www.tprf.org: La tua arma segreta (words by Prem Rawat)

Pledge to Peace - Dichiarazione di Bruxelles - 28 novembre 2011



Discorso di Prem Rawat alla Settimana della Pace e della Solidarietà di Mazara del Vallo - 27 maggio 2011 - Video


"Determination, understanding and clarity have to be the fundamental foundations on which peace will be built."


"Not exclusion, but inclusion."


"The day our measurements are based on our similarities and not our differences is the day we will begin to lay the foundation for peace in this world."
Prem Rawat
Watch A message of Peace by Prem Rawat

Il Peace Education Program (PEP) ha lo scopo di aiutare i partecipanti a scoprire le risorse interiori che sono loro proprie, strumenti innati per vivere, come la forza interiore, la capacità di scelta e la speranza, esplorando anche la possibilità della pace personale.
Si tratta di un programma educativo nuovo, con un piano di studi che consiste in 10 video, ciascuno incentrato su un argomento specifico, presentato e facilitato da volontari. Questi seminari, adattabili e interattivi, sono non religiosi e non settari. Il contenuto di ciascun argomento si basa su brani tratti da discorsi pronunciati da Prem Rawat in tutto il mondo.
Presentazione del PEP (in italiano)

"Uno degli aspetti meravigliosi del ridere, della felicità, della gioia e della pace, è che sono cose contagiose. Diffondete questo sentimento contagioso di pace, il bisogno di pace, in questo mondo. È di questo che abbiamo bisogno nella nostra vita. La pace è una necessità, non è un lusso." Prem Rawat


giovedì 6 dicembre 2012

Fratt: contro il razzismo armati di teatro


Fratt: contro il razzismo armati di teatro

6 dicembre 2012 di DB

A volte conviene partire dalla fine. Se leggete sino all’ultima riga i comunicati di Giolli, cooperativa sociale parmense, trovate questa frase di Paulo Freire: «Nessuno libera nessuno, non ci si libera da soli, ci si libera insieme in solidarietà». Ed è proprio così: i brasiliani Freire con la sua «coscientizzazione» e Augusto Boal (inventore del Teatro dell’oppresso) sono i riferimenti di Giolli e del suo lavoro teatral-sociale di nonviolenza attiva, di auto-liberazione, di trasformazione della realtà sia interna che esterna e relazionale. Non spettatori e spettatrici ma protagonisti imprevisti che escono dalla platea per entrare in scena (all’improvviso, un po’ come i pirandelliani «sei personaggi in cerca d’autore») diventando dunque spett-attori e spett-attrici.

Questo è accaduto anche sabato 17 a Reggio Emilia, al termine della parte italiana del progetto Fratt cioè «Fighting Racism Through Theatre» (cofinanziato dal programma Giustizia della Commissione europea per i diritti). L’affollato seminario finale si intitolava «Seminare sicurezze» e io ero lì come giornalista e all’occasione spett-attore. Dunque violerò la (giusta) regola che invita il cronista a non scrivere in prima persona… a meno che non sia un testimone, come in questo caso. 

In due anni di lavoro Giolli attraverso interviste (almeno 200), corsi, laboratori e spettacoli ha lavorato non solo sul razzismo ma sulle insicurezze di cittadine/i (sia migranti che con marchio di italianità) elaborando idee e proposte con un metodo «attivo e maieutico» e coinvolgendo fra l’altro Lorenzo Guadagnucci e il gruppo dei giornalisti contro il razzismo ma anche i Modena City Ramblers. Il cuore del progetto è stata la provincia di Reggio ma con puntate a Parma, Milano, Mantova e Sant’Anna a Stazzema (dove il 12 agosto 1944 i nazifascisti massacrarono 560 persone, in gran parte bambini, donne e anziani).

L’ultimo appuntamento italiano di Fratt doveva appunto raccogliere le idee e trasformarle in proposte che verranno consegnate alle istituzioni coinvolte. Razzismo e stalking, il cibo insicuro e gli anziani abbandonati, la paura verso i migranti e la doppia insicurezza di chi in Italia è migrato trovando ostilità. Tanti i temi, i soggetti coinvolti, i metodi di lavoro. Su www.giollicoop.it è possibile trovare altre informazioni.

Il sabato inizia giocando… per conoscersi e “sciogliersi”. Poi riassumendo – c’è sempre qualche ospite imprevisto – il lungo cammino di Fratt. Quattro partner in Francia, Germania, Italia e Spagna ben uniti a lavorare – soprattutto con questo insolito metodo teatrale – contro chi semina paura. Colpisce una frase del gruppo francese: «Il mondo è ciò che facciamo ma anche ciò che non facciamo».

Mentre la sala si fa buia il giornalista Barbieri (sì: io) legge il racconto «Sentinella» di Fredric Brown: una paginetta famosa perché fa vestire – senza avvisare – i panni altrui, scoprendo che il nemico siamo noi. Poi alcune persone raccontano le storie raccolte nel lavoro di Giolli. Una marocchina che deve fare i conti con il marito convinto che le donne non devono lavorare. Un’italiana capace di costruire parole-ponti ma che vede svalorizzati i suoi studi e il suo lavoro. Una ragazza che vuole semplicemente andare al mare. La paura della solitudine di una cinquantenne. Una trentenne con un fidanzato che «per troppo amore» la ossessiona e la polizia che non sa quali pesci pigliare quando lei chiede aiuto. Soprattutto donne: forse hanno il dono (o la voglia?) di saper meglio raccontare le storie.

La discussione è aperta da Mahmud, un pakistano attivo con la Cgil, che parte dalla paura di perdere l’identità che affligge chi migra. «Ma qui nel reggiano per fortuna si dialoga. E non è poco».

Poi alcuni studenti raccontano che all’inizio avevano preso l’arrivo di Fratt nella loro classe come l’occasione per saltare qualche lezione ma strada facendo si sono fatti coinvolgere: «a scuola eravamo abituati a tacere, abbiamo capito che si può partecipare»; «ci siamo anche chiesti perché ci vogliamo così male fra noi»; «è bello sapere che i nostri talenti possono essere valorizzati». Sono tre voci. Uno di loro è un rapper provetto ma al di là del gioco musicale si mostra capace di sintetizzare questioni di grande complessità.

C’è anche la drammatica testimonianza – una sorta di ultim’ora – che arriva da una scuola: un genitore italiano si intrufola dentro l’istituto e nell’intervallo (vigilanza zero?) prende a schiaffi un ragazzino di origine senegalese colpevole di «avere un flirt» con sua figlia. Si vorrebbe saperne di più, capire se studenti e insegnanti saranno capaci di partire da questa piccola storia ignobile per ragionare sulle molte e brutte facce della paura.

La giornata corre via. Si arriva alle proposte che vengono elaborate in coppie appositamente formate con il criterio «due che non si conoscono». La mia partner è Roberta che dichiara di aver perso fiducia nelle istituzioni «e viceversa, lassù non ci ascoltano mai». Ma allora a chi parliamo? Nel nostro breve incontro raggiungiamo un compromesso: ha senso parlare anche ai “sordi” (cioè a chi non vuole sentire) se lo facciamo collettivamente, in rete, coinvolgendo le persone più diverse. Rompere la solitudine – ma anche la presunzione di autosufficienza – è il primo passo del cammino.

Alla fine piovono le proposte sino a riempire due, tre quattro cartelloni consumando pennarelli e polsi. Vogliamo subito la legge che riconosce la cittadinanza a chi nasce qui. «Anche quella per i rifugiati». Serve un dispositivo che vincoli i fondi assegnati ai programmi «perché in Italia troppo spesso le istituzioni usano soldi del sociale per tutt’altro». Più finanziamenti a scuola e formazione. E molto altro: un elenco lungo e serio, inevitabilmente con qualche “fuori tema”.

Ci si saluta – ma si capisce che nessuna/o vorrebbe andar via – con gli ultimi giochi teatrali e con quella frase che torna in testa: ««Il mondo è ciò che facciamo ma anche ciò che non facciamo».

BREVE NOTA

Questo mio articolo è anche su «Corriere dell’immigrazione». (db)

E adesso anche su Stran(ier)omavero (TI)

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