www.tprf.org: La tua arma segreta (words by Prem Rawat)

Pledge to Peace - Dichiarazione di Bruxelles - 28 novembre 2011



Discorso di Prem Rawat alla Settimana della Pace e della Solidarietà di Mazara del Vallo - 27 maggio 2011 - Video


"Determination, understanding and clarity have to be the fundamental foundations on which peace will be built."


"Not exclusion, but inclusion."


"The day our measurements are based on our similarities and not our differences is the day we will begin to lay the foundation for peace in this world."
Prem Rawat
Watch A message of Peace by Prem Rawat

Il Peace Education Program (PEP) ha lo scopo di aiutare i partecipanti a scoprire le risorse interiori che sono loro proprie, strumenti innati per vivere, come la forza interiore, la capacità di scelta e la speranza, esplorando anche la possibilità della pace personale.
Si tratta di un programma educativo nuovo, con un piano di studi che consiste in 10 video, ciascuno incentrato su un argomento specifico, presentato e facilitato da volontari. Questi seminari, adattabili e interattivi, sono non religiosi e non settari. Il contenuto di ciascun argomento si basa su brani tratti da discorsi pronunciati da Prem Rawat in tutto il mondo.
Presentazione del PEP (in italiano)

"Uno degli aspetti meravigliosi del ridere, della felicità, della gioia e della pace, è che sono cose contagiose. Diffondete questo sentimento contagioso di pace, il bisogno di pace, in questo mondo. È di questo che abbiamo bisogno nella nostra vita. La pace è una necessità, non è un lusso." Prem Rawat


venerdì 11 ottobre 2013

Tutti sull’Isola - Scriviamo insieme la Carta di Lampedusa


Tutti sull’Isola - Scriviamo insieme la Carta di Lampedusa

Un sogno, una suggestione e già una proposta. Ripartiamo da Lampedusa per disegnare una nuova Europa
Da troppi anni si strumentalizzano Lampedusa e lo “spettacolo” della sua frontiera per alimentare ansie da “invasione”, per raccontare che l’unica soluzione sono il controllo e l’approccio securitario alle migrazioni, per non parlare mai, paradossalmente, delle ragioni e delle storie di quelle migliaia di donne e uomini che migrano fuggendo da quell’ingiustizia sociale e globale che li rende le ultime e gli ultimi della terra.

E ancora oggi, mentre dopo la morte di 300 persone si accendono finalmente i riflettori anche sulle altre 20.000 inghiottite dal Mediterraneo negli ultimi anni, per l’ennesima volta troppe voci stanno usando Lampedusa in modo strumentale, come accade con il susseguirsi di passerelle di politici sull’Isola che sta scatenando nuovamente la giusta rabbia degli abitanti.

Parlare di Lampedusa, ripartire da Lampedusa, deve avere adesso invece un significato completamente diverso. In questo senso dalle pagine de Il Manifesto il Sindaco Giusy Nicolini, invoca un cambiamento vero delle norme, della politica, dell’Europa intera, proponendo di ospitare questo auspicato processo proprio nell’Isola.

Dal canto nostro sappiamo che la scrittura di nuove regole può avere segni differenti. E se proprio da Lampedusa ripartisse dal basso una spinta per cambiare radicalmente l’Europa, questo Paese, le sue norme e la sua politica?

Dopo la strage di giovedì scorso, anche grazie all’appello per un canale umanitario che insieme a tantissimi abbiamo promosso dalle pagine di Melting Pot Europa, si è aperto un dibattito inedito, impensabile fino a pochi giorni fa. Cosa ci dice la petizione on-line proposta da La Repubblica per cancellare la legge Bossi-Fini se non questo? Di cosa ci parla la proposta di cancellazione del reato di clandestinità? 

Agire questo spazio, mantenerlo aperto, provare a lavorare affinché si trasformi in azioni concrete, è, crediamo, un dovere di noi tutti. Ma per farlo abbiamo bisogno di metterci in cammino abbandonando l’idea che qualcuno possa farlo al posto nostro.

Perché pur essendone stati i promotori, siamo consapevoli del fatto che nonostante questi appelli abbiano contribuito ad aprire una discussione, non sono sufficiente a produrre invece una trasformazione reale delle regole che disegnano lo scenario in cui si consumano le stragi del Mediterraneo e le violazione dei diritti di milioni di cittadini non riconosciuti all’interno dei confini europei. Migliaia di firme insomma non si trasformeranno automaticamente in decisioni politiche.

C’è poi un secondo aspetto, estremamente delicato, su cui è necessario fare chiarezza. Lo spazio di discussione che si è aperto e l’idea di rivisitazione delle regole di cui oggi parlano tutti, da Napolitano a Barroso, da Alfano a Letta, non ha certo una direzione scontata. La discussione verte tutta intorno al potenziamento dei pattugliamenti di Frontex, alla riscrittura degli accordi bilaterali, all’appalto delle domande d’asilo ai Paesi Terzi, al recepimento delle direttive UE, il cui termine di recepimento era stato fatto abbondantemente scadere, a qualche aggiustamento normativo. Tutto condito dalla retorica della lotta ai trafficanti, del rispetto dei diritti umani, della solidarietà europea.

Il dramma di Lampedusa ha di fatto messo in discussione la legittimità delle politiche europee ed italiane in materia di immigrazione. Di conseguenza le istituzioni europee e nazionali si trovano di fronte alla necessità di riscriverne le regole, o alcune di queste, di raffinarne i meccanismi, di annunciarne la cancellazione di attenuarne le spigolature, con lo scopo di poter riaffermare, nella sostanza, l’impianto stesso dell’Europa Fortezza.

Anche la paventata abolizione del reato di ingresso e soggiorno irregolare (che da sola cambia poco o nulla) parla lo stesso linguaggio. Per la politica istituzionale è urgente l’abbandono della simbologia e delle retoriche del pugno di ferro per mostrarsi oggi commossa, così da recuperare sul terreno della governance quel consenso che le morti di Lampedusa hanno affievolito. Ma come sappiamo l’abito non fa il monaco e vi è il rischio concreto che la politica istituzionale dica di voler cambiare tutto per poi invece non cambiare in concreto nulla, affogando nuovamente le speranze di milioni di donne e uomini nelle acque torbide delle larghe intese e degli egoismi europei.

Tocca a tutti noi giocare la partita che si è aperta perché ogni discorso di cambiamento prenda un’altra traiettoria.

Non esistono scorciatoie. Esiste invece la possibilità di ripartire insieme perché l’incredibile disponibilità a mettersi in gioco che abbiamo registrato da parte di molti dopo i tragici avvenimenti di giovedì scorso, possa trasformarsi in un percorso di migliaia di persone, in una riscrittura delle regole attraverso un’elaborazione giuridica, politica, culturale, che sia veramente collettiva. In questi anni ci abbiamo provato in molti. Ma oggi abbiamo la possibilità di farlo in tantissimi.

E’ una suggestione, un sogno, ma può diventare una proposta concreta se ci lavoriamo insieme. A partire da Lampedusa. Ritrovandoci a stretto giro insieme sull’Isola, con chi sull’Isola oggi chiede un cambiamento, insieme a chi ha sottoscritto gli appelli di questi giorni, insieme a chi in questi anni ha elaborato proposte, a chi vuole giocare questa sfida fino in fondo, per dare vita ad un grande meeting, un momento di discussione aperto, tra associazioni, collettivi, organizzazioni e singoli. Per un momento di elaborazione di proposte ma anche di costruzione di una campagna nazionale ed europea per un’Italia senza la legge Bossi-Fini, per un’Europa diversa, senza detenzione, respingimenti, cittadinanze negate e diritti violati. Per metterci a disposizione degli abitanti di Lampedusa e diffondere in tutto il continente le loro istanze.

Per far si che proprio il luogo che in questi anni ha dovuto subire le scelte della politica europea, diventi invece motore di un’ipotesi di cambiamento.

Ritroviamoci a Lampedusa per scrivere insieme la Carta di Lampedusa.

Progetto Melting Pot Europa

Vedi anche
[ 10 ottobre 2013 ]

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