci fosse il sospetto della speculazione di nessun tipo, né intellettuale né economica e nemmeno l'invasione. Ogni posto del mondo, e anche queste isole, ha un loro destino, una loro specificità, un loro carattere, una loro anima e nessun altro, specialmente se arriva da fuori, può pretendere di cambiarle.

Claudio, a giugno ti sei laureato in architettura, discutendo una tesi sul restauro e la riqualificazione urbana in una zona industriale di Roma. Eppure, proprio a Lampedusa, ultima terra d'Italia, hai dimostrato di essere un grande architetto di progetti d'amore, di solidarietà, di comunione e comunicazione, di fratellanza, di buoni sentimenti, d'incontro tra le culture del mare. Un vero e proprio ”Restauratore” d'anime e “Riqualificatore” della vita delle isole. A Lampedusa, insomma, il più grande progetto dell'architetto Baglioni: ”O'scià”. Finalmente, su quest'isola, seguendo la scia dell'arte e della musica, arriva una “nave” carica non solo della sofferenza degli immigrati ma anche d'indimenticabili emozioni, di speranze, di propositi, di cambiamenti possibili. Claudio, com'è salpata la “nave-progetto” O'SCIA'dal porto del tuo cuore? Com'è stato l'approdo a Lampedusa? Come sarà la partenza? Insomma, come continuerà il “viaggio”di O'SCIA'?

Secondo me Lampedusa ha la possibilità di diventare un'isola simbolo, simbolo dei nostri tempi e io spero che sia un simbolo positivo. Corre il rischio di diventare un simbolo negativo perché di Lampedusa si parla ogni giorno per la cattiva propaganda dei giornalisti: è un posto all'attenzione di giornali e telegiornali, di tantissimi italiani, e non solo, che però non sanno effettivamente come stanno le cose. Io non so quanto durerà questa storia degli sbarchi, questa vergogna del mondo che ci fa pensare che se qualcuno sbarca e ha bisogno di arrivare da qualche altra parte significa che dove sta non vive bene, per mille motivi, per fame, per problemi di guerra, per problemi di battaglie civili oppure abbagliato da un occidente così opulento che è in grado di far vivere bene tutti quanti. Lampedusa non deve diventare l'argine, non deve diventare il filo spinato. Deve diventare il posto che è in grado di accogliere chi arriva ma senza mettere a repentaglio la propria quotidianità. E' importante dal punto di vista dell'immagine. Partendo da quella frase bella che”nessun uomo è un'isola” e che “ogni respiro è un uomo”, io vorrei tanto che le Pelagie diventassero le isole di tutti, le isole dell'incontro. Vorrei che questo simbolo diventasse gonfio di positività e gonfio anche di progetto, proprio d'architettura della vita. E allora “O'scià” può diventare veramente unione di respiri, di fiati, affinché il mondo abbia un vento nuovo, insomma affinché il vento sia positivo. La grande scommessa che ci aspetta è quella di saper superare le diffidenze, conoscere le proprie differenze e apprezzarle. E' anche giusto essere diversi. Non pretendere di schiacciare qualche altra nostra cultura e non essere schiacciati da un'altra cultura ma solo metterle insieme.

O'SCIA': Odori, Suoni, Colori d'Isole d'Alto mare. Claudio, quali odori, quali suoni, quali colori di quest'isola ti porti dietro ogni volta che te ne allontani? E, soprattutto cosa porterai con te dopo l'esperienza della seconda edizione di “O'SCIA'?


Per me gli odori, i suoni, i colori delle isole d'alto mare sono gli odori, i suoni, i colori, delle isole dei nostri sogni, di quei sogni che non devono appunto restare isole ma devono essere dei sogni da fare in comune. Ogni volta, ho la sensazione di aver sentito un gusto particolare, un sapore anche del cibo, certi colori che la natura offre o che l'uomo è riuscito a mettere su. Io vorrei che si sapesse che O'scià non è solo una sagra di canzoni che si può fare una volta l'anno. L'idea è che Lampedusa diventi un'isola-laboratorio dove poter di tanto in tanto fare degli incontri con gli artisti e con tutti gli operatori culturali che si affacciano sul Mediterraneo. Sarebbe straordinario sapere che in quest'isolettina nel profondo del Mediterraneo c'è la maniera di incontrare qualcun altro, c'è l'idea dell'ospitalità. Ecco, io mi auguro che questa sia la possibilità che Lampedusa deve offrire al mondo intero.

“Avrai, avrai, avrai il tuo tempo per andar lontano…” Una canzone che non manca mai in ogni tuo concerto. Claudio, se tu fossi un genitore lampedusano che parole dedicheresti ad un figlio che vive l'ambiguità e la conflittualità del mare e avverte il peso della solitudine? Ad un figlio che non trova alternative alla via della fuga e che è costretto a scegliere tra la propria terra e il proprio futuro?


Sai il fatto è che qualsiasi cosa sembra essere una lotta tra il reale e l'ideale, tra la realtà e, invece, la speranza o la possibilità. Io, proprio in una canzone che si chiama “Grand'uomo”dicevo ad un figlio vero ma a qualsiasi figlio del mondo che la musica è come il mare e che il mare è proprio il posto che ti attira. Si, è vero che il mare è il posto che ti porta via ma è anche un sogno immenso, è una possibilità di riscatto. Il mare non deve essere visto come un impedimento ma anzi come una grande strada, come una grande ricchezza Secondo me, pure dal punto di vista economico lo deve diventare ogni giorno di più. Gli appelli sono a mantenere questo mare perché sicuramente nel mondo ce ne sono altri belli ma questo è indubbiamente di una bellezza sconfinata. Che cosa dire a un figlio? Gli dici che quella non sarà più l'isola-gabbia o l'isola-prigione, l'isola col filo spinato ma sarà, è la il posto dove ci sarà energia, dove ci sarà attività e sarà per tutto l'anno. Non deve essere solo per quei due o tre mesi in cui arrivano i turisti e poi finisce tutto. Sarebbe bellissimo sapere che un posto così lontano dal mondo avesse invece una sua possibilità di vita quotidiana fortissima e quindi lavoro per tutti, svago per tutti, una sorta di benessere che permetta di affrontare la vita in modo meno disperato.

Claudio, tu hai scritto che ”la musica non nutre ma alimenta, che non contiene e non produce risposte ma è un linguaggio universale che non conosce barriere, confini, muri o pregiudiziali. La musica, come il mare, non divide ma unisce”. Che risposta pensi di aver dato a te stesso, a Lampedusa e soprattutto al drammatico fenomeno dell'immigrazione dopo il successo di “O'scià”?

La musica non risolve certi problemi ma è un riflettore. La fortuna di quelli che hanno una carriera e sono diventati noti è quella di poter diventare esempio, quella di poter su di loro attirare l'attenzione. La risposta al fenomeno dell'immigrazione è molto complicata. Forse la più complicata dei nostri giorni perché mette in gioco tutti gli equilibri mondiali. Significa che se c'è questa immigrazione clandestina così disperata c'è un mondo che è sbagliato, che è ingiusto, che da una parte c'è qualcuno che sta veramente male e che va aiutato, che va soccorso perché negare questo, secondo me, significa negare la nostra lealtà di uomini, di esseri umani. I paesi ricchi, a volte, sono di un egoismo ormai imperdonabile che deve essere corretto. Invece di andare a fare queste guerre sbagliate e inutili bisognerebbe fare la guerra alla fame, alla disperazione, per i diritti civili, affinché in tutti i paesi tutte le persone abbiano una dignità. Queste sono le guerre da fare, non quelle che ammazzano le persone ma quelle che aiutano a vivere meglio.

Sul “palcoscenico” del Mediterraneo, Claudio Baglioni, attore e spettatore di un evento unico e irripetibile. Sei stato il “registra”di un sogno diventato realtà ma con grande umiltà, professionalità e semplicità sei riuscito anche a restare dietro le “quinte”per dare spazio agli altri. Sei stato il “protagonista”ma sei stato anche “platea”perché durante queste tre serate non ci sono state barriere tra il palcoscenico e il pubblico, tra noi e voi. Tra tutti questi ruoli che sei riuscito ad interpretare quale ti ha regalato emozioni nuove?


Proprio questo ruolo, quello di essere colui che ha invitato mesi prima alcuni artisti. Tutti gli artisti che ho coinvolto hanno detto: ”Che meraviglia”. Poi alcuni non sono potuti venire per impegni professionali e personali ma quelli che hanno aderito hanno subito avuto la sensazione di partecipare a qualcosa di diverso. Non era mai stata fatta una manifestazione con queste caratteristiche, con questa semplicità. L'idea proprio di essere semplice, di stringere la mano al pubblico. Specialmente l'ultima sera sembrava un'enorme festa in spiaggia e questo credo sia un esempio raro. Sarebbe stupendo poter proseguire su questa strada.

Claudio, con il successo di “O'scià” hai dimostrato che “nessun uomo è un'isola”e che anche l'ultima isola d'Italia può diventare “un arcipelago” abbracciato dall'anima del mare. Che messaggio vuoi lanciare, attraverso “Punta Sottile”, affinché Lampedusa non sia solo un'isola sommersa dal mare dei problemi e affinché nessun abitante di questa stupenda terra si senta “ un'isola nell'Isola”?


Quello di poter lavorare insieme. Se si organizzano certe manifestazioni è per il benessere e per l'immagine dell'isola e non certo per il lustro dell'artista. Sarebbe bello sapere che in quel momento l'isola tutta vive di quella voglia, di quella smania, dove tutti dicono: ”Tutto ciò fa del bene pure a me e non solo a me”.Sapere che ogni anno vengano fatte delle cose che siano il segnale di progetti, progetti per l'uomo di domani, progetti per la pace tra le genti. Progetti che facciano anche vivere meglio la nostra isola. Io ho mandato questo progetto all'attenzione del Presidente della Repubblica, del Presidente della Camera, del Presidente del Consiglio e a tutti i segretari politici. Poi l'ho voluto mandare anche a Buttiglione che sarà il commissario per l'immigrazione. Il messaggio che vorrei lanciare è che se si intende continuare con questa manifestazione, tutta l'isola deve essere convinta che questa cosa fa bene all'isola stessa e poi fa del bene agli altri.Quando si fanno questi progetti, in quei giorni tutti devono essere partecipanti e protagonisti.L'importante è che se si vuole andare avanti bisogna essere uniti in questa idea.



Da “Punta Sottile” e dal cuore di quest'isola che ti ama: grazie Claudio O'scià
Ottobre 2004 Anno 1 N° 3