www.tprf.org: La tua arma segreta (words by Prem Rawat)

Pledge to Peace - Dichiarazione di Bruxelles - 28 novembre 2011



Discorso di Prem Rawat alla Settimana della Pace e della Solidarietà di Mazara del Vallo - 27 maggio 2011 - Video


"Determination, understanding and clarity have to be the fundamental foundations on which peace will be built."


"Not exclusion, but inclusion."


"The day our measurements are based on our similarities and not our differences is the day we will begin to lay the foundation for peace in this world."
Prem Rawat
Watch A message of Peace by Prem Rawat

Il Peace Education Program (PEP) ha lo scopo di aiutare i partecipanti a scoprire le risorse interiori che sono loro proprie, strumenti innati per vivere, come la forza interiore, la capacità di scelta e la speranza, esplorando anche la possibilità della pace personale.
Si tratta di un programma educativo nuovo, con un piano di studi che consiste in 10 video, ciascuno incentrato su un argomento specifico, presentato e facilitato da volontari. Questi seminari, adattabili e interattivi, sono non religiosi e non settari. Il contenuto di ciascun argomento si basa su brani tratti da discorsi pronunciati da Prem Rawat in tutto il mondo.
Presentazione del PEP (in italiano)

"Uno degli aspetti meravigliosi del ridere, della felicità, della gioia e della pace, è che sono cose contagiose. Diffondete questo sentimento contagioso di pace, il bisogno di pace, in questo mondo. È di questo che abbiamo bisogno nella nostra vita. La pace è una necessità, non è un lusso." Prem Rawat


giovedì 31 maggio 2012

3 giugno, Bologna: Teatro in viaggio. Lungo la rotta dei migranti

Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti



Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti, di e con Pietro Floridia
 Domenica 3 giugno 2012 alle 18.45, all’interno del Festival IT.A.Cà, a Palazzo D’Accursio, Bologna

Penso a Said,
all’attimo in cui
ci siamo incrociati.
Io diretto verso sud.
Lui verso nord.
Penso al suo viaggiare.
Un viaggiare che nasce
dentro la necessità.
Un atto di necessità.
Dovere partire. Senza
averne nessuna voglia.
Penso al mio viaggiare, che è invece fuga dalla necessità.
Atto di libertà. Volere partire. Cercare di sottrarsi a un dovere essere.
Al configurarsi sempre in relazione ad uno scopo.
[...]
Il primo viaggio somiglia al viaggio degli antichi.
Il secondo è figlio della modernità.
Il primo cerca un poter controllare la propria vita.
Il secondo cerca di sfuggire ad un eccessivo controllo.
Il primo è un viaggio dal passato al futuro.
Il secondo dal futuro al passato.
Si incrociano per un attimo in una casa di Casablanca.
Si mescolano. Antico e moderno, ma pure passato e futuro
non sono successivi, ma s’infiltrano l’uno nell’altro,
la sorgente alla ricerca della foce, la foce alla ricerca della sorgente.

La scrittura di Pietro Floridia, regista, drammaturgo a attore, uno dei fondatori del Teatro dell’Argine, è quella di un passeur de culture, non è solo quella di un semplice viaggiatore esperto nell’arte di incontrare, attraverso il teatro e le sue pratiche, attraverso l’ascolto delle storie di vita nei villaggi, nelle città più o meno a oriente o a sud di questo centro traballante che è l’Europa occidentale. Sfogliando le pagine di questa diario di bordo prendono vita i corpi, le voci, le storie minime e quelle gravide di Storia, come quella della Palestina, di attori marocchini, bambini che dormono per strada, padri che giocano con i loro figli e ci insegnano a giocare con e come i bambini, povertà e coraggio parte di una tragedia passaggio di paradiso in vita, sicuramente a repentaglio, in costante ricreazione e reinvenzione degli strumenti per conservare e prodigare la cultura e le pratiche di vita, di resistenza, di sopravvivenza in molti casi, e del fare teatro, che non sono rappresentazioni ma salgono dai fondi della terra per farsi molte volte canto. E sguardo. Perché lungo la via di queste narrazioni scritte, quasi nella loro totalità, in forma di versi, lo sguardo e la potenzialità di questo guardare che da spettatore diventa nomade e attivo, diviene strumento per ri-guardarsi, per riflettere e ripensarci come esseri sociali, esseri politici all’interno di un mondo che fa appello quotidianamente alla necessità di riformulare una sintassi dell’incontro, alla ricerca di significati duraturi. Qual’è la posizione che assumiamo quando guardiamo l’altro, quando ascoltiamo parole dure, storie amare e talvolta inconcepibili se non sentite di persona, se non percepite sulla pelle e accolte con tutti i sensi?. Dalle parole raccolte e trasmesse nei racconti di questo viaggio di due mesi fra il Marocco, il Senegal, la Palestina (non manca il racconto arrivato dal Nicaragua), emerge chiaramente una parola: dignità, come senso profondo, la dignità della vita nuda, l’esperienza dei singoli acquista un valore universale e allo stesso tempo ci parla della possibilità di liberarsi dagli orpelli in cui a volte sembra impigliata la vita vissuta come una corsa sulla superficie, una rincorsa sbiadita e turbata da falsi idoli e ossessivi sensi di vuoto, confusionari e identitari.
Questa è anche la storia di un teatro che tenta di spostare i parametri divisori fra lo spettatore e l’azione della scena, fra lo spettatore e il campo d’azione in cui ci potrebbe impegnare, che prova a cambiare prospettive e cornici dove la visione non sia separata dall’esperienza come momento dell’esperire che trasferisce e trasforma, come momento di scelta, anche etica, nel fare artistico, nella creazione di nuovi mondi guardando negli occhi, e con immediatezza, il mondo complesso e ardito che già ci è intorno.
Storie di migrazione vissute e raccontate a partire dall’altra sponda, molte volte meta di ritorno: madri che guardano in dvd i loro figli lontani mentre combattono kick boxing in Europa, presi dalla vita senza documenti in continente, oasi per sogni work in progress, altri deserti da attraversare, storie di passeur, questa volta non di cultura, ma strozzini in cambio di traguardi pagati a caro prezzo, cerimonie e riti di passaggio che narrano di uomini e donne appesi ad un filo oppure alla ferrea convinzione che altri orizzonti esistono.

I ragazzi del caffè Hafa vengono qui per fare il pieno di Spagna.
Ci si riempiono gli occhi. Mentre fumano hashish.
Mentre bevono tè alla menta.
Mentre ascoltano alla radiolina una chitarra che canta in spagnolo.
Se mi chiedessero cos’è il caffè Hafa, forse direi
è l’attesa fattasi luogo.
Se l’attesa è sospensione, questo è il luogo dell’attesa.

Uno sguardo fragile, permeabile, capace di commuoversi e anche di ironizzare sui propri passi, incrociando la propria biografia con quella del mondo là fuori, in grado di farsi rapire dagli incantatori di serpenti e di raccogliere e riconsegnare lo sguardo del testimone.

E poi anche se mi riguardasse è così difficile prendere posizione, così difficile orientarsi in questo mondo. In Palestina no, in Palestina è più facile schierarsi. In Palestina hanno l’occupazione. Recitano, discutono, ma quando escono dal teatro lo sanno (o almeno lo sapevano durante i miei primi viaggi, ora non so) a chi tirare le pietre. Ma qui non si capisce niente. [...]
La Palestina è un luogo pericoloso. Le persone rischiano ovunque. In questo senso non c’è un dentro e un fuori. Si è sempre dentro. Non c’è un luogo al sicuro in cui guardare da fuori il pericolo. In cui essere soltanto spettatori. In cui instaurare un regime di separazione con quello che si vede.

La presentazione teatrale tratta dal libro che vedrà in scena l’autore, avrà luogo Domenica 03 giugno alle 18.45 a Bologna, al cortile del Pozzo presso Palazzo D’Accursio in occasione di IT.A.Cà, Festival del turismo responsabile

Teatro in Viaggio. Lungo la rotta dei migranti. Pietro Floridia. Casa Editrice Nuova S1, Bologna, 2011
Sito del Festival: http://www.festivalitaca.net/

Fonte: ALMA Blog

 

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